191° giorno – Delle canzoni canto solo le parolacce…

…e forse un po’ lo è inopportuno, che spesso ti ritrovi concentrato ad aspettarla la parolaccia nel testo e quasi non ti accorgi che forse se sei ad una fermata del pullman, l’ennesima della tua vita…circondato da vecchie, ragazzi con gli zaini che ci provano, facendo i finti maneschi, con ragazze con gli zaini…non ci fai una bella figura se ti leggono “Fanculo” sul labiale, sentono “Motherfucker” sussurrato e sibili “Cazzo” e “Merda” come un serpente.

Non sta più bene fare figure, sembrare lo sciroccato del quartiere, quando vai in giro in un primo pomeriggio e di nuovo la pioggia fitta e quell’ombrello che attacco su ogni pezzo di metallo riservando una parte di cervello al ricordo della sua posizione, per non perderlo e farlo finire nel cimitero degli ombrelli perduti che chissà che fine fanno e quante storie potrebbero raccontare i miei ombrelli persi, adesso in mano a ragazze bellissime, a immigrati, killer, barboni, ristoratori cinesi o ragazzini come me da giovane, cartellette sotto le braccia, occhiali, capelli che ti infastidiscono per quanto sono folti e lunghi…una scocciatura che rimpiangerai, o si che la rimpiangerai.

Vorrei due mani ausiliarie per riuscire a controllare tutto simultaneamente…cellulare, libro di Charles con ragazza stilizzata nuda a gambe larghe, rosa messa tatticamente proprio “li” che a proposito di figure chissà che pensano le vecchie, e i ragazzi che ci provano con le ragazze facendo i maneschi per finta quando intravedono quella copertina e la giacca lunga e la faccia e il cappuccio…losco figuro a proposito di figure, come dicevo.

Capita tante volte poi e anche oggi, che mi ritrovi a camminare in giro su marciapiedi sconnessi e neri con il desiderio di essere da solo infilato in una città nuova, scoprire e memorizzare gli angoli nuovi che incontro e tardare agli appuntamenti o proprio non andarci o fare giri più lunghi circumnavigando sobborghi, palazzi e parchi, starmene in giro con musica e parolacce soffiate mentre le macchine cercano di evitarti o di prenderti.

L’essere meditavagabondo è molto simile al sentirsi solo e malinconico, che vedi cartelloni di pubblicità e pensi a quando tutte quelle persone, che su quel cartone di tanti metri per tanti metri di grandezza stanno in riva al mare caricando una macchina di oggetti, saranno scomparse nel nulla e nessuno si ricorderà di quell’immagine e di quel cartellone e di quella macchina. L’essere meditavagabondo è stare ad osservare i volti alle finestre invece di guardare per terra dove metti i piedi, che in questo periodo ci trovi di tutto…i serpenti e gli altri animali escono dai tombini e le persone dormono sui cigli in mancanza di quattro mura…nemmeno quelle di cartone che le scatole delle lavatrici vanno a ruba pure tra i ricchi.

Vedo una ragazza sui trentacinque con i capelli rossi affacciata alla finestra che fuma con lo sguardo triste e penso all’infinità di giorni passati ad affacciarsi su una vista di cemento, asfalto bagnato da pioggia continua, platani morenti e quasi mi viene da piangere. Vago tra concessionarie di auto di lusso in riallestimento e macellerie e cinema chiusi passando tra gente che si arrabbia quando cerco di immortalare un frammento della loro vita in una foto, insultandomi come se facessi un torto nel trovare qualcosa di interessante in un’esistenza che si basa sul mangiare, dormire, riprodursi al minimo sindacabile, acquistare beni, sacrificare sentimenti, stare lontano dal mare, dall’arte, dalle risate…come la loro.

“Scusate” dico “…scusate se vi ritroverete un giorno appesi in un istante del vostro passaggio nell’universo in muri di case lussuose o musei o carta patinata ammirati da tutti…elevando la vostra vita normale che non rimarrà scritta in nessun libro ma solo in ricordi che finiranno nel nulla…scusate se vi voglio rendere immortali…pregate il vostro Dio allora se ne avete uno…”

Meditovagabondovaneggio schivando scrosci dal basso e dall’alto per diversi decametri. Un posto asciutto…entro e incontro una conoscente non amica cicciona che è solita attaccare sul posto di lavoro e sugli armadi foto dei figli e del marito ed è tantissimo felice del suo isolotto di sabbia calda e acqua tranquilla che a me sembra tanto bello a pensarci ma se poi vedo una nave pirata mi ci voglio arruolare. A proposito di figure mi chiedo se le faccio quando degli auricolari tolgo solo il destro mentre l’altro rimane appeso che cosi è più comodo…non devo stare ad arrotolare e srotolare sciogliere nodi imprecando e ripetendo a memoria tutte quelle parolacce che sento nei testi delle canzoni. “Sembrerò maleducato” mi dico, “Si sentirà la musica” mi dico mentre le parlo, li appoggiato ad una mensola in ciliegio finto infilata in mezzo ad anfratti cubici di muratura bianca. Questo mi dico.

Però lei sorride e mi chiede se prendo ancora il pullman per fare foto agli sconosciuti.

“Si” rispondo…e un po’ sono sorpreso…non ricordavo nemmeno di averle raccontato una roba del genere l’ultima volta che l’ho vista…e sarà un anno fa.

Poi chiacchero e dico cose e lei sorride, chiacchera e mi dice altre cose…niente di importante…io le dimenticherò al secondo piano di scale in discesa stavolta, verso l’uscita. Lei se le ricorderà per la prossima volta che ci vedremo.

Ed esco…ed è già tutto dimenticato però sono un po’ più contento per quella piccola sorpresa…di qualcuno quasi sconosciuto che si ricorda una tale inezia della tua vita, come quando io faccio foto a persone normali che quasi non sembrano lasciare traccia nel mondo ma che per me sono come piccoli oggetti importanti da tenere da parte…e ammetto che essere quasi sorpreso-contento da meditavagabondo è una cosa nuova per me. Sento quasi, forse…che potrei provare a migliorare un po’ questo mondo triste, cominciando da quella fermata del bus li in fondo, con una tizia che avrà trent’anni, bionda e piccola con lo sguardo triste.

Cerco di non urlare le parolacce che sento in cuffia e cammino verso di lei e adesso siamo sotto la stessa tettoia e la guardo, a meno di un metro di distanza e anche lei mi guarda.

No…niente…pur contento, ad incrociare uno sguardo sconosciuto e poi sorridere…non riesco.

Beh…come si fa con le diete…inizierò a migliorare il mondo da domani.

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190° giorno – Tornare indietro

Ho periodi in cui devo allontanarmi da ciò che amo…passioni, persone, cibi e bevande addirittura.

Forse è paura che tutto diventi routine…che la costanza riduca tutto il fuoco in cenere e cosi sarei costretto a cercare nuove cose, ricominciare da capo, ricostruire tutta quella voglia di fare e creare.

Invece con queste pause di riflessione in cui mi distacco, mi disincanto, mi ritrovo svogliato, incapace, apatico, inadatto, perso…solo…ecco…la brace comincia ad ardere di nuovo, pian piano riscopro che tutto quello che stavo abbandonando è una parte troppo importante per me…sono vivo grazie a queste, mi tengono attaccato alla parte buona di me, quella allegra, che a volte sorride pure.

Ho ricominciato a scattare, camminare tra l’umanità, riprenderla nella mia arte, sorridere quando faccio una foto o quando esploro gli angoli della città. Ho ricominciato a saltare, graffiarmi le braccia, scivolare su muschio e ferro arrugginito, tornare a casa senza riuscire nemmeno a stringere i pugni dalla stanchezza…e mi rende felice.

Smetterò anche di scrivere prima o poi…ma sarà un bluff. Tornerò…perché mi serve, è troppo importante, anche quello parte dell’equazione che risolta è uguale alla mia anima.

Smetterò e tornerò indietro.

Sempre.

189° giorno – Requiem (Cuore e silicio)

Due lutti in due giorni, anche se si parla di oggetti. Ieri il tagliacapelli mi ha lasciato con un lavoro fatto a metà…che sembravo Two-Face di Batman. Mi sono ritrovato a tagliarmi la barba completamente…non succedeva da quanto…almeno 4 anni.

Oggi però è più dura…il mio iPod non si accende più, nonostante i ripetuti tentativi di rianimazione tramite massaggio cardiaco MENU + tasto centrale premuti a ripetizione. Da giorni lo schermo era totalmente bianco…connesso con un cavo alla presa elettrica oggi non si è più accesso…spina staccata…

Si dice che le migliori cose della vita siano gratis…vero…anche il mio iPod l’ho avuto gratis.

Trovato dal ragazzo di mia sorella in piscina, subito accolto a casa come un figlio. Ci ho corso da ciccione ogni giorno per un anno, poi da quasi in forma fino a saltare da sbarre e muretti, arrampicarmi, fare equilibrio su tondi di metallo, cadere, farmi male. Ha subito acqua dal cielo, dal mare, sudore, botte e imprecazioni per quella faccina triste sullo schermo che compariva quando si bloccava.

Volato dalla tasca per cadere per terra…almeno mille volte.

Usato per viaggi in treno, trasferte notturne in macchina, autobus, aereo…mille volte.

Ci ho conosciuto gente nuova, mi salutano e il gesto di togliermi l’auricolare destro e premere ‘||‘…almeno mille volte.

Stare fermo a guardare panorami, scattare foto sulle strade, ritornare da allenamenti bagnato di pioggia, attendere autobus, persone, risultati, risposte sempre con la musica nelle orecchie…mille volte

Ci ho ascoltato un sacco di canzoni nuove che mi rimarranno, le playlist che sapevo a memoria in repeat, osservando puntini di luce rossi in lontananza con i Vib Gyor in cuffia…notti di lavoro con Painless Steel dei Bohren & der Club of Gore a riproduzione infinita…gruppi che andavano e venivano per lo spazio risicato…serate insonni di malinconia persistenti curate con Pearl Jam e Godspeed You! Black Emperor.

Mai sostituito nonostante altri quattro o cinque lettori in giro per casa, più capienti, migliori, scintillanti.

Ora purtroppo mi tocca rimpiazzarti.

Nella tasca, ma non nel cuore.

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188° giorno – Che tanto fra 5 miliardi di anni è tutto finito

Seduto, tavolaccio di legno di un pub, tre luppoli dentro una bottiglia di Bock marrone mentre si discute di donne e moto, giusto qualche giorno fa…
Si presenta questo tizio che non conosco…do la mano, lui la stritola e la cosa non mi piace, come se ti prestassi la macchina e me la riconsegni schiacciata sul muso, senza portiere e con un barbone morto sul cofano.

“Grazie…”

“Si prego…però…cazzo…la macchina…”

“Ah si…però grazie eh…”

Ora…vorrei dimostrargli che il parkour serve a qualcosa reagendo con una contromossa che gli demolisca i metacarpi ma si sa come finiscono queste cose poi…una tira l’altra, ripicche su ripicche e finisce che la prossima volta porta un amico pugile da presentarti ed invece di darti una pacca sulle spalle ti gonfia di botte in un angolo.
Sapete cosa dimostra tutto questo schiacciare le cartilagini altrui? Dimostra il tipico atteggiamento di ‘cercare di far vedere qualcosa’…che io son forte che ti stringo la mano durissimo…te la presso bastardo, te la spacco quella mano hai capito?
Fai come ti pare ecco…mica mi interessa…mi dà solo un po’ di fastidio anche perché poi ci penso ed un sacco di volte nella catena dell’apparenza ci finisco pure io e mi do fastidio da solo.
Oggi ad esempio, vado a messa…non per quale strano motivo eh…è che i miei credono che frequenti spesso ma in realtà no ma oggi non avevo alternative divertenti e stare a casa nascosto in un armadio non mi garbava, troppo scomodo e ho il torcicollo. Quindi decido di andarci davvero per una volta, sedermi in fondo ad osservare come il cameramen in un documentario sulle bestie della savana…capire in cosa credono quegli altri lì che in fondo, se ci penso, credere sul serio sarebbe bello e comodo anche per me.
Nel trucco dell’apparire ci cado appena entrato, subito a puntare la figa nel coro mentre maledico la mia barba incolta, i capelli non rasati e i vestiti da barbone tossico. Arriva il momento delle offerte e io tiro fuori il portafoglio ma dentro ho solo trenta centesimi e i rimasugli di una SIM. Le vecchie attorno intanto sventolano buste e bigliettoni, sembrano brooker all’apertura di Wall Street, mentre io non so che fare con la mia evidente indigenza quindi, mi creo un piano subdolo con cui possa cavarmela senza passare in quei terribili secondi in cui sei l’unico che non butta dentro monete e guardi in basso fingendoti distratto o peggio…addormentato.
Il trucco che escogito sta nell’infilare la mano dentro il buco sulla stoffa che copre il cestino e ‘lanciare’ le monete nell’angolo più buio. Faranno casino rimbalzando sul resto di quella riserva di Nickel. Sembrerà che abbia gettato una manciata d’oro e l’omino delle offerte non vedrà nulla…che quello lì se lo osservi bene sta sempre a guardare in basso, verso la fossa dei soldi, scannerizzandoti il bilancio bancario con due occhiate.
Eccolo che arriva appunto, completo grigio, leggera protuberanza addominale, camicia azzurrina, occhiali e occhi che osservano. Tutti buttano dentro qualcosa…ed ogni volta mi sembra di notare nell’omino un leggero “Si Si” di approvazione severa fatto con la testa. Quando me lo trovo di fianco uso la mossa dello scorpione…così l’ho chiamata…e lancio le monete.
Forse sarà la più grande dimostrazione dell’esistenza di un Dio burlone della mia vita…non so…sta di fatto che le lancio non so come sopra il cestino…e cadono sulla stoffa. Tutti vedono, tutti fanno ’10 + 20…30′. L’omino non lo guardo in faccia ma di sicuro ha stampato un ghigno di sdegno e scomunica.Raccolgo dalla stoffa e butto dentro…pure il ‘tin’ è misero.Con vergogna passo in rassegna gli errori fatti con ‘lo scorpione’ ma qua la fisica non c’entra nulla, semplice beffa divina che comincio a capire il perché gli altri alla fine ‘credono’…certe cose non te le spieghi.Il problema è che me ne dovrei fregare, fare come la vecchina povera al tempio al tempo di Gesù con l’unico obolo distesa per terra, che mica è di queste cose che devi preoccuparti, fottitene e passa oltre che la vita può finire in un attimo. Una fuga di gas ed esplode tutto, kamikaze iracheni musulmani che entrano con autobomba dalla sacrestia oppure una laserata di onde gamma e plasma che arrivano da una supernova.

A questo non avevate mai pensato eh? Cadere dalle scale…incidente in macchina…ma supernova mai vero?

Una sera di due settimane fa, non so come, sono finito a parlare di cosmologia avanzata con un mio compare. “Tanto la terra sparisce fra cinque miliardi di anni…inglobata dal Sole che diventerà gigante rossa…” gli dico, fiero e saggio.

Il mio amico ride a squarciapalle…si lo so che si scrive crepapelle…bhe comunque ride e risponde

“Ma te sei folle…a parte che ci saremo già estinti o saremo diventati delle robe alte tre metri senza palle…senza cazzo…senza peli e che si autoriproducono…ma sicuramente prima o poi arriverà qualche cazzo di onda d’urto cosmica di raggi gamma e neutrini che ti riducono tipo Plasmon liofilizzati tempo dodici secondi…”

Si insomma…tu sei li con la tua morosa sulla spiaggia di notte che vuoi trombare mentre lei è li che fantastica dolcemente sul cielo stellato che è vecchio di qualche milione di anni…come vedere diapositive di vent’anni fa…e ti arriva questo fascio di particelle cazzute che ti riduce in carbone e non ti sei manco abbassato la zip.

E’ successo che da qualche parte cinque minuti fa, all’angolo tra la 5° strada stellare e Alpha Centauri una stella è esplosa e nessuno lo poteva sapere. Fuga di gas cosmica. Tutto finito.

C’è da andare in giro spaventati altroché…ti becchi uno davanti che ti vuole rapinare “Dammi tutto quello che hai!” ed ha una pistola in mano. Ci sarebbe da rispondergli “Ma che cazzo fai con quel pistolino…ma non sai che magari ci sta arrivando una pallottola di radiazioni a 800.000° gradi e fra due secondi siamo morti?” Gli prendi la pistola dalle mani e lo abbracci.

Ecco perché sta cosa dell’apparire alla fin fine è davvero una perdita di tempo, un vero spreco. Pensiamo un po’ più semplice.

Ritorno dal viaggetto cosmico di nuovo sulla terra. La messa è alla fine, la figa del coro canta insieme con le altre.

“E quando il sol si spegnerà e quando il sol si spegnerà o Signor come vorrei che ci fosse un posto per me…”

Che vi dicevo? Un Dio burlone.

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187° giorno – Cuor di zucca

Dura un’istante e poi più nulla o quasi. La gente apre la bocca come pesci sott’acqua, le macchine si muovono silenziose come altalene al vento. C’è solo un fruscio lontano, come un gatto che fa le fusa in un’altra stanza.

Dura poco…la mia segretaria mi strattona e sono obbligato a togliermi quella fantastica magia dalle orecchie. Le macchine riprendono a sferragliare come treni impazziti, la gente vomita insulti, battute e bestemmie, il fruscio lontano diventa il tremendo “VOOOAMMM” della terrificante nuova macchina Omega che fa più casino di un Airbus in decollo con attaccati sopra quattro capodogli imbizzarriti.

“Che c’è…” chiedo quasi in lacrime. La testa è un concerto House-tribal.

Mi vuole la Capa di sopra a quanto pare. Passo di fianco all’Omega, che sbuffa, vibra e tenta di battere ogni record di rumore esistente e abbattere i muri del capannone a suon di gigahertz. Salgo le scale ed entro nell’ufficio del Faraone, dove prendo nuove consegne come uno scriba. Noto che non contemplano il tempo inutilizzabile causa festa dei morti, dei santi, domeniche, weekend e il fatto che io debba andare alla presentazione di una fiera per la ditta a inizio settimana.

Secondo i miei calcoli avrò circa 4 ore di tempo per fare il lavoro di una settimana.

Prima di uscire chiedo una penna…che ormai di sotto sono costretto a scrivere con il carboncino o con lo sporco negli angoli dell’officina. Non uso il sangue solo perché le zanzare tigre sono ancora vive e vegete nel microclima unico di quest’azienda, ore 16:30 e quelle escono puntuali come uno squadrone Royal Air Force in ricognizione.

“Tieni due penne…anche se ne ho comprati due pacchi tre giorni fa e sono già sparite tutte…”

E’ un fenomeno incredibile questo. Vengono comprati chili e chili di penne e tempo due giorni…nulla. Le cerchi nei portapenne…non ci sono. Le cerchi nei tavoli degli altri, nei cassetti delle scrivanie…non ci sono. Nella spazzatura pure…non ci sono, come se venissero smaterializzate e trasferite in un reparto di tracheotomia del terzo mondo di colpo. Scendo nel sottomarino pensando tra me e me che devo indagare su sta cosa, trovare il colpevole e capire cosa succede a quell’ammasso di inchiostro intubato. Noto intanto che la Omega sta facendo impazzire tutti…si tengono la testa tra le mani, capillari rossi negli occhi, facce distrutte.

Io mi siedo e riappallottolo i miei tappi magici arancioni per evitare che quell’attacco di involontari subwoofer meccanici mi demolisca la sottile corazza di umanità che mi differenzia dalle bestie che ho attorno.

I tappi sono pure in tinta con le zucche di Halloween, che è una festa che non mi dice mai un cazzo ma a quanto pare è una moda di quelle che ogni anno tira di più. Qualche istante e mi si riempono i padiglioni di soffice nanostruttura gommosa fonoisolante.

Arancione zucca.

Penso al pan di zucca a casa, che lo spezzi e dentro è giallo giallo e lo mangi ed è dolce dolce che quasi ti penti se sopra ci metti marmellata o Nutella che non apprezzi il gusto semplice che ha, lo perdi da quanto è delicato.

Poi penso a tanti anni fa, una giornata a giocare da un amico, appena sotto il castello del paese e l’invito a cena e io tutto gasato gasato ed ecco, nel piatto zucca cotta che assaggio e la trovo davvero tremenda tremenda e mi vergogno a non mangiarla che tutti pare la gradiscono un sacco, è il piatto della casa che a casa mia invece è la pizza del Venerdì e pure il mio amico ne va pazzo anche se non ha la faccia di uno che ama mangiare zucca ma la pizza semmai, come me.

Sua madre un po’ dispiaciuta e io che non ricordo nemmeno cosa le dico, forse che non sto bene.

Scivola l’ultima ora nel silenzio della ditta…prima virtuale, poi vero, che sono le 18:15 e ormai son da solo. Chiudo e spengo tutto, prendo e torno a casa che ho voglia di mangiare pan di zucca.

All’entrata, la solita trafila di movimenti in cui svuoto le tasche di quei pantaloni larghi da chiavette usb, chiavi, hard disk portatili, auricolari, altre chiavi.

Ci sono anche tre penne dentro la tasca sinistra. Non ho portapenne…chissà perché…quindi vado in cucina e apro il cassetto del mobile grande dove butto dentro tutto quello che non ha un posto dove stare nel resto della casa…una specie di orfanotrofio o centro profughi per gli oggetti.

Dentro, ce ne sono almeno altre dodici uguali di penne, tutte nuove di zecca, tutte con lo stesso tappo lucido blu.

Le metto li, insieme alle altre e chiudo il cassetto.

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186° giorno – Family

Se devi scrivere un pezzo breve, che non hai voglia e sei stanco, devi puntare alla frase d’effetto, stile Oscar Wilde o Bacio Perugina quindi mi sento già spacciato.

Riesco solo a pensare alla torta che sta ancora cuocendo in forno, che non è per me, che non potrò manco assaggiare ma che inonda di profumo la casa.

Il bello della famiglia é questo, anche se a sto giro rimango in bianco. Torni a casa, dopo 12 ore di lavoro, occhi come due palle da bowling rosso lucido e brillantini e ti trovi due pezzi di carne in padella…non devi stare a pensare ancora a come sopravvivere dopo che ci hai provato il resto del giorno. Ci sono pizze, torte e tutta quella roba buona di cui non sapresti manco dire gli ingredienti. C’è il letto fatto, riscaldamento pagato, magliette e pantaloni stirati, profumati, perfettamente stoccati dentro i miei magazzini armadi. Hai qualcuno con cui dire due frasi a voce alta, senza stare a pensare tra te e te, parlare da solo come un folle. Poi magari manco ascolti e nemmeno ti importa dell’argomento…ma non è quello che conta.

Non sono un bamboccione eh…mica del tutto. Vorrei provarci…a vivere da solo dico…problematico nella mia condizione di lavoratore vagabondo schiavo senza futuro certo, con quei prezzi che ti ci compri stock di organi di ricambio, tasse, stress e la pazzia maniaco-depressiva sempre in agguato dietro angoli bui o lavatrici comprate in offerta o mobili Ikea in saldo. Tocca andarci cauti, come quei cartelli sull’autostrada…sopra c’è disegnata la carreggiata, nuvole grigie ciccione per simulare la nebbia.

“Se vedete cosi velocità 40km/h”

Non so…mi mancano tante cose…dentro e fuori. Non ho amore, la pazzia sta sempre all’uscio, soffro di distrazione cronica, i documenti importanti mi causano sonnolenza. Ho trenta strade davanti, venti dietro…alberi e cespugli…mi sembra di non vederci bene per nulla come in un vicolo buio…ancora fatico ad imparare le cose fondamentali, manco di lucidità, serenità e un sacco di altre cose che finiscono in ‘ità’.

Quindi me la tengo stretta,la famiglia, che mi serve davvero…per adesso.

Almeno finché non sarò grande abbastanza da andare in giro da solo di notte…al buio.

185° giorno – Il colore dell’odio

“…e quindi pensavo di scrivere una lettera ai vigili…ma in tono educato…non solo insulti…però poi ci scrivo anonimo…aggiungendo che altrimenti stronzi come sono mi verrebbero a prendere a casa per farmela pagare…”

“Buona idea Teo…” rispondo, anche se non ho ben capito il perché della lettera…sempre che esista un perché.

Ma sono distratto, potrei non aver sentito, cosi preso dal lavoro…distratto dal cazzeggio di routine insomma. Ho di fronte un video fatto con una fotocamera da 30 euro che mi sta facendo parecchio incazzare. L’ho infilato dentro un software da 13.000 euro crackato che ci hanno pure fatto Avatar e quello mi restituisce una schermata bianca e io non capisco cosa stia succedendo. Lotto tra formati, importazioni, filtri ma invece di bombole, ingranaggi e macchine in azione continuo a vedere una simulazione della Siberia in inverno.

Rimango in ditta un’ora in più, esco che sono da solo nel capannone, rispetto a ieri mi sento meglio. Voglio tornare a casa, prendere l’iPod, andare ad allenarmi. Mi preparo con la solita robaccia addosso, prendo il lettore.

Schermo bianco. Cazzo me ne ero dimenticato. Lo resetto quattro volte, lo schiaccio, lo sbatto per terra, lo insulto e lo picchio ma nulla…schermo bianco. Sembra una maledizione.

Aspetto la cena, abbastanza nervoso. Essendo nervoso devo mangiare qualcosa. Per forza. Mi ricordo delle arance in frigo. La sbuccio, sembra gustosa ma quella pellicina attorno alla polpa è come mastice. La tiro e mi distrugge ogni spicchio…il tavolo sembra una sala operatoria. Quando non riesco a staccarla o mi stufo la mangio insieme alla polpa ma è amara al limite del fastidio.

Ancora più nervoso. Dannata pellicina…pellicina bianca.

Che colore del cazzo.

184° giorno – Come Ken Malansky

Mi chiedo da dove nascano i cambiamenti di abitudine. Alla macchinetta oggi, premo sul solito cappuccino al cioccolato, attendo i 3 minuti che ci mette a prepararlo…sembrano infiniti…mentre mi guardo in giro alla ricerca del Faraone e il suo “ma cos’è…un comizio?” puntuale ogni volta che ci vede alla macchinetta. Piuttosto stai al tuo posto a cazzeggiare con il telefono ma non bere caffè, ecco la sua filosofia.

Nessuno in giro, sono ancora li che attendo, in fissa sul display verde.

“Lele…guarda che è pronto da mezz’ora…svegliati…”

Dito medio.

Brucia, ho sempre paura che mi si sciolga in mano. Bevo e mi fa schifo, eppure il sapore è sempre lo stesso…eppure da quando lavoro qua ho sempre preso sempre solo questo intruglio del cazzo eppure adesso mi chiedo come cavolo facesse a piacermi. Domani prenderó qualcos’altro, abitudini che cambiano…perché cosi all’improvviso? Ricordo quando da un giorno all’altro mi ritrovai ad amare polenta e fave e odiare trippa e lumache…vacci a capire qualcosa. Di quello schifo marrone e bianco nel bicchiere ne butto metà nel lavandino nero, sporco di nero grasso e neri residui di metallo e metà lo bevo ma ha il sapore di giornata no.

Forse è solo una giornata del cazzo, non c’entrano le abitudini.

Ho sonno, non sto bene, fuori sembra più buio, ho un pezzo di testa sgranocchiata da un dolore pulsante, ho la nausea, ho voglia di starmene a casa ma il cartellino presenze recita 19 ore in meno sto mese, mezza settimana in meno bruciata andando in giro a non concludere nulla, un sacco di soldi in meno a fine mese e sono costretto a risistemare il bilancio in qualche modo, buttando mezz’ora qua, tre ore là, in questi giorni prima di Novembre. Niente ‘casa’ nel pomeriggio, niente divano, non ho scampo e la Capa per una volta ha pure qualcosa da farmi fare. Mi ritrovo un video in repeat sullo schermo con sequenze che sembrano tutte uguali. Mi sembra uno di quei film dove il protagonista si sveglia ed è sempre lo stesso giorno.

Nonostante la nausea, in pausa infilo una sottiletta arrotolata in un pezzo di bologna, tutto dentro mezzo panino. Fornetto 5 minuti, sottiletta che cola, piatto per non sporcare, Studio Sport che nemmeno ascolto, infastidito dal resoconto della domenica appena passata, banana, biscotto, Moment e bicchiere d’acqua, lavoro di nuovo.

Video in repeat del cazzo. Non riesco a lavorarci. Apatia, mi sento come dopo una rissa. Non so se ce la farò ad andare ad allenarmi…e il tempo scorre veloce…potrei rimanere un’oretta in più…poi tornare a casa…sdraiarmi invece di uscire. Guardo l’orologio e sono già le 17…non è che ho anche dormito sul posto di lavoro?

Esco nel buio più completo e sento pure freddo…erano 11 mesi che non sentivo freddo. Quando torno a casa trovo mia sorella davanti alla TV, guarda Perry Mason. Voi l’avete mai visto Perry Mason?

Ve lo ricordate Ken Malansky?

Era il detective che andava sempre in giro da tutte le parti ad indagare. Aveva la caratteristica di stare sul cazzo a tutti quelli a cui parlava che puntualmente lo menavano, gli demolivano la macchina, lo pigliavano per il culo. Non so come ma lui si trascinava fino alla fine, arrivava in aula distrutto con la prova definitiva. Quel ciccione di Perry quindi, mandava in galera lo stronzo del giorno.

Sono a pezzi ma credo uscirò comunque, nonostante ‘le botte’.

Oggi è il mio giorno da Ken Malansky.

183° giorno – Termoregolazione

La gente va in giro con felpe e sopra quelle, ci mette pure giacche mentre io…ho caldo.

“Ma non ti sembra di esagerare?” mi chiede un amico, vestito in quattro strati mentre io ho una maglietta a maniche corte e giacca leggera.

Oggi piove, fa più freddo, l’umidità la senti in scarpe, pantaloni e magliette ma i brividi…niente…sudo, vapore acqueo che vaga in giro. A casa in maglietta, piedi nudi, caldo anche se siamo sotto i venti, pure sotto i diciotto finché l’accoppiata termostato e caldaia non si sveglia. Vado al Pc, spazio bianco di ricerca Google, “termoregolazione del cazzo” scrivo.

Saltano fuori due tre siti porno, due li conosco. Altri tre parlano di soluzioni per la casa con bottoni magici, touch screen e voci digitali che ti rispondono.Wikipedia invece vuole spiegarmi l’origine etimologica della parola ‘cazzo’.

Uno però parla di medicina. Dentro c’è scritto che se sei in menopausa tutte ste cose della temperatura che va a cazzi suoi e le vampate e che hai sempre caldo sono cose normali.

Cavolo, la mia solita sfiga. Menopausa.

Io lo volevo un figlio.

182° giorno – Leone e Gazzella (Sei mesi dopo)

Siamo a sei mesi giorno più giorno meno. Ho iniziato in un piccolo paesino immerso nel gelo, disseminato di vecchi, preti e pozzanghere di un campo da calcio preso in prestito dal Vietnam.

Sei mesi dopo sono a fare la spesa per la famiglia con Sorella che ogni tanto tocca, ogni tanto devo lasciare perdere gli impegni che mi tengono ancorato ad un barlume di futura vita felice per dedicarmi a cose più utili per la sanità familiare come girare con carrelli e cestini e Benedetta Parodi che pare invecchiata molto male, cosi stampata su quel cartone gigante, che tiene un pollo in mano, che vuole che le compri un libro…circondato da culi vecchi e grassi e donne giovani di altri che desidero senza sentirmi obbligato alla confessione e giornali, affettati, prodotti, detersivi, luci artificiali.

Prendo a cuore le piccole missioni di Sorella….”trova questo…trova quello” cosi…allegramente. Torno da lei, consegno, riparto con auricolari infilati nei timpani per stare più lontano possibile dall’umanità che mi sta attorno come i vecchi, le coppie, le donne con borse originali, le promoter di 85 anni che ti guardano storto quando di rimando gli sbatti di fronte la tipica espressione ‘nonmenefregauncazzo’. Questa qua ad esempio, mi fissa con occhi azzurri e bocca cattiva mentre tiene in mano un prodotto per dolci.

La musica aiuta, la gente ti sta lontana e non ti importuna anche se riesco ad infastidirmi lo stesso per lo schermo bianco del lettore, non si legge nulla e non riesco a togliere il repeat, devo navigare tra i menu a memoria ed è un disastro. Sono costretto a sentirmi sempre, solo e comunque la prima canzone in ordine alfabetico che si ripete a ciclo continuo mentre prendo fusilli e pane, bologna e speck e l’ascolto altre tre volte nelle due corse dalla cassa verso scaffali da trovare che “il Purè ce lo siamo dimenticato…e le uova ce le siamo dimenticate e il Bolt 2 in 1 formato convenienza ce lo siamo dimenticato”.

Torno alla cassa per l’ultima volta e ci arrivo sudato. Scarico la roba sul nastro nella solita routine mista partita a tetris in cui incastri articoli su articoli facendo piccole piramidi per lasciare più spazio a quello dietro e metti il cartellino ‘CLIENTE SUCCESSIVO’ e “si ecco la carta Fidaty” e “vuole i 35 centesimi?”. Cassiera, Sorella, vecchi dietro di me, confezioni di dolciumi e caramelle li attorno, cosi che le famiglie con un pargolo parcheggiato nel cestino, per farlo stare zitto dopo l’ottocentesimo “Mi compri le Alpellibe?”, buttano dentro anche 4 chili di dolciumi per la felicità degli acidi della bocca e dei dentisti e della Ferrero.

Sei mesi dopo. Nonostante il resto dell’umanità che mi circonda e che mi innervosisce facendomi pensare troppo, ci sono arrivato a ‘sei mesi dopo’. Mi sento più allegro e più sicuro di me e ho di voglia di fare nonostante i trenta che si avvicinano. Mi dico sempre “è solo un numero” anche se poi tutte le giovani potenziali anime gemelle che incontro ci rimangono male, entrano nella girandola del “è troppo vecchio” inconscio oppure la usano come buona scusa per tagliare il discorso in fretta. Tasto dolente.

Sei mesi dopo il problema rimane l’amore…sempre che esista davvero una roba del genere. Stamattina scrivevo su quel troiaio di Facebook “…ti chiedi sempre dove potresti arrivare se avessi anche l’amore che ti manca…” cosi, per fare il filosofo spiccio e provare a tirare su due donzelle con il fascino del pensatore profondo anche se, a dirla tutta, tra le lenzuola non ne ho mai infilata una con queste frasi. Il discorso è il solito, si ripete sempre…pensi che se avessi pure l’amore esploderesti in tutto il tuo potenziale ma ci sarebbe da scommettere che invece la realtà è tutta il contrario, come in un universo a forma di bilancia perennemente in bilico. Forse ti ritrovi con mille idee, mille cose da fare e progetti per non pensare ai baci d’amore sinceri che non ti ricordi nemmeno che sapore abbiano o gambe nude e affusolate ad un centimetro dalla tua bocca. Per non pensare che non ti fidi di di nessuna, che sempre più raramente una persona ti interessa davvero oppure che ti stai innamorando di quella sbagliata e impossibile…ancora una volta. Sai che ci rimarrai secco.

Evito di pensarci comunque, ci ricasco giusto ogni tanto, fatico pure a parlarne ormai. Cerco più che altro di evitare la felicità altrui, i baci delle coppie, gli abbracci e i discorsi del tipo “mi piacerebbe che blablabla figli blablabla casa con staccionata bianca blablabla “. Mi innervosiscono, mi incazzo, perdo ogni barlume di serenità e finisce che se entro nel discorso mi sembra di parlare di cose che non mi riguardano e non mi riguarderanno, come ripetere nozioni sulla materia che più odiavi, dieci anni dopo il liceo.

“No ma ascolta…parlami un po’ dell’Arte Neoclassica Toscano”

“Mi fanno cagare tutti…spero che Canova al momento sia sotto le cure di un diavolo sodomizzatore…”

Non so cosa dire, non so discutere di prospettive amorose come un agente di borsa. Cosa vorresti sapere? Se mi piacerebbe? Ma è una domanda seria? Certo che mi piacerebbe.

Queste ed altre domande ogni giorno in questi sei mesi…sono un tipo che pensa e ragiona tanto, mi riempo di buchi in quell’ammasso rosa, una specie di banchetto allestito per i miei neuroni. Ho passato sei mesi ad ingrassare il cervello di ambizioni, se sarà un bene o un male ancora non lo so. So che voglio fare ‘questo’ e ‘quello’, voglio il massimo, voglio la più bella, la più dolce, voglio ‘Lei’, voglio il lavoro perfetto, voglio viaggiare, voglio futuri radiosi e ovviamente voglio ‘figli blablabla casa con staccionata bianca blablabla’.

Ma non riesco a risparmiare energie. Non riesco a risparmiare soldi. Non riesco a dormire. Non riesco a pensare a qualcun altro. Non riesco a capire se smettere o continuare, se la scrittura è un binario morto, se la mia fotografia è un binario morto. Non riesco a capire quanto valgo. Non riesco a guardare a lungo termine.

‘Voglio’ ma ‘Non riesco’.

Ma in questi sei mesi sto imparando il concetto di ‘pazienza’, una roba aliena che prima non concepivo, roba alternativa, vecchia filosofia di ‘un passo alla volta’, come un corridore in fisioterapia con la smania dei cento metri lanciati. ‘Piano piano’, che le tartarughe al traguardo ci arrivano sempre, le lepri no. E tartaruga che cammina stavolta, non come prima, mesi e anni fa che facevo la tartaruga sul dorso un giorno e lepre con erbette a pezzi nello stufato l’altro e soprattutto, evitare le trappole di cristallo…scansare la routine e i letti troppo comodi, dire “Si” alle sfide, mettersi alla prova anche se alla fine ti ritrovi in un gioco diverso, magari in una gara di schiaffi, magari a terra sanguinante ma almeno sei te che te la sei cercata e te la sei voluta. Roba importante questa, c’è da riuscirci sempre più spesso, di sei mesi in sei mesi, nonostante l’umore a montagna russa…metterci un po’ d’anima, sentire che dentro quella carne c’è qualcosa che soffia e non un meccanismo ad inerzia perenne che si muove perché appena nati qualcuno ha girato una chiave a molla.

La ricorderete tutti…la pubblicità del leone e della gazzella…”l’importante è correre”…giusto?

Ecco, non serve ad un cazzo essere leone o gazzella o ghepardo o Velociraptor e nemmeno svegliarsi e correre a velocità Shuttle nella prateria…la sola cosa che conta è essere vivi, in qualche modo, e provare ad andare da qualche parte. Da vivi. Si fotta il leone che ha fame o la gazzella sfigata, c’è da svegliarsi e sentirsi vivi, solo questo.

Al diavolo insieme al Canova chi dice che l’importante è correre.

A correre ci riescono tutti, pure i morti.

Se vi guardate in giro, di gente morta che corre ne è pieno il mondo.