247° giorno – Intuizioni

C’era una discussione in ballo mentre il tramonto stava alle spalle, sul lago e il castello di Sirmione da qualche parte lì, dietro bar e pizzerie e gente e albero di Natale estremamente ciccione, troppo basso, troppo largo, troppe luci bianche e blu, troppi turisti attorno che invece di stare fermi immobili e zitti a guardare i colori giallo-blu-arancio-nero dispersi ma omogenei su almeno centottanta gradi di acqua placida, scattano foto ricordo che non guarderanno mai più e verranno eliminate quando salteranno fuori un giorno d’estate e si diranno “che brutta foto e che brutto albero di Natale”. La discussione verteva sul concetto di ‘Pronti…partenza…via’ che in effetti se ci pensate perché si dovrebbe partire al ‘Via’ e non su ‘Partenza’? Che ad andare di logica e non tradizione…’Partenza’ significa che c’è da andare e correre fortissimo e che ‘Via’ non significa nulla. Capisco poi che sia difficile sostituirlo con un ben più logico ‘Pronti a partire’ che è troppo lungo e perdi il ritmo e i muscoli rimangono tesi e lì rischi gli infortuni ai quadricipiti e io ci son passato…mi avevano tirato un colpo durante una partita di basket e due ore dopo facendo la doccia il muscolo mi si rattrappisce e la gamba si gira all’indietro, tutto diventa viola e ci metto due mesi a camminare come un individuo normale. Quindi bho, gli altri prendono un caffè e io un gelato cioccolato e pistacchio, camminiamo tra queste viuzze con ingressi medievali e semafori moderni e gente in macchina che impazzisce mentre cerca di non investire coppiette e coppiette…ci sono solo coppiette in questo posto oltre gli abitanti…camminiamo e decidiamo che da ora in poi si scatterà sempre sul ‘Partenza’ e se l’omino con la pistola farà polemica interverremo polemicamente anche noi contro la tradizione facendo sceneggiate patetiche uscendo sbattendo la porta che così si fa.

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246° giorno – Come il Gino

Quando arriviamo ieri sera c’è Gino che ci aspetta, lampadato maestro di sci vestito sportivo brizzolato ‘bene’ di 45 anni, sorriso facile con giacca figa e Timberland scure molto belle che ci da le chiavi della reggia anche se “solo il piano sotto…da quando mamma è morta la affitto e a volte diventa pure Bed&Breakfast”…mille stanze, mille letti con specchi da chiavata e muri doppia tonalità con i brillantini, mobili di legno vero, vasi verdi e luci soffuse, un albero di natale trash, videoregistratore anacronistico marchiato Sony con la scritta ‘smart engine’ in oro e un cocker…uno di quei cani coi boccoli e l’aria malinconica da vecchia signora…se ne sta di fuori nei 5.000 metri di giardino ma in casa non può entrare ci dice Gino prima di andarsene sempre sorridendo sulla sua Audi station wagon sportiva e sci già caricati sopra il tetto metallizzato tinta personalizzata.

Prima tappa supermercato Rossetto, altamente consigliato dal Gino…”andate dal Rossetto…ve lo consiglio” e sorride, anche se lui lavora nella grande distribuzione e forse qualche interesse mi sa che sotto sotto c’è…forse forse sorride per quello. Sulla strada, prima del Re dei discount, ci sono un paio di altri posti praticamente deserti senza macchine nel parcheggio…in uno c’è pure una scritta vendesi sui vetri frontali…l’altro aveva un nome impronunciabile mentre il ‘Rossetto’ ha insegne giganti flash, porte scorrevoli automatiche luminose e parcheggio pieno…visto che il resto del paese è deserto mi sa che son tutti qua. Non so voi…non so perché…credo sia per la teoria delle stringhe ma ogni supermercato pare un universo a parte…incredibile come i settori siano come spostati…trovo l’acqua frizzante ma quella naturale sta in un angolo oscuro…che ci siano mille articoli mai visti come carbonara pronta e pesci mai visti in una pescheria e credo manco in mare. Anche alla cassa è diverso, non ci chiedono carte, sacchetti di tre tipi diversi “ma non prendete quelli verdi che si rompono” ci dice la cassiera mentre sorride…sorride come il Gino e visto che prendiamo quelli più costosi mi sa che sono in combutta e Gino ride e ride mentre conta gli zeri del conto sulla sua Audi colore personalizzato.

A casa ci si sceglie il proprio letto visto che chi prima arriva meglio alloggia anche se siamo scapoli e arriveranno le coppie da accontentare e si sa che la vita di single è dura…si passa in secondo piano ma tanto ci siamo abituati ormai, non son più sacrifici. Brescia poi, oggi…e non è male anche se pare un gioco facile quando hai un castello…i castelli piacciono a tutti e poi questo ha i merletti, i parchi, dislivelli con scale e torri e tetti panoramici sopra la città e pure un ponte levatoio e una locomotiva dentro un recinto…insomma, c’è carne anche se il centro è il classico miscuglio di archi e palazzi di altra epoca mischiati con portici e scatole cubiche moderne, un orologio con lancette strane ed un sacco di gente che vaga fitta in tre-quattro direzioni. Noi giriamo un po’ anche se poi sale la voglia di rilassarci un secondo, sedersi, bere qualcosa ma pare incredibile, son tutti negozi o quasi e ci mettiamo un po’ a trovarne uno fico e non per menu esotici o arredamento etnico e musica di livello ma più per la barista mulatta dal sorriso perfetto e capelli ricci, uno di quegli amori che durano una giornata e poi spariscono nel nulla e in quella mezz’ora siamo stati fidanzati sposati bambini al seguito le peggio cose sporche pure in pubblico tipo quella volta, cofano di una Golf blu di chissà chi, dopo il concerto dei Pearl Jam mi pare…ed il brutto è che le bariste, come il mio amore segreto al Carducci di Varese, son bravissime a farti sentire il più simpatico e figo ed esci che sei sicuro che la prossima volta che entrerai lì verrai riconosciuto, avrai margine di manovra, primo mattone di una storia d’amore vera ma non è cosi…è un gioco…crudelissimo per chi ha dei veri sentimenti come me, saranno sempre falsi sguardi di interesse e “ma questo me lo ricordo…si si è lui” mentre dovrei non farmi film ed essere più pronto al gioco, come farebbe Gino, lampadato e sorridente e con l’Audi.

Eh si…dura vita per un genuino come me…come noi…meglio tornare nella nostra nuova casa, preparare cibo, aspettare il quarto e pensare a tutti quei micro-teorie-problemi quasi divertenti del tipo “fra tre giorni arrivano gli altri cinque e io penserò che questa è già un po’ casa mia che io mi affeziono in fretta ai posti…più che alle persone e so già che quando qualcuno si siederà sulla poltroncina lì nell’angolo a sinistra che l’ho sistemata con cura certosina sorriderò nervoso quasi incazzato che quella è mia e la casa è mia e voi siete solo ospiti…graditi ma ospiti”.

Che poi andrà bene, non ci penserò più, come ogni volta e i pensieri finiranno in un qualche punto del passato molto oscuro e dimenticato e sorriderò di questo e alle battute degli altri, come Gino anche se non cosi abbronzato e senza sci e senza Audi.

245° giorno – Nella valigia ora ci stanno le cose

Son migliorato nulla da dire, ora nella valigia ci stanno le cose almeno…cavolo, anni fa, quando uscire dal mio recinto era una novità spaventosa, non riuscivo a mettere in fila pensieri sufficienti per organizzare un viaggio in autonomia…troppe cose dimenticate e lasciate nel cassetto, fili e caricatori, asciugamani, bagnoschiuma e ciabatte…dimenticare quelle era l’inferno, uscire dalla doccia era come stare in palude…documenti, portafogli, biglietti aerei. Poi ho imparato, sarà per l’iterazione, valigia dopo valigia come partite a Tetris per infilare sempre più cose, che “quel caricatore arrotolato in quel modo riesco ad infilarlo tra maglione e shampoo mi sa” e mi riscopro pure previdente, medicine per ogni evenienza, dal raffreddore all’ebola…ci sono…e sacchetti per smistare vestiti sporchi puliti elettroni neutroni…ci sono…un minimo di schema piramidale nel disporre i vestiti…fatto. Poi, in verità in verità vi dico, guardando il risultato finale…a piegare le cose son sempre il solito disastro, le magliette o sembrano tombini quadrati di stoffa oppure sacche da golf, non c’è nulla del tocco di donna, non ci sono nozioni di geometria e colletti in ordine. Un habitat fragile la mia valigia…disordinato, una specie di schedario da geometra pazzo, una ricetta da grande chef in cui sbagli due mosse e il piatto fa schifo…se piego due volte una maglietta tutto salta, il mio mondo crolla come un jenga.

Valigie, valigie, anche quest’anno…in partenza per il capodanno di rito, in un qualche modo sono riuscito a stipare roba per un mese dentro il metro cubo del trolley…richiuderlo al ritorno sarà un incubo che le mie cose col tempo sembrano raddoppiare di volume. Ah, anche quest’anno la voglia è quasi nulla comunque…come ogni anno che ormai fa quasi parte del rito pure questo…ma so che son fatto cosi, la scintilla arriva e poi brillo di luce mia ma stavolta è dura, la parte sinistra del corpo è bloccata, collo e schiena fermi che devo aver preso freddo in quel momento li quel giorno la ed è per questo che ora è cosi che sei messo e la prossima volta impari…cosi mi dicono sempre. Poi ho la febbre, poi pure impegni e casini a casa che mi dicevo “dovrei rimanermene qua” e da una cosa ne aggiungi trenta altre, roba micro e insignificante, scuse e dolori e i piani ti sembrano meno brillanti e ‘ohy’, ci vivo troppo con queste parti di me che chiedono spazio e si lamentano, ostacolano il successo della mia mente e follia…sono una cazzo di valigia, pure io…sentimenti piegati male, emozioni stropicciate, fazzoletti di anima infilati tra bagnoschiuma e macchina fotografica…e ci sta sempre tutto alla fine, come ora…ma poi, quando tiro la cerniera e la apro e ci butto un occhio dentro…un groviglio di me e di tutto…e di Lei. Un disastro.

244° giorno – Prigioni

27 Dicembre, lo passo tra gabbie di plastica e vetro, con pesci e pesci-mammiferi che sguazzano dentro, fanno piroette o stanno immobili boccheggiando mentre frotte di bestie a due zampe tamburellano sui vetri e urlano e scattano foto. A dirla tutta, gli animali che stavano allo zoo di Berlino mi sembravano molto più depressi, nonostante ettari di savana e habitat vari ricreati alla perfezione e sottospecie di comfort…ricordo un maestoso leone e la sua leonessa accasciati con gli occhi tristi in una gabbia mentre gli umani sparavano flash nelle pupille senza rispetto…mentre questi, pare stiano meglio ma io lo so, in quegli occhi vitrei ci vedo dei sentimenti…sono una vittima del sistema di quel nazista di Walt Disney insieme a milioni di altri bambini, per me ‘Alla ricerca di Nemo’ è tratto da una storia vera e i pesci piangono e ridono, si preoccupano, riconoscono la differenza tra mare e vasca, pinnuti che sognano la libertà come Free Willy e da qualche parte giù nella barriera corallina, ci sono scuole tra gli anemoni, i pesci escono ad accompagnare i figli-pesci e c’è il maestro che è una manta e i pesci pagliaccio son simpatici e raccontano barzellette e “Motoschifo!” urla Nemo…dannato mio-bambino-dentro.

La cosa che poi ti colpisce quando ti vedi questi animali davanti, tipo i delfini, è che tu te li immaginavi più piccoli, al massimo grandi cosi…allarghi le braccia…e poi ti ritrovi con una roba più lunga della Punto che hai parcheggiato lì di fuori che a proposito…già costa tipo ‘una follia/ora’ ma ti trovi nel parcheggio immigrati e clandestini che chissà per quale logica, credono che tu non conosca il funzionamento delle sbarre elettroniche, pensano che tu non sappia premere il pulsante per prendere il biglietto e che trovare un parcheggio libero in 50 metri quadrati d’asfalto non sia roba per te…complicato…che forse per loro ti manca pure il senso della profondità nella vista, chissà, sicuramente hai deficit, hai bisogno di aiuto stile addetti alle piste d’atterraggio con palette luminose e che ti dicono “dietro dietro stop gira gira” come se ti stiano facendo un grosso favore anche se pure un cieco riuscirebbe a parcheggiare in retro anche con un carrarmato T-90 Afgano. Fatto sta che poi ti senti costretto a dargli qualcosa, fai un euro…minimo, nella speranza che lui e la sua gang non ti vogliano ricamare la macchina con dei ferri per divertimento o dispetto.

Tornando al discorso prigioni e gabbie e acquario, quando vedo queste bestie magnifiche da dietro cento millimetri di polimetilmetacrilato trasparente al novantottopercento, penso che probabilmente solo gli animali senza occhi non sentono differenze…tipo anemoni, ricci, meduse…o magari anche quei pesci rossi senza memoria breve con il loro universo che si resetta ogni cinque minuti ecco…mentre gli altri soffrono e vorrei vederli tutti liberi, sembrano agli arresti domiciliari. Immaginate la vostra vita…la dovete trascorrere rinchiusi in un appartamento…o magari anche in una villa, pure con strafiga inclusa, campo da tennis, piscina e solarium…è ovvio, logico, conseguenza inevitabile, che dopo un po’ vi ritrovereste a sognare file alla posta il sabato mattina, numero 14 all’ambulatorio e voi avete il 64, traffico delle 17:36 in tangenziale e migliaia di puntini sfocati rossi e bianchi in lontananza e solo le frequenza FM che vi salvano dalla pazzia, “domani c’ho un sacco di lavoro da fare per la commessa 36 o il mio capo mi farcisce il culo di calci” dite mentre smanettate sul telefono…no no…c’è da capirli, ci vuole empatia globale, li voglio liberi nonostante ami filmarli, fotografarli, conservarli in dettaglio nel cassetto dei ricordi belli…ma da quando è riemersa in me una decisa vena naturalista, lo penso spesso…dai giorni di Berlino, zoo, leoni tristi e rinoceronte in gabbia alle 18:20 precisamente. Io rimango sempre il solito ingenuo e genuino ragazzo che assaggerebbe ogni bestia con meno di sei zampe sulla faccia della terra per carità…ma la mia fame è una forma di rispetto, è un discorso che ho già fatto…voglio giocare ad armi pari con la Natura, tutti sparsi e liberi sul campo e se un qualche leone-tigre-bestia feroce coi denti riesce a mangiarmi prima che io mangi lui…ben fatto, brava Natura, applausi.

Dopo ore nella penombra, blu e acqua esco per tornare tra i miei simili, almeno in apparenza. Mi siedo su una panchina, sole giallo in faccia che oggi sembra primavera, un carico di focacce e bevande nello zaino, osservo, mangio e faccio foto agli animali della mia specie. Ci sono esemplari adulti con cuccioli rumorosi e del tipo ‘voglio questo-ueeehhhh-ho fame-voglio il giocattolo-blabla’…esemplari anziani con proboscidi infilati in giornali o mezzi addormentati su panchine di cemento ed altri in rituali amorosi in cerca di accoppiamenti protetti e occasionali con l’altro sesso. Rimango in quello zoo-safari a cielo aperto finché il sole non precipita dietro lo skyline del porto di Genova e la temperatura scende quindi mi alzo e ritorno al parcheggio tra le mille scatole technicolor di metallo freddo.

Il branco di Parcheggiatoris Abusivisissimus è molto più agitato e meno sereno di prima…non stanno più appoggiati ai muretti nullafacenti e nemmeno direzionano i Guidatorae Ansiosis verso trappole monetarie sogghignando mentre arrotolano braccialetti colorati no…ora c’è uno sciame di finanzieri attorno a loro che manco a farlo apposta, a parlare di gabbie e prigioni, mi sa che qualche mio ‘simile’ stasera si ritroverà dietro le sbarre, un po’ meno libero del solito.

243° giorno – Silenzio

Ero nella parte più profonda di una caverna quando ho sperimentato il buio e il silenzio più assoluto per la prima volta. Abbiamo spento le luci, seduti su un pezzo di roccia gelida e sentivo il sangue muoversi nelle vene. Il nero e il silenzio riempono…riempono perchè sono cose a cui non siamo abituati quindi non è ‘nulla’ o ‘assenza’ ma sensazioni nuove che si infilano nella mente…il nero cosi assoluto che sembra quasi fisico, il silenzio che rende le orecchie ovattate e rumori minimi che non avevi mai sentito come il battito, il tuo cuore, il tuo ‘Tum-Tum’ nelle orecchie…non è piacevole…preferisco avere il rumore, quando devo concentrarmi, pensare, tentare di dormire…una macchina che passa, ronzii sommessi di macchinari per purificare-riscaldare-raffreddare aria…dio quanto dormo bene nelle cabine delle navi e il suono del condizionatore…o le estati con il ciclico fruscio del ventilatore…il brusio di un soffione che rilascia acqua ad alta pressione nella mia vasca preferita…un po’ più in alto…un po’ più in basso come un’astronave in partenza o che sta spegnendo i motori…e la luce poi…i fari delle auto, la luce che si infrange nelle persiane e le lame ambra sul soffitto di casa…sempre sognato di una camera d’albergo con i neon fuori e lampi verdi e rossi sulle pareti e sugli specchi.

Ieri non riuscivo a prendere sonno. Ero da basso…non ci dormo mai…e c’era silenzio…la lavatrice era spenta, spine, ciabatte, attacchi…tutti staccati…nessun fruscio elettrico-elettronico…sono stato sveglio ore fissando il gioco di ombre delle lampade che reagivano alla debole luce dei lampioni del giardino, finchè non si sono spenti, poi troppo buio e troppo silenzio. Stamattina, senza dire nulla, ho attaccato il frigorifero. Dentro non c’è nulla…quindi totale spreco di watt, volts, energia e petrolio ma almeno stanotte, avrò un brusio amico nella testa.

242° giorno – Dubbi

Viene a mangiare un amico di famiglia stasera, è un prete Nigeriano ed è sempre interessante come riesca inspiegabilmente, ogni volta, a farmi dubitare su quello che voglio credere…o meglio, non voglio…cioè mi spiego, forse è dovuto alla immensa stima che provo per lui…uomo di fede vero, di intelligenza e serenità spaventosa, sopravvissuto ad un fulmine, dotato di umiltà vera…fatto sta che quando ci parlo poi sto sempre a rivalutare i miei dubbi profondi su cielo, vita, chi sta sopra e chi sta sotto, al futuro, ai significati, alle cose perse. Lui compie 56 anni oggi…si a Natale, io due giorni fa, ci chiamiamo uguale, oggi era a Varese e “Vengo a mangiare da voi stasera” ci dice, non è una richiesta…che in realtà non serve… ci dice che viene e basta.

Quando arriva, sempre più magro, giacca tre volte più grande ormai, saluta e si siede, mi chiede…

“Come va…quando ti sposi allora che devo celebrare io?”

…e io gli dico “…che ti devo dire…al solito…non va benissimo…”

“Bhe io prego per te…sai…quando a me succede qualcosa di bello e sono contento…io mi dico sempre oggi è cosi…ma domani chissà…e quando tutto va male…tutto gira storto e le cose non vanno…io mi dico che oggi è cosi…ma domani chissà”, non il solito discorso ‘chiedi e ti sarà dato’ di chi si affida al fato o a qualsiasi divinità, sono quasi più parole di chi si è trovato un fulmine in faccia che ha distrutto sei alberi prima che gli arrivasse addosso, lui era il prossimo ma è rimasto vivo…non da prete, ha la sua fede ma sa che la vita terrena è una sorpresa dopo l’altra, che quel che viene dopo non sta a noi saperlo, che non c’è giusto o ingiusto ma un piano superiore, c’è speranza e fiducia ogni giorno.

A questo penso, quando mi ritrovo i dubbi sotto le scarpe insieme all’autostima a volte…e la speranza che certe cose cambino non si trova…penso che vorrei riuscirci, essere cosi, sereno, sapere che tempesta e quiete sono facce della stessa medaglia.

241° giorno – Il mio turno

Oh bene…vigilia di Natale quindi e non ci sono più abituato alla casa, alle relazioni interpersonali, la TV mi annoia e i videogiochi mi annoiano e le luci ad intermittenza mi annoiano, avrei solo voglia di dormire ma non si può, “non fare l’associale cazzo” che ci sono parenti in visita e devi condividere gioia e canzoni di Natale, panettoni e pandori, dolci e calorie, calorie, calorie ma alle sei esco comunque, ci riesco con buon motivo, mi getto nella mischia, recuperare due regali dell’ultimo momento, la cosa peggiore che si possa fare, tipico di chi si trova una festa in mezzo alle palle e manco se n’è accorto.

Sto nel settore dei pupazzi quando “Scusa…secondo te queste piante vanno bene per un regalo?” mi chiede un ragazzo, rasato con cresta centrale, tre centimetri di spazzola tinteggiata di verde con codino posteriore, sorride di gusto quando mi ferma, quando mi fa la domanda, quando si gira a guardare i suoi amici…uno stangone con occhiali rettangolari e giacca rossa, l’altro una specie di nano barbuto a cui manca l’ascia.

“Bhe dipende…a chi lo devi regalare?”
“I genitori della mia ragazza…che ti sembrano?”

Una ha foglie larghe, rosse con macchie nere e strani tentacoli gialli, sembra una pianta carnivora marcia…l’altra è tipo una palma nana che non sta bene, “Questa mi sembra una pianta carnivora marcia…l’altra una palma nana che non sta bene” gli dico. I ragazzi ridono e pure a me viene da ridere.

“Dio son tremende…ma una stella di Natale?” continuo
“Cazzo le avevano finite…”
“A sto punto cerca una serra…”
“E no..” interviene l’amico alto “sono tre ore che metto giù e su ste cazzo di piante che non vanno mai bene…”
“Allora no via…bene cosi…si fottano i genitori della tua tipa” dico

Pare decidano cosi, mi salutano e li saluto, mi metto in fila alla cassa…davanti ho una vecchia incappottata di beige e capelli biondo sporco, occhiali del tipo un po’ snob…sottili e appuntiti con cordicella…e mi guarda, girata verso di me anche se la sua spesa sul nastro va dalla parte opposta, sembra che attenda qualcosa ecco…poi, prende quel triangolo di plastica che sta sul bordo e lo mette tra me e lei, tira su un muro nero con su scritto ‘il vostro turno’ e mi sta sul cazzo perché accidenti, ho lasciato due metri dal tuo ultimo articolo…pensi davvero che te li possa far pagare…che non me ne accorga…o che qualcuno si sbagli…io, te o la cassiera…uno di noi capirà cosa è tuo e cosa è mio credo, non potrebbe mai succedere nulla e si, tu lo pensavi, ammettilo stronza che mi guardavi e aspettavi che lo facessi io, che mettessi quel triangolo ma no, io ho messo lo spazio, mi fido di tutti qua dentro che è quasi Natale e se mi chiedessi dei soldi io te li presterei pure sai? Ma non te…no…te costruisci barriere invece di essere più buona, vecchia del cazzo.

Se ne va pagando il suo e mi lascia il posto, ‘il vostro turno’ appunto, pago comprando anche due sacchetti di plastica biodegradabili sovrapprezzati, attraverso un po’ pensieroso il vialone del centro commerciale tra gente che scommette la pensione su grattaeperdi e schedina, mangia pizzette e compra smartphone e fuori piove, gli alberi di natale sono scintillanti ma plastificati e tutto mi sembra falso e non meritevole di festeggiamento…devono essere gli strascichi del mio compleanno e dei miei ultimi trent’anni di pensieri…mi incupisco. Poi però, incontro di nuovo i tre tipi di prima, mi sorridono e mi salutano, in mano non hanno più le piante

“Facevano cagare cazzo…” dice il nano
“Ma no dai…certo…non erano adatte al Natale ecco..ma la pianta carnivora era fica…”
“Si si…quella era fica…vediamo che troviamo in giro…Buon Natale”

Li saluto, il centro commerciale è in chiusura…c’è una voce robotica che intima tutti quanti a sloggiare. Ora me ne tornerò a casa, ci saranno carboidrati sulla tavola, poi del pesce, poi qualcos’altro…aspetterò le nove e guarderò ‘Una poltrona per due’ per la prima volta nella mia vita scindendo l’universo in tanti micromondi alternativi ma sono ottimista…si dai…la gente simpatica esiste ancora come i tre tizi della pianta…e poi esiste il pandoro e le luci colorate e le poltrone comode…perché no…proviamoci…Buon Natale.

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240° giorno – Circolo di confusione

Circolo di confusione…il più piccolo cerchio che l’occhio umano riesce a distinguere ad una determinata distanza…roba di fotografia, ottica, leggi fisiche che parlano di luce, puntini sfocati nello sfondo di foto con modelle nude e ci penso mentre esploro le camere, non trovo gli occhiali “dove sono…li avete visti?” “Devo andare a lavoro dove sono” dico ma la gente mi abbraccia e mi dice “stai diventando vecchio” “trent’anni son tanti” e messaggi di testo digitali segnalati dai mille ‘TA-TLAN’ del telefono arrivano continui, come sirene anti nebbia , volume 28/30, pensieri confusi ancor più da quando ormai non ho più un ‘2’ davanti, “forse son di cordoglio o forse di auguri” penso, chissà. Come regalo personale esco mezz’ora in ritardo…a lavoro tutti sanno del cambio di numero davanti, forse per passaparola, non so la fonte, non lo scopro, pacche sulle spalle, “Auguri!” “Stasera fai bordello cazzo!” “Cavolo ti portiamo al Corona con le puttane strafighe” dolci sirene “palpeggiamo tocchiamo si divertiamo ce la spassiamo” gambe lunghe e lisce. “Chissà come l’hanno saputo” mi dico “di quel 3 davanti”…le date son sparite anche dai social network da anni ed è rimasta roba privata tra me e quelli vicini davvero e che si ricordano anche se, pensieri da appena sveglio, avrei preferito che nemmeno loro calcassero la mano su quel nuovo numero della mia vita, ‘3’…per carità poi, non vuol dire nulla, “solo un numero” si dice, non cambia le prospettive anche se il mondo vuole convincerti di si, posti di lavoro in cui cominci ad essere nel margine esterno, la gente ti pressa in attesa del tuo definitivo exploit o la consacrazione del tuo fallimento, pronti con chiodi e martello che nella bara tanto ti ci sei messo da solo ed hai pure appoggiato il coperchio, nonostante tu da dentro gridi ancora “son giovane! son giovane!” che non è che la schiena di colpo fa male o non distingui più i piccoli cerchi e la vista si appanna come i vetro di un bar d’inverno, che l’occhio umano ha dei limiti sapete? Al di sotto di un certo diametro non riesce a distinguere un cerchio, ci vedrà solo un punto e se prendete un foglio e una penna e disegnate un punto e provate a guardarlo da vicino…non è un punto ma un piccolissimo cerchio…circolo di confusione. 

La vasca è stracolma di acqua bollente, ma nessuna schiuma, sul bordo liscio non c’è nessun bagnoschiuma “Cristoiddiosantissimo ma sarà mai possibile…che non esiste vasca se non esiste bagnoschiuma e sapone” e mi alzo, frugo nudo e bagnato tra gli sportelli, recupero brodaglia verde inscatolata in un cilindro di plastica trasparente con indicazione di Ph, la appoggio sul bordo ma quella scivola e “PAFF!” cade e si riempe di acqua, schizzi e acqua ovunque sulle piastrelle old-style e per terra e capisco che c’era un motivo per l’assenza di recipienti e bottiglie…se una madre fa qualcosa c’è una ragione e chi sono io che non so fare nulla per dimostrare il contrario, andare contro lucida logica. Sono fatto male e devo pentirmi, chiedo ammenda e ringrazio il destino per una famiglia che ha costruito quattro mura calde ed un tetto, che ha inserito caldaie e tubi con l’aiuto delle anime di idraulici vecchi e ubriachi, acqua che scorre calda a fiumi, un miracolo vero. Esco caldo e grato con la pioggia che scende, scorre sulla testa e i pensieri, sugli appuntamenti spostati , “la città è l’inferno!” dice un’amica quando entro in macchina, il mondo è alla fine, la gente è in panico e va di corsa, si accalca in casse, consegna sacchi di soldi per mercanzia di plastica nella solita gara annuale per comprare il sorriso del prossimo mentre io, con la saggezza del ‘3’ davanti penso solo che non andrò al Carducci, niente cameriera dai capelli di rame, sorriso timido e silenzioso, gambe magre e lunghe, occhi che incrociano i miei ogni qualvolta che tento di vedere se c’è, se lavora, se è dietro il bancone mentre io fuori che passo davanti nella strada e la sua polvere, come John Fante e la sua Camilla dagli occhi selvaggi…

…ho finito il suo libro proprio oggi…mentre mi farciscono di crema una torta al limone e mettono candeline e segnali luminosi io mi isolo da tutto per stare con Camilla nel deserto, seduto con il culo sulla poltrona comoda ma con la mente nella povertà e nell’amore di Los Angeles, nel dramma, tra il patetico e il tragico fino all’ultima pagina bianca e la copertina, la fine di quella storia, l’ambizione, il nulla e la polvere, il deserto, orme sulla sabbia e la fine di un giovane come me si, che vuol diventare scrittore di nome come me si, anch’io con la mia Camilla dai capelli di rame anche se per John quello è l’epilogo…deserto e morte e tristezza mentre io credo nei cerchi, alla ‘fine’ come ‘nuovo inizio’, pur se sfocato, piccolo, insignificante, confuso ma pur sempre un cerchio, non solo un punto, non ancora…non ancora.

239° giorno – Vita e scrittura

Mi sentivo abbastanza carico oggi, anche se stasera…Dio…sto crollando dal sonno e la testa ciondola mentre tutta la famiglia e gli zii stanno di là, e parlano e ridono tutti assieme mentre io di fronte al portatile, che sbadiglio, che in pratica dormo sulla tastiera. Mi sono bruciato mezzo libro di John Fante in treno, mentre seguivo i passi di una ragazza bellissima che ho incrociato stamattina alle 11:16 e pure alle 17:36, stesso treno, stessa carrozza, mi si siede a fianco la sera e io son contento ma poi si alza e se ne va in un’altra carrozza…peccato, gran belle gambe che spariscono da sotto gli occhi ma va bhe, rimango con ‘Chiedi alla polvere’ che è un libro straordinario, ne leggo 30 pagine all’andata e io mi dico che una roba cosi non l’ho mai letta in vita mia e forse non la scriverò mai…scoraggiante all’inizio stimolante poi, quando analizzi nel dettaglio e noti che tutto si basa su vita vissuta…sopravvivenza tra personaggi veri, prostitute, gente buona e gente cattiva, povertà, amore facile, alcool…roba che, nonostante tutte le cose che faccio, rimango un bravo ragazzo troppo ben coccolato e comodo tra le mura di casa per poter parlare di cose cosi vere e credo che se ti chiedi di cosa vuoi scrivere e come vuoi scrivere, nella vita e prima della morte fisica o mentale, c’è da riflettere su come vuoi vivere pure, fare cose per poterle mettere su carta che si, puoi inventare e scrivere di mondi e storie che non esistono ma il mondo reale…quello sprigiona pathos, sudore e sangue vero, follia e odio e amore genuino che anche ad immaginare con vividezza…son solo approssimazioni, sentito dire, la differenza che passa tra un giornaletto porno e la ragazza nuda sul letto. 

Ero a Milano quindi, vagavo perlopiù, bevevo e mangiavo cose, scattavo fotografie a gente quasi sempre ignara e pensavo a John e allo stile, al mio non-stile, alle cose che mi mancano come pezzi di puzzle. Quindi, mi son fatto uno di quei discorsi personali tra me e me ma molto sereno stavolta, senza stare a litigare e come se fosse un compromesso, un patto in comune, mi son deciso a provarci seriamente in tutto quello che è vita vera, senza fermarsi ad osservare le anime perse che mi stanno attorno, troppo blando troppo blando…no no…qua c’è bisogno di amare seriamente, viaggiare e vedere aurore boreali, conoscere gente che puzza da morire, vecchi e giovani, baristi e camionisti, assimilare assimilare assimilare e vedere se poi qualcosa si forma nel cervello per cadere come inchiostro sulla carta, prima o poi, se ne sarò degno soprattutto, se il talento esce dalla pelle, se la penna scrive da sola, stato di trance, creatività pura, scrittura meritevole di essere ricordata.

238° giorno – Amore/2

Torno dalla serata con un’idea profonda in mente, che le notti in più di due e meno di quattro son le migliori per la filosofia semplice, quella che parla di vita, futuro e paure, che il tre è un gran numero pure per gli umani, mica solo per divinità varie ed eventuali soprattutto poi, se discuti con vino vodka e limone in circolo, che è cosi che si fa tra amici. Bhe, dicevo…idea profonda, che nei momenti di pausa, silenzio, riflessione, mi tornano in mente mezze storie d’amore del passato e io pensavo, che se son state solo mezze è perché io i sentimenti li ho sempre urlati troppo, che a far le cose giuste, forse, più la cosa è grande e più la devi ‘chiamare’ sottovoce, con calma, che le cose grandi non sempre son solide, se crollano fanno rumore e basta un filo d’aria a farle oscillare, che con gli animali grossi non sai mai come si comportano, anche con loro c’è da fare piano, muoversi lenti, non urlare, “che hanno più paura loro di te che te di loro” dicono. Sentimenti sussurrati ecco, senza far baccano, per amori interi, senza premura, quando verranno.