296° giorno – Una serie di fortunati eventi

Dovrebbe passare adesso il pullman ma non si vede…e se passasse dico…lo faccio il biglietto? I controllori mica lavorano alle 21:16 mi sa…e anche se mi beccassero poi…sono da solo in città, io e il cartone da macero fuori dai negozi, mi beccherei la ramanzina da solo in un pullman che il problema dell’essere beccati non sono i due spicci della multa e nemmeno l’ansia o l’adrenalina quando lo vedi salire con la porta dietro chiusa e lo sguardo da Robocop…no…è la vergogna di essere in pubblico in mezzo a 22 persone sedute, 65 in piedi ed 1 in carrozzina che ti guardano mentre fai la tua bella figura di merda stile bambino chiamato alla lavagna senza aver studiato.

21:18 e arriva. Completamente vuoto…lo sospettavo…luci al neon e ‘P’ luminosa li davanti, Penultimo Pullman prima del nulla serale, mi siedo in mezzo e mi stravacco, alla fine lo Pago quell’euro e trenta che per sto viaggio ne spenderanno almeno tre in gasolio, viaggiano in perdita da una certa in poi e non me la sento di rubare.

Stravolto.

Ho la testa che mi gira dalla mattina, avevo intenzione di starmene a casa almeno fino alle nove per cercare un nuovo baricentro gravitazionale per i miei pensieri standomene a letto ma troppe questioni sospese, lavori in corso, affari da sbrigare, tradizionali ritardi…roba che mi devasta ancora di più ora dopo ora ma le cose cambiano…mi ritrovo con una schiena il pomeriggio, quasi nuova e una serie di fortunati eventi che stamattina il programma era fisio per poi andare a fare delle foto ad un amico…calcetto, ma “forse piove” mi dice, meglio settimana prossima e quindi penso di fermarmi ed allenarmi con un altro amico ma quello “No…lavoro fino alle 22” e di stare da solo alla scala non ne ho proprio voglia, meglio andare in giro e fare un po’ di foto street che una rivista mi ha chiesto dieci foto per una serie e le mie son belle ma incomplete e devo lavorarci su per gloria e fama futura. Solo che poi incontro un amica e andiamo in libreria e parliamo, lei si fuma una sigaretta e parla di viaggi, si fanno due passi e si parla di viaggi, stiamo fermi davanti alla porta e si parla di viaggi. E si fan le sette. Ed è tardi. Ma rimango comunque in giro anche se non sono ‘confident’, la strada mi rifiuta, pochi scatti e pure brutti, poca gente e poco interessante o forse sono solo io il problema…ma continuo, prolungo fino al centro, temporeggio, entro nel solito bar ma con nuova barista mai vista prima e siamo completamente soli e si comincia con due parole e poi venti e poi duecento e finisce che sto li due ore a parlare di vita, morte, futuro, amore, pensieri, anarchia, lavoro e sogni finché non è ora di chiusura e nessuno è entrato o uscito e tutto è sospeso nel nulla e forse, in tutta la città… mondo…universo, ci siamo solo io e lei.

263° giorno – La compagna di allenamento

Io mi alleno tra due piazze collegate con scale, sbarre e pezzi di strada, anche se erano due mesi o forse più…anzi ‘più’ che non ci ritornavo…soliti conti in sospeso con virus, ginocchia, dolori muscolari e il fatto che io mi dimentichi sempre di fare stretching quando serve, quindi sempre.

Non mi conosce nessuno…ma mi salutano tutti…beh si…tranne quella bellissima ragazza baciata dal sole del condominio sotto i portici in realtà…lei ancora non mi saluta ma gli altri, tutte le famiglie, quando escono e mi incrociano sorridono o un cenno di riconoscimento, mi dicono due parole tipo “sempre ad allenarti eh?” e io “eh si…grazie salve”…fa piacere ecco.

Quest’estate, esco dal lavoro e ancora il sole splende e nell’aria ci sono i gradi di adesso ma moltiplicati per dieci. Verso le sei, ogni giorno, sbuca fuori questa vecchietta che ha una particolare adorazione per me…mi chiama dalla finestra e io mollo l’allenamento ogni volta per stare lì a fare due chiacchiere anche se significa fare lo strillone delle notizie serali visto che è sorda e non sente un cazzo di niente. I discorsi sono sempre i soliti…operazione al bacino da fare…cosi gli dice il dottore ma lei non se la sente che non si sa come va e io che le dico che dovrebbe farla che camminare bene è una cosa importante visto che le piace andare in giro dai nipoti nonostante gli ottantatre anni e lei che parla in dialetto lombardo e capisco solo due parole su venti ma faccio comunque ‘si’ con la testa e mi ripete stavolta in italiano che alla sua età è dura cambiare e che la vita è cosi che c’è chi resta e chi va come suo marito e come andrà andrà e poi chiede di me del lavoro e di mia madre…non so perché mi chiede sempre di mia madre.

Fatto sta che un giorno, vado ad allenarmi ma sono incazzato, piove pure e io sto li con cappuccio e rabbia e mani che si stringono, volume che perfora i timpani, salti che distruggono le ginocchia e manco mi importa perché voglio che il male si senta più della rabbia e che i denti si stringano per la fatica e non per i pensieri e sto li, sotto il portico, a sudare come un maiale e a sfogarmi e vedo la tapparella che si alza e la vecchina che si affaccia alla finestra…la noto con la coda dell’occhio e mi chiama, fa gesti…mi saluta.

Io però la ignoro, ho il cappuccio e faccio finta di non vedere, mi giro, inizio a correre tra piazze e scale sfuggendole alla vista stando sotto piante e archi e infilandomi per il resto della serata nell’altra piazza, quella grande, quella in cui non mi caga nessuno.

Poi torno a casa…e i giorni dopo ultimi impegni, lavori da finire, serate finali, parto, Sardegna per un mese e più, al ritorno subito malato e subito altri impegni e mi faccio male, mi alleno a casa, mi alleno con altre persone in altri posti, poi non mi alleno e basta per due mesi, ricomincio, autunno e influenze, altri dolori ed eccoci qui, che riprendo sperando in un po’ di tregua…e sono già tre giorni che passo nella piazzetta e vedo la tapparella giù e le luci spente e ci penso…sapete a cosa…che forse è morta, che a quell’età pure malconci può succedere che come dice lei c’è chi va e c’è chi resta e mi dispiace perché ripenso a quel giorno che non dovevo ignorarla ma fermarmi e parlarle, che la rabbia se vuoi con la testa la controlli e non lasci che sia lei a controllare te, che il rispetto per gli altri e le gentilezze fanno parte di te e non si dimenticano per una giornata storta.

E adesso sono qui, che faccio un po’ di esercizi e c’è freddo e il vento e la pioggia e la mente sgombra e controllata, il volume a 24 e la felpa di superman quasi zuppa quando quella luce si accende e la tapparella si alza. Sbuca la testa della vecchina ma non guarda me…solo fuori, nemmeno mi ha notato dietro gli alberi tutto incappucciato…sta li e guarda la piazza, il vento la pioggia e il buio con i suoi pensieri e io mi dico che potrei pure starmene qua dietro a farmi i cazzi miei ma poi vado verso il centro della piazza, dove può vedermi anche se so già che mi parlerà del bacino e del dottore e dei nipoti e del marito e delle scelte e mi chiederà di mia madre, come ogni volta ma si…che importa, mi tolgo il cappuccio, faccio quattro passi verso il centro e alzo un po’ la voce.

“Salve come va?”

256° giorno – Che tanto fra 21 miliardi di anni è tutto finito

“…e ti spiega in modo semplice un sacco di cose complicate come l’amore…”

“E che c’è di complicato nell’amore…tre parole…è…una…merda”

Lei mi dice che sono caustico e freddo. Caustico e freddo. Mi danno del caustico e freddo ma d’altronde siamo a Gennaio ed è periodo…d’altronde sono a Varese ed è pure posto, caustico e freddo…d’altronde vivo in mondo buttato in un universo caustico e freddo…che si espande e si espande e intanto l’energia raggiunge un equilibrio e nemmeno si trasforma più, l’entropia svanisce e le galassie quindi si separano, stelle e pianeti si disgregano mentre la gravità crolla e buchi neri supermassivi smettono di risucchiare energia, le pulsar più luminose si spengono come candele al vento e tutto si riduce ad una poltiglia di atomi più fini del neutronio, cocktail di quark che si disintegrano fino all’inevitabile zero cosmico, fra circa 21 miliardi di anni.

Studiavo cosmologia ieri…cosi, per passare il tempo…passavo dalle varie teorie delle stringhe, bosoni, anelli chiusi e aperti ai buchi neri e ponti di Einstein-Rosen e una cosa tira l’altra, passi allo scattering, radiazioni di fondo, materia strana, esotica e oscura, scopri la teoria della morte termica dell’universo e i calcoli e le equazioni e tutti gli scenari che ne conseguono…e quel cronometro, “21 miliardi di anni”, la data di scadenza di una roba che nemmeno sappiamo con certezza com’è fatta, dove e quando finisce e cosa c’ha attorno, se c’è il bianco denso e luminoso o se siamo dentro la biglia di un alieno gigante come in Man in Black o se è tutto un enorme Truman Show di cui non ci abbiamo mai capito nulla.

Lo tiro fuori a lavoro l’argomento tanto ci penso…almeno tutto ieri…”Teo ma lo sai che l’universo finisce fra 21 miliardi di anni?” faccio e lui “tanto sarò già morto” e mi immaginavo già la risposta, è fatto cosi, coi pensieri sta molto più su la terra del sottoscritto ed è un mio grosso problema…immaginare cose troppo più grandi di me ed eternamente lontane invece di rimanere collegato con la realtà che mi circonda. A casa la sera ci provo pure con Sorella, che di solito finiamo con il parlare e discutere di robe parecchio profonde…ma anche lei “e quindi? Sarò morta e pure i miei figli e pure i figli dei miei figli” e io mi chiedo se ci sono solo io nell’universo a trovare spaventosa l’idea che se questa teoria è giusta…e le cose vanno come devono e l’universo è davvero di quella forma e le stringhe spiegano tutta la fisica e i bosoni e le stelle si comportano come pensano i fisici e l’energia e la materia oscura esistono davvero…allora il destino…il futuro di miliardi di galassie e stelle grandi 2100 soli e pulsar 1000 volte più luminose di 100 miliardi di stelle messe assieme e civiltà, culture, amori alieni, atmosfere diverse, ipernove, raggi gamma e venti cosmici, faune sconosciute di mondi non vedremo mai…il destino di tutto questo…sta scritto in un equazione lunga tipo tre centimetri mentre noi stiamo qua in questo buco a litigare per olio e pezzi di terra e a chiederci chi è Dio, se esiste o se esisterà mai qualcosa del genere.

Ma solo io lo trovo terrificante?

243° giorno – Silenzio

Ero nella parte più profonda di una caverna quando ho sperimentato il buio e il silenzio più assoluto per la prima volta. Abbiamo spento le luci, seduti su un pezzo di roccia gelida e sentivo il sangue muoversi nelle vene. Il nero e il silenzio riempono…riempono perchè sono cose a cui non siamo abituati quindi non è ‘nulla’ o ‘assenza’ ma sensazioni nuove che si infilano nella mente…il nero cosi assoluto che sembra quasi fisico, il silenzio che rende le orecchie ovattate e rumori minimi che non avevi mai sentito come il battito, il tuo cuore, il tuo ‘Tum-Tum’ nelle orecchie…non è piacevole…preferisco avere il rumore, quando devo concentrarmi, pensare, tentare di dormire…una macchina che passa, ronzii sommessi di macchinari per purificare-riscaldare-raffreddare aria…dio quanto dormo bene nelle cabine delle navi e il suono del condizionatore…o le estati con il ciclico fruscio del ventilatore…il brusio di un soffione che rilascia acqua ad alta pressione nella mia vasca preferita…un po’ più in alto…un po’ più in basso come un’astronave in partenza o che sta spegnendo i motori…e la luce poi…i fari delle auto, la luce che si infrange nelle persiane e le lame ambra sul soffitto di casa…sempre sognato di una camera d’albergo con i neon fuori e lampi verdi e rossi sulle pareti e sugli specchi.

Ieri non riuscivo a prendere sonno. Ero da basso…non ci dormo mai…e c’era silenzio…la lavatrice era spenta, spine, ciabatte, attacchi…tutti staccati…nessun fruscio elettrico-elettronico…sono stato sveglio ore fissando il gioco di ombre delle lampade che reagivano alla debole luce dei lampioni del giardino, finchè non si sono spenti, poi troppo buio e troppo silenzio. Stamattina, senza dire nulla, ho attaccato il frigorifero. Dentro non c’è nulla…quindi totale spreco di watt, volts, energia e petrolio ma almeno stanotte, avrò un brusio amico nella testa.

235° giorno – Dovrei smettere…

Un mio caro amico, quello “che è da fuori che lo vedi” ( * ) mi invita a cliccare mi piace su una pagina…è di un tizio che scrive un diario, ogni giorno e tiene pure un sito…leggo i primi pezzi e fanno cagare, lo stile è pessimo per non dire inesistente, sembra che non abbia idea di come iniziare…ha qualche picco ogni tanto ma si contraddice…è un po’ ipocrita, scostante nelle parole e nei pensieri, uno sbandato e pure la pagina non è pure tenuta granché bene… link automatizzati senz’anima incollati da super-server calcolatori, nessun confronto e nessun dialogo…nessun commento che a sto punto la domanda me la faccio…chissà se legge davvero…la gente…se davvero legge questa roba….la mia roba.

Scrivere ogni giorno è uno schifo. Complicato, perché come dice Charles, si scrive quando stai molto bene o molto male e io spesso mi ritrovo nel mezzo o un poco sopra…o un poco sotto…quindi mi costringo…cosa può uscire di buono da questo? Logorante, i pensieri si moltiplicano e gli occhi appena svegli vanno a scandagliare ogni cosa per immagazzinare che non si sa mai….se va male e alle 23 fissi il soffitto, col vuoto dentro tutti i tuoi spazi, puoi usare il cadavere di quell’insetto morto sul vetro per scrivere di qualcosa, o parlare di quel vecchio caduto dalle scale o il fatto che ami qualcuno di impossibile, sempre che sia di ‘qualcuno’ che tu sia innamorato e non di un ‘qualcosa’ o un ‘perché’ o solo di un ‘quando’. L’ossessione per raffinare lo stile e distinguerti…ti mangia il cervello…vai in giro e leggi e chiunque scriva un po’ bene diventa un nemico, parti con la conta delle righe altrui, media degli articoli, conteggio dei giorni manco avessi il ciclo…come se dovesse fottermene molto di questi, di inesistenti concorrenti…per cosa poi…che premio? Soldi? Folle urlanti? Groupies da monta? Non c’è nulla da conquistare, è solo pura ossessione. Ossessione. Per verbi e ripetizioni, ossessione per licenze poetiche, ossessione per sinonimi e contrari, ossessione su argomenti e giochi di parole, ossessioni per ‘e’ accentate nel modo giusto. Tentativi di tenersi alla larga dei cliché, obbligo di calibrarti per chi ti legge…

“Ci sono sia amici che sconosciuti quindi mai nomi…o dire cose troppo vere o troppo false ma mentire sempre e comunque in un modo o nell’altro”

…tra le ossessioni e i pezzi di carta, che uno pensa che sia la via di fuga perfetta…la carta e la penna, scudo e spada…ma son pareti lisce…senza porte…che poi, tutto sommato, è un po’ com’è la mia vita davvero…pareti, carta e cartone, bianco e vuoto in giro…normale che la scrittura lo rifletta…che se viene da qualche parte lì in fondo, dove nasce tutto questo non è che ci puoi fare molto a meno di non inventarti storie false, di successi che non ci sono, di posti mai visti, persone che non esistono, romanzi mai scritti e amori poi, che manco ci credi all’amore.

Esagero lo so…tranquilli, succede quando non sono nemmeno costretto a stare attento a dove metto i piedi e posso anche solo guardare fisso in avanti finché la macchina non si ferma a destinazione, uno, due minuti dopo…la mente corre e crea catene su catene prendendo il peggio…ci rimbalzo periodicamente in queste serate da insofferenza e quella diventa nervoso e il nervoso fame ed entrando in casa già si mischia con la rabbia…Madre è ancora malaticcia ma come ogni sera prepara da mangiare orgogliosa, saluto e me ne vado di là che sento il diavolo che vuole lamentarsi e dire “cavolo speravo fosse pronto…ho fame cazzo” ma mi trattengo, sarebbe ingiusto ed è una cosa che sto riuscendo a combattere…il buttare addosso gli altri i momenti di estremo me stesso dico, quando divento odioso…quando sono una merda. Mi concentro sulla fame, che a sto punto della storia umana ancora uccide meno della rabbia e dell’ignoranza e penso che voglio la pizza, anche a pranzo era cosi, e a ragionarci, ora che il futuro è il nuovo presente, basta una manciata di numeri e me la porterebbero pure in camera e “Buon appetito monsieur sono seieuroecinquanta”…chissà perché poi, quando penso a qualcuno che parla francese ha sempre il frac, papillon e baffetti del cazzo, anche se fa il fattorino per un pizzaiolo egiziano e viene in motorino, ha una scatola gialla dietro e la gente tenta di investirlo.

“Se volete è pronto!” urlano da di là, che più o meno significa ‘salsiccia con contorno di roba verde e caraffa d’acqua in tavola’ e quest’ultima a proposito, in questi giorni ha un sapore strano del tipo roccia sgretolata, polvere …chissà che ci fanno in quell’acquedotto…è sempre stata buona l’acqua ma d’altronde si può dire pure di persone e amori e vestiti, “son sempre stati buoni-cari-utili prima ed adesso son degli stronzi-merde-stracci”. Mangio, ma senza gusto…eppure tutto è sano, fresco e l’insalata e il maiale c’avevano il GPS, ai piani alti sanno quando sono nate le foglie e quando gli si è arricciato la prima volta il codino alla bestia, sanno che forbici hanno usato per sradicare il fusto e con che cosa hanno tagliato il collo al maialino…è tutto schedato e certificato e “Stanne certo…lo curavamo da tempo quel maiale e quella lattuga…non c’è nulla di strano in quella roba”

Bhe allora sono io. Io che non esco nemmeno stasera. Io che non trovo nessuno che mi entusiasmi. Io che non entusiasmo nessuno. Io che ieri stavo bene e oggi forse penso che fingevo. Io che non avevo fame “mi bastano due cracker” e che adesso “ordino una pizza”…franco-egiziana. Io carico, io depresso. Io confuso ma talentuoso. Io certo di non avere nulla di speciale. Io che non dormo e oggi un’ora di ritardo a lavoro. Io che credo di poter dare ancora tanto ma la sera “dentro non c’è nulla”. Io che scrivo perché amo farlo e io che vorrei cancellare tutto e maledico Murakami, Dick, Asimomov, Bukowski e quella agenda, la penna nera, il web, le poesie…io che vorrei vivere di pensieri semplici e matematica base…i conti facili…senza giochetti, trucchi, segreti, ossessioni, occhi, bozze, fogli di brutta, psicosi da storia, finali da ricercare in ricordi dimenticati, dialoghi, intelligenza, brillantezza…lasciare tutto…smettere di scrivere. Io che vorrei tornare a me…tornare a “Io…”.

( * ) : 116° giorno – Outside

234° giorno – Me la sono presa a Scart

A lasciare il foglio in bianco ci farei una figuraccia c’è da crederci, ma ho una specie di amnesia e son nervoso e tentato, che mentre trangugiavo spaghetti serali cosi lontani dal mio ideale di dieta, ancora una volta…ma guarda…mi figuravo IO nella medesima posizione in cui mi trovo adesso che trapanavo la tastiera con una storia appena creata in testa, tra un pomodorino e uno spaghetto al dente.

Però adesso niente, forse c’entrava con quel “addormentato in piedi come una carrozza” urlato dal Faraone a chissachi che mi ha fatto ridere a lavoro, forse col fatto che avrei visto Independence Day stasera, che uscire no che costa e c’è da tirare la cinghia e tanto la macchina non c’è, che quella dei miei sta all’ospedale delle auto e il Lupo è in doppio turno quindi.
Solo che Independence Day mica ce l’ho…cioè si, in Blu Ray, cosi che le robe trash si vedono in HD e ti commuovi con l’umanità buona e i clichè e i calcinculo agli alieni ma quello comporta andarmene nel mio regno da basso, con il plasma grosso e divanone. Ma il freddo ne ha preso possesso e non sloggia, lo schermo sta spento da secoli e a sto punto preferisco starmene in camera tranquillo, che la luce è più gialla e non ci sta la brina sui muri…

…Dio…

Il download è lento come pochi. Ci dovevo comunque provare ma qua mi spara un tre settimane e siamo allo 0.00Schifo% quindi spengo tutto e son nervoso, discuto con l’alto dei cieli di un paio di robe ma mi sa che c’è ancora la segreteria e quindi mi metto a scorrere la roba che ho sul server e piazzo un tristissimo “La vendetta dei Sith” che è il meno peggio dei nuovi Star Wars anche se i droidi parlano troppo, ci sono tutte quelle cazzo di vocine fastidiose che han poco senso in dei robot che tentano di ucciderti e farti precipitare con la tua astronave, vocine che dicono “Ahia”…e dicono “Grazie non c’è di che…” coi fucili spianati e che tirano i calcetti alle cose e fanno “Piripì” e “Parapà” e…

…Dio…

Spengo pure lo scatolozzo dei film cosi da togliermi da davanti quella porcata che tanto, comunque, c’è la SCART, acronimo di Stronzo di  un Cane di Attacco sul Retro Traballante, che da qualche sera continua a trasformare ogni film in un vedo-non vedo che a volte temo che qualcuno mi stia pigliando per il culo e che la TV stia attaccata all’intermittenza dell’albero in realtà.

Ora…l’unica cosa che mi tiene lontano dall’andarmene a dormire alle 22:00 è questa merda di portatile e il cellulare…e a pensarci è tutto di una tristezza imbarazzante visto che attorno al Phillips ’98 è pieno zeppo di libri molti nemmeno mai aperti, altri iniziati, altri che dovrei rileggere mentre qua, non c’è nessuno con cui parlare, nessuna donna da sbaciucchiare…e il cinema è morto, la playlist la so a memoria, la digestione è iniziata e forse, Dio nemmeno esiste.

226° giorno – Sessanta minuti

Fra un’ora il freddo, acqua sulla faccia, specchio, istanti a fissarmi, difetti, dialoghi solitari, aria calda ed occhi chiusi, vestiti gelidi, quattro mandate e l’aria dell’inverno, il borsellino nella tasca, chiavi a destra, la giacca che sembra gonfia, aria-spanna-vetro-quasi-bianco, primi metri a passo di lumaca, Lupo di tredici anni che non ama gli strappi a freddo, playlist diciassette tracce, equalizzatore “nessuno” poi repeat all, livellamento audio ON, cavo attorcigliato, volume livello ventuno, cellulare incastrato tra schienale e seduta, curve del Lupo ad alti G, cambi di marcia, rotonda…scala, rallenta, quarta traccia playlist, rewind, rallenta…metti la freccia, attendi il verde, piedi occupati, ora accelera, dai un’occhiata dietro, dopo il passaggio a livello a destra, piano…il muro è vicino, una piazza morta con mille cadaveri di acciaio, treni e rotaie, luci di semafori, luce rossa sulla portiera, asfalto, rumore di auto, strada umida di ghiaccio, sottopasso e graffiti, barboni, cibo per terra, neon rotti e gialli, piastrelle verdi e bianche, alberi secchi dentro cerchi di metallo, pietre rosse per terra, sguardi, sguardi severi, sguardi curiosi, porta di vetro, struttura in ferro nero, gradino di pietra, afa improvvisa, bancone, fretta, bicchieri…sbadiglio, testa pulsante, stanchezza, un drink, maledire l’insonnia, resto di quattro euro e cinquanta centesimi, due da uno, una da due, niente scontrino, “Vodka Lemon”, vetro ghiacciato come nel Lupo, playlist disco-dub-step dispersa tra le voci, gente come il traffico, in fila, attorno a rotonde di polimetilmetacrilato trasparente, in scatola, ansia collettiva, esistenze intrecciate, amori, tradimenti, playlist masterizzate su cd estivi, cuori disegnati con indelebili…lo odori e poi chiudi il tappo, lavori inutili mascherati da ambizioni e miserie, dubbi, malattie, malinconia, aspettative, “che cosa mi metto?” “mi ama?” “non so se dirglielo” “voglio un figlio” “cosa ci faccio qui..” che rimbalzano in quei crani, un sacco di confusione, che genera rumore, rumore, rumore, rumore, rumore.

Ma prima, almeno per un’ora…silenzio.

222° giorno – Ventuno neon illuminano i pensieri della sera

Mi sento poco producente in questa tranche pomeridiana, nonostante la mattinata intensa e quella della ISO 9001, beltà minuta mamma di due bimbi, sui quaranta, vocina graziosa, corpo da ventenne su cui tutti noi fantastichiamo e giudichiamo in fantasie estreme, battutacce, dialoghi sconci ipotetici. 

In questo stato di bradipismo auto-indotto mi agito sulla sedia con lo schienale ormai quasi orizzontale, che l’unico pensiero che rimbalza nel cranio è quello di aspettare che tutto finisca il prima possibile ma comunque seduto comodo. Dovrei impormi con Faraone e Capa, su ai piani alti…farmene comprare una nuova, di sedia…ne va della mia schiena, la salute, la postura che si traduce in camminare storto, sembrare paraplegico, emarginato dalla società, scarsamente attraente per donnine ISO 9001 cresciute, gobbo, con le anche disassate e poi, di conseguenza, triste, depresso, i vestiti che non ti stanno, poca voglia di uscire, bottiglie a domicilio di Whisky Four Roses da discount. 

Forse esagero…dev’essere tutto dettato dal sentirmi con la coscienza poco pulita visto che sto rubando lo stipendio e dovrei uscire dalla ditta per esser rispettabile, smetterla di fissare finestre che apro e chiudo senza leggere facendo click su pezzi di software bianchi senza bottoni, osservando spie luminose rosso acceso di stufette e compartimenti elettrici che diffondono radiazioni e calore con effetto soporifero. Faccio un passo verso una parvenza di vitalità, ma non di decenza, e scrivo ad una mia amica, anche se abbiamo già chiacchierato abbastanza ieri notte…e questa mattina…e nel primo pomeriggio e il giorno prima pure e quello prima ancora pure. Mi scrive che sta pranzando solo ora, che l’uni è pesante, che le tocca pure lavorare il pomeriggio nonostante sia una mezza giornata speciale e io le rispondo che tanto vorrei la pace nel mondo, cielo blu con veloci nuvole bianche e sole splendente, l’odore di fieno, appisolato sul giardino del vicino con l’erba più verde…eredità e pace alla sua buon’anima, un bastoncino conficcato per terra, un filo che si srotola da quella porzione di ramo di betulla fino al cielo, aquilone rosso, ogni tanto ombra, rumore d’acqua a sedici decibel. Poi, le dico di pranzare pure in tranquillità che io ora ho da lavorare duro da vero professionista serio con tabelle, scadenze, sottoposti a cui gridare ordini da una scrivania in cui io appoggio i piedi, sdraiato su una sedia dallo schienale quasi orizzontale ma non perché scassata ma grazie a servo-meccanismi elettrici costosi, progettati apposta per auto-modellare cuscini con il mio culo, la schiena storta, la nuca pelata, la brutta faccia, l’ambizione, l’ego che cerca spazio fra le costole, le bugie che tengo nascoste da qualche parte sui fianchi.

Infilo il telefono in tasca, apro un file, temporeggio, dò un’occhiata. Richiudo. Ci ho provato.

Spento. Mi passo la mano sulla nuca e sulla testa alla ricerca di residui di capelli più duri degli altri che mi diano illusione di potenziale ricrescita futura…risvegliarmi con un pezzo di chioma in più mi garberebbe, ma anche risvegliarmi in compagnia, in una casa comprata da me, con un gatto mio, elettrodomestici moderni anni ’50 e rovere…mi piace il rovere…il rovere è bello. Mi passo la mano sulla barba a due lunghezze, li sul collo dimentico di farla da una settimana, mentre osservo l’orologio digitale inchiodato da venti minuti sulla stessa ora, sensazione di quieto nervosismo e fastidioso far nulla e come al solito, finisce che la prostata pensa per me.

“Vai al cesso” mi dice, “hai un disperato bisogno di pisciare” insiste.

Mi alzo, scendo le scale, “cosi mi sveglio” mi dico. Entro nello spogliatoio e vado per fare quello che devo fare ma tanto è inutile, era solo una finzione subconscia e mi ritrovo infilato in un cubicolo con luce a lampadina a fissare il muro, puzza atroce nonostante sia stato pulito dall’impresa nel pomeriggio, come una di quelle persone belle fuori e infernali dentro. Mi lavo le mani perché è cosi che si fa, che tu pisci o non pisci, che ti tocchi il bigolo oppure no, polverina bianca che quando vai ad asciugartele ti accorgi che te ne sono rimaste delle chiazzette da qualche parte quindi ancora acqua e poi finalmente te le asciughi, unavoltaemezza di getto-aria calda anche se sto diventando bravo, quasi me ne basta una sola mandata. 

La gita al cesso non serve a nulla, continuo a sentirmi una scatola vuota in attesa della spedizione delle 19:30, i ragazzi tentano di parlarmi ma rinunciano, mi salutano e se ne vanno, i rumori quasi spariscono e mi sento come in un film americano, con l’avvocato che fa il figo da solo in ufficio di notte ma con scatole e macchina sullo sfondo invece dello skyline di Chicago. Manca poco ormai, il cervello è definitivamente in quasi-stand-by…dovrebbe esserci pure una spia da qualche parte, forse sul petto…come quella della mia TV che spengo dal letto e che per pigrizia non mi alzo ad uccidere per far terminare quello spreco di onde luminose…la lascio fissa a ciucciare Watt/ora e mi giro dall’altra parte nel letto e non la guardo più come a volte, faccio con le persone. 

Si parlava svogliatamente di una nostra amica cameriera prima…mi è venuto da pensare che sono tipo due mesi che non la sento…perchè poi, non lo so. Non è nemmeno per il classico gioco delle resistenze “non la cerco perchè lei non mi cerca”…oppure il “cazzo quanto odio quando non mi rispondono…sai che ti dico vaffanculo” no…sembra solo che lo spazio in memoria sia finito, me ne dimentico e non parlo solo di lei. Mi sento uno sceneggiatore di una serie che non sa più gestire i suoi attori e che fa confusione, tralascia particolare, crea buchi nella trama.

Da mezzo sdraiato mentre fisso i ventuno neon bianchi appesi a quattrometrietrentotto dal terreno, mi riprometto che “stasera sento un po’ come sta”.

Ma mento a me stesso, lo so benissimo.

220° giorno – Lago dentro

Le undici passate sul lungolago nel buio, una passerella tremolante…un posto spettrale anche di giorno, con il freddo che congela i pensieri dando tregua ai neuroni rimasti.

Penso siano stanchi…in questi giorni turni anche di notte che il sonno non arriva finché l’ultima parola non è stata pensata, scomposta, analizzata. Osservo e penso ogni istante. Tipo…passavo di fronte alla cucina stasera, mio padre seduto al tavolo con la testa appoggiata sulle braccia, stanco…e mi son detto che non ricordo una volta che l’ho abbracciato o che mi sia interessato davvero, profondamente a quello che passa, ai patemi, stanchezze, gioie e forse, mai gli ho detto “ti voglio bene”. Entro e chiedo come va, se è stanco e lui mi risponde “si un po’” alzando la testa guardandomi “ora vado a letto” aggiunge e magari, penso, è contento che glielo abbia chiesto…che in fondo siamo molto simili anche se non l’ho mai capito davvero. Io spesso quando sto male vorrei che gli altri lo capissero per venire più vicino senza spiegazioni o domande…che sia anche per lui cosi…come per me?

Spesso è difficile dire troppo…lo fai quando proprio esplodi ma di solito tieni dentro, fingi anche un po’, metti le facciate ben dipinte tutte in fila mentre sotto sotto è tutto un bel problema, due lacrime nell’angolo ed un lago dentro.

Come prima, che ti pensavo anche se tutto sembrava che niente fosse…

Sai quanto male che mi fai…e tu, nemmeno lo sai…

216° giorno – Quattro mezzi non fanno due interi

È tutto il giorno che controllo se ho in spalla lo zaino…e dire che non ne metto uno da un miliardo di anni eppure…sento che manca qualcosa, mentre aspetto il bus.

Giornata da mezzi pubblici, oggi mi odiano. L’ autobus è puzzolente, non accetta i miei soldi come se derivassero da affari sporchi quando in realtà non sono poi così sporchi. Sedile sghembo, densità di popolazione di otto persone a metro, accessibilità dei pulsanti per prenotazione fermata nulla. Ad ogni stop, famiglie con passeggini, borse della spesa e scatole, aria cosi viziata che quasi preferirei essere nella penultima fila, quella davanti al motore, rumore, biossido di carbonio, asfissia, perdita del gusto e della vista, può avere effetti collaterali anche gravi. Di fermata in fermata, snocciolo santi come alla Via Crucis ma riesco piano piano, lottando con gente in trasloco e fan dei supermercati, ad avvicinarmi all’uscita.

Quando scendo, vorrei ringraziare il Signore ma attendo…tocca alla stazione.

Fila di gente alla cassa che invece di chiedere biglietti si fa consegnare moduli da compilare…e vogliono la penna…e spiegazioni…e i fogli da sotto il vetro non passano comodi, si stropicciano e devi farli passare lentamente…uno per uno e il tempo passa…e i ringraziamenti di prima ora sono bestemmie. Una tizia prende i moduli e si mette sul fianco, turno del tipo davanti, basso e scuro. Sembra uno che punta al sodo…un tipo da andata-ritorno e via ed infatti “vorrei i moduli per l’abbonamento” e vabbè altri dieci minuti, manco si sposta a sinistra e quando finisce nemmeno usa la corsia d’uscita, deve per forza tornare indietro da dove è venuto, sbatterci contro, mostrarci uno scorcio di stupidità ad ogni costo.

Il viaggio fino a Milano lo passo isolandomi il più possibile da una scolaresca eccitata al piano di sotto, in piedi come uno scemo vicino all’unica presa di corrente funzionante del treno che il cell è già scarico e oggi si fa serata ma si sa…qualcosa la devo dimenticare sempre. Se mi siedo sul sedile di fronte, il filo si tende cosi tanto che sembro il PR di una gara di limbo e devo abbassare il cellulare a livello pavimento ogni volta che c’è uno stronzo che deve scendere o passare di lì e quindi “No grazie”, sto in piedi da scemo e guardo il soffitto e quel ciuffo di capelli incastrato sotto una bacchetta di metallo, disgustosi ma resi affascinanti dal mistero irrisolvibile e la domanda inevitabile che uno deve porsi:

“Come cazzo ci sono arrivati lì?”

In stazione dopo un’ora ma per poco visto che mi infilo in un carro bestiame sotterraneo più stipato del cugino ciccione dopo il pranzo di Natale, gente che combatte per un pezzo di cilindro sudicio a cui aggrapparsi o che lotta per uscire nella sua fermata sfigata…che colpa ne ha se ci vive solo lui e si trova incastrato tra turisti cinesi e l’ascella di un bodybuilder alto tre metri. Per fortuna tutto quel circo dura solo qualche minuto perché di nuovo in superficie, mi rilasso a fare lo scemo con un amica fino a che diventa quasi ora di cena…l’accompagno al tram, castello sullo sfondo, lei sopra vicino alla porta, io sotto che per una volta son serio e cerco di formulare discorsi con un senso, artistici e complessi…e quasi arrivo al dunque quando ecco che mi scorre davanti del vetro ricurvo, e plastica e luci riflesse e poi tutto silenzioso si muove inaspettato come il trucco della tovaglia strappata via dove sul tavolo restano immobili piatti e vasi con fiori…rimango li con il castello, il mio discorso a metà, un cappellino in mano, lei portata via e freddo…tanto freddo.

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