64° giorno – Bus

Il pullman e i suoi “abitanti” mi fanno sempre più paura, un mondo in cui gli immigrati ubriachi clandestini sono la parte più rassicurante. Tipo, oggi c’era un tizio, giovane sui 20 anni che flirtava pesante con una donna di 50 anni dai denti marci vestita come un’adolescente. Il giovane è vestito con abiti larghissimi su cui campeggia ovunque la scritta New York Yankees. Beve da una bottiglia d’acqua infilandosi quasi tutto il collo tra i denti. Forse è la bocca il particolare che da più fastidio, anche se non so se per i denti stranamente affilati e ravvicinati vagamente da castoro o per quello che dice. Si vanta di essere un gran picchiatore anche se non si direbbe. Dice che se lo fanno incazzare picchia tutti, che i vicini non lo salutano chissà perché. Una ragazza esce dalla porta del bus e lui la imita, dandogli della puttana perché in shorts, con la cinquantenne che ride sguaiata. Mi guardo con un immigrato ubriaco che mi sta affianco. Ha la tipica faccia di uno perplesso.

Come la mia ma senza la sfigurazione dell’alcool.

Vorrei essere ubriaco anche io.

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63° giorno – Weekend

E quindi questo sarebbe il weekend, che inizio lavorando, da solo perché sono andati tutti in vacanza e qualcun altro non risponde. Ora, siamo vicini al primo minuto della domenica, l’odiata domenica e mi accorgo che forse oggi, non ho mai aperto bocca una sola volta. Sento anche una specie di mal di gola latente giù da qualche parte, un misto tra infiammazione e groppo in gola. Più che parlare però vorrei scrivere, ma seriamente. Alzarmi la mattina, fare colazione e poi andare sul balcone per scrivere, a getto, a caso. Mi sto stancando di questi lavori precisi, millimetrici, ancorati alle idee di qualcun altro. Vorrei davvero creare ed esprimermi pienamente, provare e riprovare finché non capisca com’è fatta la mia creatività, che per dovere di sopravvivenza, forse non ho mai visto.

62° giorno – Il punto più lontano

Il punto più lontano dalla felicità è come la faccia oscura della Luna, dove il sole non si vede. Quando sei triste, è più o meno li che ti trovi, spesso da solo. Oggi lo sono, come il 70% del mondo, probabilmente senza una vera ragione oppure molto colpevole, spaventato, confuso…tre cose che ti fanno sentire incazzato con la vita. Sono bravissimo a lamentarmi con stile delle cose che non vanno, dell’amore che non torna, dell’incertezza in cui navigo. Mi lamento con stile perché dai problemi non so uscire altrettanto bene, come una mosca che sbatte sul vetro. Da fuori cazzo, mi sembrano troppo stupide e forse è così che appaio agli altri ma non mi importa, non più. Dentro sento che tutto è difficile e complicato, che una parte dell’equazione non la conosca e nessuno ha intenzione di dirmela..Dentro non trovo giusto che torni a casa a piedi, sgrovigliando degli auricolari con in mente solo lampi di scarsa serenità e non mi sembra un bene che scatti foto con rabbia e senza piacere, facendo il compitino come se non ne importasse più nulla. Dentro non so cosa fare e che direzione prendere mentre fuori non so a chi chiedere. Anche quelle voce, che ogni tanto incitava, che mi svegliava dal torpore…quella che mi serviva per dire “domani è un altro giorno, si ricomincia” ecco, non la sento da un po’…

60° giorno – Up!

Me ne sto sdraiato sul prato con lo sguardo verso l’alto. C’è la betulla, il sole, un pezzo di casa e una strana pace silenziosa. Sarà che tutti mangiano, sarà che un sacco di gente sta in casa nonostante abbia un prato, quindi spesso sono deserti, sarà che in un prato tutti fanno silenzio come in chiesa magari “sssssshhh! Siamo in un prato…” “Scusa…” Verde silenzio…

Il vicino ha installato una di quelle campanelle che con il vento suonano e che contribuisce all’effetto rivelazione zen del momento. Girandomi sul fianco osservo tutti i vari tipi di erba, ne conto almeno dieci oltre ai residui autunnali di foglie cadute da tempo. Chissà perché non ci venivo più da anni qua sopra, anche solo per buttare 5 minuti di un qualsiasi pomeriggio di noia. Anni a calpestare solo il vialetto, a cercare prati da altre parti forse per il discorso dell’erba più verde, sapete, quella del vicino, quella migliore.

Ma io so che la colpa in realtà è della mia indole di sognatore e lo capisco adesso, proprio su questo prato, sdraiato con lo sguardo fisso verso l’alto.

No no, non è questione di “più verde”…

Io voglio l’azzurro.

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59° giorno – Punto di non ritorno

Il concetto di punto di non ritorno mi torna sempre in mente con invadente puntualità, anche alle 2:00 del mattino. Spesso è simbolo di atti di fede, conseguenze di azioni, gesti folli, perché da lì in poi tutto cambia, tutto diventa diverso e TU diventi diverso. L’adrenalina di un punto di non ritorno consapevole poi, figlio di una scelta, ti fa sentire più uomo, ti fa sentire grande, ti fa mandare Affanculo il mondo, con la A maiuscola di Anarchia. Io sento che ne sta arrivando uno di quei momenti, quando sai che tutto cambia, quando hai da scegliere il tuo futuro.

E lì la strada va solo avanti…

58° giorno – 4:00

Forse dovevo scrivere un attimo prima delle quattro del mattino, a due ore dalla sveglia. Fatto sta che rientro solo ora, con l’odore dell’idropittura che ancora riempe l’atrio. I mobili spostati tutti verso il centro rendono il tragitto al buio rischioso e divertente. È la spazzola del mobile del bagno o altro quella che sto toccando? Una crema o un bagnoschiuma? Dopo questa discesa nel buio, finalmente mi ritrovo a letto in qualche modo, sapendo che sarà un risveglio tragico. Il rovescio della medaglia di una vita in sopravvivenza.

56° giorno – The walking dead

Il cartello vuole convincermi che le spore di enterogermina mi fanno bene ma io della parola “spore” non mi fido minimamente. Nel treno, ecco il segno dei tempi moderni, 4 persone occupano un intero primo piano su rotaia, ognuno vicino al finestrino in un “box” da quattro. Nessuno si siede vicino ad un altro se non è costretto, nessuno osserva e parla. Per non essere da meno scelgo l’ultimo box libero, mi siedo vicino al finestrino, mi metto occhiali da sole e musica nelle orecchie e guardo fuori. Se ci fosse un balcone nel treno forse andrei li. Penso a quella ragazza sulla banchina, bella, capelli lunghi, sguardo triste, shorts neri e maglietta bianca che facevano risaltare ancora di più l’altezza e la chioma. Usciva da un bar, passo lento e cadenzato, con il classico ancheggiamento naturale che tanto piace a noi maschietti. Basta un innocuo ciao detto quasi per caso e poi quel che succede succede pensavo mentre mi scivolava davanti continuando a camminare per altri 40 metri, prima di fermarsi. Chissà cosa mi spaventa tanto dei vivi da non fare quello che vorrei fare ed essere quello che vorrei essere. Fermata dopo fermata, sempre senza vicini di box arrivo nella caldissima Milano dove per qualche minuto mi trattengo con bici fatte a pezzi e un fiorista timido ma molto incazzato quando c’è da spiegare che lui è timido. Per fortuna arriva la mia sorella giapponese in soccorso con skate e capelli al vento e che mi porta lontano dal mondo dei vivi che tanto mi confonde. Il cemento ancora mi circonda ma stavolta tutto è deserto o quasi tranne per un cubo dipinto che emerge da un piazzale. Sotto, all’ombra di uno striminzito tetto, tanta gente che aspetta finalmente di diventare un non vivo ma nemmeno morto. Uno zombie in pratica. Un po’ estremo ma da qualche parte dovevo pur partire nella mia quotidiana ricerca di risposte. Vago senza sapere cosa fare per un po’ soprattutto per carburare i miei istinti e le mie sinapsi socializzanti e devo ammettere che avere un paio di occhiali da sole aiuta. Guardi ma non fai vedere dove, non lasci trasparire insicurezze o timori. Se tenevo la barba per quello ecco che gli occhiali sono la corazza definitiva. Piano piano gli animi si sciolgono e tutto diventa piacevole anche perché andare a fare la spesa con due zombie giganti è sempre un inaspettato diversivo che rende le giornate interessanti. Passano le ore, le foto e le parole ed ecco un nuovo treno che mi aspetta, quasi senza accorgermene . Vorrei rimanerci in quel cubo senza dover tornare alla società, gli zombie mi sembrano meglio dopo accurate analisi. Però poi, quando scendo dal treno, non so perché, mi sento più leggero, più rilassato…

Ho una gran voglia di dire ciao a qualcuno.

Stavolta lo faccio.

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55° giorno – Worst Case Scenario

Gente dall’accento tedesco che ride sguaiata davanti a casa mia, un vago accento duro anche quando cantano canzoni in italiano. Non capisco chi siano e che ci fanno ma mi sembra di essere ai margini di una festa in famiglia in cui io sono l’ospite poco gradito. Io di sicuro non riuscirei a divertirmi cosi tanto, soprattutto per il fastidio di parlare una lingua non mia cercando di risultare simpatico. Che poi sono stanco che ho lavorato 10 ore e 24 minuti regalando una quasi mezzora alla gloria, tornando a casa per mangiare una specie di frittata di zucchine sbattuta in un tozzo di pane. Esco a fare un giro, a vedere una partita di calcetto, dire due cazzate, ascoltare due strimpellate e ritorno a casa con l’intento di riposare un attimino, mica chiedo la luna e invece…orsi tedeschi che urlano e ruggiscono peggio che ad un’osteria.

Accidenti…vada che è ufficialmente estate, ma per qualcuno domani è un giorno come un altro.

Io ad esempio, domani devo andare a fare la comparsa in un film di zombie.