187° giorno – Cuor di zucca

Dura un’istante e poi più nulla o quasi. La gente apre la bocca come pesci sott’acqua, le macchine si muovono silenziose come altalene al vento. C’è solo un fruscio lontano, come un gatto che fa le fusa in un’altra stanza.

Dura poco…la mia segretaria mi strattona e sono obbligato a togliermi quella fantastica magia dalle orecchie. Le macchine riprendono a sferragliare come treni impazziti, la gente vomita insulti, battute e bestemmie, il fruscio lontano diventa il tremendo “VOOOAMMM” della terrificante nuova macchina Omega che fa più casino di un Airbus in decollo con attaccati sopra quattro capodogli imbizzarriti.

“Che c’è…” chiedo quasi in lacrime. La testa è un concerto House-tribal.

Mi vuole la Capa di sopra a quanto pare. Passo di fianco all’Omega, che sbuffa, vibra e tenta di battere ogni record di rumore esistente e abbattere i muri del capannone a suon di gigahertz. Salgo le scale ed entro nell’ufficio del Faraone, dove prendo nuove consegne come uno scriba. Noto che non contemplano il tempo inutilizzabile causa festa dei morti, dei santi, domeniche, weekend e il fatto che io debba andare alla presentazione di una fiera per la ditta a inizio settimana.

Secondo i miei calcoli avrò circa 4 ore di tempo per fare il lavoro di una settimana.

Prima di uscire chiedo una penna…che ormai di sotto sono costretto a scrivere con il carboncino o con lo sporco negli angoli dell’officina. Non uso il sangue solo perché le zanzare tigre sono ancora vive e vegete nel microclima unico di quest’azienda, ore 16:30 e quelle escono puntuali come uno squadrone Royal Air Force in ricognizione.

“Tieni due penne…anche se ne ho comprati due pacchi tre giorni fa e sono già sparite tutte…”

E’ un fenomeno incredibile questo. Vengono comprati chili e chili di penne e tempo due giorni…nulla. Le cerchi nei portapenne…non ci sono. Le cerchi nei tavoli degli altri, nei cassetti delle scrivanie…non ci sono. Nella spazzatura pure…non ci sono, come se venissero smaterializzate e trasferite in un reparto di tracheotomia del terzo mondo di colpo. Scendo nel sottomarino pensando tra me e me che devo indagare su sta cosa, trovare il colpevole e capire cosa succede a quell’ammasso di inchiostro intubato. Noto intanto che la Omega sta facendo impazzire tutti…si tengono la testa tra le mani, capillari rossi negli occhi, facce distrutte.

Io mi siedo e riappallottolo i miei tappi magici arancioni per evitare che quell’attacco di involontari subwoofer meccanici mi demolisca la sottile corazza di umanità che mi differenzia dalle bestie che ho attorno.

I tappi sono pure in tinta con le zucche di Halloween, che è una festa che non mi dice mai un cazzo ma a quanto pare è una moda di quelle che ogni anno tira di più. Qualche istante e mi si riempono i padiglioni di soffice nanostruttura gommosa fonoisolante.

Arancione zucca.

Penso al pan di zucca a casa, che lo spezzi e dentro è giallo giallo e lo mangi ed è dolce dolce che quasi ti penti se sopra ci metti marmellata o Nutella che non apprezzi il gusto semplice che ha, lo perdi da quanto è delicato.

Poi penso a tanti anni fa, una giornata a giocare da un amico, appena sotto il castello del paese e l’invito a cena e io tutto gasato gasato ed ecco, nel piatto zucca cotta che assaggio e la trovo davvero tremenda tremenda e mi vergogno a non mangiarla che tutti pare la gradiscono un sacco, è il piatto della casa che a casa mia invece è la pizza del Venerdì e pure il mio amico ne va pazzo anche se non ha la faccia di uno che ama mangiare zucca ma la pizza semmai, come me.

Sua madre un po’ dispiaciuta e io che non ricordo nemmeno cosa le dico, forse che non sto bene.

Scivola l’ultima ora nel silenzio della ditta…prima virtuale, poi vero, che sono le 18:15 e ormai son da solo. Chiudo e spengo tutto, prendo e torno a casa che ho voglia di mangiare pan di zucca.

All’entrata, la solita trafila di movimenti in cui svuoto le tasche di quei pantaloni larghi da chiavette usb, chiavi, hard disk portatili, auricolari, altre chiavi.

Ci sono anche tre penne dentro la tasca sinistra. Non ho portapenne…chissà perché…quindi vado in cucina e apro il cassetto del mobile grande dove butto dentro tutto quello che non ha un posto dove stare nel resto della casa…una specie di orfanotrofio o centro profughi per gli oggetti.

Dentro, ce ne sono almeno altre dodici uguali di penne, tutte nuove di zecca, tutte con lo stesso tappo lucido blu.

Le metto li, insieme alle altre e chiudo il cassetto.

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186° giorno – Family

Se devi scrivere un pezzo breve, che non hai voglia e sei stanco, devi puntare alla frase d’effetto, stile Oscar Wilde o Bacio Perugina quindi mi sento già spacciato.

Riesco solo a pensare alla torta che sta ancora cuocendo in forno, che non è per me, che non potrò manco assaggiare ma che inonda di profumo la casa.

Il bello della famiglia é questo, anche se a sto giro rimango in bianco. Torni a casa, dopo 12 ore di lavoro, occhi come due palle da bowling rosso lucido e brillantini e ti trovi due pezzi di carne in padella…non devi stare a pensare ancora a come sopravvivere dopo che ci hai provato il resto del giorno. Ci sono pizze, torte e tutta quella roba buona di cui non sapresti manco dire gli ingredienti. C’è il letto fatto, riscaldamento pagato, magliette e pantaloni stirati, profumati, perfettamente stoccati dentro i miei magazzini armadi. Hai qualcuno con cui dire due frasi a voce alta, senza stare a pensare tra te e te, parlare da solo come un folle. Poi magari manco ascolti e nemmeno ti importa dell’argomento…ma non è quello che conta.

Non sono un bamboccione eh…mica del tutto. Vorrei provarci…a vivere da solo dico…problematico nella mia condizione di lavoratore vagabondo schiavo senza futuro certo, con quei prezzi che ti ci compri stock di organi di ricambio, tasse, stress e la pazzia maniaco-depressiva sempre in agguato dietro angoli bui o lavatrici comprate in offerta o mobili Ikea in saldo. Tocca andarci cauti, come quei cartelli sull’autostrada…sopra c’è disegnata la carreggiata, nuvole grigie ciccione per simulare la nebbia.

“Se vedete cosi velocità 40km/h”

Non so…mi mancano tante cose…dentro e fuori. Non ho amore, la pazzia sta sempre all’uscio, soffro di distrazione cronica, i documenti importanti mi causano sonnolenza. Ho trenta strade davanti, venti dietro…alberi e cespugli…mi sembra di non vederci bene per nulla come in un vicolo buio…ancora fatico ad imparare le cose fondamentali, manco di lucidità, serenità e un sacco di altre cose che finiscono in ‘ità’.

Quindi me la tengo stretta,la famiglia, che mi serve davvero…per adesso.

Almeno finché non sarò grande abbastanza da andare in giro da solo di notte…al buio.

185° giorno – Il colore dell’odio

“…e quindi pensavo di scrivere una lettera ai vigili…ma in tono educato…non solo insulti…però poi ci scrivo anonimo…aggiungendo che altrimenti stronzi come sono mi verrebbero a prendere a casa per farmela pagare…”

“Buona idea Teo…” rispondo, anche se non ho ben capito il perché della lettera…sempre che esista un perché.

Ma sono distratto, potrei non aver sentito, cosi preso dal lavoro…distratto dal cazzeggio di routine insomma. Ho di fronte un video fatto con una fotocamera da 30 euro che mi sta facendo parecchio incazzare. L’ho infilato dentro un software da 13.000 euro crackato che ci hanno pure fatto Avatar e quello mi restituisce una schermata bianca e io non capisco cosa stia succedendo. Lotto tra formati, importazioni, filtri ma invece di bombole, ingranaggi e macchine in azione continuo a vedere una simulazione della Siberia in inverno.

Rimango in ditta un’ora in più, esco che sono da solo nel capannone, rispetto a ieri mi sento meglio. Voglio tornare a casa, prendere l’iPod, andare ad allenarmi. Mi preparo con la solita robaccia addosso, prendo il lettore.

Schermo bianco. Cazzo me ne ero dimenticato. Lo resetto quattro volte, lo schiaccio, lo sbatto per terra, lo insulto e lo picchio ma nulla…schermo bianco. Sembra una maledizione.

Aspetto la cena, abbastanza nervoso. Essendo nervoso devo mangiare qualcosa. Per forza. Mi ricordo delle arance in frigo. La sbuccio, sembra gustosa ma quella pellicina attorno alla polpa è come mastice. La tiro e mi distrugge ogni spicchio…il tavolo sembra una sala operatoria. Quando non riesco a staccarla o mi stufo la mangio insieme alla polpa ma è amara al limite del fastidio.

Ancora più nervoso. Dannata pellicina…pellicina bianca.

Che colore del cazzo.

184° giorno – Come Ken Malansky

Mi chiedo da dove nascano i cambiamenti di abitudine. Alla macchinetta oggi, premo sul solito cappuccino al cioccolato, attendo i 3 minuti che ci mette a prepararlo…sembrano infiniti…mentre mi guardo in giro alla ricerca del Faraone e il suo “ma cos’è…un comizio?” puntuale ogni volta che ci vede alla macchinetta. Piuttosto stai al tuo posto a cazzeggiare con il telefono ma non bere caffè, ecco la sua filosofia.

Nessuno in giro, sono ancora li che attendo, in fissa sul display verde.

“Lele…guarda che è pronto da mezz’ora…svegliati…”

Dito medio.

Brucia, ho sempre paura che mi si sciolga in mano. Bevo e mi fa schifo, eppure il sapore è sempre lo stesso…eppure da quando lavoro qua ho sempre preso sempre solo questo intruglio del cazzo eppure adesso mi chiedo come cavolo facesse a piacermi. Domani prenderó qualcos’altro, abitudini che cambiano…perché cosi all’improvviso? Ricordo quando da un giorno all’altro mi ritrovai ad amare polenta e fave e odiare trippa e lumache…vacci a capire qualcosa. Di quello schifo marrone e bianco nel bicchiere ne butto metà nel lavandino nero, sporco di nero grasso e neri residui di metallo e metà lo bevo ma ha il sapore di giornata no.

Forse è solo una giornata del cazzo, non c’entrano le abitudini.

Ho sonno, non sto bene, fuori sembra più buio, ho un pezzo di testa sgranocchiata da un dolore pulsante, ho la nausea, ho voglia di starmene a casa ma il cartellino presenze recita 19 ore in meno sto mese, mezza settimana in meno bruciata andando in giro a non concludere nulla, un sacco di soldi in meno a fine mese e sono costretto a risistemare il bilancio in qualche modo, buttando mezz’ora qua, tre ore là, in questi giorni prima di Novembre. Niente ‘casa’ nel pomeriggio, niente divano, non ho scampo e la Capa per una volta ha pure qualcosa da farmi fare. Mi ritrovo un video in repeat sullo schermo con sequenze che sembrano tutte uguali. Mi sembra uno di quei film dove il protagonista si sveglia ed è sempre lo stesso giorno.

Nonostante la nausea, in pausa infilo una sottiletta arrotolata in un pezzo di bologna, tutto dentro mezzo panino. Fornetto 5 minuti, sottiletta che cola, piatto per non sporcare, Studio Sport che nemmeno ascolto, infastidito dal resoconto della domenica appena passata, banana, biscotto, Moment e bicchiere d’acqua, lavoro di nuovo.

Video in repeat del cazzo. Non riesco a lavorarci. Apatia, mi sento come dopo una rissa. Non so se ce la farò ad andare ad allenarmi…e il tempo scorre veloce…potrei rimanere un’oretta in più…poi tornare a casa…sdraiarmi invece di uscire. Guardo l’orologio e sono già le 17…non è che ho anche dormito sul posto di lavoro?

Esco nel buio più completo e sento pure freddo…erano 11 mesi che non sentivo freddo. Quando torno a casa trovo mia sorella davanti alla TV, guarda Perry Mason. Voi l’avete mai visto Perry Mason?

Ve lo ricordate Ken Malansky?

Era il detective che andava sempre in giro da tutte le parti ad indagare. Aveva la caratteristica di stare sul cazzo a tutti quelli a cui parlava che puntualmente lo menavano, gli demolivano la macchina, lo pigliavano per il culo. Non so come ma lui si trascinava fino alla fine, arrivava in aula distrutto con la prova definitiva. Quel ciccione di Perry quindi, mandava in galera lo stronzo del giorno.

Sono a pezzi ma credo uscirò comunque, nonostante ‘le botte’.

Oggi è il mio giorno da Ken Malansky.

183° giorno – Termoregolazione

La gente va in giro con felpe e sopra quelle, ci mette pure giacche mentre io…ho caldo.

“Ma non ti sembra di esagerare?” mi chiede un amico, vestito in quattro strati mentre io ho una maglietta a maniche corte e giacca leggera.

Oggi piove, fa più freddo, l’umidità la senti in scarpe, pantaloni e magliette ma i brividi…niente…sudo, vapore acqueo che vaga in giro. A casa in maglietta, piedi nudi, caldo anche se siamo sotto i venti, pure sotto i diciotto finché l’accoppiata termostato e caldaia non si sveglia. Vado al Pc, spazio bianco di ricerca Google, “termoregolazione del cazzo” scrivo.

Saltano fuori due tre siti porno, due li conosco. Altri tre parlano di soluzioni per la casa con bottoni magici, touch screen e voci digitali che ti rispondono.Wikipedia invece vuole spiegarmi l’origine etimologica della parola ‘cazzo’.

Uno però parla di medicina. Dentro c’è scritto che se sei in menopausa tutte ste cose della temperatura che va a cazzi suoi e le vampate e che hai sempre caldo sono cose normali.

Cavolo, la mia solita sfiga. Menopausa.

Io lo volevo un figlio.

182° giorno – Leone e Gazzella (Sei mesi dopo)

Siamo a sei mesi giorno più giorno meno. Ho iniziato in un piccolo paesino immerso nel gelo, disseminato di vecchi, preti e pozzanghere di un campo da calcio preso in prestito dal Vietnam.

Sei mesi dopo sono a fare la spesa per la famiglia con Sorella che ogni tanto tocca, ogni tanto devo lasciare perdere gli impegni che mi tengono ancorato ad un barlume di futura vita felice per dedicarmi a cose più utili per la sanità familiare come girare con carrelli e cestini e Benedetta Parodi che pare invecchiata molto male, cosi stampata su quel cartone gigante, che tiene un pollo in mano, che vuole che le compri un libro…circondato da culi vecchi e grassi e donne giovani di altri che desidero senza sentirmi obbligato alla confessione e giornali, affettati, prodotti, detersivi, luci artificiali.

Prendo a cuore le piccole missioni di Sorella….”trova questo…trova quello” cosi…allegramente. Torno da lei, consegno, riparto con auricolari infilati nei timpani per stare più lontano possibile dall’umanità che mi sta attorno come i vecchi, le coppie, le donne con borse originali, le promoter di 85 anni che ti guardano storto quando di rimando gli sbatti di fronte la tipica espressione ‘nonmenefregauncazzo’. Questa qua ad esempio, mi fissa con occhi azzurri e bocca cattiva mentre tiene in mano un prodotto per dolci.

La musica aiuta, la gente ti sta lontana e non ti importuna anche se riesco ad infastidirmi lo stesso per lo schermo bianco del lettore, non si legge nulla e non riesco a togliere il repeat, devo navigare tra i menu a memoria ed è un disastro. Sono costretto a sentirmi sempre, solo e comunque la prima canzone in ordine alfabetico che si ripete a ciclo continuo mentre prendo fusilli e pane, bologna e speck e l’ascolto altre tre volte nelle due corse dalla cassa verso scaffali da trovare che “il Purè ce lo siamo dimenticato…e le uova ce le siamo dimenticate e il Bolt 2 in 1 formato convenienza ce lo siamo dimenticato”.

Torno alla cassa per l’ultima volta e ci arrivo sudato. Scarico la roba sul nastro nella solita routine mista partita a tetris in cui incastri articoli su articoli facendo piccole piramidi per lasciare più spazio a quello dietro e metti il cartellino ‘CLIENTE SUCCESSIVO’ e “si ecco la carta Fidaty” e “vuole i 35 centesimi?”. Cassiera, Sorella, vecchi dietro di me, confezioni di dolciumi e caramelle li attorno, cosi che le famiglie con un pargolo parcheggiato nel cestino, per farlo stare zitto dopo l’ottocentesimo “Mi compri le Alpellibe?”, buttano dentro anche 4 chili di dolciumi per la felicità degli acidi della bocca e dei dentisti e della Ferrero.

Sei mesi dopo. Nonostante il resto dell’umanità che mi circonda e che mi innervosisce facendomi pensare troppo, ci sono arrivato a ‘sei mesi dopo’. Mi sento più allegro e più sicuro di me e ho di voglia di fare nonostante i trenta che si avvicinano. Mi dico sempre “è solo un numero” anche se poi tutte le giovani potenziali anime gemelle che incontro ci rimangono male, entrano nella girandola del “è troppo vecchio” inconscio oppure la usano come buona scusa per tagliare il discorso in fretta. Tasto dolente.

Sei mesi dopo il problema rimane l’amore…sempre che esista davvero una roba del genere. Stamattina scrivevo su quel troiaio di Facebook “…ti chiedi sempre dove potresti arrivare se avessi anche l’amore che ti manca…” cosi, per fare il filosofo spiccio e provare a tirare su due donzelle con il fascino del pensatore profondo anche se, a dirla tutta, tra le lenzuola non ne ho mai infilata una con queste frasi. Il discorso è il solito, si ripete sempre…pensi che se avessi pure l’amore esploderesti in tutto il tuo potenziale ma ci sarebbe da scommettere che invece la realtà è tutta il contrario, come in un universo a forma di bilancia perennemente in bilico. Forse ti ritrovi con mille idee, mille cose da fare e progetti per non pensare ai baci d’amore sinceri che non ti ricordi nemmeno che sapore abbiano o gambe nude e affusolate ad un centimetro dalla tua bocca. Per non pensare che non ti fidi di di nessuna, che sempre più raramente una persona ti interessa davvero oppure che ti stai innamorando di quella sbagliata e impossibile…ancora una volta. Sai che ci rimarrai secco.

Evito di pensarci comunque, ci ricasco giusto ogni tanto, fatico pure a parlarne ormai. Cerco più che altro di evitare la felicità altrui, i baci delle coppie, gli abbracci e i discorsi del tipo “mi piacerebbe che blablabla figli blablabla casa con staccionata bianca blablabla “. Mi innervosiscono, mi incazzo, perdo ogni barlume di serenità e finisce che se entro nel discorso mi sembra di parlare di cose che non mi riguardano e non mi riguarderanno, come ripetere nozioni sulla materia che più odiavi, dieci anni dopo il liceo.

“No ma ascolta…parlami un po’ dell’Arte Neoclassica Toscano”

“Mi fanno cagare tutti…spero che Canova al momento sia sotto le cure di un diavolo sodomizzatore…”

Non so cosa dire, non so discutere di prospettive amorose come un agente di borsa. Cosa vorresti sapere? Se mi piacerebbe? Ma è una domanda seria? Certo che mi piacerebbe.

Queste ed altre domande ogni giorno in questi sei mesi…sono un tipo che pensa e ragiona tanto, mi riempo di buchi in quell’ammasso rosa, una specie di banchetto allestito per i miei neuroni. Ho passato sei mesi ad ingrassare il cervello di ambizioni, se sarà un bene o un male ancora non lo so. So che voglio fare ‘questo’ e ‘quello’, voglio il massimo, voglio la più bella, la più dolce, voglio ‘Lei’, voglio il lavoro perfetto, voglio viaggiare, voglio futuri radiosi e ovviamente voglio ‘figli blablabla casa con staccionata bianca blablabla’.

Ma non riesco a risparmiare energie. Non riesco a risparmiare soldi. Non riesco a dormire. Non riesco a pensare a qualcun altro. Non riesco a capire se smettere o continuare, se la scrittura è un binario morto, se la mia fotografia è un binario morto. Non riesco a capire quanto valgo. Non riesco a guardare a lungo termine.

‘Voglio’ ma ‘Non riesco’.

Ma in questi sei mesi sto imparando il concetto di ‘pazienza’, una roba aliena che prima non concepivo, roba alternativa, vecchia filosofia di ‘un passo alla volta’, come un corridore in fisioterapia con la smania dei cento metri lanciati. ‘Piano piano’, che le tartarughe al traguardo ci arrivano sempre, le lepri no. E tartaruga che cammina stavolta, non come prima, mesi e anni fa che facevo la tartaruga sul dorso un giorno e lepre con erbette a pezzi nello stufato l’altro e soprattutto, evitare le trappole di cristallo…scansare la routine e i letti troppo comodi, dire “Si” alle sfide, mettersi alla prova anche se alla fine ti ritrovi in un gioco diverso, magari in una gara di schiaffi, magari a terra sanguinante ma almeno sei te che te la sei cercata e te la sei voluta. Roba importante questa, c’è da riuscirci sempre più spesso, di sei mesi in sei mesi, nonostante l’umore a montagna russa…metterci un po’ d’anima, sentire che dentro quella carne c’è qualcosa che soffia e non un meccanismo ad inerzia perenne che si muove perché appena nati qualcuno ha girato una chiave a molla.

La ricorderete tutti…la pubblicità del leone e della gazzella…”l’importante è correre”…giusto?

Ecco, non serve ad un cazzo essere leone o gazzella o ghepardo o Velociraptor e nemmeno svegliarsi e correre a velocità Shuttle nella prateria…la sola cosa che conta è essere vivi, in qualche modo, e provare ad andare da qualche parte. Da vivi. Si fotta il leone che ha fame o la gazzella sfigata, c’è da svegliarsi e sentirsi vivi, solo questo.

Al diavolo insieme al Canova chi dice che l’importante è correre.

A correre ci riescono tutti, pure i morti.

Se vi guardate in giro, di gente morta che corre ne è pieno il mondo.

181° giorno – Polish

Finisco la giornata a lucidarmi il cellulare con del Polish ultrafine, gli ultimi venti minuti di ‘lavoro’. Strappo un pezzo di panno morbido che probabilmente serve a qualcuno, gli butto sopra quel liquido color cappuccino-bianco e comincio a strofinare fregandomene alla grande di chi e cosa mi circonda, se qualcuno mi guarda, se qualcuno ha qualcosa da dirmi, se c’è ancora qualcuno in ditta.

D’altronde per oggi ho finito…d’altronde quello che andava fatto l’ho fatto…ho inserito animazioni che fanno dire “WOW” alla gente in brutti video, ho smanettato su due foto, ho alzato la pila di cose inutili da dimenticare e che all’umanità non servono, sono andato a reclamare altro lavoro per non stare a grattarmi le palle per tre ore e li, di sopra, nella stanza dei bottoni mi hanno rimbalzato via, che Faraone e Capa hanno da intrattenere danesirussiolandesisvizzeriubriaconidelcazzo con vino, rum, vodka, parole, contratti milionari. Torno nel sottomarino quindi, sconsolato dall’essere pagato per essere inoperoso che in un mondo in crisi è senza senso. Sedia cinque rotelle e monobraccio che l’altro l’ho disintegrato, seduto disfatto come un vecchio stanco, pronto a sprecare altro tempo, lucidando un cellulare nuovo appena comprato magari, eliminare righe e graffi.

Appena comprato…Cristo.

Messo nella giacca, appena comprata pure lei e in giro una giornata quando…due giorni fa, per poi scoprire con orrore che ha fatto l’amore per tutto il tempo con una dannata pietra pomice, li dentro, nella tasca di una giacca mai messa…una pietra pomice del cazzo ruvida, leggera, ultragraffiante, piena di microcrateri come una luna storta o un meteorite arrivato da chissà quale galassia dentro una tasca chiusa di una giacca mai messa. Quando l’ho presa in mano capendo in un istante il perchè degli sbreghi sul culo bianco lucido del mio cellulare, l’ho scagliata con tutta forza dentro un cestino e l’avrei voluta riprendere mille volte per scagliarla sempre più forte fino a disintegrarmi una clavicola, pur conscio che non serve a nulla, come picchiare lo schermo del computer, distruggere un mouse, prendere a calci la ruota della bici o la gomma bucata della macchina.

“Fanculo”

Ieri al cinema, mi guardavo un film e pensavo solo ai tagli, lo tiravo fuori al buio, contento che nell’oscurità il controluce non esiste quasi mai, è tipo una specie di aurora boreale il ‘controluce’ per i folletti del cinema, roba rara. Ci sono dei gradi angolari che non verranno più rivisti dal mio telefonino…la vista di quelle righe stile tris fatto in classe mille volte su un foglio quadrettato fa troppo male. Appena comprato, sotto il sole, a 35° di inclinazione, c’è il reticolo. Controluce del cazzo.

Ma si…è uno stupido cellulare alla fine…ne cambierò altri mille, se per ogni uomo ci sono sette donne ci saranno almeno settanta cellulari credo. Lo scaglierò, lo disintegrerò, lo infilerò in microonde o in tasche inesistenti e cadrà a terra, sopra un pavè rosso vecchio di secolo. Anche se adesso è appena comprato…è solo un oggetto e io sto qua come un cretino a strofinare con quel liquido puzzolente che mi inonda le mani e i pantaloni…un pasticcio mentre mezza ditta che non vede, che non sa e nota solo i movimenti del braccio e la testa giù, può solo pensare che mi stia tirando una sega sotto il tavolo.

Una sega lunghissima e una volta in piedi, con la mano gocciolante di Polish bianchiccio…ne avranno pure la certezza.

180° giorno – Fuga?

A scrivere il numero, a scrivere ‘giorno’, a mettere il trattino ci sono arrivato…è già qualcosa.

Non basta.

Ho sullo schermo il film di Vallanzasca…non lo sto guardando…ha delle buone musiche, la recitazione mi sembra cosi cosi…ci sono un sacco di belle ragazze dentro…lo so perché quando sento una voce di donna alzo lo sguardo e vedo com’è. Tutte belle.

Le musiche però sono invadenti, te ne accorgi soprattutto quando i film non li stai guardando, senti le melodie che soffocano le parole, troppo alte…e poi urlano tutti, sia buoni che cattivi, mi sembrano tutti incazzati nonostante le donne, i soldi, le macchine, le droghe, la musica nei club.

Ma ci sta, lo siamo tutti incazzati…credo. Un sacco di gente si giustifica ogni giorno, perché ha sbagliato, perché ha perso la testa, perché non sa come comportarsi e combina disastri…perché sono incazzati. Uno che mi dice “no ti spiego…” anche se non mi interessa, una che manco mi risponde e quindi mi incazzo pure io. Sono il primo ad arrabbiarmi. Con gli altri. Con me. Arrabbiato per la donna che non mi vuole, per il conto in banca in picchiata, per le pedine che non si smuovono, per le parole che su carta, quando le rileggi, non sanno di nulla e ti credi davvero sopravvalutato da quel gran sopravvalutato di te stesso. Arrabbiato come tutti gli altri, ricchi, poveri, stronzi, bravi, preti, perbenisti, vicini di casa, invidiosi, ladri come Vallanzasca.

Sta su una nave, millesima volta che lo catturano che io lo capisco a sto punto, che gli rimanga solo la rabbia…é un bello stress. Non so come ma fugge da un oblò prendendo in giro cinque carabinieri, indossa un giacchetto da operaio, si finge parcheggiatore, fugge nel nulla di un porto.

Nelle fughe sono esperto anch’io…ma tanto è inutile…se il problema è la rabbia…quella te la porti ovunque tu vada.

Ma forse c’è da andare davvero lontano.

Non ci sono mai andato davvero lontano.

179° giorno – Bianco

Che dire…di cose oggi ne sono successe, pure belle. É che ti riempi la vita di cose da fare, persone. Cerchi la donna giusta, un po’ di affetto, del divertimento tra le ore di lavoro, in mezzo alla sopravvivenza, a gente che non sai se considerare amici o compagni di viaggio in una barca che affonda. In una barca che affondo. Ritagli spazi di vera solitudine, lontano dal mondo, sopra una sbarra, sotto la pioggia, dentro una vasca. Roba che ti serve.

Negli spazi che rimangono io non so che fare. Sono stanze bianche senza porte.

Sto li, penso…aspetto. Chissà cosa, chissà chi…ma sono stanco.

Troppo, troppo vuoto.

178° giorno – Weber

Da qualche giorno ho paura dell’acqua calda. Mi siedo nella vasca, in bagno, prendo il soffione e apro l’acqua, facendola scorrere lontana da me. Invece di innaffiarmi come Dio comanda tentenno dubbioso, come se fosse acqua gelata…mi serve prendere un respiro profondo, quasi chiudere gli occhi e puntarmi addosso il getto. Fisicamente mi dà fastidio, sento brividi sulla pelle, spilli emotivi, disagio.

Esco dalla doccia dopo tutte le varie fasi acqua, sapone, risciacquo, seconda passata, asciugamano. Mi metto una maglietta della Weber.

Detta così pare un marchio di lusso, roba di nicchia, da calciatori, da gente coi soldi. La metto perché devo uscire magari…vita sociale, donne, facendo il figo con la maglia Weber.

“Cazzo…maglia Weber…tu si che vai bene…”

In realtà, la Weber fa materiale per l’edilizia…vernici, colle, prodotti di quel genere, per sistemarti la facciata di casa e organizzare cantieri raggruppa-vecchi. È una specie di canottiera con le maniche giallo limone e la scritta ‘Weber Saint Gobain’ sul petto, roba che non terrei nemmeno nel cassetto di un armadio abbandonato in discarica…figurarsi addosso, ma d’altronde, ho finito tutte le altre magliette da letto, che mi hanno detto che alla salute fa male starsene a torso nudo.

“Va bene…ma perché…che mi succede…”

“Fa male…”

“Ok…”

Così, vestito chic, vado in cucina che mi sono ricordato dal nulla che in frigo forse ci sono ancora mandarini. Ci sono…li mangio. Poi metto su Jurassic Park, che quando fuori piove ne ho sempre voglia anche se fa un sacco di rumore Jurassic Park, è un continuo smanettare sul telecomando per fare montagne russe con il volume anche se adesso, forse, la pioggia fuori fa ancora più casino del film.

Oggi, ad allenamento, ho ‘preso’ un sacco di acqua fredda a proposito…con le mani tra pozzanghere e fango, dita rigide su sbarre viscide, la felpa zuppa, piedi fradici, gente che ti guarda come un alieno o meglio, una disgustosa e umida creatura degli abissi.

Bello però, mi è piaciuto…e sempre meglio dell’acqua calda, comunque.