Un giorno da granchio corridore

Mi alzo come sono andato a dormire, pioggia che martella le superfici scoperte del mio antro. Di là, una luce accesa avverte che mio padre è già in piedi…e non che ci fossero dubbi.

“Vuole fortemente quel granchio corridore…” urla la TV con la voce impostata di un documentario e a quel punto, anche te ti fai una di quelle domande importanti che ti condizionano l’esistenza.

“Quanto fortemente voglio quel granchio corridore?” …ma non so darmi una risposta.

Latte.

Mentre cuoce…spero si dica cosi…cuocere il latte suona male…forse riscaldare ecco…

Mentre riscalda…spero si dica cosi…noto che c’è tipo una spirale in movimento sulla superficie…la tocco con il cucchiaio e quella scompare…non controllo se si forma la pellicina ma mi affido alle bolle laterali…prendo il pentolino che avrà trent’anni…ha i cuori disegnati tutti attorno…mi riempo la tazza…dispenser con cereali terzo sportello a sinistra secondo ripiano…bello pieno pregando non sappiano di cartone come quelli dell’ultimo mese che io lo ammetto, di solito ho una gran memoria per cose persone fatti numeri costellazioni spaziali animali dinosauri automobili e formule fisiche inutilizzate da secoli tipo legge di Stevino rho per gi per acca eppure, non ricordo…non riesco mai a ricordare il nome dei miei cereali preferiti o chi li faccia o con che cosa siano fatti tra mais, avena, riso o granchi corridori.

E il latte è quasi tiepido.

Merda.

Significa che non l’ho riscaldato bene, significa che forse dovevo cuocerlo, significa che come al solito, nella vita sbaglio un bivio che tra riscaldare e cuocere, ci passa in mezzo un attimo di felicità.

I cereali però sono quelli giusti.

Almeno.

Mi guardo in giro per vedere se ci sia la scatola, cosi che possa studiare ed imparare, aggiungere un tassello di consapevolezza nella mia esistenza, andare sicuro ad un primo appuntamento con una ragazza diretto a fare la spesa…e portarla subito nella fila dei cereali in fila per sei con il resto di due tra quarantaquattro marche diverse e componenti variabili e sottoingredienti valori nutrizionali forma condimenti mascotte scintillanti con grosse K sopra galli tigri api anelli ciambelle fiocchi OGM o no produzione italiana cinese campi dorati schiavitù. Una volta nella sacra navata centrale dei carboidrati da colazione, una ‘wunderkammer’ del ‘breakfast’, andrei diritto verso quella scatola, conquistando la donna con la mia sicurezza…quella scatola di cui ho imparato colori e schemi comunicativi, in un mix tra caricature fumettistiche di animali e cascate di latte spruzzante sopra cereali dorati.

Avete mai notato?

Le cose che inondano con energia e gocce che vanno ovunque…le usano…pubblicità…forse mentalmente ci danno la carica e pensano che ti alzeresti la mattina, prendendo il cartone del latte NON aprendolo da quel minuscolo buco solito sulla punta, ma tagliandolo da cima a fondo sul lato lungo, lanciando tutto il contenuto di colpo in una vasca da bagno con Nesquik e cannuccia. Cose che spruzzano e schizzano (SPLASH!) che forse c’è pure qualcosa di sessuale e virile dietro, doppi sensi e malizie e collegamenti che siamo tutti depravati e ci starebbe anche quello, con Freud che se la ride giù all’inferno dove sta…ma voglio vederla alla prima maniera, come uno di quei messaggi che poi si scontrano con la realtà stile famiglia felice del Mulino Bianco che quelli si, hanno scodelle e latte che scende niagaramente da bottiglie di vetro anni cinquanta e il sole dorato di un post-alba vista campi di grano e fiumiciattolo.

Che io, quando apro il cartone del latte male e quello esce a singhiozzi spruzzando e spargendo in mille gocce, io…mi incazzo. Mi incazzo perché straborda e le particelle di latte fanno il giro della tazza da un litro e sotto si forma la chiazza e quindi la alzi…e la pulisci…ma adesso la goccia sta dall’altro lato e la tovaglia si macchia e si…ditemi pure che c’è il trucco…e che basta girare l’apertura in modo che stia in alto e non in basso…giustissimo, scoperto anch’io di recente…ma quando un abitudine ti entra nel DNA non ne esce più, se non con uno stupro mentale di quelli seri.

E comunque il latte è quasi freddo ormai…e sono due ore che sgranocchio e la tazza sembra ancora piena.

Certi giorni le cose non sembrano finire più e mi figuro angioletto e diavoletto sulle spalle ma con la faccia di Einstein…che parlano di relatività generale e del fattore tempo nello spazio in prossimità dell’orizzonte degli eventi.

Forse forse, questa è la colazione più lunga della mia vita.

Sarà che penso troppo.

Sarà che ancora non so quanto fortemente voglia quel granchio corridore.

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298° giorno – Cristo a Mykonos

“Cristo a Mykonos? Ma che cazzo dici?”

“No…Cristo amico nostro…te mica sei troppo normale a capir cosi male…”

“Io eh…sei da un’ora in piedi in mezzo alla ditta a recitare il Credo urlando come un pazzo…neanche allo stadio…”

“Ci vuole un pastore per questa ciurma di dannati…e il pastore sono io…” dico a Teo

…è che nel sottomarino in questi giorni regna il caos…Faraone e Capa sono in Francia e l’entropia regna sovrana, è una pazzia dilagante e la gente lavora a ritmi più bassi mentre il linguaggio scende a livelli del porto di Caracas, un crogiuolo di insulti.

Come mi sento? Bene…sono entrato in ditta in ritardo di un’ora però, mi nutrirò a velocità record a pranzo per recuperare, ruberò poi altri dieci minuti qua e la per farci pure mezz’ora di straordinario che tanto piove, piove tantissimo, piove obliquo e l’ombrello Shell va a destra a sinistra e io mi bagno asimmetricamente e obliquo, sembrerò Two-Face di Batman e non avrò voglia di uscire ad allenarmi, ne sono sicuro al 94,7%. Dopo cena poi chissà cosa andrò a fare…si è parlato di T.E.A.M….Tosco, Evenly and Mago, incontro cinematografico tra i membri a casa mia…ci sta…mi piace…dovrei fare spesa però, riempirmi il frigo di qualcosa con zucchero dentro o sale sopra che manco a farlo apposta…e vi giuro che è vero…l’unica cosa che ci rimane dentro è Gesù Cristo, in legno senza croce…non vi spiego il perché e il per come ma sta li da un po’, pare più complicato da scardinare del sepolcro a quanto pare per Jesus e perdonate la blasfemia…davvero…non lo faccio per offendere cultori della religione, adepti, gente che ci crede…ci credo pure io saltuariamente, diciamo quando magari mi serve o mi farebbe comodo ecco, due preghiere per non rimaner corto con la coperta non costano nulla…a volte becco segni divini in colpi di culo o sacchetti della spesa che volteggiano nel vento…a volte prego sinceramente…altre ripeto come un robot…a volte penso semplicemente che Dio non risponda non perché non esista, anche se rimane sempre una possibilità, ma perché sa benissimo che me la posso cavare splendidamente senza di lui che invece c’è gente messa peggio li da qualche parte a est o a sud o in qualche famiglia con una sola madre, 6 figli al seguito e 600 dollari di stipendio come commessa part-time. Oppure è in vacanza e le vacanze delle divinità sono insolitamente lunghe e chi sono io umile umano per rompere il cazzo ad uno che in 6 giorni fa un universo quando io ce ne ho messi 8 per consegnare in ritardo un manuale in francese pure fatto male…a volte fa bene scherzare sul sacro e sul profano…non prendersi sul serio, non prendere sul serio gli altri e i loro piccoli e ridicoli schemi comportamentali che riescono a convincerli che stanno facendo qualcosa di importante…che è fondamentale fare questo e quello per fare altro, formichine che scavano scavano per costruire un formicaio nel metallo che non finirà mai…è inutile…quindi meglio riderci su, fai il tuo lavoretto del cazzo e ripeti lo schema senza crederci troppo e comprati quella felpa verde con righe nere e vai al cinema, guarda sport in TV e partecipa a riunioni di lavoro che parlano di bilanci economici, ridici su il più possibile e dimenticati delle notti insonni in cui pensi che in tutto il post-Big Bang non esista un granello di senso.

In verità in verità vi dico…son due giorni che son positivo, anche se a leggere sta merda di diario forse non si capisce…e devo dire che mi preferisco cosi, sento più carica e voglia di fare…ma non è cambiato nulla, ne si sono aperti i cieli ne mi è arrivata una raccomandata dallo spirito santo e non cambierà nulla…le persone rimangono uguali, magari perdono pezzi ma rimangono uguali…continueranno i miei periodi cupi e ci saranno giorni positivi, più rari…una specie di meteo applicato all’anima. Però capita di vedere nelle cose qualcosa di più luminoso ed è bello, a naso senti che un paio di questioni possono anche andare bene e sei convinto che stamattina gli addominali spuntassero un po’ di più e che con capelli e barba rasata dimostri 5 anni di meno e qualcuno potrebbe anche innamorarti di te se ti ricordi pure come parlare senza inciampare nei pensieri…ed esci da lavoro in pausa e ti metti a giocare a golf con i sassolini del parcheggio e il manico dell’ombrello bianco-macchiato marchiato ‘Shell’ che fa da ferro numero 3 anche se piove forte-asimmetrico-obliquo e Teo bestemmia di muoverti ad entrare in macchina e torni a casa e il sugo sembra fatto con il pomodoro fresco e il basilico appena colto, ti siedi a tavolo e chiedi “Come va?” agli altri e pensi che vorresti comprare un maglione e una giacca con trama grigia-nera e cambiare anche un po’ stile, mezzo-hipster-mezzo-cowboy-mezzo-sofisticato che più mezzi ci metti dentro meglio è. Ti senti anche con una tua amica al telefono, organizzi serate per un mese, lei ti dice “E sabato? E Domenica sera? E Mercoledi?” e tu rispondi solo “Si” ed incastri impegni in cui non puoi mancare per non deludere-offendere-distruggere le aspettative degli altri ed è meglio programmare tutto subito, che oggi quello che ho mi va bene e da pesce piccolo il mio stagno sembra un lago…perché magari domani per me Dio non esisterà più e ricomincerò a guardare la ruga a “V” in mezzo alla fronte illuminata dalla lampada dello specchio, in bagno…penserò alle articolazioni doloranti e all’età e alla morte termica dell’universo e mi riscoprirò con ancora sette chili di troppo e il sonno in corpo.

E’ che non mi sono ancora esercitato abbastanza nel tenere strette certe sensazioni positive, farle mie e portarle avanti con impegno ed è un po’ come vivere alla giornata nel bene e nel male quindi, oggi prendo il buono e metto in tasca…e forse domani sarà il peggior giorno della mia vita, chissà.

Ma sarà domani.

296° giorno – Una serie di fortunati eventi

Dovrebbe passare adesso il pullman ma non si vede…e se passasse dico…lo faccio il biglietto? I controllori mica lavorano alle 21:16 mi sa…e anche se mi beccassero poi…sono da solo in città, io e il cartone da macero fuori dai negozi, mi beccherei la ramanzina da solo in un pullman che il problema dell’essere beccati non sono i due spicci della multa e nemmeno l’ansia o l’adrenalina quando lo vedi salire con la porta dietro chiusa e lo sguardo da Robocop…no…è la vergogna di essere in pubblico in mezzo a 22 persone sedute, 65 in piedi ed 1 in carrozzina che ti guardano mentre fai la tua bella figura di merda stile bambino chiamato alla lavagna senza aver studiato.

21:18 e arriva. Completamente vuoto…lo sospettavo…luci al neon e ‘P’ luminosa li davanti, Penultimo Pullman prima del nulla serale, mi siedo in mezzo e mi stravacco, alla fine lo Pago quell’euro e trenta che per sto viaggio ne spenderanno almeno tre in gasolio, viaggiano in perdita da una certa in poi e non me la sento di rubare.

Stravolto.

Ho la testa che mi gira dalla mattina, avevo intenzione di starmene a casa almeno fino alle nove per cercare un nuovo baricentro gravitazionale per i miei pensieri standomene a letto ma troppe questioni sospese, lavori in corso, affari da sbrigare, tradizionali ritardi…roba che mi devasta ancora di più ora dopo ora ma le cose cambiano…mi ritrovo con una schiena il pomeriggio, quasi nuova e una serie di fortunati eventi che stamattina il programma era fisio per poi andare a fare delle foto ad un amico…calcetto, ma “forse piove” mi dice, meglio settimana prossima e quindi penso di fermarmi ed allenarmi con un altro amico ma quello “No…lavoro fino alle 22” e di stare da solo alla scala non ne ho proprio voglia, meglio andare in giro e fare un po’ di foto street che una rivista mi ha chiesto dieci foto per una serie e le mie son belle ma incomplete e devo lavorarci su per gloria e fama futura. Solo che poi incontro un amica e andiamo in libreria e parliamo, lei si fuma una sigaretta e parla di viaggi, si fanno due passi e si parla di viaggi, stiamo fermi davanti alla porta e si parla di viaggi. E si fan le sette. Ed è tardi. Ma rimango comunque in giro anche se non sono ‘confident’, la strada mi rifiuta, pochi scatti e pure brutti, poca gente e poco interessante o forse sono solo io il problema…ma continuo, prolungo fino al centro, temporeggio, entro nel solito bar ma con nuova barista mai vista prima e siamo completamente soli e si comincia con due parole e poi venti e poi duecento e finisce che sto li due ore a parlare di vita, morte, futuro, amore, pensieri, anarchia, lavoro e sogni finché non è ora di chiusura e nessuno è entrato o uscito e tutto è sospeso nel nulla e forse, in tutta la città… mondo…universo, ci siamo solo io e lei.

295° giorno – Un pacco di buone intenzioni

Uno di quei giorni in cui ragiono sull’inutilità di alcune cose come gli intrattenimenti, stadi pieni e folle festanti e ci penso di fronte ad una partita di hockey che mi piace tantissimo anche se il 90% delle volte il disco manco si vede ma mi diverto comunque…e penso a quanto inutile e poco importante sia tutto questo mentre sto immobile stile paralisi bava alla bocca sul letto, ho tipo la convinzione che l’uomo debba pensare solo a cose grandi e nobili e all’arte e all’amore e alla riproduzione sfrenata per dare un senso a quel fatto fortuito della nostra comparsa nella periferie di una galassia insignificante…e lo faccio mentre tifo spudoratamente Finlandia dopo non aver fatto tipo nulla tutto il giorno se non svaccarmi in un bar la mattina, mangiare come un porco, momenti di autoerotismo per noia su porno-streaming, ancora cibo a caso ad ogni sollevamento spinodorsale dal materasso e poi pure partita di calcio in TV con risultato già deciso dopo 10 minuti, sempre stra-svaccato dentro un letto e copertina per una temperatura media sui trentotto che quasi sudo e ora scorrono spot e immagini e interviste, altri sport strani e inutili come quelli che sciano tutti storti e hanno il fucile dietro e quelli che lanciano ferri da stiro di pietra sul ghiaccio e mentre gli occhi chiedono pietà e la luce che illumina i toni di grigio di questa merda di paese sta sparendo dalla finestra, penso che dovrei essere fuori a far foto, amare, costruire razzi per viaggiare nell’iperspazio e costruire un futuro migliore per tutti nonostante il grigio e il freddo e il vento ma invece sto qui e mi gratto in tutte le parti del corpo che riesco a raggiungere con la mano destra e ora mi guardo dei tizi che si menano sulle balaustre, acconciati con armature colorate che corrono sul ghiaccio e la mia parte sinistra sta già russando e comprendo profondamente quanto imperfetti siamo tutti quanti, macchine piene di difetti visto che bastano due gocce e una colazione abbondante e ventitré pollici tubo catodico Philips nero del ’98 per prendere arte, amore, poesia, buona volontà, giustizia, futuro e profonda conoscenza e impacchettare tutto dentro quattro lati di cartone, tre francobolli e scrivere “non me ne frega un cazzo” nello spazio del destinatario, invio per corriere…è più comodo…te lo vengono a prendere a casa…non devo manco uscire.

292° giorno – A fare la spia ci si guadagna…

Ci sta un tizio oggi in ditta…pare lavorasse qua dal Faraone millenni fa e sia lui che la Capa sbuffano a saperlo di sopra, chiedono perché sia venuto e che cosa voglia o come abbia fatto ad entrare senza che nessuno se ne accorgesse e io mi faccio un dipinto in testa, penso sia qua per raccattare uno straccio di lavoro per sopravvivere, tornare all’ovile come ho fatto io, zitto e muto coda tra le gambe. Quando vado di sopra dai testoni softweristi elettronici lo vedo che parla con uno dei ragazzi, giacca figa, maglione quasi-salmone a collo alto un po’ da checca, capelli lunghi…è li che discute di forniture e fa domande, poi io me ne esco e lo ribecco solo un’ora dopo sulle scale, se ne sta andando e io fermo il ragazzo con cui stava parlando, per farmi i cazzi degli altri giusto un po’…cosi gli chiedo se glielo diamo un lavoro anche a questo povero cristo che sembriamo la Caritas, quasi a moh di scherno, tipo con fare superiore.

“Lavoro? E che gliene frega a quello del lavoro…”
“In che senso…ero convinto fosse qui per quello”
“Ma de che…quello è milionario…aveva una ditta…facevano codici e programmi per le intercettazioni telefoniche…lo stato li riempiva di soldi…un giorno si è rotto il cazzo e ha venduto la sua parte al suo socio…ha passato gli ultimi quattro anni a fare il giro del mondo in barca a vela”
“Cosa? E che ci fa qui”
“Si è rotto le palle di stare in barca e per divertimento si sta inventando qualche progettino…cosi…per passare il tempo…voleva una lista di fornitori”
“Eh…cazzo”
“Eh…”

È che c’erano gli anni novanta un tempo qua in Italia…era un po’ come una specie di festival degli eccessi…dei nuovi anni ’70 per gli imprenditori dove qualsiasi cosa fruttava e andava bene, dal benzinaio al venditore di mollette di legno e lo stato elargiva generoso, copriva d’oro ogni puttanata, maniche aperte senza nemmeno gettare un’occhiata nella borsa…tutta roba che adesso ci sta rovinando che i conti tornano sopra un boomerang e sono solo nostri stile “si ho fatto la cazzata…ma ero giovane…ci sta no? Ancora scusa…ciao eh”…ovvio…forse qualche possibilità ancora c’è…uscirne in qualche modo e cogliere l’opportunità…anche se io ancora non trovo le idee giuste lo ammetto…o forse le avrei anche ma senza competenze per metterle in pratica e a trent’anni son tipo già vecchio e mi sento come se non potessi studiare e imparare e ‘fare’ qualcosa come se il catabolismo cellulare si stia propagando a vista d’occhio e dentro abbia novant’anni…e non dico di provare invidia poi per questo individuo che manco conosco…cioè un po’ si…barca, girare il mondo…cazzo se mi piacerebbe…però dico che adesso è complicato rischiare, c’è paura per le tre verdure che spuntano dall’orto che paiono secche, figurati se puoi stare a pensare di piantare angurie…ed è difficile cercare la combinazione della cassaforte…anche se sai che ti basterebbero quei numeri poi e sarebbe fatta ma la matematica non lascia scampo…potrebbero volerci anni e anni per trovare quella giusta…trenta destra quindici sinistra quarantadue destra…no…non si apre…riproviamo…cosi…quarantacinque sinistra…ancora…venti destra…per quanto…ma si può? Senza certezze…pure un po’ a caso…quindici a sinistra…fino a quando?

291° giorno – Lo specchio del passato

Quando mi vedo riflesso in vetrine nere, grosso, vestiti malconci post-allenamento, barba e cappuccio, sembro davvero un tipaccio…non devo piacere molto concio cosi e anche se vorrei che fosse il contrario e non dare l’impressione del duro e poco raccomandabile in realtà non faccio nulla per combattere quest’immagine e spesso sto zitto, occhi taglienti e duri e sorridere è un’impresa…dovrei provare a sorridere alla gente…quelli che mi conoscono mi vogliono bene ma pezzo dopo pezzo il castello si sgretola, amici prendono altre strade, relazioni più rarefatte e forse qualche sorriso in più davvero aiuterebbe, espandere le conoscenze, nuova gente da infilare nel cerchio per non lasciare che del castello rimangano solo rovine…re delle macerie.

Poi chissà, magari il meglio deve venire davvero, quando penso al tempo perso o gli errori fatti e chance buttate al vento, mi dico che tutto tornerà…che ora sono quel che sono ‘grazie’ al mio passato e non ‘causa’…e che tutto il buono e tutti i sogni che voglio realizzare hanno avuto origine anche in quel nero…forse sarei stato sposato con la mia vita normale…felice e senza ambizioni…magari anche meglio di come sto adesso ma senza le passioni che mi stanno trascinando la mente.

Ma scrutando sempre in quei riflessi scuri senza luce…in quei vetri bui, penso alla possibilità che rimangano irrealizzate le mie ambizioni…e in cosa si trasformerà a quel punto, il mio passato?

290° giorno – Stamattina il ghiaccio sulla mia macchina assomigliava a rami di albero…

Ho troppe voci attorno e una specie di nausea che sento in pancia e nel naso e quando vado su dalla Capa dopo la chiamata d’emergenza, quattro fogli di depliant freschi di stampa in mano, rimango li in attesa davanti alla scrivania del caos coperta di fogli, graffettatrici e piccoli contenitori immaginando solo di lasciarmi cadere e schiantarmi svenuto sulla sua scrivania ma invece sto fermo e rigido mentre lei parla e parla e critica i testi e mi fa incazzare e innervosire anche se nemmeno l’ho scritta io quella roba…cose vecchie di trent’anni…e non ho nessuna cazzo di responsabilità per le stupidaggini segnate ma digrigno i denti, vorrei che andasse tutto bene, “si ottimo mandiamo in stampa” e via e che mi si lasci in pace e magari anche che mi si lasci cadere dritto per dritto a peso morto sul tavolo e dormire…ma lei continua a segnare e appuntare micro-correzioni scritte con la sua grafia che a stento si legge e c’è una specie di sonnolenza che mi prende a calci la testa, sale dai piedi e arriva al naso alla bocca agli occhi e alle sinapsi e divento nervoso quando entra altra gente e inizia a parlare ad alta voce, qualcuno telefona e il Faraone discute di prezzi e imbrogli e forniture a uneuroetrentacentesimi, il verniciatore parla in dialetto e c’è il Bruck dalla Germania e vorrei mettermi a gridare “Basta cazzo voglio silenzio!” e di colpo bum!, vuoto e bianco per un istante impercettibile, tutto che sparisce e adesso c’è il sole e quiete e un prato e un cielo e un albero di ulivo e il vento caldo che muove le fronde…io vestito comodo con nessuno che mi parla, chiede cose, fa richieste, pressa con tempi di consegna e liberatorie da firmare e pane da comprare con i soldi guadagnati e dimostrare a qualcuno qualcosa quando come perché con chi…solo stare li al sole con un filo di finocchio selvatico in bocca e non me ne frega un cazzo di dove sono e di che cosa stia succedendo o se si tratti solo di un sogno.

E invece sto qui. Sempre qui nell’ufficio più congestionato del mondo. In piedi con le cose che entrano ed escono dal cervello…e penso di essere esaurito..sono esaurito cazzo..e depresso e solo…e mi serve qualcuno a fianco come mi dicono ma io non sono apposto mi sa…chi se lo prende uno non apposto…che è da fuori che si vede quanto poco sono sano, che digrigno dentatura e stringo i pugni e sgrano gli occhi e faccio smorfie…chissà come ci sono diventato non apposto…forse è la scrittura o quando son caduto a parkour o una dieta squilibrata che lo diceva sempre mia madre “vedrai a non mangiare verdure che ti succede” e io me ne sbattevo altamente ed invece aveva ragione…tutte quelle fibre verduree che non ho assimilato da piccolo sarebbero tornate utili adesso, avrebbero tenuto unito i filamenti del mio pensiero ed invece ora, si stanno staccando pezzi di testa uno dietro l’altro e sto impazzendo…l’altra sera pure una mia amica cameriera me lo diceva mentre ero li nel tavolo che trangugiavo carboidrati senza fibre di verdura…”tu sei pazzo” diceva, ed era convinta della mia pazzia e dei miei occhi, pazzi anche quelli, e che dico cose da pazzo. Adesso son fuori dall’ufficio di controllo, nel sottomarino con di fronte il mio ventitrepollici di finestra sul mondo…cerco su internet cosa rende esauriti e pazzi e il web 2.0 mi risponde che se sono nevrastenico, facilmente affaticabile, depresso, coi nervi a pezzi, cefalee e non dormo bene, disturbi dell’attenzione, irritabile con modifiche emotivo-affettive, insicuro, sfiduciato, teso e iperemotivo e preoccupato, ipocondriaco, patofobico allora ce l’ho l’esaurimento…e ovviamente mi ritrovo in tutto e mi riscopro pure ipocondriaco che sta dentro la lista e io non mi ero accorto di esserlo ma in effetti quando sto a pensare a quel dolore lì e a quel dente là io mi preoccupo, mi preoccupo molto…e mi preoccupo anche dei malanni degli altri e scopro che pure io ho gli stessi sintomi loro e cosi scopro di avere anche la lebbra e la peste e una di quelle cazzo di malattie strane che fan grumi nel cervello, ti fanno andare a duemila i neuroni finché poi non esplode tutto e ho anche l’ansia e pure il menisco mi sa che è concio e ogni mattina quando mi guardo allo specchio vedo sempre che qualcosa non va…vene sottopelle e rughe strane sulla fronte e le occhiaie, tutti sintomi che si collegano e si intrecciano l’uno nell’altro fino ad un un unico punto, è davvero come dice la mia amica cameriera…io son pazzo, son pazzo sul serio e tanto vale chiedere direttamente come stanno le cose, senza filtri…

‘Sono pazzo?’

…e premo invio…e mi escono link ad un film mai sentito, discussioni di uno che ha la fissa dei grembiuli e collegamenti a forum femminili in cui manco entro…mi scontro con i limiti delle macchine, dagli in pasto questioni complesse e non sa più che pesci digitali pescare nella sua rete globale…e a quel punto vai sullo specifico…

“Emanuele Toscano è pazzo?’ scrivo allora…se ci fosse un’intelligenza segreta superiore che governa tutto come io credo, soffrendo anche di crisi paranoiche, la sto sfidando ad analizzare i miei dati e le mie parole e le mie foto, amori segreti quasi-confessati e finti-amori dichiarati, registrazioni archiviate dalla NSA, poesie e chat adolescenziali, frustrazioni e lacrime riprese da telecamere nascoste, per darmi una risposta su schermo. Adesso.

Ma quello mi vomita pagine che parlano di Grande Fratello e di artisti del gioiello, cantautori toscani, Casa Pound e ‘come capire il fascismo del terzo millennio’ e non so come e non so il perché…anzi, …forse è per quei grumi nel cranio di prima…mi viene un flash di stamattina, quando ho perso mezz’ora di lavoro per rimanere fuori dal cancello di casa a fotografare vetro e cofano del Lupo coperti di ghiaccio…

‘Stamattina il ghiaccio sulla mia macchina assomigliava a rami di albero, ti è mai capitato web 2.0?’

…che forse non mi conosce cosi bene ma di questo fenomeno fisico può dirmi di più.

Mi corregge l’ennesima volta, vomita inutilità apparenti ma ho a che fare con algoritmi e processori sub-atomici, super-computer raffreddati a liquido imparagonabili alla mia mente banale…da intelligenza superiore forse, vuole farmi capire che pongo domande sbagliate che non servono alla mia salvezza, come un Dio benevolo ed è nelle immagini che mi propone convinto che si trova la soluzione…c’è un dolce con della panna sopra, Road Runner della Warner Bros, un lago autunnale, grattacieli, uno striscione di polemica, una donna in bianco sdraiata in un bosco, delfini con tramonto sullo sfondo, una casa nel nulla.

Ma è solo dopo aver passato mezz’ora a guardarle cercandoci un senso, in un istante di lucidità tra telefonate e gente che martella…caos e rumore di motori elettrici, che trovo la mia risposta.

Pazzia

289° giorno – Addio compagna di avventure nel sottomarino

Le ho perdonato di avermi spaccato la schiena, non era colpa sua alla fine…arrivata a me dopo averne passate mille in condizioni pietose e subito ad assumersi il compito più gravoso…subire cento chili, i miei, in perenne movimento che mi agito per ogni cosa, mai soddisfatto della posizione e la maglietta si tira su e la chiappa mi fa male e accidenti cosi mi scappa da pisciare e sono nervoso e quella è una stronza e scatto tipo in preda ai raptus e se ho spazio faccio pure addominali ed esercizi e stretching e ci corro pure in giro da scemo tutto per otto-dieci-boh ore al giorno moltiplicato venti per dieci e dopo pochi giorni infatti, ecco la prima scontata operazione chirurgica, d’altronde è vecchia e la stavo davvero massacrando…riduzione della frattura del poggiabraccio di sinistra ceduto di schianto, il più fondamentale in una scrivania visto che la mano destra sta sempre sul mouse ma la sinistra si deve appoggiare da qualche parte, soprattutto nella mia sezione di sottomarino dove lo spazio scarseggia e tutte le superfici d’appoggio sono stupide, inaccessibile, scomode e puntute.

Ma la riduzione non è servita…traballava come un tavolo a due gambe, amputazione necessaria sentenzia il dottore e quindi spostamento del bracciolo di destra nella parte sinistra con saldatura a goccia e rivetti di supporto…e tutto sembrava andare bene fino ad un nuovo inaspettato crack…la povera spina dorsale si piega di colpo con un orrendo rumore di metallo che sfrigola a corredo, partono viti e schegge plastiche, si apre una crepa che fa saltare manopola e attacco dello schienale, un pezzo di copertura cade inerte al suolo privata di agganci, esplosi pure quelli. Sembra spezzata a metà e ciò la rende più reclinabile di una spavalda ventenne di facili costumi anni ‘ 70, con drammatiche conseguenze per la mia povera schiena…mi ritrovo a lavorare da sdraiato quaranta centimetri sotto il bordo della scrivania, sembro un Umpa Lumpa incazzato in azione di sabotaggio ma nonostante i reclami e i miei lamenti tutti sembravano alquanto divertiti del mio modo lavorare, mi guardano e ridono, come se mi divertissi un mondo a sembrare appeso a bordo scrivania o sdraiato in una brandina da ospedale.
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“Ma che fai…stai sdraiato?” dice la Capa sorridendo

“No è la sedia…dovrei cambiarla”

“Dillo di sopra” e io lo dico

“Ma che fai dormi?” dice il Faraone incazzato

“No è la sedia…dovrei cambiarla”

“Dillo di sopra” e io lo dico

E io lo dico pure un po’ di volte di sopra, ma la schiena comincia davvero a lamentarsi come un bambino affamato e si sa come funziona in certe ditte…alcune cose finiscono per essere dimenticate o scritte su un post-it giallo che viene ricoperto da altri ottantacinque post-it gialli il giorno stesso quindi provo a sistemarla per i cazzi miei che non si sa se poi mi arriverà davvero una sedia nuova, chissà quando, chissà come. Utilizzo la più grande invenzione dell’uomo…lo scotch…che finché hai una buona dose di scotch puoi fissare qualsiasi cosa a qualunque altra cosa e risolvere un sacco di problemi…io ci ho curato ferite e disastri infantili, hanno fatto compagnia ai miei vecchi occhiali per un sacco di tempo e credo che tengano assieme ancora un paio di miei biciclette. Stringo con la morsa compattando schienale seduta e pezzi in metallo e srotolo diciotto chilometri di nastro marrone…lo faccio passare ovunque facendo giri pure dove non necessario che abundare è meglio che deficere…quattro chili di scotch che forma una specie di pallone spigoloso e marrone sotto la sedia…ma è solo un azione temporanea in attesa della seconda grande operazione chirurgica…roba in grande stile, pianificata meticolosamente.

Prenoto il tempo del carpentiere della ditta qualche giorno dopo, una mattina senza rompicoglioni attorno. Smontiamo i componenti, saldiamo le spaccatura rinforzando con lamine di ferro…poi infiliamo viti e rondelle e saldiamo pure quelle, poi riattacchiamo i pezzi e infiliamo altre viti e rondelle e bulloni e saldiamo ancora e mettiamo dei sostegni per il bracciolo, saldati…e sostegni laterali a T, saldati…e alla manopola tagliamo l’attacco in ferro cinese e ci mettiamo dentro un’enorme vite nera che guarda un po’, blocchiamo nella posizione più rigida e interna e saldiamo pure quella a tutto quel blocco di metallo fuso che ormai si è raffreddato…ora non è più una sedia ma un tank, pesa trentaquattro chili in più, a stento si riesce a spingere e lo schienale è cosi rigido che ci potrei fare le verticali tenendo un paio di pony sotto le ascelle e mi metto li, tutto soddisfatto con la rediviva vecchia amica pronto ad affrontare altri anni di onorato servizio.

Poi arrivo, giorni dopo…ed ecco sul mio pezzo di sottomarino una scatola gigante…e io mi chiedo cosa ci sia dentro…non è che mi hanno licenziato e inscatolato tutte le mie cose stile film americani?

Ma sbuca una faccia sorridente da dietro il mio monitor “Ti ho comprato la sedia!” mi grida contenta la segretaria…e io apro il pacco e inizio a montarla senza capirci un cazzo all’inizio anche perché è dai tempi degli Ovetti Kinder che odio rifarmi agli schemi, piuttosto le cose le monto sbagliate e storte…e sono li, che smanetto e avvito e attacco viti e incastro pezzi di plastica su sedili sagomati e schienale ergonomico, cinque rotelle high-speed, braccioli design con regolazioni triple basculanti e tutti mi vedono e mi dicono “Sieda nuova!Sieda nuova! Sei contento eh?” e io che sorrido e poi guardo la vecchia amica che chissà che fine farà e non riesco a non pensare che no, non sono poi cosi contento.

fotor_(10)

286° giorno – L’eco dei tempi passati

Pare incredibile che si possa affrontare la stessa identica discussione con due persone diverse nello stesso giorno…e quasi son sorpreso…non avevo in mente di parlarne la prima volta, non immaginavo minimamente di affrontare la seconda perché non pensavo esistesse la questione stessa…cioè si…forse una volta…esisteva…ora non più, accantonata, accettata come conseguenza di una vita che dà e toglie senza preavviso, il più classico dei “c’est la vie”.

Si parlava di rapporti che cambiano, che diventano più rarefatti nel tempo e del fatto che il problema sembra che sia sempre e solo mio con la mia visione romantica delle cose in stile Mccandless…”happyness is real only when shared” e quindi vogliamoci bene…e quando succede o percepisco o giusto intuisco che le cose non sono come prima, lo faccio pesare…sprono il cavallo a dare di più col frustino ma salta fuori matematicamente, che il problema è solo mio perché è normale che sia cosi dicono e io a rassegnarmi alla cosa faccio fatica ogni volta, rimango dell’idea che se qualcosa è bella e funziona non vedo perché consentire alla vita, ai pensieri, agli altri e all’universo di averla vinta su tutti i piaceri che abbiamo…cazzo..sono io padrone della mia vita e io ritaglio il tempo per quello che mi fa stare bene se è questo che voglio, non posso consentire a particelle negative e pesanti, impegni e preoccupazioni di soffocare le poche cose belle che mi rimangono, farmele accantonare in un angolo con l’idea remota ‘ prima o poi tutto si può rispolverare ed è come nuovo se Dio vuole’…no cazzo.

“Dovremmo sentirci di più” mi dici.

Ma non è stata una scelta mia…lo sai. Qualcosa è cambiato da qualche parte, a me il ‘prima’ piaceva ma poi non ho più avuto il controllo, non dipendeva da me, è sfuggita via e non so come…forse il lavoro e il tempo veloce o la nuova vita di coppia e tutti quei grossi pensieri seri che hanno preso il possesso dei piccoli pezzi belli e mi dici che sei cambiata e forse sei peggio, tu non lo sai e io non lo so…magari un tempo avrei potuto saperlo ma ora no e io te lo dico…tutto questo è sbagliato, priorità e importanza a cose che non ci rendono felici, quell’ora in più di straordinario, arrivare a casa la sera con lo specchio del bagno davanti e non capire quello che si vuole dalla vita, dal partner, da se stessi ma andando avanti lo stesso secondo il generale buon senso, quando ti dicono che c’è da crescere e metterti in cravatta e fare affari…e la testa deve stare apposto, basta con le creste e i ciuffi colorati, i jeans con gli strappi non puoi più usarli, ventiquattrore nera…”Ma che fai hai la macchina con l’alettone? Ma scherzi?”…e gli amici…si gli amici ecco…”Sai…ho cambiato giro…esco di più con i colleghi anche se non li conosco bene…non mi fido ancora…non mi piacciono nemmeno troppo ma che ci vuoi fare…non son più ragazzino…cazzeggiare e parlare di serie tv e film fumando spinelli sotto un cielo stellato di Agosto…battute sconce e pizzicare il culo alla cameriera e fare gli scemi non son cose più da me…dovresti capirlo…anche te hai trent’anni…anche te la vita ti ha preso a sberle…anche te capisci che non siamo più ragazzini con il foglietto delle scelte “vuoi essere il mio migliore amico” SI-NO-FORSE da crocettare…non ci si può sentire ogni giorno come facevamo prima…è stressante…è giusto che si si becchi quella volta ogni tanto…fosse anche una in un anno…anche per dire due cazzate non dovrebbe poi importare molto…l’affetto resta no?”.

Si…giusto…ma perché? Per arrivare un giorno e dirmi “Dovemmo sentirci di più” e avvertire forse una punta di nostalgia o un momento di estrema realtà? O forse nemmeno capirlo…è solo un pensiero che arriva come un fulmine a ciel sereno e nell’aria rimane solo l’odore di aria elettrica e particelle ionizzate…è solo un’idea non una strada da riprendere e non ci sono rimpianti dici…”dovremmo sentirci di più”…ma tutto sommato nonostante il grigio piombo dei pensieri in testa…forse è solo nostalgia o altro, compare quello sprazzo di azzurro passato, dove le cose forse non erano comunque un granché…e c’era da piangere lo stesso in telefonate chilometriche e forse il lavoro era ancora senza ambizione e la vita scorreva un giorno dopo l’altro nella monotonia però sapevi che c’era comunque quell’unione, l’angolo sicuro, il capirsi profondamente, quell’amicizia forse pure un po’ troppo stupida, demodè, poco hipster, senza foto selfies scattate a bordo del’ottovolante più veloce del mondo, nerd e dettata dalla noia ma comunque solida, rimasta e sopravvissuta lo stesso…una cosa importante anche se forse l’aroma adesso si è un po’ perso come quella statuetta di mogano che ho in sala, un elefante nero e zanne bianche…un regalo che un ragazzo africano fece a mio padre e che da piccolo profumava tantissimo ma adesso, trent’anni dopo, non profuma più ma rimane comunque bella.

Però il profumo se n’è andato…ed era meglio con il profumo. Da piccolo, la statuetta la prendevo in mano…e la giravo…poi me la avvicinavo al naso e chiudevo gli occhi mentre mi godevo il profumo…ora è solo bella…ci passo davanti e lo penso “Bella” ma non la prendo più in mano, non la rigiro, non gioco con l’avorio ne mi ricordo più la sensazione di quel legno liscio levigato, ne l’odore e forse, sarebbe bastato tenerla protetta al chiuso la statua…come una pianta da innaffiare e curare e tenere al caldo quando fuori c’è l’inverno ma no, stiamo qua a parlare e discutere con l’eco dei tempi passati.

C’è già un chilometro di parole sopra di noi…torni a dire che non sai cosa vuoi…che non c’è nulla da decidere e nessuna crocetta da mettere sul fogliettino…che sei impegnata e torni ai tuoi pensieri cupi e preoccupazioni, che le cose cambiano e che ti capita di volere aria da respirare, non per forza più buona o più fresca ma nuova almeno, mai inalata e forse adesso siamo cosi solo perché non sai più di cosa parlare e raccontare…sei assorbita nel futuro e chissà come andrà e chissà cosa vorrai poi…non riesci a pensarci adesso…non ancora…la prossima volta magari, quando ancora una volta mi scriverai ‘dovremmo sentirci di più’.

278° giorno – Tutta colpa del Clocox

In ufficio hanno messo tre bandierine sul tavolo…argentina, italiana e tedesca…per dei clienti che arrivano dicono, roba grossa pare e mi ricordano tanto i macchinoni neri con le bandiere ai lati nei film americani, quelle per senatori e presidenti e uomini di stato raccattati all’uscita di jet privati con macchina che si ferma a due metri dalla scaletta e tizi in nero con gli occhiali che aprono portiere e stanno fermi immobili con pettorali larghi quanto parafanghi di camion…certo, non fosse che l’ufficio è come al solito immerso nel caos più totale, un mix tra reparto amministrativo, magazzino materiali pesanti e pazzia del Faraone che a dirla tutta..è più energico ed euforico che mai, dice da giorni di aver trovato la sua strada ovvero stare al telefono o in viaggio perennemente parlando in lingue che forse nemmeno conosce e vendere vendere vendere, tirar su i livelli d’oro del tesoro che pare gli stia riuscendo pure troppo bene ed è per questo che si gasa tanto…tutto a nostro vantaggio e non tanto per i dollari a fine mese quanto perché se sta facendo guerra all’estero non sta da noi e quindi meno caos e cicloni nelle nostre zone…forse forse significa che potremo lavorare in pace nel Sottomarino senza che si inizino e si abbandonino 26.349 progetti al giorno senza alcuna logica, senso, programmazione, voglia.

Rito delle 11:00, pisello in mano, prima cabina-cesso dello spogliatoio, pisciata liberatoria…”Pssssssssss”…e polverina bianca per lavarsi le mani, unavoltaemezza di aria calda per asciugarsele, bottone premuto con un colpo di Kung-Fu dato con il gomito, come se puntassi a staccare il collo ad un malvivente con grossi guai a China Town…l’orario preciso preciso come quel nuovo orologio atomico che sbaglia di un secondo ogni 5 miliardi di anni, letto su Google news…chissà a che serve visto che la terra sarà bella che fritta e dubito che ci sarà qualcuno che dirà “Toh…è indietro di un secondo” e via a girare la manovella dietro o a fare doppio click nell’angolo in basso a destra dello schermo per spostarlo avanti anche se, mi dico, come fai a sapere che è in ritardo di un secondo a meno di non avere un altro orologio che sbaglia di un secondo ogni 10 miliardi di anni su cui basarsi…sempre che servino degli orologi visto che i fisici dicono che il tempo rallenta e accelera e ha forme diverse e magari pure due tette e somiglia a Megan Fox senza una gamba…come facciamo a sapere che in realtà non siamo già in ritardo di 4 minuti e 10 secondi…insomma da dove si parte a contare il tempo sempre che poi non ci sia qualche cazzo di divinità di sopra che si fa grosse risate visto che il tempo mica esiste e non ce ne siamo accorti…”esiste solo il Clocox in tutte le sue 18 incarnazioni metafisiche” dice la divinità e ancora noi umani stupidi non l’abbiamo capito forse forse perché sprechiamo energia (esiste?) a costruire inutili orologi che sbagliano solo di un inesistente secondo in cinque miliardi di inesistenti anni invece di inventare una macchina di analisi del Clocox.

Ma si…chemmifrega dei secondi in più o in meno, esistenti più o meno, clocoxati più o meno…ne spreco cosi tanti quando rimango senza pensieri e sguardo fisso bava nell’angolo che non mi importa più…figurarsi cosa mi interessa di protoni-bosoni e orologi da 100 metri quadrati quando la fisioterapia è saltata e la schiena urla…e fuori nevica ma non attacca…e che anche oggi non ho voglia di fare un cazzo ma tutto sommato mi arrampico sui vetri scivolosi dell’apatia portando avanti a singhiozzo i progetti…che le parole mi sembrano tremendamente complicate come la vita e l’amore e il futuro…e scarico roba da studiare e non studio e ci ho riempito un hard disk di sta roba…e devo lavorare di più e guadagnare di più per spendere di più, comprarmi la nuova macchina fotografica, una Golf usata 120.000 km che tanto le golf fino a 500.000 ci vai nel Sahara e in camporella senza paura che non si accenda e pure uno smartphone che questo c’ha un graffio in un angolo che me ne ricordo giusto quando lo tocco per sbaglio…e un appartamento per vivere da solo poco distante dai miei in quasi condizione di povertà e regali che farò alla mia ragazza che nemmeno conosco e che non so manco come-quando-chi possa essere se mai ci sarà nel tempo-futuro-mondo…sempre che tutto ciò esista davvero e non scateni altre risate nell’inquilino divino-luminoso del piano di sopra, quello che stuzzichi con bestemmie e bastone sul soffitto quando ti sei rotto il cazzo del casino che viene giù, che pure da giovani ci lamentiamo come i vecchi quando qualcuno si diverte più di noi.

Tutta colpa del Clocox, quella forma metafisica là che non ricordo più il numero, sempre che esistano i numeri…quella che parla più o meno del fatto che le cose proseguono sempre per linea retta nonostante tu creda di andare in curva inclinato con un Hayabusa blu a 300.000 metri all’ora che fa più scena dei chilometri ma in verità, se poi tu dopo una curva ne metti un’altra al contrario con sto giochetto ci fai strade lunghe parsec in fila per tre con il resto di un paio di anni luce e pare una roba tortuosissima la vita cosi, stile passo d’alta montagna o rally di Montecarlo ma guarda un po’, a vederla dall’alto il punto A e quello B stanno sulla stessa linea ed invece in mezzo è un casino del cazzo tutto ghirigori e strapiombi e spirali e curvoni a parabola e c’è pure quel cazzo di bivio dove ti stavi per schiantare sul platano, eccoli lì…e lì anche la piazzola in cunetta dove hai tirato su quella stronza…tutto un gioco fastidioso come quando chiami un taxi all’uscita dell’Aereoporto e al Dio tassista gli dici “portami all’Hotel Cinquefiori in via Romano numero 34…sa dov’è?” e lui “si si ma sarà lunga” e ti fa fare tutto il lungo mare e il lungo lago e il lungo movida e la periferia e poi il centro e ci arrivi che sono passati 34 minuti e 18 chilometri e scendi e gli dai 200 euro che sono una follia e lui ride  e sgomma rapido e ti volti un attimo ed eccoti dall’altro lato dell’aereoporto…intravedi pure l’aero-pulmann da cui sei sceso…e forse forse se scavalcavi quella rete di ferro lì buttando per prima la valigia dall’altra parte, all’albergo, ci arrivavi comodo…a piedi…in 3 minuti.