Sommatoria

Metto su carta sensazioni controverse, si mischiano con uno strano torpore come se la fresa a ciclo continuo fosse una litania da sonno e non un assillante fischio che mi fracassa la mente.

Ne sentivo il bisogno forse…di scrivere…sentivo le parole stipate in un cunicolo come un groppo in gola…sentivo qualcosa nello stomaco che non andava ne su ne giù ma rimaneva dentro a combattere contro la flora intestinale…sentivo di avere qualcosa da dire ma impossibile da buttare fuori interamente e quindi creo solo una breccia, piccola…fa uscire giusto un filo di aria fischiettante ma che abbassa la pressione di quel blocco pesante…cosi…scalda un poco mani e tastiera…cosi…depura sinto-tossine…cosi…rilascia piccole-piccolissime dosi di endorfina…cosi
.
Sentivo, che ieri era come oggi e domani sarà lo stesso…probabile. Mi lavo le mani nel bagno della ditta, finestra di fronte che fa da quadro…forse l’erba è un pelo più alta per la pioggia…sembra…forse il sole è più presente di ieri e manca il muso del camion, forse il vento muove quei fili di erba verso sinistra impercettibilmente ma, pare tutto uguale alla fine…sempre, ieri era come oggi, domani sarà lo stesso, probabile.

Oggi, dovevo essere da altre parti. Avevo deciso. Uscire prima…un’ora o due, viaggiare per poca strada e poco tempo, fotografare una decina di ‘dieci minuti’ qualcosa, qualcuno…posti, gente…un caffè forse…una bibita seduto in un tavolino a guardare umanità passare e scollegare un po’ la mente da tutto quello che si trasforma in acido e insonnia perpetua nel buio della notte, indossare giacche primaverili e occhiali da sole, tirare grossi respiri e concedersi anche qualche ricordo nostalgico…buono o cattivo non importa, i ricordi non si giudicano, a loro non piace.

Da altre parti. Dovevo. Dovevo essere. Ma mi son lasciato convincere da…qualcuno\qualcosa, non ricordo…convinto a stampare altro tempo sul mio cartellino di carta ed ottenere numeri più alti sul conto corrente a fine mese…e assorbire vibrazioni rumori per altre ore pomeridiane, radiazioni schermo-facciali, illuminazione al neon, scenografia di metallo e cemento per poi uscire…tornare a casa giusto in tempo per tutta quelle serie di appuntamenti e impegni e gente e cose e pensieri amari che aspettano solo che tu suoni il campanello e varchi l’uscio per saltarti addosso…nemmeno il tempo di togliersi le scarpe.

Da altre parti si…dovevo. Ci penso solo ora che è troppo tardi per riavere indietro il mio tempo, il mio sole, il mio caffè, la mia macchina fotografica, il mio viaggiare poco per poco tempo e poca strada, i miei libri di Charles, gli sconosciuti, i dialoghi assurdi della gente che ti cammina davanti o amoreggia dietro il tuo sedile dell’autobus…tardi per il vento e il rumore che fanno le foglie, le strade d’asfalto o in pavé.

Mi serviva, mi sarebbe servito…dovevo…da altre parti…più di somme, numeri e righe in più nell’estratto conto…ed invece ecco, oggi è come ieri e domani, forse, sarà lo stesso.

 

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Un giorno da granchio corridore

Mi alzo come sono andato a dormire, pioggia che martella le superfici scoperte del mio antro. Di là, una luce accesa avverte che mio padre è già in piedi…e non che ci fossero dubbi.

“Vuole fortemente quel granchio corridore…” urla la TV con la voce impostata di un documentario e a quel punto, anche te ti fai una di quelle domande importanti che ti condizionano l’esistenza.

“Quanto fortemente voglio quel granchio corridore?” …ma non so darmi una risposta.

Latte.

Mentre cuoce…spero si dica cosi…cuocere il latte suona male…forse riscaldare ecco…

Mentre riscalda…spero si dica cosi…noto che c’è tipo una spirale in movimento sulla superficie…la tocco con il cucchiaio e quella scompare…non controllo se si forma la pellicina ma mi affido alle bolle laterali…prendo il pentolino che avrà trent’anni…ha i cuori disegnati tutti attorno…mi riempo la tazza…dispenser con cereali terzo sportello a sinistra secondo ripiano…bello pieno pregando non sappiano di cartone come quelli dell’ultimo mese che io lo ammetto, di solito ho una gran memoria per cose persone fatti numeri costellazioni spaziali animali dinosauri automobili e formule fisiche inutilizzate da secoli tipo legge di Stevino rho per gi per acca eppure, non ricordo…non riesco mai a ricordare il nome dei miei cereali preferiti o chi li faccia o con che cosa siano fatti tra mais, avena, riso o granchi corridori.

E il latte è quasi tiepido.

Merda.

Significa che non l’ho riscaldato bene, significa che forse dovevo cuocerlo, significa che come al solito, nella vita sbaglio un bivio che tra riscaldare e cuocere, ci passa in mezzo un attimo di felicità.

I cereali però sono quelli giusti.

Almeno.

Mi guardo in giro per vedere se ci sia la scatola, cosi che possa studiare ed imparare, aggiungere un tassello di consapevolezza nella mia esistenza, andare sicuro ad un primo appuntamento con una ragazza diretto a fare la spesa…e portarla subito nella fila dei cereali in fila per sei con il resto di due tra quarantaquattro marche diverse e componenti variabili e sottoingredienti valori nutrizionali forma condimenti mascotte scintillanti con grosse K sopra galli tigri api anelli ciambelle fiocchi OGM o no produzione italiana cinese campi dorati schiavitù. Una volta nella sacra navata centrale dei carboidrati da colazione, una ‘wunderkammer’ del ‘breakfast’, andrei diritto verso quella scatola, conquistando la donna con la mia sicurezza…quella scatola di cui ho imparato colori e schemi comunicativi, in un mix tra caricature fumettistiche di animali e cascate di latte spruzzante sopra cereali dorati.

Avete mai notato?

Le cose che inondano con energia e gocce che vanno ovunque…le usano…pubblicità…forse mentalmente ci danno la carica e pensano che ti alzeresti la mattina, prendendo il cartone del latte NON aprendolo da quel minuscolo buco solito sulla punta, ma tagliandolo da cima a fondo sul lato lungo, lanciando tutto il contenuto di colpo in una vasca da bagno con Nesquik e cannuccia. Cose che spruzzano e schizzano (SPLASH!) che forse c’è pure qualcosa di sessuale e virile dietro, doppi sensi e malizie e collegamenti che siamo tutti depravati e ci starebbe anche quello, con Freud che se la ride giù all’inferno dove sta…ma voglio vederla alla prima maniera, come uno di quei messaggi che poi si scontrano con la realtà stile famiglia felice del Mulino Bianco che quelli si, hanno scodelle e latte che scende niagaramente da bottiglie di vetro anni cinquanta e il sole dorato di un post-alba vista campi di grano e fiumiciattolo.

Che io, quando apro il cartone del latte male e quello esce a singhiozzi spruzzando e spargendo in mille gocce, io…mi incazzo. Mi incazzo perché straborda e le particelle di latte fanno il giro della tazza da un litro e sotto si forma la chiazza e quindi la alzi…e la pulisci…ma adesso la goccia sta dall’altro lato e la tovaglia si macchia e si…ditemi pure che c’è il trucco…e che basta girare l’apertura in modo che stia in alto e non in basso…giustissimo, scoperto anch’io di recente…ma quando un abitudine ti entra nel DNA non ne esce più, se non con uno stupro mentale di quelli seri.

E comunque il latte è quasi freddo ormai…e sono due ore che sgranocchio e la tazza sembra ancora piena.

Certi giorni le cose non sembrano finire più e mi figuro angioletto e diavoletto sulle spalle ma con la faccia di Einstein…che parlano di relatività generale e del fattore tempo nello spazio in prossimità dell’orizzonte degli eventi.

Forse forse, questa è la colazione più lunga della mia vita.

Sarà che penso troppo.

Sarà che ancora non so quanto fortemente voglia quel granchio corridore.

Che sarebbe stato un anno…quindici giorni fa…quasi.

Anche se non ci scrivo da un due mesi, quasi.

Anche se sono in ritardo di una decina di giorni con gli auguri…dieci giorni fa, quasi…facciamo quindici.

A volte mi manca si…sembra un’esistenza fa, quasi…sembra che la mia vita fosse diversa anche se io son sempre lo stesso, quasi…stesse lotte con le mie parti peggiori e desideri inconfessabili, sempre ad accumulare cataste di pensieri che si infilano in tutte quelle curve e pieghettine nel cervello neanche fossero briciole di crostatina tra le fessure della tastiera.

Quasi che ci ho ripensato a ricominciare di nuovo “che 301 sia” e sfogar se pur minimamente quella poltiglia beige che fa la spola tra stomaco e cervello tra una crisi di nervosismo e l’altra, che come sempre soffro di umanità cronica…non ero sano prima, non sono sano adesso…stessi amori impossibili e aggrappamenti a vetri scivolosi, mi riscopro spaventato da tutto come sempre mentre faccio lo spavaldo, come sempre…stesse battaglie perse in partenza perché sono il primo a non credere alla vittoria…arretro…arretro…arretro.

Perdente.

Scrivo poco.

Vorrei.

Mi servirebbe…forse. Quasi.

Di la…nell’altro spazio bianco, qualcosina qualche giorno fa, ho scritto. Tanti inizi…tanti titoli, due fenomenali credo, quasi…ed ho paura di sprecarli…lo sapete che ci si rimane delusi quando il pezzo non è all’altezza del titolo…è per lo stesso motivo per cui i trailer non dovrebbero esistere oppure dovrebbero fare un film interamente stile trailer con mezze frasi ad effetto, soundtrack che pompa, trama incapibile ma tanto “bum-bum”, nessun momento morto.

Nessun momento morto.

E anche in questo periodo, a proposito, io…poi…nessun momento morto, quasi.

Progetti, impegni. Tanti.

Eh si…ecco…questo poi sarebbe anche positivo.

Ma non sono felice.

Qualcosa non torna.

Ci sono degli spazi in cui non riesco a vedere, dentro. E che cazzo di paura ho…io…di vivere.

Perché.