3° giorno – Il sogno

Sono a casa del mio migliore amico giapponese, seduto a capotavola ma girato verso il lato lungo, non so se si capisce…è semplice in realtà. C’è anche la madre del mio amico, seduta dal lato opposto del tavolo, anche lei girata come me, siamo paralleli. Non stiamo parlando, non ci diciamo una sola parola. La stanza attorno a me è beige, quasi crema ma non riesco ad osservarne i dettagli o vedere il resto dell’arredamento, è tutto come sfocato. Il tavolo è bianco, con grosse gambe nere smaltate. Mi alzo e vado alla porta, sono cosi vicino con il muso che vedo gli intarsi e le venature sul legno. Sono cosi vicino che non distinguo le figure . Ho lo sguardo inclinato verso sinistra e che punta in basso la mano destra su una maniglia di bronzo, sembra quasi una posa plastica da attore teatrale di serie B, proprio prima di una drammatica scena madre, recitata con troppa enfasi.

“Io vado signora…mi saluti…mi saluti…”

Silenzio.

“Mi saluti…saluti…”

Ancora silenzio, ancora più imbarazzante. Sento anche quel brivido di sudore freddo sulla schiena tipico delle situazioni in cui non vuoi essere.
“Shin” mi risponde la madre del mio unico migliore amico giapponese.
Un amico che non esiste. Il mio unico migliore amico inesistente si chiamava Shin e io non lo sapevo. Di colpo entra il padre….non so da dove visto che sono ancora alla porta ed è chiusa. Non so perchè, ma riconosco subito che si tratta del padre di Shin anche se io, la faccia di Shin, non so nemmeno com’è fatta .Accidenti, il mio unico inesistente migliore amico immaginario giapponese Shin per me non ha nemmeno un volto. Il padre è arrabbiato, discute con la madre…forse Shin ha combinato qualcosa? Il mio inesistente unico senzavolto migliore amico giapponese immaginario ha combinato qualcosa? Non mi sembra il tipo da combinare guai.

Mi sveglio, negli occhi la luce ombrosa di una tipica mattina di pioggia e vento, l’ennesima. Sento il suono della televisione in sala, mio padre sta guardando il telegiornale. Chissà se oggi la sua ditta avrà abbastanza lavoro da non andare in perdita. Guardo fuori dalla finestra e capisco che anche oggi sarà una giornata fredda con lo scaldotto incastrato in mezzo alle gambe a lavoro. L’ombrello da battaglia bianco con il marchio Shell e la mia giacca da 11° che credevo di aver messo via definitivamente saranno ancora una volta miei compagni di viaggio.

Se c’è un settore non in crisi e che lavora più dell’anno scorso è sicuramente quello dei vestiti invernali.

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2° giorno – Fai da te

Sono giorni che perdo qualcosa. Il cavo della macchina fotografica prima, il gommino dell’auricolare poi, la pazienza all’aereoporto ed ora il pulsante di accensione dello smartphone. Non chiedetemi come sia successo…è solo caduto da qualche parte senza apparente motivo plausibile. Ora, “smart” è un appellativo generoso per uno strumento in cui se per caso perdi un pulsante non si può più usare. Vedete, se voglio accenderlo, dovevo andare a schiacciare un punto preciso “doveprimacerailbottone” con qualcosa di accuminato, il che vuol dire andare in giro con un cacciavite come ho fatto per tutta la domenica e no, una penna non bastava. Però, oggi ho avuto il colpo di genio di rendere più analogico il mio stupid-phone, inserendo una graffetta, di quelle delle graffettatrici opportunamente modificata, al posto del pulsante. Funziona egregiamente, soprattutto dopo averla coperta di 12 strati di scotch debitamente sagomato con un altro fantastico strumento analogico, il taglierino. Purtroppo i tagli li ho fatti quando lo scotch era già incollato, cosi ho graffiato in maniera irreparabile tutta la cover e anche l’ottica della videocamera.

Ma tanto faceva foto di merda.

1° giorno – La domenica mattina

Il paese è arroccato sopra uno spuntone di roccia, fatto di qualche casa, vie ripide ed un paio di chiese. Un paleontologo parla con mio padre, sono amici anche se io non l’ho mai visto. Muso pronunciato, occhi troppo vicini, magrissimo, con un maglione grande il doppio di lui, capelli venati di grigio e scarpe in tela blu con la scritta SNOOPY sopra il laccio a strappo, particolari quasi troppo irreali perchè possa essere una persona vera, ma invece esiste, ce l’ho davanti. Qualcuno si intromette con voce alta, interrompendoli e facendo domande e solo allora mi accorgo di essere circondato da persone: vecchi troppo chiassosi e giovani vestiti con cargo-pants e scarpe enormi forse per idroscivolare sopra le pozzanghere di quel campo da calcio in sabbia che ha visto giorni migliori. Sono in un oratorio e pioggia e sole si alternano, una banda dentro un locale spoglio intona una marcia di auguri per il festeggiato che intravedo vicino ai tristi banchetti del rinfresco. Tutto sembra un quadro pittoresco dai toni impressionistici. Incrocio qualche giovane paia di occhi azzurri nella sezione fiati, che a dirla tutta, è anche l’unica sezione che c’è ma stufo di quelle voci e di quella massa esco, sto sudando. All’aria aperta, appoggiato sull’uscio, c’è un uomo, anziano, con un braccio rotto e ingessato messo in bella mostra come un trofeo. Dice che ci ha messo un po’ a farsi convincere dal nipote a scrivere qualcosa sul gesso, ma ora pare che di quei segni ne vada molto fiero. Sorride e lo mostra alla folla.

“F U C K” c’è scritto.