16° giorno – Ragni

Corro per cercare un rimedio alla dieta ipoquelcazzochemipare del weekend. Nell’ingresso della vicina, una tartaruga in ceramica e dipinta di verde e appena la vedo…un flash. Mi viene in mente una lampada da esterni…da muro. Era un ragno in ferro in cui l’addome era una calotta decorata in vetro…che si illuminava appunto.

Mi faceva paura da piccolo, credevo che si potesse muovere e che se gli fossi passato vicino mi avrebbe ghermito, per un bambino era un mostro.
Navigo tra i ricordi per trovare la casa in cui “viveva”, corro e cerco tra le vie del paese la tana, con il dubbio sempre più crescenteche forse era da tutt’altra parte, magari in sardegna.

Da dove arriva questo ricordo?

Mentre corro e penso, una mosca mi finisce nell’occhio. Incredibile come siano bravissime ad evitare una mano che gli arriva sul muso a duemila chilometri orari ma finiscono nel mio occhio che corro talmente lento a causa di questo ginocchio malconcio che sembro un filmato in stop-motion.

Ragni e mosche, mosche e ragni.

Ragni che sogno e vedo da giorni.

Si dice che sognare ragni sia indice di emozioni nascoste, di preoccupazioni attorno che ci spaventano, di voglia di rimanere infantili e nel proprio microcosmo, al sicuro nella ragnatella, senza i problemi del mondo vero.

L’ennesimo colpo gobbo del mio Io subcosciente, ti pareva…

3° giorno – Il sogno

Sono a casa del mio migliore amico giapponese, seduto a capotavola ma girato verso il lato lungo, non so se si capisce…è semplice in realtà. C’è anche la madre del mio amico, seduta dal lato opposto del tavolo, anche lei girata come me, siamo paralleli. Non stiamo parlando, non ci diciamo una sola parola. La stanza attorno a me è beige, quasi crema ma non riesco ad osservarne i dettagli o vedere il resto dell’arredamento, è tutto come sfocato. Il tavolo è bianco, con grosse gambe nere smaltate. Mi alzo e vado alla porta, sono cosi vicino con il muso che vedo gli intarsi e le venature sul legno. Sono cosi vicino che non distinguo le figure . Ho lo sguardo inclinato verso sinistra e che punta in basso la mano destra su una maniglia di bronzo, sembra quasi una posa plastica da attore teatrale di serie B, proprio prima di una drammatica scena madre, recitata con troppa enfasi.

“Io vado signora…mi saluti…mi saluti…”

Silenzio.

“Mi saluti…saluti…”

Ancora silenzio, ancora più imbarazzante. Sento anche quel brivido di sudore freddo sulla schiena tipico delle situazioni in cui non vuoi essere.
“Shin” mi risponde la madre del mio unico migliore amico giapponese.
Un amico che non esiste. Il mio unico migliore amico inesistente si chiamava Shin e io non lo sapevo. Di colpo entra il padre….non so da dove visto che sono ancora alla porta ed è chiusa. Non so perchè, ma riconosco subito che si tratta del padre di Shin anche se io, la faccia di Shin, non so nemmeno com’è fatta .Accidenti, il mio unico inesistente migliore amico immaginario giapponese Shin per me non ha nemmeno un volto. Il padre è arrabbiato, discute con la madre…forse Shin ha combinato qualcosa? Il mio inesistente unico senzavolto migliore amico giapponese immaginario ha combinato qualcosa? Non mi sembra il tipo da combinare guai.

Mi sveglio, negli occhi la luce ombrosa di una tipica mattina di pioggia e vento, l’ennesima. Sento il suono della televisione in sala, mio padre sta guardando il telegiornale. Chissà se oggi la sua ditta avrà abbastanza lavoro da non andare in perdita. Guardo fuori dalla finestra e capisco che anche oggi sarà una giornata fredda con lo scaldotto incastrato in mezzo alle gambe a lavoro. L’ombrello da battaglia bianco con il marchio Shell e la mia giacca da 11° che credevo di aver messo via definitivamente saranno ancora una volta miei compagni di viaggio.

Se c’è un settore non in crisi e che lavora più dell’anno scorso è sicuramente quello dei vestiti invernali.