298° giorno – Cristo a Mykonos

“Cristo a Mykonos? Ma che cazzo dici?”

“No…Cristo amico nostro…te mica sei troppo normale a capir cosi male…”

“Io eh…sei da un’ora in piedi in mezzo alla ditta a recitare il Credo urlando come un pazzo…neanche allo stadio…”

“Ci vuole un pastore per questa ciurma di dannati…e il pastore sono io…” dico a Teo

…è che nel sottomarino in questi giorni regna il caos…Faraone e Capa sono in Francia e l’entropia regna sovrana, è una pazzia dilagante e la gente lavora a ritmi più bassi mentre il linguaggio scende a livelli del porto di Caracas, un crogiuolo di insulti.

Come mi sento? Bene…sono entrato in ditta in ritardo di un’ora però, mi nutrirò a velocità record a pranzo per recuperare, ruberò poi altri dieci minuti qua e la per farci pure mezz’ora di straordinario che tanto piove, piove tantissimo, piove obliquo e l’ombrello Shell va a destra a sinistra e io mi bagno asimmetricamente e obliquo, sembrerò Two-Face di Batman e non avrò voglia di uscire ad allenarmi, ne sono sicuro al 94,7%. Dopo cena poi chissà cosa andrò a fare…si è parlato di T.E.A.M….Tosco, Evenly and Mago, incontro cinematografico tra i membri a casa mia…ci sta…mi piace…dovrei fare spesa però, riempirmi il frigo di qualcosa con zucchero dentro o sale sopra che manco a farlo apposta…e vi giuro che è vero…l’unica cosa che ci rimane dentro è Gesù Cristo, in legno senza croce…non vi spiego il perché e il per come ma sta li da un po’, pare più complicato da scardinare del sepolcro a quanto pare per Jesus e perdonate la blasfemia…davvero…non lo faccio per offendere cultori della religione, adepti, gente che ci crede…ci credo pure io saltuariamente, diciamo quando magari mi serve o mi farebbe comodo ecco, due preghiere per non rimaner corto con la coperta non costano nulla…a volte becco segni divini in colpi di culo o sacchetti della spesa che volteggiano nel vento…a volte prego sinceramente…altre ripeto come un robot…a volte penso semplicemente che Dio non risponda non perché non esista, anche se rimane sempre una possibilità, ma perché sa benissimo che me la posso cavare splendidamente senza di lui che invece c’è gente messa peggio li da qualche parte a est o a sud o in qualche famiglia con una sola madre, 6 figli al seguito e 600 dollari di stipendio come commessa part-time. Oppure è in vacanza e le vacanze delle divinità sono insolitamente lunghe e chi sono io umile umano per rompere il cazzo ad uno che in 6 giorni fa un universo quando io ce ne ho messi 8 per consegnare in ritardo un manuale in francese pure fatto male…a volte fa bene scherzare sul sacro e sul profano…non prendersi sul serio, non prendere sul serio gli altri e i loro piccoli e ridicoli schemi comportamentali che riescono a convincerli che stanno facendo qualcosa di importante…che è fondamentale fare questo e quello per fare altro, formichine che scavano scavano per costruire un formicaio nel metallo che non finirà mai…è inutile…quindi meglio riderci su, fai il tuo lavoretto del cazzo e ripeti lo schema senza crederci troppo e comprati quella felpa verde con righe nere e vai al cinema, guarda sport in TV e partecipa a riunioni di lavoro che parlano di bilanci economici, ridici su il più possibile e dimenticati delle notti insonni in cui pensi che in tutto il post-Big Bang non esista un granello di senso.

In verità in verità vi dico…son due giorni che son positivo, anche se a leggere sta merda di diario forse non si capisce…e devo dire che mi preferisco cosi, sento più carica e voglia di fare…ma non è cambiato nulla, ne si sono aperti i cieli ne mi è arrivata una raccomandata dallo spirito santo e non cambierà nulla…le persone rimangono uguali, magari perdono pezzi ma rimangono uguali…continueranno i miei periodi cupi e ci saranno giorni positivi, più rari…una specie di meteo applicato all’anima. Però capita di vedere nelle cose qualcosa di più luminoso ed è bello, a naso senti che un paio di questioni possono anche andare bene e sei convinto che stamattina gli addominali spuntassero un po’ di più e che con capelli e barba rasata dimostri 5 anni di meno e qualcuno potrebbe anche innamorarti di te se ti ricordi pure come parlare senza inciampare nei pensieri…ed esci da lavoro in pausa e ti metti a giocare a golf con i sassolini del parcheggio e il manico dell’ombrello bianco-macchiato marchiato ‘Shell’ che fa da ferro numero 3 anche se piove forte-asimmetrico-obliquo e Teo bestemmia di muoverti ad entrare in macchina e torni a casa e il sugo sembra fatto con il pomodoro fresco e il basilico appena colto, ti siedi a tavolo e chiedi “Come va?” agli altri e pensi che vorresti comprare un maglione e una giacca con trama grigia-nera e cambiare anche un po’ stile, mezzo-hipster-mezzo-cowboy-mezzo-sofisticato che più mezzi ci metti dentro meglio è. Ti senti anche con una tua amica al telefono, organizzi serate per un mese, lei ti dice “E sabato? E Domenica sera? E Mercoledi?” e tu rispondi solo “Si” ed incastri impegni in cui non puoi mancare per non deludere-offendere-distruggere le aspettative degli altri ed è meglio programmare tutto subito, che oggi quello che ho mi va bene e da pesce piccolo il mio stagno sembra un lago…perché magari domani per me Dio non esisterà più e ricomincerò a guardare la ruga a “V” in mezzo alla fronte illuminata dalla lampada dello specchio, in bagno…penserò alle articolazioni doloranti e all’età e alla morte termica dell’universo e mi riscoprirò con ancora sette chili di troppo e il sonno in corpo.

E’ che non mi sono ancora esercitato abbastanza nel tenere strette certe sensazioni positive, farle mie e portarle avanti con impegno ed è un po’ come vivere alla giornata nel bene e nel male quindi, oggi prendo il buono e metto in tasca…e forse domani sarà il peggior giorno della mia vita, chissà.

Ma sarà domani.

182° giorno – Leone e Gazzella (Sei mesi dopo)

Siamo a sei mesi giorno più giorno meno. Ho iniziato in un piccolo paesino immerso nel gelo, disseminato di vecchi, preti e pozzanghere di un campo da calcio preso in prestito dal Vietnam.

Sei mesi dopo sono a fare la spesa per la famiglia con Sorella che ogni tanto tocca, ogni tanto devo lasciare perdere gli impegni che mi tengono ancorato ad un barlume di futura vita felice per dedicarmi a cose più utili per la sanità familiare come girare con carrelli e cestini e Benedetta Parodi che pare invecchiata molto male, cosi stampata su quel cartone gigante, che tiene un pollo in mano, che vuole che le compri un libro…circondato da culi vecchi e grassi e donne giovani di altri che desidero senza sentirmi obbligato alla confessione e giornali, affettati, prodotti, detersivi, luci artificiali.

Prendo a cuore le piccole missioni di Sorella….”trova questo…trova quello” cosi…allegramente. Torno da lei, consegno, riparto con auricolari infilati nei timpani per stare più lontano possibile dall’umanità che mi sta attorno come i vecchi, le coppie, le donne con borse originali, le promoter di 85 anni che ti guardano storto quando di rimando gli sbatti di fronte la tipica espressione ‘nonmenefregauncazzo’. Questa qua ad esempio, mi fissa con occhi azzurri e bocca cattiva mentre tiene in mano un prodotto per dolci.

La musica aiuta, la gente ti sta lontana e non ti importuna anche se riesco ad infastidirmi lo stesso per lo schermo bianco del lettore, non si legge nulla e non riesco a togliere il repeat, devo navigare tra i menu a memoria ed è un disastro. Sono costretto a sentirmi sempre, solo e comunque la prima canzone in ordine alfabetico che si ripete a ciclo continuo mentre prendo fusilli e pane, bologna e speck e l’ascolto altre tre volte nelle due corse dalla cassa verso scaffali da trovare che “il Purè ce lo siamo dimenticato…e le uova ce le siamo dimenticate e il Bolt 2 in 1 formato convenienza ce lo siamo dimenticato”.

Torno alla cassa per l’ultima volta e ci arrivo sudato. Scarico la roba sul nastro nella solita routine mista partita a tetris in cui incastri articoli su articoli facendo piccole piramidi per lasciare più spazio a quello dietro e metti il cartellino ‘CLIENTE SUCCESSIVO’ e “si ecco la carta Fidaty” e “vuole i 35 centesimi?”. Cassiera, Sorella, vecchi dietro di me, confezioni di dolciumi e caramelle li attorno, cosi che le famiglie con un pargolo parcheggiato nel cestino, per farlo stare zitto dopo l’ottocentesimo “Mi compri le Alpellibe?”, buttano dentro anche 4 chili di dolciumi per la felicità degli acidi della bocca e dei dentisti e della Ferrero.

Sei mesi dopo. Nonostante il resto dell’umanità che mi circonda e che mi innervosisce facendomi pensare troppo, ci sono arrivato a ‘sei mesi dopo’. Mi sento più allegro e più sicuro di me e ho di voglia di fare nonostante i trenta che si avvicinano. Mi dico sempre “è solo un numero” anche se poi tutte le giovani potenziali anime gemelle che incontro ci rimangono male, entrano nella girandola del “è troppo vecchio” inconscio oppure la usano come buona scusa per tagliare il discorso in fretta. Tasto dolente.

Sei mesi dopo il problema rimane l’amore…sempre che esista davvero una roba del genere. Stamattina scrivevo su quel troiaio di Facebook “…ti chiedi sempre dove potresti arrivare se avessi anche l’amore che ti manca…” cosi, per fare il filosofo spiccio e provare a tirare su due donzelle con il fascino del pensatore profondo anche se, a dirla tutta, tra le lenzuola non ne ho mai infilata una con queste frasi. Il discorso è il solito, si ripete sempre…pensi che se avessi pure l’amore esploderesti in tutto il tuo potenziale ma ci sarebbe da scommettere che invece la realtà è tutta il contrario, come in un universo a forma di bilancia perennemente in bilico. Forse ti ritrovi con mille idee, mille cose da fare e progetti per non pensare ai baci d’amore sinceri che non ti ricordi nemmeno che sapore abbiano o gambe nude e affusolate ad un centimetro dalla tua bocca. Per non pensare che non ti fidi di di nessuna, che sempre più raramente una persona ti interessa davvero oppure che ti stai innamorando di quella sbagliata e impossibile…ancora una volta. Sai che ci rimarrai secco.

Evito di pensarci comunque, ci ricasco giusto ogni tanto, fatico pure a parlarne ormai. Cerco più che altro di evitare la felicità altrui, i baci delle coppie, gli abbracci e i discorsi del tipo “mi piacerebbe che blablabla figli blablabla casa con staccionata bianca blablabla “. Mi innervosiscono, mi incazzo, perdo ogni barlume di serenità e finisce che se entro nel discorso mi sembra di parlare di cose che non mi riguardano e non mi riguarderanno, come ripetere nozioni sulla materia che più odiavi, dieci anni dopo il liceo.

“No ma ascolta…parlami un po’ dell’Arte Neoclassica Toscano”

“Mi fanno cagare tutti…spero che Canova al momento sia sotto le cure di un diavolo sodomizzatore…”

Non so cosa dire, non so discutere di prospettive amorose come un agente di borsa. Cosa vorresti sapere? Se mi piacerebbe? Ma è una domanda seria? Certo che mi piacerebbe.

Queste ed altre domande ogni giorno in questi sei mesi…sono un tipo che pensa e ragiona tanto, mi riempo di buchi in quell’ammasso rosa, una specie di banchetto allestito per i miei neuroni. Ho passato sei mesi ad ingrassare il cervello di ambizioni, se sarà un bene o un male ancora non lo so. So che voglio fare ‘questo’ e ‘quello’, voglio il massimo, voglio la più bella, la più dolce, voglio ‘Lei’, voglio il lavoro perfetto, voglio viaggiare, voglio futuri radiosi e ovviamente voglio ‘figli blablabla casa con staccionata bianca blablabla’.

Ma non riesco a risparmiare energie. Non riesco a risparmiare soldi. Non riesco a dormire. Non riesco a pensare a qualcun altro. Non riesco a capire se smettere o continuare, se la scrittura è un binario morto, se la mia fotografia è un binario morto. Non riesco a capire quanto valgo. Non riesco a guardare a lungo termine.

‘Voglio’ ma ‘Non riesco’.

Ma in questi sei mesi sto imparando il concetto di ‘pazienza’, una roba aliena che prima non concepivo, roba alternativa, vecchia filosofia di ‘un passo alla volta’, come un corridore in fisioterapia con la smania dei cento metri lanciati. ‘Piano piano’, che le tartarughe al traguardo ci arrivano sempre, le lepri no. E tartaruga che cammina stavolta, non come prima, mesi e anni fa che facevo la tartaruga sul dorso un giorno e lepre con erbette a pezzi nello stufato l’altro e soprattutto, evitare le trappole di cristallo…scansare la routine e i letti troppo comodi, dire “Si” alle sfide, mettersi alla prova anche se alla fine ti ritrovi in un gioco diverso, magari in una gara di schiaffi, magari a terra sanguinante ma almeno sei te che te la sei cercata e te la sei voluta. Roba importante questa, c’è da riuscirci sempre più spesso, di sei mesi in sei mesi, nonostante l’umore a montagna russa…metterci un po’ d’anima, sentire che dentro quella carne c’è qualcosa che soffia e non un meccanismo ad inerzia perenne che si muove perché appena nati qualcuno ha girato una chiave a molla.

La ricorderete tutti…la pubblicità del leone e della gazzella…”l’importante è correre”…giusto?

Ecco, non serve ad un cazzo essere leone o gazzella o ghepardo o Velociraptor e nemmeno svegliarsi e correre a velocità Shuttle nella prateria…la sola cosa che conta è essere vivi, in qualche modo, e provare ad andare da qualche parte. Da vivi. Si fotta il leone che ha fame o la gazzella sfigata, c’è da svegliarsi e sentirsi vivi, solo questo.

Al diavolo insieme al Canova chi dice che l’importante è correre.

A correre ci riescono tutti, pure i morti.

Se vi guardate in giro, di gente morta che corre ne è pieno il mondo.

173° giorno – Alpha

Inizio a scrivere forse in terza o quarta superiore, era un tema…il commento ad una poesia, il mio primo grosso lamento su carta. Quattro facciate di protocollo, tre righe di commento standard e altre ottantasette sul come mi sentivo quando mi guardavo allo specchio e non mi riconoscevo, di come vedevo riflesso qualcun altro e se parlavo…non ero io a farlo, chissà da dove veniva fuori quella voce.

Torno a casa, a mia madre dico “è andato male”

Quattro giorni dopo prendo nove e i complimenti pubblici della prof., un paio di compagne che mi chiedono di poterlo leggere e io penso che forse è la prima volta che credono che abbia davvero qualcosa di profondo da dire oltre alle battute, alle cazzate, a fare il simpatico…anche se è sempre stato tutto li dentro, fin da piccolo…è sempre stato cosi.

“Posso?”

“E’ un po’ personale…”

“Beh se non vuoi…”

“No dai…tieni…”

Leggo Norvegian Wood di Murakami, passo giornate a parlare con gente virtuale, le uscite con gli amici, inizio a scrivere pensieri, leggo ‘L’Alchimista’ di Coelho dopo un’adolescenza a coltivare sogni di avventure con Cussler, Crichton, Tolkien. Amore…prendo e perdo. Amici…prendo e perdo, come perdo anche occasioni…e perdo colpi…e cado e mi rialzo, ricado, mi rialzo, cado ancora e non mi rialzo più. Stanco, mi infilo in una gabbia di paura e timidezza dove scrivo poesie…un disastro…melense, piene di metafore, immagini figurate, unte e bisunte, grasse, farcite, disgustose. Scrivo cose terribili, sperimento l’andare giù e sentirsi un vero alieno, non esco con nessuno, non rispondo a nessuno, invento scuse, bugie, cazzate e sto nella gabbia, al buio, a lamentarmi, a mangiare ed ingrassare finché dalla porta non riesco nemmeno più ad uscire e scrivere…smetto anche con quello, mangio e ingrasso e basta, ancora e ancora…

Poi mi addormento.

Mi sveglio quando sento che le sbarre mi lasciano segni e fa male, mi rialzo e cerco di uscire ma ci vuole tempo. Aspetto. Ancora tempo. Aspetto ancora e intanto reinizio a scrivere finché la porta non si allarga o forse sono io a stringermi ed esco di nuovo e recupero gli amori, gli amici, la bella scrittura, il mare, le giornate di sole, correre finché il cuore non scoppia, risate, marmellata alle arance, figure di merda, lavoro, università, sbronze, cotte estive, ragazze che pensi siano troppo belle, la gente di merda, le giornate in cui lasci l’ombrello a casa e ti becchi il diluvio e a te non te ne frega un cazzo che l’importante è che ci sia la musica.

Cresco, ormai uomo o almeno credo o almeno cosi mi dicono e continuo a cadere, rialzarmi, cadere di nuovo finché non imparo che cadere e rialzarsi è il succo della vita…è cosi, sarà sempre cosi. Quando mi rialzo lotto, vinco e perdo, conquisto persone e cose, rido, piango, soffro, amo allo sfinimento e mi incazzo, bugie e troppa sincerità, faccio lo stronzo, sono troppo buono, intrattabile, solare, meschino, pazzo, folle, energico, sudato, positivo, a volte in piedi, a volte a terra…in piedi…a terra…in piedi…a terra…ma ormai ho capito la lezione mi dico, le cose cambiano anzi, sono cambiate…d’altronde le strade portano sempre da qualche parte…o almeno credo, o almeno cosi mi dicono.

Poi un giorno rientri in casa, più di dieci anni dopo, stesso specchio di quel tema e non ti riconosci…il riflesso è quello di qualcun altro, parli e quella voce non è tua e quindi, nonostante quello che credo, nonostante quello che mi dicono…cosa è cambiato?

143° giorno – Asfalto zen (Tondini scoperti)

Non so perché, ma la mia strada sembra non vada mai bene. Alla fine l’hanno rifatta poco più di due mesi fa. L’avevano aperta per infilarci tubi dentro, lasciando cicatrici di asfalto scuro su quella micapoitantovecchia strada che c’era prima dei lavori, rifatta anche quella appena tre-quattro anni prima.

Lo grattano via come corteccia, l’asfalto, usando un macchinario giallo, alto e sgraziato, mettendo cartelli con scritto “attenzione tondini scoperti” e avvisi di non parcheggiare li per nessun motivo che se no la macchina te la spacchiamo.

Devo dire però, che a differenza dei fossi, dei buchi con la terra e l’acqua dentro, degli scavi sgraziati.di un mese fa, lo scenario di quelle linee e solchi orizzontali che corrono fino alla fine della strada mi ricordano tanto quei giardini giapponesi fatti con i rastrelli che portano la pace nel cuore.

Me ne vado a lavoro con un sorriso da Buddha e pensieri di amore mentre cammino nel “giardino”. Dopo dieci metri mi si infila un pezzo di asfalto nella suola.

Zen il cazzo.

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85° giorno – Smetto quando voglio

Bianco su bianco con le mutande che fanno pendant con copriletto e federa che mi sento l’unico angolo di luce nel nero profondo e il semi-silenzio dell’atmosfera tutt’attorno.

Sono un tizio che oggi inizia e distrugge ogni volta che prende in mano la penna causa pena che provo per me stesso causa piena consapevolezza di affidarmi a cliché scrittorici, schemi che straripano per istinto nella struttura di cazzate che metto su carta digitale.

Voglio scrivere cose straordinarie e sono anche abbastanza stupido da essermi convinto di poterlo fare davvero, nonostante una vita ordinaria e solitaria giusto condita da sogni fumosi che ti chiedi “ma che cazzo racconto” e un vocabolario di termini in disuso che fanno scena, come “acquiire” “cipiglio” “pavido” “missiva” e nei miei schemi, nei miei puntini di sospensione, in quelle frasi finali con anteposto spazio di attesa di cui abuso come un tossico non racconto un cazzo di non visto non sentito non vissuto non sperimentato Da. Qualsiasi. Altro. Stronzo.

Se fossi dalla vostra parte,gli ingenui che perdono tempo tra i miei periodi, il dubbio mi verrebbe: che dipingo una vita banale con colori sgargianti e anche questo pezzo fa la stessa cosa, solo con un tono più arrogante, complicato, fatto male, diverso dalle altre volte ma truffandovi ancora, convivendo con voi in una realtà stretta in cui siamo tutti noiosi uguali, in cui non c’è più nulla da inventare e giusto si esagera, raccontando i desideri inconfessabili o scrivendo ‘cazzoculo’ parlando di droghe sperimentali, scopate fetish, voglia di ustioni con pezzi di ferro arrugginiti tutto con mille parole più del necessario, senza virgole spezza ritmo e pieno di termini inventati come “elettroagnostici”. Facendo quelli senza vergogna, che è roba per i deboli la vergogna, complicando sempre di più la scrittura poi, tracciando una sequenza di sostantivi che suonano bene messi in fila, estraniando la sintassi per esaltare pensieri che inondano la sinapsi come endorfine.

Non dicendo assolutamente nulla alla fine, com’è appena successo.

Vorrei sapere se esiste la via comoda per arrivare al pezzo straordinario che tutti ricordano, la strada dritta per la gloria che vogliono tutti gli scrittori, per svegliarsi e trovare la cassetta rossa della posta virtuale in latta virtuale davanti al tuo indirizzo virtuale e la tua bella casa virtuale pieno di lettere virtuali di gente che ti stima ma che tu non sopporti, che vuole diventare come te mentre tu manco morto. Che vuole amarti anche per una sola notte quando tu nemmeno li vorresti toccare o emularti anche solo comprando la tua stessa giacca primaverile o tentando di ucciderti che anche quello è un complimento mentre tu, ti senti soffocare alla sola idea di respirare la loro stessa aria sul TUO pianeta.

Siamo solitari e insofferenti anche se sappiamo tremendamente bene che se noi aspiranti scrittori scrivessimo solo per la nostra gioia butteremmo fuori solo pezzi di merda o nemmeno prenderemmo in mano la penna. Non è del fottuto jogging, per stare bene con noi stessi. Non è la vacanza che ti rigenera.

Ci piace piacervi ed è sofferenza nell’attendere il vostro pensiero e una volta carpito ne vogliamo ancora e scriviamo sempre di più, per tirare in cima l’asticella dell’ego, fino al limite, a quel pezzo straordinario e a quel punto, quasi sazi, giunti al traguardo, godersi i frutti e temporeggiare finché morte non mi separi dai vivi, potendo dire finalmente, “smetto quando voglio”

84° giorno – Poesia

Bene bene, che scrivere di questo giorno, adesso che sono le 3:01 e non ne ho nessuna voglia?

Penso a qualcosa di breve, una frase ad effetto rapida che dia l’illusione che ci abbia pensato per tipo tutto il giorno, una frase che mi faccia sembrare uno che sulla vita ci fa dei ragionamenti pesanti, uno intelligente e non uno scemo come tanti.

“La finestra sulla mia anima oggi era rigata di pioggia”

Bella no? Sembra che sia stato per ore in riflessione sul disagio del mio essere guardando un albero piegato dal vento mentre sorseggiavo una tisana su un pavimento in tek.

“Oggi c’è spazio solo per i miei ingombranti vuoti”

Sempre meglio. Forse sono stato a ragionare sull’amore che non trovo invece, sulle incertezze e sulla solitudine. Io da solo in una grotta o in una stanza bianca con la luce tremula di una candela, vestito con un saio, braccia e gambe conserti tipo maestro di yoga o maestro Yoda.

In realtà, ho mangiato un gelato, poi un hamburger, sono andato in giro a dire stupidaggini con altri scemi e a vedere un filmaccio americano di quelli stupidi. Non ho pensato o pianto, ne ragionato sulla mia esistenza o fatto qualcosa di davvero interessante.

Ma se vi piace di più, posso riassumerlo con un “assaporare i dolci gusti della terra e imparare dalle crude immagini di un mondo perverso”

Così, per sembrare un uomo profondo…

78° giorno – “Sccciuuuuuurlllp!”

“Sccciuuuuuurlllp!”

Periodaccio questo, perché ho la tendenza a non sopportare le persone.

“Sccciuuuuuurlllp!”

Che mi infastidisce ogni cosa, dai gesti ai pensieri, alle ideologie. Le parole e l’abbigliamento, le acconciature. Quasi tutto.

“Sccciuuuuuurlllp!”

Però non reagisco violentemente, non faccio scenate, “serbo tutte queste cose nel mio cuore” come Maria che chissà perché sta cosa della Bibbia mi è rimasta. Se non sbaglio stava sempre alla fine del Vangelo, quando Gesù tipo diceva qualcosa di fico o montava un casino dei suoi e visto che al resto non prestavo attenzione, la frase finale era il segno che potevo svegliarmi. Ci sta che me la ricordi.

“Sccciuuuuuurlllp!”

C’era scritto anche qualcosa del tipo “ama il prossimo tuo come te stesso” ma ultimamente niente da fare, e questo continuo “Sccciuuuuuurlllp!” peggiora solo la situazione. D’altronde, perché fare casino mentre si mangia? Risucchiare roba come un’idrovora mentre il resto della gente non fa il minimo rumore consumando lo stesso piatto? Tutti tranquilli ed educati mentre te “Sccciuuuuuurlllp!”. Non ti guardo ma mi immagino un muso sporco di sugo e pezzi di animali sparsi in giro, particelle di cibo che svolazzano per inerzia dopo ogni “Sccciuuuuuurlllp!”.

Come faccio, Bontà Celeste, ad amare il prossimo mio se quello moltiplica la mia insofferenza più di pani e pesci? Che poi il mio auto-masochismo non fa altro che farmi concentrare su quel rumore, quell’ostentare gusto, come se fosse la sostituzione di un “complimenti al cuoco” ma fatto con degli “Sccciuuuuuurlllp!” più fastidiosi di un rutto.

“Sccciuuuuuurlllp!” 

Mi alzo e urlo con tutto me stesso: “basta con sti versi! Se mangi un brodo che fai, imiti una barca a motore?”. Sguardi sconcertati, forchette che cadono, finalmente silenzio di tomba…anzi, di sepolcro. Verrò cacciato, insultato, crocifisso. Parte la rissa e l’indignazione, sono la nuova pietra di scandalo della famiglia…

…mi piacerebbe, ma invece stringo solo ha forchetta più forte mentre serbo i miei film mentali dentro il cuore, tacendo pavidamente. Alla mia destra nessun meritato silenzio di sconcerto, solo…

“Sccciuuuuuurlllp!”

70° giorno – Parkour, tre mesi dopo…

Bello ricominciare a muoversi e saltare, riprovare il gusto di fare fatica ma continuare a correre anche se non ne hai più, anche se sai che ci sarà il rovescio della medaglia. Disteso sul letto, ogni singolo muscolo si lamenta e se ci fosse qualche sindacato indirebbero uno sciopero di almeno una settimana

“Lei da quel letto non si alza” dice il quadricipite.

Che ero stanco già alle quattro quando mi incastravo tra i rami di un albero, o alle cinque scavalcando panchine, o alle sei sopra una sbarra.

Ma oggi la fatica non era importante. Credo che stavolta la voglia di arrivare a dove giunge il mio desiderio sia troppa e anche se domani il risveglio sarà tragico, la prenderò solo come una sfida in più.

Non voglio più ascoltare le mie scuse.

16° giorno – Ragni

Corro per cercare un rimedio alla dieta ipoquelcazzochemipare del weekend. Nell’ingresso della vicina, una tartaruga in ceramica e dipinta di verde e appena la vedo…un flash. Mi viene in mente una lampada da esterni…da muro. Era un ragno in ferro in cui l’addome era una calotta decorata in vetro…che si illuminava appunto.

Mi faceva paura da piccolo, credevo che si potesse muovere e che se gli fossi passato vicino mi avrebbe ghermito, per un bambino era un mostro.
Navigo tra i ricordi per trovare la casa in cui “viveva”, corro e cerco tra le vie del paese la tana, con il dubbio sempre più crescenteche forse era da tutt’altra parte, magari in sardegna.

Da dove arriva questo ricordo?

Mentre corro e penso, una mosca mi finisce nell’occhio. Incredibile come siano bravissime ad evitare una mano che gli arriva sul muso a duemila chilometri orari ma finiscono nel mio occhio che corro talmente lento a causa di questo ginocchio malconcio che sembro un filmato in stop-motion.

Ragni e mosche, mosche e ragni.

Ragni che sogno e vedo da giorni.

Si dice che sognare ragni sia indice di emozioni nascoste, di preoccupazioni attorno che ci spaventano, di voglia di rimanere infantili e nel proprio microcosmo, al sicuro nella ragnatella, senza i problemi del mondo vero.

L’ennesimo colpo gobbo del mio Io subcosciente, ti pareva…

11° giorno – Panchine Zen

A volte basterebbe una panchina per cambiare una giornata. Spesso quello che vuoi in un dato istante, in quel preciso posto è poterti sedere, magari mentre attendi il bus e c’è il sole che scalda, musica, nessuno attorno. Ma qui una panchina non si trova, solo tubi arrugginiti e scomodi, superfici troppo basse o troppo sporche, bordi taglienti. Una panchina ispira fiducia, anche se magari è più lurida dell’asfalto stesso. Il pullman arriva e la voglia di sedermi comodo e rilassarmi non si placa su quei seggiolini di plastica arancioni, troppo stretti e che trasmettono tutte le vibrazioni del motore e dell’asfalto sulle ossa. Mi sento come incastrato, senza potermi muovere con fin troppo caldo per quei vetri che rendono quel posto una serra.

Fisioterapia.

Faccio le scale che mi portano allo studio, in anticipo di un buon quarto d’ora, nervoso per la mia voglia di panchina zen, che sta li nel momento e nel posto giusto, quando ti serve.
Entro nell’atrio, pareti colore pastello, musica in sottofondo e li, splendente e blu, una poltroncina. Mi siedo e mi rilasso e quasi non ci credo. “Finalmente” mi dico e l’umore un po’ migliora, pronto al Nirvana. Prendo un Dylan Dog e comincio a leggere, la storia è particolare e strana, onirica. Mi affascina. Continuo con la lettura, sempre più preso dalla sceneggiatura ma ecco, è il mio turno. A malincuore mi alzo e lascio il fumetto sul tavolino ma mi prometto di finire quella storia appena finisco, seduto comodo in quell’atrio.

Solo che oggi sono maledetto.

Finisce la seduta e devo uscire subito, per vedere una persona e il Dylan Dog rimane li, con quella storia a qui mancava solo un finale da scoprire e io scendo le scale e ci penso, apro il portone del palazzo e ci penso, mi incontro con quella persona e ci penso, riprendo il bus con quei seggiolini stavolta verdi e ci penso.

C’era tutto…atmosfera, un fumetto da leggere…e una sedia comoda. “Finalmente” mi ero detto, e invece…

Sempre più convinto che bisogna sedersi solo nei momenti e nei posti giusti, altrimenti sono solo incazzature inutili.

Solo panchine zen, se si sanno riconoscere.