290° giorno – Stamattina il ghiaccio sulla mia macchina assomigliava a rami di albero…

Ho troppe voci attorno e una specie di nausea che sento in pancia e nel naso e quando vado su dalla Capa dopo la chiamata d’emergenza, quattro fogli di depliant freschi di stampa in mano, rimango li in attesa davanti alla scrivania del caos coperta di fogli, graffettatrici e piccoli contenitori immaginando solo di lasciarmi cadere e schiantarmi svenuto sulla sua scrivania ma invece sto fermo e rigido mentre lei parla e parla e critica i testi e mi fa incazzare e innervosire anche se nemmeno l’ho scritta io quella roba…cose vecchie di trent’anni…e non ho nessuna cazzo di responsabilità per le stupidaggini segnate ma digrigno i denti, vorrei che andasse tutto bene, “si ottimo mandiamo in stampa” e via e che mi si lasci in pace e magari anche che mi si lasci cadere dritto per dritto a peso morto sul tavolo e dormire…ma lei continua a segnare e appuntare micro-correzioni scritte con la sua grafia che a stento si legge e c’è una specie di sonnolenza che mi prende a calci la testa, sale dai piedi e arriva al naso alla bocca agli occhi e alle sinapsi e divento nervoso quando entra altra gente e inizia a parlare ad alta voce, qualcuno telefona e il Faraone discute di prezzi e imbrogli e forniture a uneuroetrentacentesimi, il verniciatore parla in dialetto e c’è il Bruck dalla Germania e vorrei mettermi a gridare “Basta cazzo voglio silenzio!” e di colpo bum!, vuoto e bianco per un istante impercettibile, tutto che sparisce e adesso c’è il sole e quiete e un prato e un cielo e un albero di ulivo e il vento caldo che muove le fronde…io vestito comodo con nessuno che mi parla, chiede cose, fa richieste, pressa con tempi di consegna e liberatorie da firmare e pane da comprare con i soldi guadagnati e dimostrare a qualcuno qualcosa quando come perché con chi…solo stare li al sole con un filo di finocchio selvatico in bocca e non me ne frega un cazzo di dove sono e di che cosa stia succedendo o se si tratti solo di un sogno.

E invece sto qui. Sempre qui nell’ufficio più congestionato del mondo. In piedi con le cose che entrano ed escono dal cervello…e penso di essere esaurito..sono esaurito cazzo..e depresso e solo…e mi serve qualcuno a fianco come mi dicono ma io non sono apposto mi sa…chi se lo prende uno non apposto…che è da fuori che si vede quanto poco sono sano, che digrigno dentatura e stringo i pugni e sgrano gli occhi e faccio smorfie…chissà come ci sono diventato non apposto…forse è la scrittura o quando son caduto a parkour o una dieta squilibrata che lo diceva sempre mia madre “vedrai a non mangiare verdure che ti succede” e io me ne sbattevo altamente ed invece aveva ragione…tutte quelle fibre verduree che non ho assimilato da piccolo sarebbero tornate utili adesso, avrebbero tenuto unito i filamenti del mio pensiero ed invece ora, si stanno staccando pezzi di testa uno dietro l’altro e sto impazzendo…l’altra sera pure una mia amica cameriera me lo diceva mentre ero li nel tavolo che trangugiavo carboidrati senza fibre di verdura…”tu sei pazzo” diceva, ed era convinta della mia pazzia e dei miei occhi, pazzi anche quelli, e che dico cose da pazzo. Adesso son fuori dall’ufficio di controllo, nel sottomarino con di fronte il mio ventitrepollici di finestra sul mondo…cerco su internet cosa rende esauriti e pazzi e il web 2.0 mi risponde che se sono nevrastenico, facilmente affaticabile, depresso, coi nervi a pezzi, cefalee e non dormo bene, disturbi dell’attenzione, irritabile con modifiche emotivo-affettive, insicuro, sfiduciato, teso e iperemotivo e preoccupato, ipocondriaco, patofobico allora ce l’ho l’esaurimento…e ovviamente mi ritrovo in tutto e mi riscopro pure ipocondriaco che sta dentro la lista e io non mi ero accorto di esserlo ma in effetti quando sto a pensare a quel dolore lì e a quel dente là io mi preoccupo, mi preoccupo molto…e mi preoccupo anche dei malanni degli altri e scopro che pure io ho gli stessi sintomi loro e cosi scopro di avere anche la lebbra e la peste e una di quelle cazzo di malattie strane che fan grumi nel cervello, ti fanno andare a duemila i neuroni finché poi non esplode tutto e ho anche l’ansia e pure il menisco mi sa che è concio e ogni mattina quando mi guardo allo specchio vedo sempre che qualcosa non va…vene sottopelle e rughe strane sulla fronte e le occhiaie, tutti sintomi che si collegano e si intrecciano l’uno nell’altro fino ad un un unico punto, è davvero come dice la mia amica cameriera…io son pazzo, son pazzo sul serio e tanto vale chiedere direttamente come stanno le cose, senza filtri…

‘Sono pazzo?’

…e premo invio…e mi escono link ad un film mai sentito, discussioni di uno che ha la fissa dei grembiuli e collegamenti a forum femminili in cui manco entro…mi scontro con i limiti delle macchine, dagli in pasto questioni complesse e non sa più che pesci digitali pescare nella sua rete globale…e a quel punto vai sullo specifico…

“Emanuele Toscano è pazzo?’ scrivo allora…se ci fosse un’intelligenza segreta superiore che governa tutto come io credo, soffrendo anche di crisi paranoiche, la sto sfidando ad analizzare i miei dati e le mie parole e le mie foto, amori segreti quasi-confessati e finti-amori dichiarati, registrazioni archiviate dalla NSA, poesie e chat adolescenziali, frustrazioni e lacrime riprese da telecamere nascoste, per darmi una risposta su schermo. Adesso.

Ma quello mi vomita pagine che parlano di Grande Fratello e di artisti del gioiello, cantautori toscani, Casa Pound e ‘come capire il fascismo del terzo millennio’ e non so come e non so il perché…anzi, …forse è per quei grumi nel cranio di prima…mi viene un flash di stamattina, quando ho perso mezz’ora di lavoro per rimanere fuori dal cancello di casa a fotografare vetro e cofano del Lupo coperti di ghiaccio…

‘Stamattina il ghiaccio sulla mia macchina assomigliava a rami di albero, ti è mai capitato web 2.0?’

…che forse non mi conosce cosi bene ma di questo fenomeno fisico può dirmi di più.

Mi corregge l’ennesima volta, vomita inutilità apparenti ma ho a che fare con algoritmi e processori sub-atomici, super-computer raffreddati a liquido imparagonabili alla mia mente banale…da intelligenza superiore forse, vuole farmi capire che pongo domande sbagliate che non servono alla mia salvezza, come un Dio benevolo ed è nelle immagini che mi propone convinto che si trova la soluzione…c’è un dolce con della panna sopra, Road Runner della Warner Bros, un lago autunnale, grattacieli, uno striscione di polemica, una donna in bianco sdraiata in un bosco, delfini con tramonto sullo sfondo, una casa nel nulla.

Ma è solo dopo aver passato mezz’ora a guardarle cercandoci un senso, in un istante di lucidità tra telefonate e gente che martella…caos e rumore di motori elettrici, che trovo la mia risposta.

Pazzia

182° giorno – Leone e Gazzella (Sei mesi dopo)

Siamo a sei mesi giorno più giorno meno. Ho iniziato in un piccolo paesino immerso nel gelo, disseminato di vecchi, preti e pozzanghere di un campo da calcio preso in prestito dal Vietnam.

Sei mesi dopo sono a fare la spesa per la famiglia con Sorella che ogni tanto tocca, ogni tanto devo lasciare perdere gli impegni che mi tengono ancorato ad un barlume di futura vita felice per dedicarmi a cose più utili per la sanità familiare come girare con carrelli e cestini e Benedetta Parodi che pare invecchiata molto male, cosi stampata su quel cartone gigante, che tiene un pollo in mano, che vuole che le compri un libro…circondato da culi vecchi e grassi e donne giovani di altri che desidero senza sentirmi obbligato alla confessione e giornali, affettati, prodotti, detersivi, luci artificiali.

Prendo a cuore le piccole missioni di Sorella….”trova questo…trova quello” cosi…allegramente. Torno da lei, consegno, riparto con auricolari infilati nei timpani per stare più lontano possibile dall’umanità che mi sta attorno come i vecchi, le coppie, le donne con borse originali, le promoter di 85 anni che ti guardano storto quando di rimando gli sbatti di fronte la tipica espressione ‘nonmenefregauncazzo’. Questa qua ad esempio, mi fissa con occhi azzurri e bocca cattiva mentre tiene in mano un prodotto per dolci.

La musica aiuta, la gente ti sta lontana e non ti importuna anche se riesco ad infastidirmi lo stesso per lo schermo bianco del lettore, non si legge nulla e non riesco a togliere il repeat, devo navigare tra i menu a memoria ed è un disastro. Sono costretto a sentirmi sempre, solo e comunque la prima canzone in ordine alfabetico che si ripete a ciclo continuo mentre prendo fusilli e pane, bologna e speck e l’ascolto altre tre volte nelle due corse dalla cassa verso scaffali da trovare che “il Purè ce lo siamo dimenticato…e le uova ce le siamo dimenticate e il Bolt 2 in 1 formato convenienza ce lo siamo dimenticato”.

Torno alla cassa per l’ultima volta e ci arrivo sudato. Scarico la roba sul nastro nella solita routine mista partita a tetris in cui incastri articoli su articoli facendo piccole piramidi per lasciare più spazio a quello dietro e metti il cartellino ‘CLIENTE SUCCESSIVO’ e “si ecco la carta Fidaty” e “vuole i 35 centesimi?”. Cassiera, Sorella, vecchi dietro di me, confezioni di dolciumi e caramelle li attorno, cosi che le famiglie con un pargolo parcheggiato nel cestino, per farlo stare zitto dopo l’ottocentesimo “Mi compri le Alpellibe?”, buttano dentro anche 4 chili di dolciumi per la felicità degli acidi della bocca e dei dentisti e della Ferrero.

Sei mesi dopo. Nonostante il resto dell’umanità che mi circonda e che mi innervosisce facendomi pensare troppo, ci sono arrivato a ‘sei mesi dopo’. Mi sento più allegro e più sicuro di me e ho di voglia di fare nonostante i trenta che si avvicinano. Mi dico sempre “è solo un numero” anche se poi tutte le giovani potenziali anime gemelle che incontro ci rimangono male, entrano nella girandola del “è troppo vecchio” inconscio oppure la usano come buona scusa per tagliare il discorso in fretta. Tasto dolente.

Sei mesi dopo il problema rimane l’amore…sempre che esista davvero una roba del genere. Stamattina scrivevo su quel troiaio di Facebook “…ti chiedi sempre dove potresti arrivare se avessi anche l’amore che ti manca…” cosi, per fare il filosofo spiccio e provare a tirare su due donzelle con il fascino del pensatore profondo anche se, a dirla tutta, tra le lenzuola non ne ho mai infilata una con queste frasi. Il discorso è il solito, si ripete sempre…pensi che se avessi pure l’amore esploderesti in tutto il tuo potenziale ma ci sarebbe da scommettere che invece la realtà è tutta il contrario, come in un universo a forma di bilancia perennemente in bilico. Forse ti ritrovi con mille idee, mille cose da fare e progetti per non pensare ai baci d’amore sinceri che non ti ricordi nemmeno che sapore abbiano o gambe nude e affusolate ad un centimetro dalla tua bocca. Per non pensare che non ti fidi di di nessuna, che sempre più raramente una persona ti interessa davvero oppure che ti stai innamorando di quella sbagliata e impossibile…ancora una volta. Sai che ci rimarrai secco.

Evito di pensarci comunque, ci ricasco giusto ogni tanto, fatico pure a parlarne ormai. Cerco più che altro di evitare la felicità altrui, i baci delle coppie, gli abbracci e i discorsi del tipo “mi piacerebbe che blablabla figli blablabla casa con staccionata bianca blablabla “. Mi innervosiscono, mi incazzo, perdo ogni barlume di serenità e finisce che se entro nel discorso mi sembra di parlare di cose che non mi riguardano e non mi riguarderanno, come ripetere nozioni sulla materia che più odiavi, dieci anni dopo il liceo.

“No ma ascolta…parlami un po’ dell’Arte Neoclassica Toscano”

“Mi fanno cagare tutti…spero che Canova al momento sia sotto le cure di un diavolo sodomizzatore…”

Non so cosa dire, non so discutere di prospettive amorose come un agente di borsa. Cosa vorresti sapere? Se mi piacerebbe? Ma è una domanda seria? Certo che mi piacerebbe.

Queste ed altre domande ogni giorno in questi sei mesi…sono un tipo che pensa e ragiona tanto, mi riempo di buchi in quell’ammasso rosa, una specie di banchetto allestito per i miei neuroni. Ho passato sei mesi ad ingrassare il cervello di ambizioni, se sarà un bene o un male ancora non lo so. So che voglio fare ‘questo’ e ‘quello’, voglio il massimo, voglio la più bella, la più dolce, voglio ‘Lei’, voglio il lavoro perfetto, voglio viaggiare, voglio futuri radiosi e ovviamente voglio ‘figli blablabla casa con staccionata bianca blablabla’.

Ma non riesco a risparmiare energie. Non riesco a risparmiare soldi. Non riesco a dormire. Non riesco a pensare a qualcun altro. Non riesco a capire se smettere o continuare, se la scrittura è un binario morto, se la mia fotografia è un binario morto. Non riesco a capire quanto valgo. Non riesco a guardare a lungo termine.

‘Voglio’ ma ‘Non riesco’.

Ma in questi sei mesi sto imparando il concetto di ‘pazienza’, una roba aliena che prima non concepivo, roba alternativa, vecchia filosofia di ‘un passo alla volta’, come un corridore in fisioterapia con la smania dei cento metri lanciati. ‘Piano piano’, che le tartarughe al traguardo ci arrivano sempre, le lepri no. E tartaruga che cammina stavolta, non come prima, mesi e anni fa che facevo la tartaruga sul dorso un giorno e lepre con erbette a pezzi nello stufato l’altro e soprattutto, evitare le trappole di cristallo…scansare la routine e i letti troppo comodi, dire “Si” alle sfide, mettersi alla prova anche se alla fine ti ritrovi in un gioco diverso, magari in una gara di schiaffi, magari a terra sanguinante ma almeno sei te che te la sei cercata e te la sei voluta. Roba importante questa, c’è da riuscirci sempre più spesso, di sei mesi in sei mesi, nonostante l’umore a montagna russa…metterci un po’ d’anima, sentire che dentro quella carne c’è qualcosa che soffia e non un meccanismo ad inerzia perenne che si muove perché appena nati qualcuno ha girato una chiave a molla.

La ricorderete tutti…la pubblicità del leone e della gazzella…”l’importante è correre”…giusto?

Ecco, non serve ad un cazzo essere leone o gazzella o ghepardo o Velociraptor e nemmeno svegliarsi e correre a velocità Shuttle nella prateria…la sola cosa che conta è essere vivi, in qualche modo, e provare ad andare da qualche parte. Da vivi. Si fotta il leone che ha fame o la gazzella sfigata, c’è da svegliarsi e sentirsi vivi, solo questo.

Al diavolo insieme al Canova chi dice che l’importante è correre.

A correre ci riescono tutti, pure i morti.

Se vi guardate in giro, di gente morta che corre ne è pieno il mondo.

173° giorno – Alpha

Inizio a scrivere forse in terza o quarta superiore, era un tema…il commento ad una poesia, il mio primo grosso lamento su carta. Quattro facciate di protocollo, tre righe di commento standard e altre ottantasette sul come mi sentivo quando mi guardavo allo specchio e non mi riconoscevo, di come vedevo riflesso qualcun altro e se parlavo…non ero io a farlo, chissà da dove veniva fuori quella voce.

Torno a casa, a mia madre dico “è andato male”

Quattro giorni dopo prendo nove e i complimenti pubblici della prof., un paio di compagne che mi chiedono di poterlo leggere e io penso che forse è la prima volta che credono che abbia davvero qualcosa di profondo da dire oltre alle battute, alle cazzate, a fare il simpatico…anche se è sempre stato tutto li dentro, fin da piccolo…è sempre stato cosi.

“Posso?”

“E’ un po’ personale…”

“Beh se non vuoi…”

“No dai…tieni…”

Leggo Norvegian Wood di Murakami, passo giornate a parlare con gente virtuale, le uscite con gli amici, inizio a scrivere pensieri, leggo ‘L’Alchimista’ di Coelho dopo un’adolescenza a coltivare sogni di avventure con Cussler, Crichton, Tolkien. Amore…prendo e perdo. Amici…prendo e perdo, come perdo anche occasioni…e perdo colpi…e cado e mi rialzo, ricado, mi rialzo, cado ancora e non mi rialzo più. Stanco, mi infilo in una gabbia di paura e timidezza dove scrivo poesie…un disastro…melense, piene di metafore, immagini figurate, unte e bisunte, grasse, farcite, disgustose. Scrivo cose terribili, sperimento l’andare giù e sentirsi un vero alieno, non esco con nessuno, non rispondo a nessuno, invento scuse, bugie, cazzate e sto nella gabbia, al buio, a lamentarmi, a mangiare ed ingrassare finché dalla porta non riesco nemmeno più ad uscire e scrivere…smetto anche con quello, mangio e ingrasso e basta, ancora e ancora…

Poi mi addormento.

Mi sveglio quando sento che le sbarre mi lasciano segni e fa male, mi rialzo e cerco di uscire ma ci vuole tempo. Aspetto. Ancora tempo. Aspetto ancora e intanto reinizio a scrivere finché la porta non si allarga o forse sono io a stringermi ed esco di nuovo e recupero gli amori, gli amici, la bella scrittura, il mare, le giornate di sole, correre finché il cuore non scoppia, risate, marmellata alle arance, figure di merda, lavoro, università, sbronze, cotte estive, ragazze che pensi siano troppo belle, la gente di merda, le giornate in cui lasci l’ombrello a casa e ti becchi il diluvio e a te non te ne frega un cazzo che l’importante è che ci sia la musica.

Cresco, ormai uomo o almeno credo o almeno cosi mi dicono e continuo a cadere, rialzarmi, cadere di nuovo finché non imparo che cadere e rialzarsi è il succo della vita…è cosi, sarà sempre cosi. Quando mi rialzo lotto, vinco e perdo, conquisto persone e cose, rido, piango, soffro, amo allo sfinimento e mi incazzo, bugie e troppa sincerità, faccio lo stronzo, sono troppo buono, intrattabile, solare, meschino, pazzo, folle, energico, sudato, positivo, a volte in piedi, a volte a terra…in piedi…a terra…in piedi…a terra…ma ormai ho capito la lezione mi dico, le cose cambiano anzi, sono cambiate…d’altronde le strade portano sempre da qualche parte…o almeno credo, o almeno cosi mi dicono.

Poi un giorno rientri in casa, più di dieci anni dopo, stesso specchio di quel tema e non ti riconosci…il riflesso è quello di qualcun altro, parli e quella voce non è tua e quindi, nonostante quello che credo, nonostante quello che mi dicono…cosa è cambiato?

135° giorno – Man in the box

 

Mi approccio alla scatola timbratrice per chiudere il giorno lavorativo.

Mi approccio all’ennesima scatola che mi comanda e che mi dice cosa fare, quando farla e senza spiegarti il perchè, ne di risposta ne di quelli pieni e veri, che contengono tutta la mappa delle direzioni e dei bivi con avvisi sonori stile autovelox nel GPS, quando la faccenda si fa complicata e pericolosa.

Sono stufo delle scatole. Quelle in cui vivo, quelle in cui metto il cuore e i ricordi e che finiscono in soffitta, quelle rumorose o troppo silenziose, come candide stanze d’albergo insonorizzate, vetri doppi, porte doppie, letto doppio, whisky doppio dopo l’ennesima riunione tra me e lui, il mio doppio.

Le scatole hanno pareti quadre e grossi coperchi quadri, spigoli vivi in cui si accumula sporco che non riesci a non guardare perchè li ci finisce anche l’ombra e il nero diventa solo più nero. Le scatole sono figlie di logica e geometria, ogni cosa inserita in un suo spazio con i suoi limiti fisici di peso, con il cartone che si piega e si rompe e si rovina quindi mai esagerare, mai, con le scatole.

Mi ci sono intrappolato in una scatola.

Tutta la pazzia e tutta la follia che metterei nella mia vita, nell’amore, nelle parole che scrivo stanno dentro una scatola che non posso aprire perchè mi dicono che non si può anche se poi cambiano idea, mi dicono che posso ma io ho paura.

Paura di fare casino. Ho sempre paura da quando sto nella scatola.

Quando è giorno, i profili si illuminano come neon, il cartone sembra cosi sottile. Quando piove, il coperchio si piega e temo che l’acqua lo sfondi, che si riempa come una piscina, che muoia affogato.

Quando cerco la libertà invece, scopro che le scatole non hanno porte, non hanno appigli, non hanno scalette.

Stai li e speri, che qualcuno passi di la, si chieda “ma cosa c’è qua dentro” e tolga il coperchio.

 

 

121° giorno – Alfabeto

La casa è stata denudata di ogni presenza umana e sembra pronta da affittare con armadi vuoti, comodini sgombri, materassi nudi. C’è un gran silenzio al posto dei miei oggetti, di Sorella, di mia madre, mio padre. Un silenzio che sgranocchia i mobili e fa cadere l’intonaco dai muri, corrode i fili elettrici, scrosta le persiane mentre della mia presenza rimane solo un terzetto di magliette da stirare, due pantaloni e uno spazzolino con dentifricio affianco, sapete no, per prevenire l’attacco degli acidi, entro trenta minuti dai pasti.

Luci tutte spente, anche quando mi faccio la doccia, bollente come al solito, ma soprattutto oggi che fuori piove e anche un po’dentro di me. Saluto la tendina trasparente opaca a pois colorati, lo specchio troppo poco generoso con le mie sconfitte estive, la porticina pieghevole. Saluto i salotti immacolati e il frigorifero, la scala e la vetrata gialla e le stampe sui muri, i miei “Topolino” i giornali d’auto di milioni di anni fa. Saluto casa mia.

Stupida la vita. Credo che sia un diritto dell’uomo vivere e iniziare a morire dove vuole il cuore ed invece non mi è possibile solo perché devo inseguire banconote stampate, persone più infelici di me e vivere all’ombra di palazzi e ciminiere, immerso nelle cento nuove malattie della grande città.

Ma perché “Sopravvivere” deve venire prima di “Amare” ?

Non funziona così l’alfabeto…

94° giorno – Casa dolce casa

Sdraiato sul letto a non fare niente che per me è strano non fare niente, che non ci sono più abituato, come se avessi perso quella parte di cervello che ti dice “reeeeelaaaaaaxxx” con la voce suadente di un Barry White.

Sarà che il primo giorno di vacanza è sempre pieno di tensioni emotive perché rivedo dopo mesi persone speciali e rivivo i luoghi della mia infanzia estiva da un giorno all’altro, senza acclimatarmi, gettato di colpo in questo paese, nelle partite di calcetto, la maglietta blu a strisce bianche vecchia, larga e brutta ma che non potrò mai buttare e poi, il mettersi le scarpe in garage dove se le infilava anche mio nonno e arrivare tardi a pranzo a cena, le docce alle 23 per uscire con gli amici, il mare.

Una vita alternativa…

Se me ne sto sdraiato qui, tornano i pensieri e ricordi, nostalgici e malinconici come se si fossero nascosti per un anno, magari sotto il copriletto o nel cassetto del comodino e finalmente liberi, decidono di attaccarti come zanzare, pungendoti, entrandoti in bocca o fischiando veloci vicino all’orecchio.

A volte è piacevole, a volte fa male.

A volte fanno il rumore di persone che se ne sono andate, o di mobili spostati. A volte hanno il sapore di abbracci sinceri, di partite a pallone. A volte sanno di macchinine perse, gomme bucate, alberi morti, nuove nascite, incidenti, amori persi.

È normale che il cervello non si spenga mi dico. Lascio che tutto scorra e passi, come si fa con le tempeste che ascolti sbattere violente sulle finestre.

A certe cose tanto, è inutile resistere.

89° giorno – Cancello

C’è una cordicella colorata attaccata al mio cancello, messa in modo che se qualcuno lo apre quella lo impedisce, come un nemico invidioso. È per i bambini del mio condominio che è messa lì, perché sono bassi e ignoranti nel senso buono e non capiscono quale magia gli impedisca di decorare qualche parafango automobilistico nella loro prima eventuale avventura nel mondo. Ogni volta che apro il cancello, un gesto più automatico di respirare, tiro con forza ma mi dimentico di quella cordicella del cazzo e come un elastico, il cancelletto mi si richiude davanti. Mi fa incazzare.

Non so perché ve lo racconto, è che ultimamente mi sento più vicino agli oggetti che alle persone e oggi, quella cordicella aveva diversi colori intrecciati, con doppio nodo, che non avevo mai notato. Leggera scrostatura sul cancelletto invece, e le goccie di vecchie pitture, la cassetta della posta inclinata all’indietro che rasenta una siepe stanca. Dettagli e sensazioni che di solito nemmeno consideravo, oggi mi incuriosivano, come se avessi lo zoom negli occhi mentre il resto, comincia a non interessarmi e passa inosservato…

Io mica lo so cosa mi sta succedendo.

88° giorno – Strutture elementali metafisiche

Tipo che qualche ora fa, mentre andavo in giro, mi trovo una macchina davanti allo stop. Io aspetto che parta ma quello nulla, se ne sta li nonostante ci siano meno auto in arrivo che durante lo storico scopero delle bisarche. E’ che io poi lo sorpasso e girandomi vedo che alla guida c’è un cinese. Che dorme, alle 5 del pomeriggio, in macchina ad uno STOP.

Non che c’entri nulla ne con il titolo ne con il mezzo ne con la fine di questo diario ma uff, è che ringrazio ogni giorno che ci sia una di queste cose da raccontare perchè cazzo…io non ho più voglia di nulla, quasi nemmeno far parte di quella vena di follia che mi capita di incrociare nel mondo e che tutto sommato mi tiene attivo.

Quindi benedetto quello stronzo di cinese di cui scrivo con un televisore a 5 centimetri dall’orecchio con dei raptor che si scannano contro un T-rex, l’ennesima pizza troppo pesante in corpo, seduto male, con la tastiera in bilico su un minuscolo seggiolino rosso, in un cesso di buco tappezzato di interessi standard e banali.

Benedetto davvero, perchè mi evita di chiedermi ogni 30 secondi.

“Ma Dio…che cazzo sto facendo?”

85° giorno – Smetto quando voglio

Bianco su bianco con le mutande che fanno pendant con copriletto e federa che mi sento l’unico angolo di luce nel nero profondo e il semi-silenzio dell’atmosfera tutt’attorno.

Sono un tizio che oggi inizia e distrugge ogni volta che prende in mano la penna causa pena che provo per me stesso causa piena consapevolezza di affidarmi a cliché scrittorici, schemi che straripano per istinto nella struttura di cazzate che metto su carta digitale.

Voglio scrivere cose straordinarie e sono anche abbastanza stupido da essermi convinto di poterlo fare davvero, nonostante una vita ordinaria e solitaria giusto condita da sogni fumosi che ti chiedi “ma che cazzo racconto” e un vocabolario di termini in disuso che fanno scena, come “acquiire” “cipiglio” “pavido” “missiva” e nei miei schemi, nei miei puntini di sospensione, in quelle frasi finali con anteposto spazio di attesa di cui abuso come un tossico non racconto un cazzo di non visto non sentito non vissuto non sperimentato Da. Qualsiasi. Altro. Stronzo.

Se fossi dalla vostra parte,gli ingenui che perdono tempo tra i miei periodi, il dubbio mi verrebbe: che dipingo una vita banale con colori sgargianti e anche questo pezzo fa la stessa cosa, solo con un tono più arrogante, complicato, fatto male, diverso dalle altre volte ma truffandovi ancora, convivendo con voi in una realtà stretta in cui siamo tutti noiosi uguali, in cui non c’è più nulla da inventare e giusto si esagera, raccontando i desideri inconfessabili o scrivendo ‘cazzoculo’ parlando di droghe sperimentali, scopate fetish, voglia di ustioni con pezzi di ferro arrugginiti tutto con mille parole più del necessario, senza virgole spezza ritmo e pieno di termini inventati come “elettroagnostici”. Facendo quelli senza vergogna, che è roba per i deboli la vergogna, complicando sempre di più la scrittura poi, tracciando una sequenza di sostantivi che suonano bene messi in fila, estraniando la sintassi per esaltare pensieri che inondano la sinapsi come endorfine.

Non dicendo assolutamente nulla alla fine, com’è appena successo.

Vorrei sapere se esiste la via comoda per arrivare al pezzo straordinario che tutti ricordano, la strada dritta per la gloria che vogliono tutti gli scrittori, per svegliarsi e trovare la cassetta rossa della posta virtuale in latta virtuale davanti al tuo indirizzo virtuale e la tua bella casa virtuale pieno di lettere virtuali di gente che ti stima ma che tu non sopporti, che vuole diventare come te mentre tu manco morto. Che vuole amarti anche per una sola notte quando tu nemmeno li vorresti toccare o emularti anche solo comprando la tua stessa giacca primaverile o tentando di ucciderti che anche quello è un complimento mentre tu, ti senti soffocare alla sola idea di respirare la loro stessa aria sul TUO pianeta.

Siamo solitari e insofferenti anche se sappiamo tremendamente bene che se noi aspiranti scrittori scrivessimo solo per la nostra gioia butteremmo fuori solo pezzi di merda o nemmeno prenderemmo in mano la penna. Non è del fottuto jogging, per stare bene con noi stessi. Non è la vacanza che ti rigenera.

Ci piace piacervi ed è sofferenza nell’attendere il vostro pensiero e una volta carpito ne vogliamo ancora e scriviamo sempre di più, per tirare in cima l’asticella dell’ego, fino al limite, a quel pezzo straordinario e a quel punto, quasi sazi, giunti al traguardo, godersi i frutti e temporeggiare finché morte non mi separi dai vivi, potendo dire finalmente, “smetto quando voglio”

80° giorno – Non si esce vivi dagli anni ’80

Ho in mano una penna blu con scritto “superqualcosa”. Tamburello con il tappo mentre attendo che l’uomo che mi ha dato appuntamento si ri-materializzi. “Ri-” perchè mi ha ricevuto, mollato li con un lavoretto che dovevamo sbrigare assieme e ora lo attendo, per dirgli che ho finito, per congedarmi, per tornarmene a casa.

Giornata di sbalzi, tra temperatura Sahara dell’esterno e aria microartificiale nano-condizionata, di quella che sa di plastica, di quel freddo da bottiglietta spray che si sente che non è roba di madre natura. La trovo in macchina prima nel viaggio d’andata, poi in quell’ufficio dal pavimento simil-pietra di plastica, vetrate giusto appoggiate e fili pendenti tutti intorno, un cantiere più che una ditta. La trovo poi in stazione e in treno e di nuovo in macchina, ancora.

La odio.

Mi annebbia il cervello, mi toglie energie, mi fa pizzicare il naso e non voglio che mi rovini la giornata, che oggi è il giorno di diario numero ottanta, che io non l’avrei mai detto che ci sarei arrivato. Numero che ricorre diverse volte oggi e vi giuro che non lo dico mica apposta. Come Michela che mi dice di non auto-stressarmi che ho 30 anni mica 80, di stare più tranquillo insomma con la mia vita, la mia fretta innata o gli Afterhours che mi ricordano che non si esce vivi dagli anni ’80 anche se mi chiedo dove stia la novità visto che non si esce mai vivi da nessun decennio, che prima o poi muoiono tutti.

Pure io.

A meno che, come leggevo, quel pazzo russo che finisce per “owsky” o “olyev” non ricordo ma non è importante visto che sono tutti giovani, miliardari e fatti con lo stampino, non faccia davvero quella cosa di scaricare la coscienza sui floppy e farci rivivere come ologrammi dentro super-computer e cyborg anatomici, roba da uncanny valley.

Lo farei? Accidenti non lo so…sarebbe una scelta da veri perdenti quindi magari si….

Certo che vedere il futuro sarebbe figo eh, per quanto orrendo e distruttivo possa essere ma tanto da ologramma al massimo possono premere il bottone OFF ed evitare di sentire le mie cazzate del passato, il che sarebbe di sicuro meglio che morire di fame come succede ai giorni nostri che si sa, c’è la crisi.
Magari sarà un futuro alla anni ’80…war games, deserti postnucleari, città abbandonate, ratti assassini….

Prima…appena uscito dalla ditta, dopo l’appuntamento, sono andato ad esplorare quella sottospecie di villaggio iracheno che mi circondava….
Sono andato sul retro di un ristorante giappo-cinese, a proposito di ratti verrebbe da dire, a dare un occhiata ai vicoli nascosti di quel brutto paese, un assieme di muri sporchi, bidoni, biciclette, case diroccate, strade luride bersagliate dal sole cocente, asfalto grigio e a pezzi. Odore di carogna, fogna e qualsiasi altra parola brutta che finisce in “ogna”

Vi dirò…quei tizi degli anni ’80 avranno pur avuto un look pessimo ma ci avevano quasi azzeccato.

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