241° giorno – Il mio turno

Oh bene…vigilia di Natale quindi e non ci sono più abituato alla casa, alle relazioni interpersonali, la TV mi annoia e i videogiochi mi annoiano e le luci ad intermittenza mi annoiano, avrei solo voglia di dormire ma non si può, “non fare l’associale cazzo” che ci sono parenti in visita e devi condividere gioia e canzoni di Natale, panettoni e pandori, dolci e calorie, calorie, calorie ma alle sei esco comunque, ci riesco con buon motivo, mi getto nella mischia, recuperare due regali dell’ultimo momento, la cosa peggiore che si possa fare, tipico di chi si trova una festa in mezzo alle palle e manco se n’è accorto.

Sto nel settore dei pupazzi quando “Scusa…secondo te queste piante vanno bene per un regalo?” mi chiede un ragazzo, rasato con cresta centrale, tre centimetri di spazzola tinteggiata di verde con codino posteriore, sorride di gusto quando mi ferma, quando mi fa la domanda, quando si gira a guardare i suoi amici…uno stangone con occhiali rettangolari e giacca rossa, l’altro una specie di nano barbuto a cui manca l’ascia.

“Bhe dipende…a chi lo devi regalare?”
“I genitori della mia ragazza…che ti sembrano?”

Una ha foglie larghe, rosse con macchie nere e strani tentacoli gialli, sembra una pianta carnivora marcia…l’altra è tipo una palma nana che non sta bene, “Questa mi sembra una pianta carnivora marcia…l’altra una palma nana che non sta bene” gli dico. I ragazzi ridono e pure a me viene da ridere.

“Dio son tremende…ma una stella di Natale?” continuo
“Cazzo le avevano finite…”
“A sto punto cerca una serra…”
“E no..” interviene l’amico alto “sono tre ore che metto giù e su ste cazzo di piante che non vanno mai bene…”
“Allora no via…bene cosi…si fottano i genitori della tua tipa” dico

Pare decidano cosi, mi salutano e li saluto, mi metto in fila alla cassa…davanti ho una vecchia incappottata di beige e capelli biondo sporco, occhiali del tipo un po’ snob…sottili e appuntiti con cordicella…e mi guarda, girata verso di me anche se la sua spesa sul nastro va dalla parte opposta, sembra che attenda qualcosa ecco…poi, prende quel triangolo di plastica che sta sul bordo e lo mette tra me e lei, tira su un muro nero con su scritto ‘il vostro turno’ e mi sta sul cazzo perché accidenti, ho lasciato due metri dal tuo ultimo articolo…pensi davvero che te li possa far pagare…che non me ne accorga…o che qualcuno si sbagli…io, te o la cassiera…uno di noi capirà cosa è tuo e cosa è mio credo, non potrebbe mai succedere nulla e si, tu lo pensavi, ammettilo stronza che mi guardavi e aspettavi che lo facessi io, che mettessi quel triangolo ma no, io ho messo lo spazio, mi fido di tutti qua dentro che è quasi Natale e se mi chiedessi dei soldi io te li presterei pure sai? Ma non te…no…te costruisci barriere invece di essere più buona, vecchia del cazzo.

Se ne va pagando il suo e mi lascia il posto, ‘il vostro turno’ appunto, pago comprando anche due sacchetti di plastica biodegradabili sovrapprezzati, attraverso un po’ pensieroso il vialone del centro commerciale tra gente che scommette la pensione su grattaeperdi e schedina, mangia pizzette e compra smartphone e fuori piove, gli alberi di natale sono scintillanti ma plastificati e tutto mi sembra falso e non meritevole di festeggiamento…devono essere gli strascichi del mio compleanno e dei miei ultimi trent’anni di pensieri…mi incupisco. Poi però, incontro di nuovo i tre tipi di prima, mi sorridono e mi salutano, in mano non hanno più le piante

“Facevano cagare cazzo…” dice il nano
“Ma no dai…certo…non erano adatte al Natale ecco..ma la pianta carnivora era fica…”
“Si si…quella era fica…vediamo che troviamo in giro…Buon Natale”

Li saluto, il centro commerciale è in chiusura…c’è una voce robotica che intima tutti quanti a sloggiare. Ora me ne tornerò a casa, ci saranno carboidrati sulla tavola, poi del pesce, poi qualcos’altro…aspetterò le nove e guarderò ‘Una poltrona per due’ per la prima volta nella mia vita scindendo l’universo in tanti micromondi alternativi ma sono ottimista…si dai…la gente simpatica esiste ancora come i tre tizi della pianta…e poi esiste il pandoro e le luci colorate e le poltrone comode…perché no…proviamoci…Buon Natale.

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225° giorno – KIKO & Kicks

Quindi sto dentro questo cubicolo con un lato aperto dalle tinte blu che guardo smalti dalle cinquanta sfumature di rosa insieme a Sorella quando di fianco mi si para una bionda con tante forme, un po’ buone, un po’ sbagliate, inscatolata nel solito repertorio da freddolosa…maglioni, sciarpe e mezze tuniche. Inizia a riempire la mano di campioni di verde mentre il suo uomo, magro, largo la metà, faccia da criminale e sciarpa bianca, aria vagamente annoiata, deambula stanco…prima guarda nel reparto trucco, ora smanopola su boccette a prezzi discount per poi tornare da lei. Gli si mette proprio dietro, sembra quasi guardarle oltre la spalla, verso le tonalità di viola, tra i brillantinati e quelli ad asciugatura rapida a 1.99€.

“Pum”

L’uomo punta il suo affare in direzione chiappe di proprietà e simula un movimento pelvico rapido che cozza sul culone della bionda occhi verdi ma che sembra non dargli peso. Attorno, il solito stuolo di maniache di colori RGB apparentemente indistinguibili l’uno dall’altro…e commesse e uomini annoiati che non si accorgono di nulla.

“Pum-Pum-Pum” fa lui con il bacino, più deciso.

“Finiscila basta” risponde lei, in quel sottovoce che si sente benissimo. Ma non è un tipo convincente, lui la branca per i fianchi, la spinge quasi sull’espositore e…

“Pum-Pum-Pum-Pum”

…decisamente più forte e convinto, che io quasi mi chiedo se tra tutta quell’armatura di stoffa e lana non ci sia qualche breccia tattica e non si stiano davvero accoppiando causa terapia matrimoniale che punta a mettere pepe nel rapporto…”trasgredite…ravvivate il rapporto…piazzola autostradale? Fatelo! Recita di vostra figlia? Fatelo! Funerale di zio Mario? Dritti nel confessionale…missionario…ginocchia sbucciate quello che volete ma fatelo!” dice l’anal-ista.

Ora…io sto ancora qualche istante li per scegliere quale viola mi convince davvero mentre di fianco “Pum-Pum-Pum” che quasi vibra la mensola ma che non pare infastidire le commesse che sorridono in continuazione come fossero manichini con la gente attorno finta-ignara che litiga su rossi troppo carichi. Non che a me dia fastidio…non troppo…alla fine trovo piu sbagliato sprecare minuti di vita a scegliere liquami puzzolenti technicolor che simulare amplessi in un negozio…solo che mi stupisce sempre come la gente faccia finta che non stia succedendo nulla, indifferente.

Era notizia di qualche giorno fa…fuori dalla stazione centrale c’era sta ragazza di vent’anni, nuda, svenuta su una marea di cartoni…potevano averla stuprata in venti, o essere strafatta di eroina o chissà quale altra carognata infame tipica di questo mondo del cazzo non lo so, ma non uno che si sia fermato per capire, chiedere, accertarsi che fosse viva almeno…tutti preoccupati di essere presi per il cattivo del caso, presi a pugni da un magnaccio che sta solo punendo una sua puttana magari, presi in giro in diretta Tv con un cartello Candid Camera che spunta da dietro il vetro nero di un suv parcheggiato, presi in mezzo alla loro vita standard.

Li capisco perché spesso sono un cazzo di codardo pure io…i miei momenti con le palle di cencio me li ricordo ancora tutti…una volta che non difesi un amico da un panettiere pazzo da piccolo…o quando mi trovo una scena davanti e non riesco a tirare su la macchina fotografica e fare ‘click’…anche il solo parlare con un estraneo. Questo mondo ci mette addosso una paura boia, è un incubo, abbiamo il terrore di essere presi a calci nelle palle, ecco la verità.

Alla fine scelgo il viola più scuro…metto via il campione, prendo una boccetta nuova. In cassa, i soliti sorrisi smaglianti tiratissimi. Dietro di me, intanto…

“Pum-Pum-Pum”

216° giorno – Quattro mezzi non fanno due interi

È tutto il giorno che controllo se ho in spalla lo zaino…e dire che non ne metto uno da un miliardo di anni eppure…sento che manca qualcosa, mentre aspetto il bus.

Giornata da mezzi pubblici, oggi mi odiano. L’ autobus è puzzolente, non accetta i miei soldi come se derivassero da affari sporchi quando in realtà non sono poi così sporchi. Sedile sghembo, densità di popolazione di otto persone a metro, accessibilità dei pulsanti per prenotazione fermata nulla. Ad ogni stop, famiglie con passeggini, borse della spesa e scatole, aria cosi viziata che quasi preferirei essere nella penultima fila, quella davanti al motore, rumore, biossido di carbonio, asfissia, perdita del gusto e della vista, può avere effetti collaterali anche gravi. Di fermata in fermata, snocciolo santi come alla Via Crucis ma riesco piano piano, lottando con gente in trasloco e fan dei supermercati, ad avvicinarmi all’uscita.

Quando scendo, vorrei ringraziare il Signore ma attendo…tocca alla stazione.

Fila di gente alla cassa che invece di chiedere biglietti si fa consegnare moduli da compilare…e vogliono la penna…e spiegazioni…e i fogli da sotto il vetro non passano comodi, si stropicciano e devi farli passare lentamente…uno per uno e il tempo passa…e i ringraziamenti di prima ora sono bestemmie. Una tizia prende i moduli e si mette sul fianco, turno del tipo davanti, basso e scuro. Sembra uno che punta al sodo…un tipo da andata-ritorno e via ed infatti “vorrei i moduli per l’abbonamento” e vabbè altri dieci minuti, manco si sposta a sinistra e quando finisce nemmeno usa la corsia d’uscita, deve per forza tornare indietro da dove è venuto, sbatterci contro, mostrarci uno scorcio di stupidità ad ogni costo.

Il viaggio fino a Milano lo passo isolandomi il più possibile da una scolaresca eccitata al piano di sotto, in piedi come uno scemo vicino all’unica presa di corrente funzionante del treno che il cell è già scarico e oggi si fa serata ma si sa…qualcosa la devo dimenticare sempre. Se mi siedo sul sedile di fronte, il filo si tende cosi tanto che sembro il PR di una gara di limbo e devo abbassare il cellulare a livello pavimento ogni volta che c’è uno stronzo che deve scendere o passare di lì e quindi “No grazie”, sto in piedi da scemo e guardo il soffitto e quel ciuffo di capelli incastrato sotto una bacchetta di metallo, disgustosi ma resi affascinanti dal mistero irrisolvibile e la domanda inevitabile che uno deve porsi:

“Come cazzo ci sono arrivati lì?”

In stazione dopo un’ora ma per poco visto che mi infilo in un carro bestiame sotterraneo più stipato del cugino ciccione dopo il pranzo di Natale, gente che combatte per un pezzo di cilindro sudicio a cui aggrapparsi o che lotta per uscire nella sua fermata sfigata…che colpa ne ha se ci vive solo lui e si trova incastrato tra turisti cinesi e l’ascella di un bodybuilder alto tre metri. Per fortuna tutto quel circo dura solo qualche minuto perché di nuovo in superficie, mi rilasso a fare lo scemo con un amica fino a che diventa quasi ora di cena…l’accompagno al tram, castello sullo sfondo, lei sopra vicino alla porta, io sotto che per una volta son serio e cerco di formulare discorsi con un senso, artistici e complessi…e quasi arrivo al dunque quando ecco che mi scorre davanti del vetro ricurvo, e plastica e luci riflesse e poi tutto silenzioso si muove inaspettato come il trucco della tovaglia strappata via dove sul tavolo restano immobili piatti e vasi con fiori…rimango li con il castello, il mio discorso a metà, un cappellino in mano, lei portata via e freddo…tanto freddo.

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205° giorno – L’importanza di sapersi togliere un maglione in pubblico

C’è una voce al telefono…dice qualcosa del tipo “disattivare il servizio di disabilitazione per poter effettuare la chiamata” senza aggiungere nulla, non un sito o un numero da chiamare che comunque non potrei contattare non avendo disattivato il servizio di disabilitazione.

Forse devo urlare qualcosa verso il cielo, forse è uno scherzo, forse devo implorare l’aiuto di Super Telecom con mantello rosso, forse non so cosa sto facendo, forse posso convincere i miei che il telefono non serve e che piccioni e fumo e pony express sono meglio ma sotto sotto, prego Dio che la regola inglese della doppia negazione venga applicata anche al resto della vita e che ‘disattivare’ e ‘disabilitare’ si annullino…magari già da domani si, appena sveglio.

Ne sono convinto, dico a Madre che risolverò tutto domani, che ho un piano il che è quasi una cosa vera e che consiste nello schiantarmi sul letto, dormire e sperare che una qualche sorta di magia operi nei cavi o un folletto operoso che lavora di notte si accorga di anomalie e che sistemi tutto smanettando su tastiere a velocità Jessica Fletcher su macchina da scrivere…ricordate no? Nella sigla della Signora in Giallo dico…all’inizio credo, con la canzoncina che faceva “Dan-Dan-Dan-Dan-Dan…Dan-Dan-Dan…Dan-Daaa..” che poi, quando penso alla Jessica, più che la sfiga che si porta dietro…a volte mi pare di vedere uno scheletro con la falce dietro di lei…mi vengono in mente le vecchie con i capelli cotonati. Da dietro sembrano tutte uguali e tutte sistemate dallo stesso parrucchiere che a sto punto dev’essere milionario visto che le fa in serie peggio degli scaffali IKEA. Hanno questi boccoli e forme cespugliose con colori da mezzo piccione sporco che io mi dico che sarebbero meglio come quelli di mia nonna a sto punto, bianchissimi e pure mezzi-punk. Quello si che era stile.
Ora, io dal giro del parrucchiere mi sono tolto da un po’ e la cosa che mi stupisce, e qua le cose si incastrano in maniera meravigliosa, è che l’altro giorno mio padre mi fa…

“Figlio…orsù prendimi un appuntamento per metà ora dopo la terza di meriggio dal tosatore di chiome”

…e io subito, sul telefono di casa, ancora lontano dal dramma della disattivazione di disabilitazione, con memoria e velocità digito il numero “20-22-64” che forse è l’unico numero fisso che sono riuscito a ricordarmi ed ecco il vecchio parrucchiere dell’ormai infanzia, Massimo, lì che mi parla al telefono e mi chiede cosa faccio, cosa combino e no…non ce l’ho la ragazza..eh in paese non ci sono quasi mai…si la fotografia qualche soddisfazione la tira fuori finalmente.

Lo saluto che alla fin fine lo conosco da vent’anni abbondanti e fa sempre piacere, mi passo una mano sulla testa rasata in memoria dei giorni dei capelli sugli occhi o del gonfiore post-phon o del che bello era tirarseli indietro. Ormai essere pelato non è più un problema, ormai non mi importa ed è incredibile invece, quanti altri mille altri problemi del cazzo mi sono creato per sostituire l’ansia del pelato con mille altre micro ansie da minorato mentale che mi rendono insicuro come un tavolo a due gambe.
Tipo, ieri ero in un locale gonfio di gente e ragazze e drink e simpatia e ipocrisia e vedo un mio amico che si toglie con disinvoltura un maglione.
Ma tu sai quanto volte penso ai vari passaggi quando mi devo togliere un maglione…assicurarmi che la maglietta sia dentro i pantaloni che altrimenti tiri su tutto, mi incastro e mi innervosisco e sudo e porto via tutti quegli elementi di cui mi arredo il corpo tipo catenine-bracciali-orologi e magari hai sotto la camicia e sembro un babbeo del cazzo con una specie di tenda incastrata sul cranio se me lo tiro via e…

…continua cosi a ritmo continuo mentre soffro il caldo e subisco il disagio e il maglione rimane appiccicato sul busto per il resto della serata…e dire che non mi posso neppure spettinare i capelli.

Il mio amico invece…che è pure uno che con gente uomini e donne ci sa fare mica ci pensa, mentre io si…che cazzata.

Cioè, perché stare a pensare due ore come fare quando fare e perché fare certe cose? Se hai problemi a toglierti un maglione in pubblico tanto vale che stai a casa a piangere in un angolo dico,figurati che succede con le cose serie.

A meno che non sia quello il trucco di chi ci sa fare davvero…togliersi il maglione in pubblico è la prova definitiva…non il modo di fare o le parole o i sorrisi, passa tutto dal maglione da sfilare che diventa una specie di interruttore di superpersonalità stile cappellino di Sylvester Stallone in ‘Over the Top’…diceva che quando si girava il cappellino gli si accendeva una specie di interruttore e diventava una macchina da braccio di ferro.

Vabbhè basta.

Che pensieri del cazzo.

Mi spoglio e vado a letto.

180° giorno – Fuga?

A scrivere il numero, a scrivere ‘giorno’, a mettere il trattino ci sono arrivato…è già qualcosa.

Non basta.

Ho sullo schermo il film di Vallanzasca…non lo sto guardando…ha delle buone musiche, la recitazione mi sembra cosi cosi…ci sono un sacco di belle ragazze dentro…lo so perché quando sento una voce di donna alzo lo sguardo e vedo com’è. Tutte belle.

Le musiche però sono invadenti, te ne accorgi soprattutto quando i film non li stai guardando, senti le melodie che soffocano le parole, troppo alte…e poi urlano tutti, sia buoni che cattivi, mi sembrano tutti incazzati nonostante le donne, i soldi, le macchine, le droghe, la musica nei club.

Ma ci sta, lo siamo tutti incazzati…credo. Un sacco di gente si giustifica ogni giorno, perché ha sbagliato, perché ha perso la testa, perché non sa come comportarsi e combina disastri…perché sono incazzati. Uno che mi dice “no ti spiego…” anche se non mi interessa, una che manco mi risponde e quindi mi incazzo pure io. Sono il primo ad arrabbiarmi. Con gli altri. Con me. Arrabbiato per la donna che non mi vuole, per il conto in banca in picchiata, per le pedine che non si smuovono, per le parole che su carta, quando le rileggi, non sanno di nulla e ti credi davvero sopravvalutato da quel gran sopravvalutato di te stesso. Arrabbiato come tutti gli altri, ricchi, poveri, stronzi, bravi, preti, perbenisti, vicini di casa, invidiosi, ladri come Vallanzasca.

Sta su una nave, millesima volta che lo catturano che io lo capisco a sto punto, che gli rimanga solo la rabbia…é un bello stress. Non so come ma fugge da un oblò prendendo in giro cinque carabinieri, indossa un giacchetto da operaio, si finge parcheggiatore, fugge nel nulla di un porto.

Nelle fughe sono esperto anch’io…ma tanto è inutile…se il problema è la rabbia…quella te la porti ovunque tu vada.

Ma forse c’è da andare davvero lontano.

Non ci sono mai andato davvero lontano.

89° giorno – Cancello

C’è una cordicella colorata attaccata al mio cancello, messa in modo che se qualcuno lo apre quella lo impedisce, come un nemico invidioso. È per i bambini del mio condominio che è messa lì, perché sono bassi e ignoranti nel senso buono e non capiscono quale magia gli impedisca di decorare qualche parafango automobilistico nella loro prima eventuale avventura nel mondo. Ogni volta che apro il cancello, un gesto più automatico di respirare, tiro con forza ma mi dimentico di quella cordicella del cazzo e come un elastico, il cancelletto mi si richiude davanti. Mi fa incazzare.

Non so perché ve lo racconto, è che ultimamente mi sento più vicino agli oggetti che alle persone e oggi, quella cordicella aveva diversi colori intrecciati, con doppio nodo, che non avevo mai notato. Leggera scrostatura sul cancelletto invece, e le goccie di vecchie pitture, la cassetta della posta inclinata all’indietro che rasenta una siepe stanca. Dettagli e sensazioni che di solito nemmeno consideravo, oggi mi incuriosivano, come se avessi lo zoom negli occhi mentre il resto, comincia a non interessarmi e passa inosservato…

Io mica lo so cosa mi sta succedendo.