253° giorno – Gesù è islandese

Fra poco io e Sorella verremo convocati di là per la benedizione di zio Fra il papa…significa tirarci su dai letti controvoglia e trascinarci in sala con la faccia scocciata e che sbuffa insoddisfazione, stare affianco dei miei con mani giunte e occhi sulle piastrelle arancioni dai giochi geometrici che si ripetono e io che non ascolto una parola, perso con la mente ad incastrare quei disegni e linee curve e diritte e cerchi e quadrati e spirali trovando schemi segreti illuministici finché la coda dell’occhio incrocerà la mano dei miei che si alza…segno che il momento è arrivato dopo una bella mezz’ora mentale anche se sulla terra sono giusto ventidue secondi…e “padre, figlio e spirito santo” che mi viene sempre in mente io e un mio amico con dei drink davanti…ma forse è solo la mia immaginazione distorta…lui che mi chiede tutto concentrato “ma tu che di queste cose ne sai…cos’è lo spirito santo? e io “per me è tipo un uccellaccio luminoso che va in giro…non dico un tucano ma nemmeno piccione…una fenice ecco…con la coda lunga e trespolo d’oro…l’animale domestico a casa di Dio”.

In Tv c’è un tizio telecronista che anticipa l’imposizione delle mani di zio Fra caricando la folla, dice che la notizia importante di questo Natale è che “Gesù è di nuovo vicino a noi dopo essere stato lontano” e sinceramente mi sembra una notizia strana a meno che lo spread che chiude a 197 non sia un segno divino e comunque, io mi dico che per il capo di una ditta non va mica bene andarsene se la maggior parte dei suoi dipendenti sono degli idioti che fanno disastri, stuprano, uccidono, rubano dalle tasche, buttano cartacce per terra e guardano Studio Aperto…se ci tieni non fai vacanza…per quanto mi stia simpatico Jesus, soprattutto in posa sorridente con i pollici in su, è troppo comodo farsi i cazzi propri…e son sicuro che all’entrata di scena trionfale finale stile supereroe che salva la situazione, ci cascheranno quasi tutti…con quel faccione sta simpatico a chiunque.

C’è una folla incredibile in quel catino, il papa ringrazia un sacco di gente e pure dei ragazzi del mio paese “…Induno Olona… ” dice e di sicuro per qualcuno sarà un gran onore visto che ultimamente le uniche volte che si parla di noi è quando si tira in ballo la nuova superferrovia da millemilamiliardi di dollari abbandonata per ragioni dubbie…hanno lasciato un canale largo trenta metri di detriti arsenico e rifiuti che squarcia il paese, la madre del sindaco è tipo intrappolata da jersey in cemento, ruspe e barriere protettive…ci sono negozi e case raggiungibili solo in elicottero e il muschio cresce sui muri immerse nell’ombra perenne di pareti alte venti metri. Madre è contenta della menzione speciale e pare sapere un sacco di cose sul perché e i ‘per come con quando in cui laddove’ e gli affinché e i lui lei loro associazioni viaggi pullman e collette. Io invece, ragiono profondamente sul pranzo vegetariano che ci aspetta…c’è un’amica di famiglia a mangiare oggi e spero che il gusto del cibo si salvi, che ogni pezzo di pianta sia ripieno o fritto o croccante o grondante condimento…penso all’obelisco egizio in mezzo alla piazza e che “Roma non l’ho mai vista e ci abita pure il mio primo amore chissà come sta e cosa fa e se mi piacerebbe più di Venezia che poi con i treni che ci sono adesso ci metti meno di tre ore potrei andarci da solo che una vacanza in solitaria zaino in spalla e arrangiati in qualche cazzo di modo non l’ho mai fatta anche se una roba cosi l’ho sempre desiderata per posti tipo Salonnicco o Marrakesh o l’Islanda e i suoi vulcani e fiordi e verde e crepe tettoniche a caccia di aurore boreali neutrini che si infrangono nell’atmosfera e quelle tende chilometriche verdi e semoventi e io chiuso in un giubbotto in me stesso e nella natura lontano da tutti e tutto lontano da piazza piene di gente di Induno Olona assiepata sotto un obelisco pagano egiziano lontano da Roma Salonicco Marrakech niente città insomma e non ci troverò nemmeno Jesus era lontano forse in Islanda anche lui ma ora è tornato mentre io me ne voglio andare che tanto che ci faccio visto che pure la ragazza che forse amo se la sta scopando qualcun’altro?”

La coda dell’occhio intercetta un movimento sulla sinistra, neuroni corrono agitati, volti rossi per le luci delle sirene d’allarme…inviano messaggi alle fibre muscolari e quelli tirano su leve e tiranti mentre piccoli esserini e cellule nel cervelletto in congiunzione con il database principale coordinano tutti i movimenti secondo uno schema ben preciso memorizzato chissaquandoannomesegiornoora di un miliardo di anni fa e poi “padre, figlio e fenice fiammeggiante”

Amen.

245° giorno – Nella valigia ora ci stanno le cose

Son migliorato nulla da dire, ora nella valigia ci stanno le cose almeno…cavolo, anni fa, quando uscire dal mio recinto era una novità spaventosa, non riuscivo a mettere in fila pensieri sufficienti per organizzare un viaggio in autonomia…troppe cose dimenticate e lasciate nel cassetto, fili e caricatori, asciugamani, bagnoschiuma e ciabatte…dimenticare quelle era l’inferno, uscire dalla doccia era come stare in palude…documenti, portafogli, biglietti aerei. Poi ho imparato, sarà per l’iterazione, valigia dopo valigia come partite a Tetris per infilare sempre più cose, che “quel caricatore arrotolato in quel modo riesco ad infilarlo tra maglione e shampoo mi sa” e mi riscopro pure previdente, medicine per ogni evenienza, dal raffreddore all’ebola…ci sono…e sacchetti per smistare vestiti sporchi puliti elettroni neutroni…ci sono…un minimo di schema piramidale nel disporre i vestiti…fatto. Poi, in verità in verità vi dico, guardando il risultato finale…a piegare le cose son sempre il solito disastro, le magliette o sembrano tombini quadrati di stoffa oppure sacche da golf, non c’è nulla del tocco di donna, non ci sono nozioni di geometria e colletti in ordine. Un habitat fragile la mia valigia…disordinato, una specie di schedario da geometra pazzo, una ricetta da grande chef in cui sbagli due mosse e il piatto fa schifo…se piego due volte una maglietta tutto salta, il mio mondo crolla come un jenga.

Valigie, valigie, anche quest’anno…in partenza per il capodanno di rito, in un qualche modo sono riuscito a stipare roba per un mese dentro il metro cubo del trolley…richiuderlo al ritorno sarà un incubo che le mie cose col tempo sembrano raddoppiare di volume. Ah, anche quest’anno la voglia è quasi nulla comunque…come ogni anno che ormai fa quasi parte del rito pure questo…ma so che son fatto cosi, la scintilla arriva e poi brillo di luce mia ma stavolta è dura, la parte sinistra del corpo è bloccata, collo e schiena fermi che devo aver preso freddo in quel momento li quel giorno la ed è per questo che ora è cosi che sei messo e la prossima volta impari…cosi mi dicono sempre. Poi ho la febbre, poi pure impegni e casini a casa che mi dicevo “dovrei rimanermene qua” e da una cosa ne aggiungi trenta altre, roba micro e insignificante, scuse e dolori e i piani ti sembrano meno brillanti e ‘ohy’, ci vivo troppo con queste parti di me che chiedono spazio e si lamentano, ostacolano il successo della mia mente e follia…sono una cazzo di valigia, pure io…sentimenti piegati male, emozioni stropicciate, fazzoletti di anima infilati tra bagnoschiuma e macchina fotografica…e ci sta sempre tutto alla fine, come ora…ma poi, quando tiro la cerniera e la apro e ci butto un occhio dentro…un groviglio di me e di tutto…e di Lei. Un disastro.

229° giorno – Non sono mica Superman

La giornata mi ha distrutto, facendo coppia con la serata alcolica di ieri. Ore 22.00 e sono a letto con un mal di qualsiasi cosa dal collo in su, ho mangiato parti di animali e di piante, preso un cocktail di antidolorifici, infilato a letto. Se pensate che vi racconti questa giornata infinita cascate male, sento mancare tutte quelle parti di cervello che trovano nessi, collegamenti e frasi ad effetto del cazzo. Ci penso ma…no, mi viene in mente solo ieri notte, Chiara che mi dice “non sei felice…si vede che non sei felice…sii positivo” e io non so perché ma penso a Lei e al tempo che sto perdendo e che probabilmente perderò e allora si, quando crollerà davvero tutto, allora si che sarò davvero non-felice e pur sapendolo mi convinco che sia giusto cosi, che tante e troppe volte ho semplicemente lasciato stare ma stavolta proprio non posso.

Puntello l’autostima e l’umore quando becco un amico all’una passata, non ci vedevamo da un bel po’, e chiacchieriamo davanti alla porta d’entrata.

“Poi comunque ti volevo dire che ti leggo” dice, e la cosa mi fa piacere anche se sembra sempre qualcosa da dire sottovoce, non troppo apertamente, chissà perché poi, come se si parlasse di robe sconce e immorali. Ho incontrato altri che mi dicono la stessa cosa…gente che non sta a esprimersi troppo a riguardo, apprezza in silenzio, come andrebbe fatto giustamente ma ormai l’avete capito, vado cercando fan festanti se possibile…puntelli su puntelli.

Poi, dopo tutto quello, a casa, dormo poco e male, a lavoro la mattina siamo tutti in qualche modo a mezzo servizio anche se poi scivola via e due bocconi a casa poi per poi uscire subito, fermata dell’autobus poi, con quella dedica strana e il simbolo di Superman in azzurro che poi, coincidenza che io stia proprio ascoltando una canzone che si chiama Superman e arriva pure il bus ora, e tutto il resto del ‘dopo’, di oggi, che nemmeno vi accenno, forse domani.

Starò meglio forse…anche se non lo so.

Non sono mica Superman.

216° giorno – Quattro mezzi non fanno due interi

È tutto il giorno che controllo se ho in spalla lo zaino…e dire che non ne metto uno da un miliardo di anni eppure…sento che manca qualcosa, mentre aspetto il bus.

Giornata da mezzi pubblici, oggi mi odiano. L’ autobus è puzzolente, non accetta i miei soldi come se derivassero da affari sporchi quando in realtà non sono poi così sporchi. Sedile sghembo, densità di popolazione di otto persone a metro, accessibilità dei pulsanti per prenotazione fermata nulla. Ad ogni stop, famiglie con passeggini, borse della spesa e scatole, aria cosi viziata che quasi preferirei essere nella penultima fila, quella davanti al motore, rumore, biossido di carbonio, asfissia, perdita del gusto e della vista, può avere effetti collaterali anche gravi. Di fermata in fermata, snocciolo santi come alla Via Crucis ma riesco piano piano, lottando con gente in trasloco e fan dei supermercati, ad avvicinarmi all’uscita.

Quando scendo, vorrei ringraziare il Signore ma attendo…tocca alla stazione.

Fila di gente alla cassa che invece di chiedere biglietti si fa consegnare moduli da compilare…e vogliono la penna…e spiegazioni…e i fogli da sotto il vetro non passano comodi, si stropicciano e devi farli passare lentamente…uno per uno e il tempo passa…e i ringraziamenti di prima ora sono bestemmie. Una tizia prende i moduli e si mette sul fianco, turno del tipo davanti, basso e scuro. Sembra uno che punta al sodo…un tipo da andata-ritorno e via ed infatti “vorrei i moduli per l’abbonamento” e vabbè altri dieci minuti, manco si sposta a sinistra e quando finisce nemmeno usa la corsia d’uscita, deve per forza tornare indietro da dove è venuto, sbatterci contro, mostrarci uno scorcio di stupidità ad ogni costo.

Il viaggio fino a Milano lo passo isolandomi il più possibile da una scolaresca eccitata al piano di sotto, in piedi come uno scemo vicino all’unica presa di corrente funzionante del treno che il cell è già scarico e oggi si fa serata ma si sa…qualcosa la devo dimenticare sempre. Se mi siedo sul sedile di fronte, il filo si tende cosi tanto che sembro il PR di una gara di limbo e devo abbassare il cellulare a livello pavimento ogni volta che c’è uno stronzo che deve scendere o passare di lì e quindi “No grazie”, sto in piedi da scemo e guardo il soffitto e quel ciuffo di capelli incastrato sotto una bacchetta di metallo, disgustosi ma resi affascinanti dal mistero irrisolvibile e la domanda inevitabile che uno deve porsi:

“Come cazzo ci sono arrivati lì?”

In stazione dopo un’ora ma per poco visto che mi infilo in un carro bestiame sotterraneo più stipato del cugino ciccione dopo il pranzo di Natale, gente che combatte per un pezzo di cilindro sudicio a cui aggrapparsi o che lotta per uscire nella sua fermata sfigata…che colpa ne ha se ci vive solo lui e si trova incastrato tra turisti cinesi e l’ascella di un bodybuilder alto tre metri. Per fortuna tutto quel circo dura solo qualche minuto perché di nuovo in superficie, mi rilasso a fare lo scemo con un amica fino a che diventa quasi ora di cena…l’accompagno al tram, castello sullo sfondo, lei sopra vicino alla porta, io sotto che per una volta son serio e cerco di formulare discorsi con un senso, artistici e complessi…e quasi arrivo al dunque quando ecco che mi scorre davanti del vetro ricurvo, e plastica e luci riflesse e poi tutto silenzioso si muove inaspettato come il trucco della tovaglia strappata via dove sul tavolo restano immobili piatti e vasi con fiori…rimango li con il castello, il mio discorso a metà, un cappellino in mano, lei portata via e freddo…tanto freddo.

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196° giorno – Berlino #1

Sul bordo della vasca un nuovo flacone di bagnoschiuma alto e pesante che lo prendi in mano e lo strizzi ed esce un sacco di sapone e ti sembra impossibile che possa finire, diventare leggero, finire in spazzatura un giorno mica troppo lontano visto quanto poco mi durano. Non ce la faccio a crearne schiuma ed a usare quello, devo strizzare, appoggiare, riprendere ed usare che lo so, sono uno sprecone, come con l’acqua a getto continuo a temperatura folle e i soldi che butto in commissioni Bancomat.

Nella vasca soffro il sonno…tutta spezzettata la notte, che di ora in ora mi buttava fuori dal letto per farmi pisciare in continuazione come un vecchio incontinente pieno d’acqua. In cucina, riempio di cereali la tazza di latte per poi prepararmi per il viaggio facendo barba sotto mento, infilando altri vestiti che se un trolley ce l’hai allora riempilo che tanto mezzo vuoto è solo peggio che le cose vanno in giro sballonzolanti…un disastro.

Prima della pista d’atterraggio, dall’alto di un cielo tedesco, il terreno pare disseminato di pini…compatti in boschetti tagliati da linee dritte, così numerosi che l’argomento della traversata diventa “quanti pini esisteranno nel mondo?” che se ci pensi è una domanda che puoi farti su qualsiasi cosa ma ne discuti solo quando la curiosità di saperlo salta fuori sul serio.

Dopo discussioni e opinioni disparate ci assestiamo su un 10-12 miliardi di pini. Mi sembra plausibile.

Prendere la valigia dopo l’atterraggio é sempre un problema…non so perché ma non riesco mai a memorizzare nei dettagli le valigie che uso e finisce che come al solito tocco mille trolley di altri, li ribalto, tiro su e rimetto giù, finché tutti prendono la loro valigia e l’ultima che gira sul nastro dev’essere per forza la mia o almeno spero che dentro ci sia qualcosa della mia taglia. Pare la mia stavolta, che di trolley con bussola incastonata nella maniglia per me non ce ne sono tante.

L’uscita è tanto vento e tanto freddo. Arrivati nel parcheggio aereo scassato di Berlino prendiamo un altrettanto scassato treno color rosso e crema che ci accompagna tra casermoni, rottami e residui sfatti in mattoni circondati da verde vegetazione fino alla Berlino che conta, quella delle Strasse e i pennoni e i cavalli sopra le porte e gli orsi e pure le onde nelle pozzanghere, che dal vento che c’è mi sento portare via cappuccio e occhiali e il freddo si insinua nella schiena.

Giriamo da bravi turisti…si cammina…si vedono cose…si fanno foto-cliché…si va dove vanno tutti, ignorando iraniani che fanno lo sciopero della fame, venditori di wurstel con ombrellino rosso piantato sulla schiena e che il vento massacra…tra comitive,coppie, vecchie e biciclette, freddo pungente e foglie, pezzi di muro, graffiti, vecchio e nuovo, alberi stanchi, cantieri che divorano strade, bandiere che sventolano orgogliose tra luci, confusione e un percepibile senso di impazienza.

Sa di malinconia Berlino, come se fosse sempre autunno…come se la colonna sonora fosse sempre Jazz…come se i suoni fossero sempre ovattati e quello che senti davvero è vociare sommesso e treni e tram che scorrono sopra, sotto, ovunque.

Poi però, quasi di colpo, la luce dorata sparisce dai muri e quelli si trasformano…si accendono nuove luci e compaiono nuovi colori e suoni…nuova musica…e tutto continua nel buio della notte come una madre di famiglia…bella…che mette a nanna i figli ed esce, finalmente…a divertirsi.

123° giorno – La passerella

La gente si raggruppa come squali corallo attorno a due ballerini impegnati ad agitarsi su note brasicubanospagnole estive in rapida successione. Nei due secondi di pausa tra un tormentone e l’altro la gente applaude, la gente fa video, la gente balla.

Mi chiedo perché non se ne stiano seduti a pensare a cosa lasciano dietro, a dove stanno andando, a cosa ci sarà da fare domani. Mi chiedo perché ridono, perché sembrano in vacanza, perché mangiano gelati tutti rilassati mentre la vita è quella che è in un mondo che è quello che è,  una specie di passarella traballante affacciata sull’oceano. Ma sopra quel legno che oscilla ci sono solo io a quanto pare perché sembra evidente che sulle navi siano tutti felici. Tranne me.

“Vorrei dormire” dico ad un cane dall’aria assonnata ma quello si gira dall’altra parte. Forse anche lui vuole dormire. La sua padrona è sdraiata che prende il sole, addormentata. È bella e mi metto a guardarla per un po’ che tanto mancano ancora tre ore e mezza di ventosa navigazione e qua, la gente, non ha nessuna intenzione di smettere di divertirsi e di essere felice. La felicità altrui un po’mi nausea ultimamente e finisce che mi ritrovo con il mal di mare per la prima volta nella vita.

“Un’ondata anomala di felicità” dico tra me e me

“Che succede ragazzo…non ti piace la festa?” mi chiede  il capitano sceriffo con cappello da cowboy e stella sul petto. Stivali in coccodrillo, pipa in bocca e pizzetto. Non l’ho nemmeno sentito arrivare.

“Non so cosa voglia dire…sono solo depresso” rispondo

“Bhe, è meglio che ti fai tornare il sorriso ragazzo, non voglio problemi sulla mia nave, è tutto tranquillo e voglio che così rimanga, mi hai capito sì?”

Accarezza le due pistole sul fianco con i palmi della mano, roteandoli sui calci. “Ding” fanno gli speroni sul tacco.

Annuisco ma non capisco.

Un battito di ciglia ed eccomi sulla passerella della vita affacciata sull’abisso del mondo. Il ponte della Megaexpress three, la gente, il cane e la ragazza…tutto sparito.

Sotto la trave, tra la schiuma, è pieno di squali e il legno scricchiola e si muove, ondeggia per il vento. Aspetto che qualcuno mi ordini di camminare, di andare verso il bordo o che mi infili tre millimetri di acciaio formato spada nella schiena per “incoraggiarmi”ad andare avanti ma non sento nessuno. Strano, non è così che vanno le cose. La gente cattiva ci gode in situazioni simili.

Provo a girarmi, pronto a vedere le orde di pirati di cui sono prigioniero che iniziano a ridere e che mi spingono giù insultandomi e facendo scommesse ma li non c’è nessuno. Aguzzo la vista e li vedo, lontani, al centro del ponte del vascello, vele gonfie sopra di loro. Davanti a tutti c’è lo sceriffo che li fronteggia, mentre quella ciurmaglia di manigoldi sta in file ordinate. Sembra che rispondano a dei saluti militari impartiti dal capitano sceriffo ma non riesco a decifrarli e da qua non sento nemmeno che dicono.

Mi chino sulla passerella molto delicatamente e a gattoni raggiungo il muro di dritta gonfio di acqua e scrostato da sale e tagli d’accetta. Mi faccio largo tra barili di Grog e sartiame, sempre chinato ma ora sul ponte in legno nero che puzza da fare schifo e che mi unge mani e ginocchia.

Faccio attenzione mentre oltrepasso due mozzi ubriachi e svenuti e raggiungo l’albero maestro, alle spalle dei pirati, nascondendomici dietro, sporgendomi solo un attimo per osservarli e capire.

Butto un occhio oltre quel cilindro enorme. Li sento,li vedo.

Stanno ballando la macarena.