123° giorno – La passerella

La gente si raggruppa come squali corallo attorno a due ballerini impegnati ad agitarsi su note brasicubanospagnole estive in rapida successione. Nei due secondi di pausa tra un tormentone e l’altro la gente applaude, la gente fa video, la gente balla.

Mi chiedo perché non se ne stiano seduti a pensare a cosa lasciano dietro, a dove stanno andando, a cosa ci sarà da fare domani. Mi chiedo perché ridono, perché sembrano in vacanza, perché mangiano gelati tutti rilassati mentre la vita è quella che è in un mondo che è quello che è,  una specie di passarella traballante affacciata sull’oceano. Ma sopra quel legno che oscilla ci sono solo io a quanto pare perché sembra evidente che sulle navi siano tutti felici. Tranne me.

“Vorrei dormire” dico ad un cane dall’aria assonnata ma quello si gira dall’altra parte. Forse anche lui vuole dormire. La sua padrona è sdraiata che prende il sole, addormentata. È bella e mi metto a guardarla per un po’ che tanto mancano ancora tre ore e mezza di ventosa navigazione e qua, la gente, non ha nessuna intenzione di smettere di divertirsi e di essere felice. La felicità altrui un po’mi nausea ultimamente e finisce che mi ritrovo con il mal di mare per la prima volta nella vita.

“Un’ondata anomala di felicità” dico tra me e me

“Che succede ragazzo…non ti piace la festa?” mi chiede  il capitano sceriffo con cappello da cowboy e stella sul petto. Stivali in coccodrillo, pipa in bocca e pizzetto. Non l’ho nemmeno sentito arrivare.

“Non so cosa voglia dire…sono solo depresso” rispondo

“Bhe, è meglio che ti fai tornare il sorriso ragazzo, non voglio problemi sulla mia nave, è tutto tranquillo e voglio che così rimanga, mi hai capito sì?”

Accarezza le due pistole sul fianco con i palmi della mano, roteandoli sui calci. “Ding” fanno gli speroni sul tacco.

Annuisco ma non capisco.

Un battito di ciglia ed eccomi sulla passerella della vita affacciata sull’abisso del mondo. Il ponte della Megaexpress three, la gente, il cane e la ragazza…tutto sparito.

Sotto la trave, tra la schiuma, è pieno di squali e il legno scricchiola e si muove, ondeggia per il vento. Aspetto che qualcuno mi ordini di camminare, di andare verso il bordo o che mi infili tre millimetri di acciaio formato spada nella schiena per “incoraggiarmi”ad andare avanti ma non sento nessuno. Strano, non è così che vanno le cose. La gente cattiva ci gode in situazioni simili.

Provo a girarmi, pronto a vedere le orde di pirati di cui sono prigioniero che iniziano a ridere e che mi spingono giù insultandomi e facendo scommesse ma li non c’è nessuno. Aguzzo la vista e li vedo, lontani, al centro del ponte del vascello, vele gonfie sopra di loro. Davanti a tutti c’è lo sceriffo che li fronteggia, mentre quella ciurmaglia di manigoldi sta in file ordinate. Sembra che rispondano a dei saluti militari impartiti dal capitano sceriffo ma non riesco a decifrarli e da qua non sento nemmeno che dicono.

Mi chino sulla passerella molto delicatamente e a gattoni raggiungo il muro di dritta gonfio di acqua e scrostato da sale e tagli d’accetta. Mi faccio largo tra barili di Grog e sartiame, sempre chinato ma ora sul ponte in legno nero che puzza da fare schifo e che mi unge mani e ginocchia.

Faccio attenzione mentre oltrepasso due mozzi ubriachi e svenuti e raggiungo l’albero maestro, alle spalle dei pirati, nascondendomici dietro, sporgendomi solo un attimo per osservarli e capire.

Butto un occhio oltre quel cilindro enorme. Li sento,li vedo.

Stanno ballando la macarena.

113° giorno – MFB (Micro Fast Boat)

Chissà da quando non vivevo un’alba, i bagliori, foschia, sole rosso. Oggi dall’isola parto per un’altra isola ancora, per sentirmi più lontano dal mondo o forse, sentirmi più vicino ma a quello vero, fatto di mare, fatica, animali, silenzio. Sana desolazione.

La nave è lunga e sferragliante, solca il mare veloce e mi piace, è simpatica. Si chiama Sara D, ed è stretta e lunga. All’arrivo, sembriamo scolari al primo giorno di scuola. Totalmente spaesati mentre vaghiamo tra casupole deserte e turisti finché non noleggiamo quattro biciclette e mezza mezze scassate. Duevirgolaventicinque biciclette che ci dovranno accompagnare tutto il giorno così, all’avventura che oltre l’alba, è un’altra cosa che non vivevo da un po’. La cosa mi piace.

Sapete…l’incognito e non sapere cosa troverai nella prossima curva o dietro la collina. Mi risveglia sempre il desiderio di rischio, tipo trovarmi un velociraptor o qualche buco misterioso con dentro cose altrettanto misteriose. Ecco perché quando finiamo rinchiusi in carcere per qualche minuto, nel pomeriggio, mi diverto pure.
Passo la giornata fra animali, mare, gomme bucate, imprevisti e pedalate. Tante pedalate. E caldo, tanto caldo però bello. Perché è bello. E divertente perché lo è, divertente.

Banchina. Molo. Nave. Dieci ore dopo.

Sono di nuovo al punto di partenza, di nuovo dentro il vitino stretto di Sara. Però adesso il tempo è come dilatato, mi sento su questa nave da una vita ma non voglio scendere, non voglio andare avanti. C’è qualcosa che ronza nell’aria adesso, con la mente sgombra, come una mosca che si fa sempre più coraggiosa appena mi avvicino al mio mondo, che mi aspetta con un ghigno. Non so perché torna tutto adesso, come sempre, come ogni notte ed ogni mattina, come in ogni momento da solo.

Quando scendo da Sara, un po’ in disparte, giusto qualche passo dietro gli altri, cammino verso il tramonto, con il sole che bagna il porto. Ripenso un po’ alla giornata e a quella stretta che mi sta chiudendo lo stomaco, che ritorna come un passato oscuro.

Bello. Perché è stato bello penso e divertente perché lo è stato, divertente si…

Però in macchina, mentre guardo la campagna che scorre a centoquaranta orari dal finestrino, quando mi chiedo se sto bene, almeno oggi…ecco, non riesco a dire “Si”.

93° giorno – Very slow

I viaggi in nave sono sempre terrificanti e quando li fai di giorno, se possibile sono pure peggio. Infilati in un carro bestiame con lo scafo per dieci ore con una bambina che ti fissa tutto il tempo senza che nessun genitore gli dica nulla, un capitano a cui da fastidio che tu vada in giro a fare foto e ti interroga sulle tue intenzioni e temperature degne di una prigione in un altoforno.

Non è poi il viaggio in se, che se vado in crociera piace pure a me, ma il fatto che ogni volta che controlli l’orologio di minuti ne sono passati appena 4 su 600.

Cazzo, già a contare fino a 600 è una rottura di palle…figuratevi farveli passare in minuti dentro un hotel anni ’60 galleggiante.