121° giorno – Alfabeto

La casa è stata denudata di ogni presenza umana e sembra pronta da affittare con armadi vuoti, comodini sgombri, materassi nudi. C’è un gran silenzio al posto dei miei oggetti, di Sorella, di mia madre, mio padre. Un silenzio che sgranocchia i mobili e fa cadere l’intonaco dai muri, corrode i fili elettrici, scrosta le persiane mentre della mia presenza rimane solo un terzetto di magliette da stirare, due pantaloni e uno spazzolino con dentifricio affianco, sapete no, per prevenire l’attacco degli acidi, entro trenta minuti dai pasti.

Luci tutte spente, anche quando mi faccio la doccia, bollente come al solito, ma soprattutto oggi che fuori piove e anche un po’dentro di me. Saluto la tendina trasparente opaca a pois colorati, lo specchio troppo poco generoso con le mie sconfitte estive, la porticina pieghevole. Saluto i salotti immacolati e il frigorifero, la scala e la vetrata gialla e le stampe sui muri, i miei “Topolino” i giornali d’auto di milioni di anni fa. Saluto casa mia.

Stupida la vita. Credo che sia un diritto dell’uomo vivere e iniziare a morire dove vuole il cuore ed invece non mi è possibile solo perché devo inseguire banconote stampate, persone più infelici di me e vivere all’ombra di palazzi e ciminiere, immerso nelle cento nuove malattie della grande città.

Ma perché “Sopravvivere” deve venire prima di “Amare” ?

Non funziona così l’alfabeto…

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113° giorno – MFB (Micro Fast Boat)

Chissà da quando non vivevo un’alba, i bagliori, foschia, sole rosso. Oggi dall’isola parto per un’altra isola ancora, per sentirmi più lontano dal mondo o forse, sentirmi più vicino ma a quello vero, fatto di mare, fatica, animali, silenzio. Sana desolazione.

La nave è lunga e sferragliante, solca il mare veloce e mi piace, è simpatica. Si chiama Sara D, ed è stretta e lunga. All’arrivo, sembriamo scolari al primo giorno di scuola. Totalmente spaesati mentre vaghiamo tra casupole deserte e turisti finché non noleggiamo quattro biciclette e mezza mezze scassate. Duevirgolaventicinque biciclette che ci dovranno accompagnare tutto il giorno così, all’avventura che oltre l’alba, è un’altra cosa che non vivevo da un po’. La cosa mi piace.

Sapete…l’incognito e non sapere cosa troverai nella prossima curva o dietro la collina. Mi risveglia sempre il desiderio di rischio, tipo trovarmi un velociraptor o qualche buco misterioso con dentro cose altrettanto misteriose. Ecco perché quando finiamo rinchiusi in carcere per qualche minuto, nel pomeriggio, mi diverto pure.
Passo la giornata fra animali, mare, gomme bucate, imprevisti e pedalate. Tante pedalate. E caldo, tanto caldo però bello. Perché è bello. E divertente perché lo è, divertente.

Banchina. Molo. Nave. Dieci ore dopo.

Sono di nuovo al punto di partenza, di nuovo dentro il vitino stretto di Sara. Però adesso il tempo è come dilatato, mi sento su questa nave da una vita ma non voglio scendere, non voglio andare avanti. C’è qualcosa che ronza nell’aria adesso, con la mente sgombra, come una mosca che si fa sempre più coraggiosa appena mi avvicino al mio mondo, che mi aspetta con un ghigno. Non so perché torna tutto adesso, come sempre, come ogni notte ed ogni mattina, come in ogni momento da solo.

Quando scendo da Sara, un po’ in disparte, giusto qualche passo dietro gli altri, cammino verso il tramonto, con il sole che bagna il porto. Ripenso un po’ alla giornata e a quella stretta che mi sta chiudendo lo stomaco, che ritorna come un passato oscuro.

Bello. Perché è stato bello penso e divertente perché lo è stato, divertente si…

Però in macchina, mentre guardo la campagna che scorre a centoquaranta orari dal finestrino, quando mi chiedo se sto bene, almeno oggi…ecco, non riesco a dire “Si”.

110° giorno – La Flaca

Quando entro in questa piccola città nella città, fatta di blocchi grigi, sei la prima che saluto. Sei sempre stata la prima.

“La Flaca” di Jarabe De Palo suona in continuazione nell’agosto di un ragazzino un po’ troppo paffuto. Nel video c’è questa bellissima barista cubana che fa impazzire tutti e anche me, che faccio colazione guardando MTV.

Le assomigli.

Ti vedo a messa, la prima domenica. Sei abbronzata, capelli corti, vestito rosso a pois bianchi, seduta sul fondo a sinistra mentre io sono nascosto dietro la colonna a destra, per farmi i cavoli miei come al solito. Quando ti vedo capisco di essere innamorato.

Un paio di giorni dopo, era sera, ti conosco, con il resto della compagnia. Scherzo e tu scherzi, parte una sfida di corsa, il tuo sport e i giorni dopo a parlare, le mattine ad aspettare che la tua macchina arrivasse in paese. Ogni sera, vorrei ma non ti riaccompagno a casa, lo fa qualcun altro, un amico. Io non so cosa fare.

Mi fa male da morire. Anche se ci vediamo e scherziamo assieme nei giorni dopo, mi fa male da morire.

La mia estate è finita. C’è una grande “H” di fronte a me, sulla nave. Sapete, dove scendono gli elicotteri.
Sto li un paio di ore buone, mentre la costa si allontana e io mi sento triste come non mai, con il groppo in gola. Ma mi dico che c’è pur sempre l’anno dopo.

Anno dopo anno invece, rimango in silenzio,  aspettando chissà che cosa. Passa una vita e tutto cambia, ti rivedo ma non riesco a dirti nulla. Non posso.

A volte si dice “mi sembra ieri”.

No, non è così, mi sembra una vita parallela, di mille anni fa. Anche se ricordo tutto. Ricordo anche quando faceva male.

Fa male anche adesso che ti sono davanti.

Fa malissimo.

107° giorno – Scatole e sogni

Sui cestini c’è un “grazie per aver tenuto pulito il centro commerciale” preventivo. Così, ti costringono a sentirti in colpa se non lo fai penso, perché sono gentili con te, come quando qualcuno ti chiede un favore sorridendo come se gli avessi detto già “si”. Sei fregato, sei nella tela del ragno. Puoi solo aiutarli o deluderli.

Li guardi. Ti ringraziano e sorridono ancora e capisci che sei fottuto.

Toilette con omino sopra. Il cesso costa 50 centesimi

“È molto pulito” dicono.

Per 50 centesimi deve essere uno specchio quel cesso. Marmo pulito ovunque, un tizio che ti passa la cartigenica. 50 centesimi sono un’enormità in questa economia, pagare per poter pisciare è roba per nuovi ricchi. Entro ma non sento un particolare buon profumo, il marmo c’è ma è finto. Non è nemmeno così pulito visto che intravedo striature di piscio sulle mattonelle. Quando esco manca il sapone di fianco al lavandino. Il soffiatore da parete Magnum è inclinato verso di me e la fotocellula pretende che piazzi le mani attaccate alla bocchetta. Se mi allontano di due millimetri quello smette di sputare aria del Sahara. Non riesco a girarle senza farlo spegnere e le gocce finiscono sui miei pantaloni.
Sembra che mi sia pisciato addosso. Cristo.

Sono già due ore che giro la città da una ‘scatola gigante con l’aria condizionata dentro’ all’altra alla ricerca della sedia da spiaggiata perfetta e visti gli scarsissimi risultati non resta che puntare sugli specialisti. Esco dal cesso, macchina. Dentro una scatola piccola per andare in una scatola grande diversa.

C’è un caldo infernale quando arrivo nella magica bottega della pesca. Obiettivo, cercare una sedia pieghevole da pescatori, con braccioli porta birra da pescatori con buco e retina da pescatori, colore militare mimetico da militari amanti della pesca. Il nome del negozio l’ho inventato io perché quello vero è banale, non adatto alla fama di ‘Mecca del novello Sampei’. Da fuori, sembra che un bambino gigante abbia giocato con secchiello e cemento. I bordi dei muri sono buttati a caso, scale storte, l’edificio è un cubo sbilenco. Dentro, il negozio puzza di candeggina e trasuda asetticità  peggio di un laboratorio medico U.S.A. Teche di vetro con dentro mulinelli. Teche di vetro con dentro ami. Teche di vetro con dentro canne da pesca. Me lo immaginavo come un posto sudicio con pesci puzzolenti imbalsamati attaccati alle pareti ed invece mi ritrovo in una gioielleria dove fanno sperimentazioni sul DNA ittico. È tutto bianco e pulito, ordinato, senza la minima passione.

Giriamo in lungo e largo ma non troviamo nulla, eppure, mi sembra uno stereotipo del tipico pescatore quella sedia. Un vero pescatore ce l’ha per forza. Un vero pescatore, di quelli sulle riviste, non usa seggiole normali. Esausti, chiediamo al commesso. Fa una faccia che è un mix tra terrore è sorpresa, ci mostra degli sgabelli minuscoli e polverosi infilati su di uno scaffale a 10 metri di altezza. Niente braccioli, niente retina, niente colore mimetico. Niente di niente. Usciamo, nel niente di niente di un mezzogiorno in una desolante zona industriale che non offre niente di niente. In mano, ancora niente di niente.

Le speranze muiono definitivamente tra le lunghe file del Briko, un’ora dopo, ennesima scatola fredda. Sembra che non ci sia nessuno, solo luci soporifere e rumori di seghe a nastro anche se non si capisce da dove vengano, forse sono registrate.

“Non si trova mai un commesso quando serve. I commessi non esistono, come le sedie con i braccioli e i buchi per la birra” sentenzio.

Vaghiamo come zombie e capisco che ci servono stimoli. Vedo uno stucco per legno, sulla copertina, un bambino gioca con un T-Rex viola.

“Voglio un T-Rex” esclamo
“Ti ci porto io” dice Fede

Centro commerciale, scatola numero 5. Di fronte a me uno scaffale intero pieno di pelouche di dinosauri. Ci sono tutti, stegosauri, diplodochi, triceratopi…pure quelli sfigati che nessuno ricorda. Li passo in rassegna tutti quanti. Niente T-Rex. C’è qualcosa di sbagliato nel mondo se fra 100 pupazzi di dinosauro non ci sia neanche un T-Rex penso, uscendo sconfitto. Quando esco dalla scatola, mi convinco che forse lo stegosauro me lo potevo anche comprare.

Il viaggio di ritorno è una pena, una ritirata, debacle completa. Arriviamo ad una cittadina di mare che soffre il caldo peggio di un vecchio. Non c’è vita e pure le palme sembrano in difficoltà. Le ombre ribollono mentre in macchina, soffro i postumi di un pranzo cinese che mi debilita peggio di una sbornia.

“Proviamo qua” dice Fede.

Io non ci credo più, ma non lo dico. È giusto che un uomo continui a sognare. Mi sento come un padre che guarda con tenerezza il figlio che dice “voglio fare l’astronauta”. Il negozio è alla nostra destra e quasi non si vede, infossato in una conca con discesa. Esco che il sole quasi mi acceca poi metto a fuoco. Canne, roba da pesca e lì, a destra, verde scuro, braccioli, un buco per la birra…

Incredibile.

La vedo.

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106° giorno – Segnalibro

Mi serve un segnalibro.

Un numero posso ricordarlo mi dico, poi passano i giorni e il 52 diventa 64. O era 80?

Dopo due giorni è una combinazione del lotto.

Trovo uno scontrino, del 2005, in una ciotola. È una ciotola di quelle importanti, vip. Una di quelle ciotole che contengono chiavi, tessere e monetine-occupa-tasche. Sotto quelle chiavi e monete, tutto piegato con cura, quello scontrino appunto.

Mi chiedo che senso abbia tenere uno scontrino di 6 anni fa. Lo leggo e lo rileggo e mi sembra una normale spesa, in un normale supermercato, in una normale estate del 2005. Ci sono mozzarelle, pesce, coca Cola, schifezze da sgranocchiare del tipo patatine, arachidi, tacos. Gelati simili ad altri famosi, proprio uguali, che credi di aver fatto un affare finché non li mangi.

Spesso paghi di più per un motivo. Non sempre. Spesso.

Verdura anche se sembra strano che siano sullo scontrino, che siamo pieni di verdura qua. Vedete, suonano alla porta e una sequela di vecchi che non ricordo di aver mai visto ma che dicono di conoscermi, scarica cassette nere colme di ortaggi sul mio tavolo. Alcuni giganti. Ricordo melanzane e cipolle giganti. I vecchi si riportano a casa la cassetta nera, lo dicono quasi sommessamente che gli serve e non so perché, la cosa quasi mi fa incazzare, perché sono una merda egoista, perché poi dovrò trovare un posto per tutta quella verdura gratuita. Li accompagno alla porta, scocciato, e li rassicuro dicendo “dirò ai miei che sei passato” anche se il nome non lo ricordo già più. Ai miei non dico niente.

Detersivo. Per piatti, cucina, pelle, pelle di donna, capelli di donna, lavatrice, lavastoviglie. Solito campionario che noi uomini veri non comprendiamo, che per noi basta che faccia schiuma e funziona, “pulisce”, anche se esce da un canale di scolo con grata corrosa, animali morti, acqua marrone torbida, “pulisce”. Poi, sono contrario a questi detergenti epidermici dai mille gusti. È una cospirazione per farti mangiare. Sei li che ti lavi e attorno hai flaconi che profumano di pesche, more, caffè, melone, frutti di bosco, vaniglia. Una volta ne ho provato uno al cioccolato bianco, il profumo era quello. L’ho assaggiato e per poco stavo male. Finita la doccia, mi sono vestito e sono andato fino allo spaccio della Lindt, vicino a casa mia. Ho comprato una tavoletta da 400 grammi di cioccolato bianco con miele e mandorle e l’ho mangiato tutto da solo seduto su un muretto lercio, sudato per il caldo. Se non avessi capito l’inganno, sarei tornato a casa per farmi un’altra doccia, ai frutti di bosco, “Voglio dei frutti di bosco”avrei detto. “Magari con sotto una fetta di cheesecake” avrei detto. È il loro gioco e io l’ho capito.

Continuo con altre elucubrazioni, che so più o meno cosa significa ma che uso come personale sinonimo di “stronzate”

Mia madre guarda un film.

“Ma…ti serve questo?”

Prende lo scontrino

“È del 2005…”

“Si, mi serve come segnalibro…posso?”

“Si…cioè…chissenefrega…”

“Chissenefrega”

La risposta perfetta ad un sacco di elucubrazioni.

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100° giorno – Liste, vermi, castelli di sabbia

Cento come i giorni del governo, che quasi sembra fatto apposta ma ve lo giuro…no. Vero, sono pelato come il premier ma accidenti, è l’unica cosa che ci accomuna a parte le dieci solite norme che accomunano gli esseri umani, quella lista che finisce con “tutti dobbiamo morire”.

Per certo vi posso dire che non morirò progettista meccanico, perché ci ho provato ma mi stressa e mi mette ansia e non sono abbastanza attento, visto che mi chiamano al mare, come oggi, per problemi, incomprensioni da risolvere e io al mare. A 800 km di distanza dai problemi al 97% causati da te perché “tu sei dove?” al mare, che se mandi dei file subito è meglio già dal tuo ufficio magari, lì, al mare.

Già il mare, che chissà quanti sono i giorni di un mio diario del mare, forse mille, un’infanzia passata a mollo e nella spiaggia alla fine, quando avevo voglia e quando non ne avevo, costretto ad alzarmi senza energie, infilarmi in un auto, sbarcare sulla sabbia, sole ed attesa e poi acqua, tanta acqua, il mare.

Dopo anni, non è cambiato molto.

Faccio meno castelli, vero, e non uso più quelle stuoie che dopo un mese puzzavano, vero. Sto meno in acqua, vero e prendo più sole, vero. Non trovo più utile scavare 10 metri di buca per stanare vermi disgustosi. A volte guido io, pure. Vero.

Però, nonostante le mille e due notti marine, ho ancora degli sfizi da togliermi, come noleggiare un pedalò, fare un tuffo con salto mortale ed arrivare ad uno scambio di 30 colpi a racchettoni. Tutte cose presenti nell’altra lista, quella dei desideri, che nel mio caso è tanto piena di tante cose.

La lista cambia sempre…

Ci sono giorni, che la mia massima ambizione sarebbe riuscire a sorridere. Altri, desidero che lo spazio sia più vicino, che le stelle e i pianeti attorno avessero un volto, un nome, scritto su un biglietto di un aereo spaziale. Spesso invece, voglio solo un sorriso, un abbraccio, un bacio, un gelato a due gusti, un pomeriggio con la mia migliore amica, un sferzata di pioggia che renda lucida la strada, per fotografare i riflessi.

Liste, liste. Una vita di liste, come quelle del governo. Piene di cose da fare, da comprare tipo lista della spesa, di persone da far fuori tipo lista dei nemici, di pizze da ordinare, lista del ristorante.

Una vita di mare, governi, desideri e liste ecco cosa penso mentre un condizionatore Argo muove stanco le sue pale sul muro del bar, mentre attendo la mia acqua non di mare ma tonica, ghiaccio e una fetta di limone con la mezzanotte che si avvicina, con il “centouno” che incombe veloce, carica quasi, come il film.

Mi sveglierò, ancora pelato nel “centouno”, come il premier. Magari punto ad esaudire qualche mio desiderio domani o controllo liste. Magari vado al mare. Magari ricomincio con i castelli di sabbia e i vermi.

Prenderò il più piccolo e lo nominerò Re anzi premier. Premier del mare, sopra il castello.

Primo giorno di governo.

Ci sarà un sacco da fare.

99° giorno – Prigione

Non so perché poi, il mio vero mondo inizia quando la sera entro nella mia camera e “la sera” entra nella mia camera. Tutto il vissuto di una giornata in pratica sparisce subito, inghiottito. Da chi? Da cosa? Perché quasi non lascia traccia?

C’è un piccolo letto stretto e quella luce ambra troppo debole, una finestra che mostra il blu scuro del cielo, quel legno pesante, libri e riviste, armadio aperto, vecchio ventilatore spento. Nessun rumore attorno.

E nessuno attorno. Solo con la mente. La mia prigione.

96° giorno – Lo sbarco

C’era pace in quell’angolo di spiaggia prima del loro arrivo. Armati di incredibili ombrelloni anti-vento dalla tecnologia sconosciuta e intrugli chimici anti-sole che proteggono il loro innato arianismo, metro su metro conquistano bar e spiaggia riempiendo l’aria di parole piene di consonanti e di “S” e che finiscono in “EN”.

Sembriamo impotenti con il nostro ombrellone ammainato, la mia carnagione panna variegata amarena causa irregolarità nella diffusione sull’epidermide di crema solare, troppo abbattuti dalle radiazioni solari. Invasi e deboli, inermi di fronte alla grande Germania che manda in avanscoperta bambini nudi in esplorazione, gettando sabbia e giocattoli per tutta la spiaggia.

Ma quando sembra tutto finito, ecco arrivare i francesi, un numeroso esercito vestito in blu che subito conquista il territorio appena vicino all’ormai regno tedesco. Lo scontro è alla pari e teso. Mozzarelle nude francesi e altre “S” e “EN” ma con gli accenti diversi e messi da altre parti conquistano metri a colpi di teli da mare e secchielli rossi.

Lo scontro è alla pari, in stallo.

Ma mentre ci stiamo per defilare, come codardi, lasciando il campo di battaglia agli alleati, senza combattere, ecco che da sotto arrivano gli americani, fisico da surfisti, con i loro bombardieri a forma di racchette e pericolosissime bombe sferiche colorate. Siamo già lontani quando lo scontro si fa serio. Lasciamo sconfitti la nostra piccola Normandia in mano ai nostri amici, pieni di speranza…

Forza ragazzi!

95° giorno – Wallrun

Appena arrivato in paese mi son detto “hai un mese per allenarti come si deve, tutto il tempo che vuoi.”

Dopo due giorni l’inizio è promettente anche se le mani sono già spaccate, il tallone trema di paura e la pianta dei piedi è già piena di buchi.

Nel vagabondaggio per trovare le sfide dell’estate, perché una sfida ci vuole sempre, oggi sono tornato davanti ad un mio vecchio pallino dell’estate scorsa, il mio primo grosso obiettivo da traceur scarso, un wallrun.

Dovete sapere che io adoro i wallrun, perché mi esaltano come poche cose, perché sono grosso e lento e invece quelli mi fanno sentire come se ogni ostacolo fosse alla mia portata e mi spaventano almeno quanto li amo, perché mi ci sono fatto male al punto che piegare le dita dei piedi era un calvario, camminare una tortura.

Un wallrun in una piazzetta di Varese poi, è stato la mia prima conquista, il mio primo “cazzo sono migliorato”. Il giorno del mio primo allenamento non riuscivo a chiuderlo e non l’ho chiuso, una sconfitta. Ci avrò provato 50 volte ma il bordo rimaneva lontano e anche quando ci sono arrivato dopo due ore, con il mio passo lento, fuori forma, scoordinato, non avevo la forza per rimanere aggrappato. Figurarsi tirarsi su. Ma tre mesi dopo, nella stessa piazzetta, quel muro invalicabile era diventato un muretto, scavalcato senza sforzo. Una soddisfazione, davvero.

Ora che è chiaro il perché di questa mia predilezione, alla ricerca della sfida dell’estate, ho deciso di tornare alla mia bestia nera vi dicevo, che io chiamo il gioco della bottiglia.

La vedete quella Sprite lì in alto nella finestrella? Mi sono sempre chiesto cosa ci faccia li e chi cazzo ce l’abbia messa.

Ma non importa, l’importante è che per fine estate riesca a buttarla giù.

 

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94° giorno – Casa dolce casa

Sdraiato sul letto a non fare niente che per me è strano non fare niente, che non ci sono più abituato, come se avessi perso quella parte di cervello che ti dice “reeeeelaaaaaaxxx” con la voce suadente di un Barry White.

Sarà che il primo giorno di vacanza è sempre pieno di tensioni emotive perché rivedo dopo mesi persone speciali e rivivo i luoghi della mia infanzia estiva da un giorno all’altro, senza acclimatarmi, gettato di colpo in questo paese, nelle partite di calcetto, la maglietta blu a strisce bianche vecchia, larga e brutta ma che non potrò mai buttare e poi, il mettersi le scarpe in garage dove se le infilava anche mio nonno e arrivare tardi a pranzo a cena, le docce alle 23 per uscire con gli amici, il mare.

Una vita alternativa…

Se me ne sto sdraiato qui, tornano i pensieri e ricordi, nostalgici e malinconici come se si fossero nascosti per un anno, magari sotto il copriletto o nel cassetto del comodino e finalmente liberi, decidono di attaccarti come zanzare, pungendoti, entrandoti in bocca o fischiando veloci vicino all’orecchio.

A volte è piacevole, a volte fa male.

A volte fanno il rumore di persone che se ne sono andate, o di mobili spostati. A volte hanno il sapore di abbracci sinceri, di partite a pallone. A volte sanno di macchinine perse, gomme bucate, alberi morti, nuove nascite, incidenti, amori persi.

È normale che il cervello non si spenga mi dico. Lascio che tutto scorra e passi, come si fa con le tempeste che ascolti sbattere violente sulle finestre.

A certe cose tanto, è inutile resistere.