232° giorno – Quando il bagnoschiuma mi sembra un grattacielo

Oggi mi sono svegliato e desideravo una lavagna, desiderio che mi porto dietro nella presunta realtà dall’unico frammento di sogno che mi ricordo di questa notte tormentata. Ci sono io, dentro il letto, che guardo me stesso in piedi con i vestiti da malato addosso mentre scrivo qualcosa su di una lastra appesa lì sul muro, bordo di legno e ardesia bella nera, e so per certo che quei segni sono una trama, ci sono i nomi e i pezzi di storia che non ho mai scritto tutti collegati da frecce bianco-gessetto e appunti e capisco che ho ragione quando ‘sento’ che mi serve un calendario con su scritte le cose da fare, appiccicato sul portone di casa in modo da vederlo ogni volta che esco per una nuova giornata…ed ho ragione quando penso che per certe cose…importanti – IN scadenza – INconcluse – che sento INfinite – per la mia IMpotenza ”cause I’M not just a man with these broken dreams” cantavano gli Hollywood Undead…dovrei rivestire ogni giacca di post-it gialli, arancioni, verdi, rossi, cobalto e cadmio e cosi via, un colore per ogni dannato giorno della settimana.

In mente, adesso, ho tutto il catalogo delle lavagnette più o meno utili che mi sono passate per le mani e pure quelle più o meno magiche…un quadrato di plastica bianca forato, due-trecento fori, ci si infilava questi funghetti di colore diversi per creare scritte e disegni…e quella con lo sfondo tipo carta carbone poi, aveva una penna di plastica agganciata con una cordicella e levetta che cancellava all’istante i capolavori che ci pasticciavo, orrendi segni grigio chiaro su grigio scuro…e la mia preferita, il classico mezzo sogno proibito da bimbo…sarà che stava appesa in alto nella cucina di mia zia…metallo pitturato di bianco, bordo rosso e ripiano con cancellino e indelebile nero che già da piccolo sapevo che da sniffare era gran roba e da usare per pasticciare oggetti bianchi ancor di più.

Ho un piano, ora, ma il computer personale sopra-scrivania ormai ci mette dai venti ai trenta minuti per diventare operativo, sembra sempre in dopo-sbronza ed è inutile starsene li seduto, che il freddo è come l’acqua e le radici delle piante, trova anfratti e interstizi e si infila nella finestra, poi nel cassone della tapparella, scende lungo il vetro gelido e si tuffa nel colletto della mia felpa, canottiera, pori della pelle IMpercettibilmente aperti, carne, sangue e crepe nelle ossa e allora sto in giro piuttosto, vestito di grigio con cappuccio e blu con striscia laterale viola che fa tanto profugo, ne approfitto per fare da infermiere a Madre, che la mia eredità del weekend è una bella dose di virus e germi e febbre e in qualche modo devo sdebitarmi, chiedo cosa serve e “Si! Preparo il Thé…” anche se poi la sto a chiamare mille volte che chissà dove si trovano limone, vassoio, tazza, bustine da infusione e quella medicina del cazzo di cui non ricordo mai il nome ma comunque preparo, accudisco, rimbocco coperte amorevolmente, cronometro minuti per i test di dilatazione del mercurio, lavo piatti e do una parvenza di sistemata anche se per un occhio esperto son sicuro che possa equivalere a buttare lo sporco sotto il tappeto ma accontentatevi, che alla fine “…I’M just a man…my will is so strong…when I’ve got plans…i close my eyes to the pain…” cantavano gli INXS.

Bacio della buonamattinata a Madre che tenta di dormire…un’ora è passata e ritorno ai miei piani rifugiandomi nel mondo virtuale alla ricerca di una lavagnetta, ufficialmente diventata la chiave del successo futuro della mia vita anche se SICURO che si riducerà all’ennesima porcata comprata per sprecare carta-banconota, accatastata in uno tra le centinaia di cassetti stipati delle cose non-utili della mia esistenza. Ora, di fronte lo schermo e a destra la finestra con il mio più recente animale domestico, una cazzo di mosca gigante intrappolata tra vetro e zanzariera…non so come sia entrata ma non ho intenzione di renderle facile la vita che tentare di farla scappare comporterebbe aprire la finestra e lasciare campo al gelo, staccare un lembo di rete e indirizzare in qualche modo la bestia nella breccia ma queste cose funzionano solo con i Persiani mentre in questo caso la legge di Murphy farebbe di tutto affinché la mosca si opponga, vada da altre parti o tenti di entrarmi in bocca e quindi che se ne stia in gabbia, per adesso temporeggio e cerco di non distrarmi ogni volta che uno strano puntino nero sfocato entra in conflitto con la mia visione periferica.

Vedo che onlINe c’è pure una mia amica…l’ho conosciuta dopo aver scoperto il nome con interrogatori e minacce a persone e cose causa un mezzo colpo di fulmine per la sorella sua…che dopo un anno ancora non sono riuscito a conoscere. Le chiedo se per caso è stata a Dubai anche se so benissimo che è stata a Dubai ma il giochetto della domanda del cazzo ti evita sempre tutto il discorso introduttivo in stile “Ho visto che sei stata a Dubai, raccontami un po’…” che è troppo lungo e formale quindi meglio ‘domande ovvie del cazzo’ e via. Lei ovviamente dice di si, e io chiedo un po’…se il Kalifa da quasi un chilometro l’ha visto e lei mi manda un po’ di foto di Dubai e mi racconta di Dubai e io mi ritrovo che voglio andarci a Dubai e come per magia, la storia della lavagnetta quasi non la ricordo più e quando mi infilo in doccia, per togliermi l’odore di chiuso e malattia per la sesta volta in due giorni, comincio a pensare ai viaggi da fare e sogni, infranti e non e a Dubai e manco fossi pieno di LSD fino al midollo, tutto si trasforma e la ceramica della vasca diventa sabbia e tutti i flaconi si trasformano in hotel e torri dal chilometro facile e finestre luci, acqua, isole artificiali e fontane, uomini ricchi e poveri, io in giro che faccio foto, strisce luminose dei fari rossi ed esposizione lunga, acquari dentro hotel, ristoranti e squali, limousine, povertà e ricchezza, cibi strani, lingue straniere, check-in, gate closed, valige, scoprire bar, specialità della casa, vestiti strani e turbanti, l’acqua diversamente salata, fusi orari, persone nuove, storie, sogni di qualcun’altro…che alla fine è cosi che son fatto, ad innescarmi l’immaginazione ci si mette pure troppo poco, due righe, due foto, due ipotesi e mi accendo…ci sto sempre un po’ stretto nella mia vita, la scappatoia per cambiare le carte in tavola la cerco sempre…e contateci che sarà la mia rovina…e la madre di tutte le mie insoddisfazioni…e di tutte le depressioni ma che ci posso fare…d’altronde “I’M just a man…and every night I shut my eyes…so I don’t have to see the light” cantavano i Faith No More.

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157° giorno – Il cimitero delle macchinine

Cammino come un gatto nella piazza deserta con solo la cameriera del bar che impila sedie e le trascina dentro, prima della chiusura. Mi piace, è molto carina e si muove in un modo che mi affascina quindi ogni tanto, mi concedo uno sguardo distraendomi dal noioso reticolo di mattoni grigi e rossi che mi fanno andare dritto.

Alla quarta distrazione, sento un profondo dolore nel palmo sinistro, come di una lama che si conficca nella carne. Un sasso, o un vetro penso ed invece è un oggetto quadrato, bianco e nero.

“Un alettone…”

Si, un alettone di una macchinina, una formula 1, un dramma che comprendo fin troppo bene…la disperazione di un bimbo che si ritrova un giocattolo monco…un alettone poi, una cosa fondamentale per una vettura da corsa.

Le macchinine e i modellini che si rompono o vanno persi, sono piccole tragedie che si trascinano negli anni. Io, a trent’anni quasi, ancora ricordo tutte le tragiche perdite dell’infanzia: la Fiat 131 Mirafiori arancione persa nel divano di mia zia Erminia, la Peugeot 406 Dakar distrutta nel salone dell’asilo, con le ruote divelte oppure, il mio F16 cangiante, che diventava blu se messo in freezer e rosso sotto l’acqua calda, con le ali leggermente sbeccate all’insu, come le terribili squadrette d’alluminio del liceo o il mio bellissimo trattore fatto di lego con motore a vista…

Tutti ricordi tristi, anche se il peggiore rimane Commander alias Optimus Prime dei Trasformers, un vero camion robottone con rimorchio apribile, accessoriato con altri Trasformers e che poteva diventare base di supporto con lanciamissili a molla. Il sogno di tutti i bambini, con l’adesivo degli Autobot che si colorava se ci alitavi sopra e lo sfregavi e poi…che bello tutto chiuso, rosso fuoco con rimorchio grigio metallo. Comprato un’estate di gioia e sparito l’agosto successivo, volatilizzato.

Dramma.

A volte me lo sogno e ancora, da grande, controllo tutti gli scatoloni in soffitta, per trovarlo.

Io ancora ci spero…

100° giorno – Liste, vermi, castelli di sabbia

Cento come i giorni del governo, che quasi sembra fatto apposta ma ve lo giuro…no. Vero, sono pelato come il premier ma accidenti, è l’unica cosa che ci accomuna a parte le dieci solite norme che accomunano gli esseri umani, quella lista che finisce con “tutti dobbiamo morire”.

Per certo vi posso dire che non morirò progettista meccanico, perché ci ho provato ma mi stressa e mi mette ansia e non sono abbastanza attento, visto che mi chiamano al mare, come oggi, per problemi, incomprensioni da risolvere e io al mare. A 800 km di distanza dai problemi al 97% causati da te perché “tu sei dove?” al mare, che se mandi dei file subito è meglio già dal tuo ufficio magari, lì, al mare.

Già il mare, che chissà quanti sono i giorni di un mio diario del mare, forse mille, un’infanzia passata a mollo e nella spiaggia alla fine, quando avevo voglia e quando non ne avevo, costretto ad alzarmi senza energie, infilarmi in un auto, sbarcare sulla sabbia, sole ed attesa e poi acqua, tanta acqua, il mare.

Dopo anni, non è cambiato molto.

Faccio meno castelli, vero, e non uso più quelle stuoie che dopo un mese puzzavano, vero. Sto meno in acqua, vero e prendo più sole, vero. Non trovo più utile scavare 10 metri di buca per stanare vermi disgustosi. A volte guido io, pure. Vero.

Però, nonostante le mille e due notti marine, ho ancora degli sfizi da togliermi, come noleggiare un pedalò, fare un tuffo con salto mortale ed arrivare ad uno scambio di 30 colpi a racchettoni. Tutte cose presenti nell’altra lista, quella dei desideri, che nel mio caso è tanto piena di tante cose.

La lista cambia sempre…

Ci sono giorni, che la mia massima ambizione sarebbe riuscire a sorridere. Altri, desidero che lo spazio sia più vicino, che le stelle e i pianeti attorno avessero un volto, un nome, scritto su un biglietto di un aereo spaziale. Spesso invece, voglio solo un sorriso, un abbraccio, un bacio, un gelato a due gusti, un pomeriggio con la mia migliore amica, un sferzata di pioggia che renda lucida la strada, per fotografare i riflessi.

Liste, liste. Una vita di liste, come quelle del governo. Piene di cose da fare, da comprare tipo lista della spesa, di persone da far fuori tipo lista dei nemici, di pizze da ordinare, lista del ristorante.

Una vita di mare, governi, desideri e liste ecco cosa penso mentre un condizionatore Argo muove stanco le sue pale sul muro del bar, mentre attendo la mia acqua non di mare ma tonica, ghiaccio e una fetta di limone con la mezzanotte che si avvicina, con il “centouno” che incombe veloce, carica quasi, come il film.

Mi sveglierò, ancora pelato nel “centouno”, come il premier. Magari punto ad esaudire qualche mio desiderio domani o controllo liste. Magari vado al mare. Magari ricomincio con i castelli di sabbia e i vermi.

Prenderò il più piccolo e lo nominerò Re anzi premier. Premier del mare, sopra il castello.

Primo giorno di governo.

Ci sarà un sacco da fare.