292° giorno – A fare la spia ci si guadagna…

Ci sta un tizio oggi in ditta…pare lavorasse qua dal Faraone millenni fa e sia lui che la Capa sbuffano a saperlo di sopra, chiedono perché sia venuto e che cosa voglia o come abbia fatto ad entrare senza che nessuno se ne accorgesse e io mi faccio un dipinto in testa, penso sia qua per raccattare uno straccio di lavoro per sopravvivere, tornare all’ovile come ho fatto io, zitto e muto coda tra le gambe. Quando vado di sopra dai testoni softweristi elettronici lo vedo che parla con uno dei ragazzi, giacca figa, maglione quasi-salmone a collo alto un po’ da checca, capelli lunghi…è li che discute di forniture e fa domande, poi io me ne esco e lo ribecco solo un’ora dopo sulle scale, se ne sta andando e io fermo il ragazzo con cui stava parlando, per farmi i cazzi degli altri giusto un po’…cosi gli chiedo se glielo diamo un lavoro anche a questo povero cristo che sembriamo la Caritas, quasi a moh di scherno, tipo con fare superiore.

“Lavoro? E che gliene frega a quello del lavoro…”
“In che senso…ero convinto fosse qui per quello”
“Ma de che…quello è milionario…aveva una ditta…facevano codici e programmi per le intercettazioni telefoniche…lo stato li riempiva di soldi…un giorno si è rotto il cazzo e ha venduto la sua parte al suo socio…ha passato gli ultimi quattro anni a fare il giro del mondo in barca a vela”
“Cosa? E che ci fa qui”
“Si è rotto le palle di stare in barca e per divertimento si sta inventando qualche progettino…cosi…per passare il tempo…voleva una lista di fornitori”
“Eh…cazzo”
“Eh…”

È che c’erano gli anni novanta un tempo qua in Italia…era un po’ come una specie di festival degli eccessi…dei nuovi anni ’70 per gli imprenditori dove qualsiasi cosa fruttava e andava bene, dal benzinaio al venditore di mollette di legno e lo stato elargiva generoso, copriva d’oro ogni puttanata, maniche aperte senza nemmeno gettare un’occhiata nella borsa…tutta roba che adesso ci sta rovinando che i conti tornano sopra un boomerang e sono solo nostri stile “si ho fatto la cazzata…ma ero giovane…ci sta no? Ancora scusa…ciao eh”…ovvio…forse qualche possibilità ancora c’è…uscirne in qualche modo e cogliere l’opportunità…anche se io ancora non trovo le idee giuste lo ammetto…o forse le avrei anche ma senza competenze per metterle in pratica e a trent’anni son tipo già vecchio e mi sento come se non potessi studiare e imparare e ‘fare’ qualcosa come se il catabolismo cellulare si stia propagando a vista d’occhio e dentro abbia novant’anni…e non dico di provare invidia poi per questo individuo che manco conosco…cioè un po’ si…barca, girare il mondo…cazzo se mi piacerebbe…però dico che adesso è complicato rischiare, c’è paura per le tre verdure che spuntano dall’orto che paiono secche, figurati se puoi stare a pensare di piantare angurie…ed è difficile cercare la combinazione della cassaforte…anche se sai che ti basterebbero quei numeri poi e sarebbe fatta ma la matematica non lascia scampo…potrebbero volerci anni e anni per trovare quella giusta…trenta destra quindici sinistra quarantadue destra…no…non si apre…riproviamo…cosi…quarantacinque sinistra…ancora…venti destra…per quanto…ma si può? Senza certezze…pure un po’ a caso…quindici a sinistra…fino a quando?

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189° giorno – Requiem (Cuore e silicio)

Due lutti in due giorni, anche se si parla di oggetti. Ieri il tagliacapelli mi ha lasciato con un lavoro fatto a metà…che sembravo Two-Face di Batman. Mi sono ritrovato a tagliarmi la barba completamente…non succedeva da quanto…almeno 4 anni.

Oggi però è più dura…il mio iPod non si accende più, nonostante i ripetuti tentativi di rianimazione tramite massaggio cardiaco MENU + tasto centrale premuti a ripetizione. Da giorni lo schermo era totalmente bianco…connesso con un cavo alla presa elettrica oggi non si è più accesso…spina staccata…

Si dice che le migliori cose della vita siano gratis…vero…anche il mio iPod l’ho avuto gratis.

Trovato dal ragazzo di mia sorella in piscina, subito accolto a casa come un figlio. Ci ho corso da ciccione ogni giorno per un anno, poi da quasi in forma fino a saltare da sbarre e muretti, arrampicarmi, fare equilibrio su tondi di metallo, cadere, farmi male. Ha subito acqua dal cielo, dal mare, sudore, botte e imprecazioni per quella faccina triste sullo schermo che compariva quando si bloccava.

Volato dalla tasca per cadere per terra…almeno mille volte.

Usato per viaggi in treno, trasferte notturne in macchina, autobus, aereo…mille volte.

Ci ho conosciuto gente nuova, mi salutano e il gesto di togliermi l’auricolare destro e premere ‘||‘…almeno mille volte.

Stare fermo a guardare panorami, scattare foto sulle strade, ritornare da allenamenti bagnato di pioggia, attendere autobus, persone, risultati, risposte sempre con la musica nelle orecchie…mille volte

Ci ho ascoltato un sacco di canzoni nuove che mi rimarranno, le playlist che sapevo a memoria in repeat, osservando puntini di luce rossi in lontananza con i Vib Gyor in cuffia…notti di lavoro con Painless Steel dei Bohren & der Club of Gore a riproduzione infinita…gruppi che andavano e venivano per lo spazio risicato…serate insonni di malinconia persistenti curate con Pearl Jam e Godspeed You! Black Emperor.

Mai sostituito nonostante altri quattro o cinque lettori in giro per casa, più capienti, migliori, scintillanti.

Ora purtroppo mi tocca rimpiazzarti.

Nella tasca, ma non nel cuore.

Immagine

130° giorno – Mare aperto

2:27 di mattina e non ho nessuna idea, nessun concetto di cui parlare, sdraiato in una stanza non mia, densa di oggetti non  miei e scatole non mie mentre fisso un soffitto bianco non mio. Odore di petrolio dalla valigia che mi sta a fianco che rimane nel naso, luce soffusa, dietro la testa.

Di solito i miei spazi vuoti li riempo con pensieri e parole ma oggi nulla, forse è perché ho bevuto troppo. Latte, acqua e succo d’arancia e pure frappe di banana riempito eccessivamente, che strabordava dal tappo, innaffiandomi la mano che teneva il bicchiere e poi la maglietta, come un bambino piccolo. Ho bevuto al punto che sono gonfio e rotolante come un pallone, perché ne sentivo bisogno come un tossico in astinenza e ormai tutto il mio vuoto è liquido e io senza i miei spazi vuoti pieni di tempeste non so esprimermi.

O forse, è come dice Charles, per poter scrivere devi essere o molto triste e molto felice e al momento, sono in un moto ondoso che mi tiene a galla senza troppi patemi, che per me è strano, si, non stare a fondo.

Ovvio, non sto ancora su una barca a vela in vacanza, palle al sole e gnocche in bikini, al massimo su una zattera in compagnia di un pallone da volley con una faccia disegnata sopra.

Però il mare non è tempesta, la notte è leggera e tranquilla, pesci volanti a pelo d’acqua che saltano, acqua a 15 decibel, la leggera luce di un alba che si avvicina.

Ora ci sarebbe solo da avvistare terra.

120° giorno – Surf

Mi reco sul mediterraneo per una giornata marina con contest surfistico annesso che pare portatore di giubilo e ilarità.

Posiziono il telo da mare sulla sabbia, mare e vento che accarezzano il volto in attesa di fisicati cavalcatori di spumosi cavalloni ondosi con una spiaggia gremita di giovani, tatuaggi, tette, tavole da surf, granite, ragazze denudate da ormoni impazziti.

Gli abili surfatori pagaiano tranquilli e amabili nelle mosse acque mediterranee. Un grosso drappo purpureo adornato da un infausto teschio, esplicita agli avventori spiaggiofoli che è certamente portatore di periglio l’avventurarsi nel tumultuoso mare.

Sono in attesa di questa sfida fra cavalieri marini quando una giovane puledra mi si para innanzi.

Sa il fatto suo, bella e sconcia, capelli rossicci e lentiggini, maglietta bianca, costume ultra mini. Passa quattro ore a piegarsi per raccogliere oggetti inesistenti, fare pose sexy, strusciarsi e imitare fasi di accoppiamento con il ragazzo, l’amico del ragazzo, la ragazza dell’amico del ragazzo. Ogni tanto lancia un’occhiata indietro per accertarsi che gli stiamo misurando il culo con il goniometro mentale o che ipotizziamo l’inserimento di carte bancomat nelle chiappe, decisamente un punto di forza, che mette in mostra in quarantacinque pose diverse di cui trenta del kamasutra. Si mette magliette, se le toglie. Si abbassa il costume, se lo tira su. Si passa le mani ovunque come se si spalmasse crema abbronzante addosso. Non ha creme in mano. Poi inizia a saltare addosso a tutti, imitando cavalcate selvagge ed effusioni, sempre a tre centimetri dalla mia faccia tra il basito e l’interessato. Il ragazzo pare non essere turbato dall’atteggiamento da zoccolona della partner che cattura le attenzioni di venti maschi tutti attorno anzi, ne approfitta per infilare mani ovunque e lingua, ovunque.

Sono le otto quasi, alla fine il contest è finito. Tutti se ne vanno e anche la giuvenca. Mi dicono che c’era pure il campione del mondo, che forse ha vinto lui.

Io mi accorgo di non aver visto un cazzo, non una surfata, non una caduta.

Ricordo solo un paio di chiappe.

104° giorno – Infinite horizons

Quando mi giro sento paura.

Non la provavo da quando stavo sul bordo di un ponte, con gli occhi nel vuoto. Non mi piace.

Vedo le figure sulla spiaggia e sono piccole e pure io mi sento piccolo mentre attorno il mare si muove, un ostile nulla liquido.

Lì dentro da un’ora, posando lo sguardo verso quell’orizzonte infinito. Bello, metaforicamente, quasi di pace, il momento. Poi, è come un brutto sogno, mi riscopro lontano e di colpo, debole. All’improvviso, paura. Se poco prima era un gioco senza pensieri ora sento la spalla che fa fatica, le gambe che bruciano e quelle persone che continuano ad  essere piccole, li in fondo,  mentre le onde mi sovrastano in un su e giù che fa sparire anche la spiaggia dalla vista.
Cerco di tornare tra gli umani e anche questo, metaforicamente, sarebbe bello ma dentro la rabbia del mare penso solo alla spalla che è quasi insensibile  mentre cerco il più possibile di trovare spinta nella schiuma bianca che a volte mi sommerge, mi fa sentire pesante, mi riempie le orecchie e il naso di sale e acqua.  Ormai mi giro e mi rigiro senza tecnica, sbattendo le gambe e le braccia, riposando qualche secondo, quando le onde si calmano per qualche istante, respirando senza farmi prendere dal panico, tenendo d’occhio la riva, la direzione giusta.

Mi ci vogliono quindici minuti di lotta per riuscire a toccare di nuovo la sabbia con i piedi, con i polmoni che scoppiano, il cuore a mille. Ho le gambe che ancora tremano quando mi siedo sulla spiaggia e mostro di nuovo il volto verso quell’orizzonte infinito.

Per un attimo ci ho pensato davvero…

http://www.youtube.com/watch?v=RvloMFBffn4

100° giorno – Liste, vermi, castelli di sabbia

Cento come i giorni del governo, che quasi sembra fatto apposta ma ve lo giuro…no. Vero, sono pelato come il premier ma accidenti, è l’unica cosa che ci accomuna a parte le dieci solite norme che accomunano gli esseri umani, quella lista che finisce con “tutti dobbiamo morire”.

Per certo vi posso dire che non morirò progettista meccanico, perché ci ho provato ma mi stressa e mi mette ansia e non sono abbastanza attento, visto che mi chiamano al mare, come oggi, per problemi, incomprensioni da risolvere e io al mare. A 800 km di distanza dai problemi al 97% causati da te perché “tu sei dove?” al mare, che se mandi dei file subito è meglio già dal tuo ufficio magari, lì, al mare.

Già il mare, che chissà quanti sono i giorni di un mio diario del mare, forse mille, un’infanzia passata a mollo e nella spiaggia alla fine, quando avevo voglia e quando non ne avevo, costretto ad alzarmi senza energie, infilarmi in un auto, sbarcare sulla sabbia, sole ed attesa e poi acqua, tanta acqua, il mare.

Dopo anni, non è cambiato molto.

Faccio meno castelli, vero, e non uso più quelle stuoie che dopo un mese puzzavano, vero. Sto meno in acqua, vero e prendo più sole, vero. Non trovo più utile scavare 10 metri di buca per stanare vermi disgustosi. A volte guido io, pure. Vero.

Però, nonostante le mille e due notti marine, ho ancora degli sfizi da togliermi, come noleggiare un pedalò, fare un tuffo con salto mortale ed arrivare ad uno scambio di 30 colpi a racchettoni. Tutte cose presenti nell’altra lista, quella dei desideri, che nel mio caso è tanto piena di tante cose.

La lista cambia sempre…

Ci sono giorni, che la mia massima ambizione sarebbe riuscire a sorridere. Altri, desidero che lo spazio sia più vicino, che le stelle e i pianeti attorno avessero un volto, un nome, scritto su un biglietto di un aereo spaziale. Spesso invece, voglio solo un sorriso, un abbraccio, un bacio, un gelato a due gusti, un pomeriggio con la mia migliore amica, un sferzata di pioggia che renda lucida la strada, per fotografare i riflessi.

Liste, liste. Una vita di liste, come quelle del governo. Piene di cose da fare, da comprare tipo lista della spesa, di persone da far fuori tipo lista dei nemici, di pizze da ordinare, lista del ristorante.

Una vita di mare, governi, desideri e liste ecco cosa penso mentre un condizionatore Argo muove stanco le sue pale sul muro del bar, mentre attendo la mia acqua non di mare ma tonica, ghiaccio e una fetta di limone con la mezzanotte che si avvicina, con il “centouno” che incombe veloce, carica quasi, come il film.

Mi sveglierò, ancora pelato nel “centouno”, come il premier. Magari punto ad esaudire qualche mio desiderio domani o controllo liste. Magari vado al mare. Magari ricomincio con i castelli di sabbia e i vermi.

Prenderò il più piccolo e lo nominerò Re anzi premier. Premier del mare, sopra il castello.

Primo giorno di governo.

Ci sarà un sacco da fare.

96° giorno – Lo sbarco

C’era pace in quell’angolo di spiaggia prima del loro arrivo. Armati di incredibili ombrelloni anti-vento dalla tecnologia sconosciuta e intrugli chimici anti-sole che proteggono il loro innato arianismo, metro su metro conquistano bar e spiaggia riempiendo l’aria di parole piene di consonanti e di “S” e che finiscono in “EN”.

Sembriamo impotenti con il nostro ombrellone ammainato, la mia carnagione panna variegata amarena causa irregolarità nella diffusione sull’epidermide di crema solare, troppo abbattuti dalle radiazioni solari. Invasi e deboli, inermi di fronte alla grande Germania che manda in avanscoperta bambini nudi in esplorazione, gettando sabbia e giocattoli per tutta la spiaggia.

Ma quando sembra tutto finito, ecco arrivare i francesi, un numeroso esercito vestito in blu che subito conquista il territorio appena vicino all’ormai regno tedesco. Lo scontro è alla pari e teso. Mozzarelle nude francesi e altre “S” e “EN” ma con gli accenti diversi e messi da altre parti conquistano metri a colpi di teli da mare e secchielli rossi.

Lo scontro è alla pari, in stallo.

Ma mentre ci stiamo per defilare, come codardi, lasciando il campo di battaglia agli alleati, senza combattere, ecco che da sotto arrivano gli americani, fisico da surfisti, con i loro bombardieri a forma di racchette e pericolosissime bombe sferiche colorate. Siamo già lontani quando lo scontro si fa serio. Lasciamo sconfitti la nostra piccola Normandia in mano ai nostri amici, pieni di speranza…

Forza ragazzi!