296° giorno – Una serie di fortunati eventi

Dovrebbe passare adesso il pullman ma non si vede…e se passasse dico…lo faccio il biglietto? I controllori mica lavorano alle 21:16 mi sa…e anche se mi beccassero poi…sono da solo in città, io e il cartone da macero fuori dai negozi, mi beccherei la ramanzina da solo in un pullman che il problema dell’essere beccati non sono i due spicci della multa e nemmeno l’ansia o l’adrenalina quando lo vedi salire con la porta dietro chiusa e lo sguardo da Robocop…no…è la vergogna di essere in pubblico in mezzo a 22 persone sedute, 65 in piedi ed 1 in carrozzina che ti guardano mentre fai la tua bella figura di merda stile bambino chiamato alla lavagna senza aver studiato.

21:18 e arriva. Completamente vuoto…lo sospettavo…luci al neon e ‘P’ luminosa li davanti, Penultimo Pullman prima del nulla serale, mi siedo in mezzo e mi stravacco, alla fine lo Pago quell’euro e trenta che per sto viaggio ne spenderanno almeno tre in gasolio, viaggiano in perdita da una certa in poi e non me la sento di rubare.

Stravolto.

Ho la testa che mi gira dalla mattina, avevo intenzione di starmene a casa almeno fino alle nove per cercare un nuovo baricentro gravitazionale per i miei pensieri standomene a letto ma troppe questioni sospese, lavori in corso, affari da sbrigare, tradizionali ritardi…roba che mi devasta ancora di più ora dopo ora ma le cose cambiano…mi ritrovo con una schiena il pomeriggio, quasi nuova e una serie di fortunati eventi che stamattina il programma era fisio per poi andare a fare delle foto ad un amico…calcetto, ma “forse piove” mi dice, meglio settimana prossima e quindi penso di fermarmi ed allenarmi con un altro amico ma quello “No…lavoro fino alle 22” e di stare da solo alla scala non ne ho proprio voglia, meglio andare in giro e fare un po’ di foto street che una rivista mi ha chiesto dieci foto per una serie e le mie son belle ma incomplete e devo lavorarci su per gloria e fama futura. Solo che poi incontro un amica e andiamo in libreria e parliamo, lei si fuma una sigaretta e parla di viaggi, si fanno due passi e si parla di viaggi, stiamo fermi davanti alla porta e si parla di viaggi. E si fan le sette. Ed è tardi. Ma rimango comunque in giro anche se non sono ‘confident’, la strada mi rifiuta, pochi scatti e pure brutti, poca gente e poco interessante o forse sono solo io il problema…ma continuo, prolungo fino al centro, temporeggio, entro nel solito bar ma con nuova barista mai vista prima e siamo completamente soli e si comincia con due parole e poi venti e poi duecento e finisce che sto li due ore a parlare di vita, morte, futuro, amore, pensieri, anarchia, lavoro e sogni finché non è ora di chiusura e nessuno è entrato o uscito e tutto è sospeso nel nulla e forse, in tutta la città… mondo…universo, ci siamo solo io e lei.

290° giorno – Stamattina il ghiaccio sulla mia macchina assomigliava a rami di albero…

Ho troppe voci attorno e una specie di nausea che sento in pancia e nel naso e quando vado su dalla Capa dopo la chiamata d’emergenza, quattro fogli di depliant freschi di stampa in mano, rimango li in attesa davanti alla scrivania del caos coperta di fogli, graffettatrici e piccoli contenitori immaginando solo di lasciarmi cadere e schiantarmi svenuto sulla sua scrivania ma invece sto fermo e rigido mentre lei parla e parla e critica i testi e mi fa incazzare e innervosire anche se nemmeno l’ho scritta io quella roba…cose vecchie di trent’anni…e non ho nessuna cazzo di responsabilità per le stupidaggini segnate ma digrigno i denti, vorrei che andasse tutto bene, “si ottimo mandiamo in stampa” e via e che mi si lasci in pace e magari anche che mi si lasci cadere dritto per dritto a peso morto sul tavolo e dormire…ma lei continua a segnare e appuntare micro-correzioni scritte con la sua grafia che a stento si legge e c’è una specie di sonnolenza che mi prende a calci la testa, sale dai piedi e arriva al naso alla bocca agli occhi e alle sinapsi e divento nervoso quando entra altra gente e inizia a parlare ad alta voce, qualcuno telefona e il Faraone discute di prezzi e imbrogli e forniture a uneuroetrentacentesimi, il verniciatore parla in dialetto e c’è il Bruck dalla Germania e vorrei mettermi a gridare “Basta cazzo voglio silenzio!” e di colpo bum!, vuoto e bianco per un istante impercettibile, tutto che sparisce e adesso c’è il sole e quiete e un prato e un cielo e un albero di ulivo e il vento caldo che muove le fronde…io vestito comodo con nessuno che mi parla, chiede cose, fa richieste, pressa con tempi di consegna e liberatorie da firmare e pane da comprare con i soldi guadagnati e dimostrare a qualcuno qualcosa quando come perché con chi…solo stare li al sole con un filo di finocchio selvatico in bocca e non me ne frega un cazzo di dove sono e di che cosa stia succedendo o se si tratti solo di un sogno.

E invece sto qui. Sempre qui nell’ufficio più congestionato del mondo. In piedi con le cose che entrano ed escono dal cervello…e penso di essere esaurito..sono esaurito cazzo..e depresso e solo…e mi serve qualcuno a fianco come mi dicono ma io non sono apposto mi sa…chi se lo prende uno non apposto…che è da fuori che si vede quanto poco sono sano, che digrigno dentatura e stringo i pugni e sgrano gli occhi e faccio smorfie…chissà come ci sono diventato non apposto…forse è la scrittura o quando son caduto a parkour o una dieta squilibrata che lo diceva sempre mia madre “vedrai a non mangiare verdure che ti succede” e io me ne sbattevo altamente ed invece aveva ragione…tutte quelle fibre verduree che non ho assimilato da piccolo sarebbero tornate utili adesso, avrebbero tenuto unito i filamenti del mio pensiero ed invece ora, si stanno staccando pezzi di testa uno dietro l’altro e sto impazzendo…l’altra sera pure una mia amica cameriera me lo diceva mentre ero li nel tavolo che trangugiavo carboidrati senza fibre di verdura…”tu sei pazzo” diceva, ed era convinta della mia pazzia e dei miei occhi, pazzi anche quelli, e che dico cose da pazzo. Adesso son fuori dall’ufficio di controllo, nel sottomarino con di fronte il mio ventitrepollici di finestra sul mondo…cerco su internet cosa rende esauriti e pazzi e il web 2.0 mi risponde che se sono nevrastenico, facilmente affaticabile, depresso, coi nervi a pezzi, cefalee e non dormo bene, disturbi dell’attenzione, irritabile con modifiche emotivo-affettive, insicuro, sfiduciato, teso e iperemotivo e preoccupato, ipocondriaco, patofobico allora ce l’ho l’esaurimento…e ovviamente mi ritrovo in tutto e mi riscopro pure ipocondriaco che sta dentro la lista e io non mi ero accorto di esserlo ma in effetti quando sto a pensare a quel dolore lì e a quel dente là io mi preoccupo, mi preoccupo molto…e mi preoccupo anche dei malanni degli altri e scopro che pure io ho gli stessi sintomi loro e cosi scopro di avere anche la lebbra e la peste e una di quelle cazzo di malattie strane che fan grumi nel cervello, ti fanno andare a duemila i neuroni finché poi non esplode tutto e ho anche l’ansia e pure il menisco mi sa che è concio e ogni mattina quando mi guardo allo specchio vedo sempre che qualcosa non va…vene sottopelle e rughe strane sulla fronte e le occhiaie, tutti sintomi che si collegano e si intrecciano l’uno nell’altro fino ad un un unico punto, è davvero come dice la mia amica cameriera…io son pazzo, son pazzo sul serio e tanto vale chiedere direttamente come stanno le cose, senza filtri…

‘Sono pazzo?’

…e premo invio…e mi escono link ad un film mai sentito, discussioni di uno che ha la fissa dei grembiuli e collegamenti a forum femminili in cui manco entro…mi scontro con i limiti delle macchine, dagli in pasto questioni complesse e non sa più che pesci digitali pescare nella sua rete globale…e a quel punto vai sullo specifico…

“Emanuele Toscano è pazzo?’ scrivo allora…se ci fosse un’intelligenza segreta superiore che governa tutto come io credo, soffrendo anche di crisi paranoiche, la sto sfidando ad analizzare i miei dati e le mie parole e le mie foto, amori segreti quasi-confessati e finti-amori dichiarati, registrazioni archiviate dalla NSA, poesie e chat adolescenziali, frustrazioni e lacrime riprese da telecamere nascoste, per darmi una risposta su schermo. Adesso.

Ma quello mi vomita pagine che parlano di Grande Fratello e di artisti del gioiello, cantautori toscani, Casa Pound e ‘come capire il fascismo del terzo millennio’ e non so come e non so il perché…anzi, …forse è per quei grumi nel cranio di prima…mi viene un flash di stamattina, quando ho perso mezz’ora di lavoro per rimanere fuori dal cancello di casa a fotografare vetro e cofano del Lupo coperti di ghiaccio…

‘Stamattina il ghiaccio sulla mia macchina assomigliava a rami di albero, ti è mai capitato web 2.0?’

…che forse non mi conosce cosi bene ma di questo fenomeno fisico può dirmi di più.

Mi corregge l’ennesima volta, vomita inutilità apparenti ma ho a che fare con algoritmi e processori sub-atomici, super-computer raffreddati a liquido imparagonabili alla mia mente banale…da intelligenza superiore forse, vuole farmi capire che pongo domande sbagliate che non servono alla mia salvezza, come un Dio benevolo ed è nelle immagini che mi propone convinto che si trova la soluzione…c’è un dolce con della panna sopra, Road Runner della Warner Bros, un lago autunnale, grattacieli, uno striscione di polemica, una donna in bianco sdraiata in un bosco, delfini con tramonto sullo sfondo, una casa nel nulla.

Ma è solo dopo aver passato mezz’ora a guardarle cercandoci un senso, in un istante di lucidità tra telefonate e gente che martella…caos e rumore di motori elettrici, che trovo la mia risposta.

Pazzia

198° giorno – Sono sopravvissuto alla bomba nucleare

Sto a duecento metri d’altezza su un pennone traballante e mi chiedo cosa succederebbe se cadesse una bomba atomica li…in fondo, dove la foschia copre i palazzi. Mi salverei? Crollerebbe il pennone?

A volte preso dalla follia vorrei quasi finirci in una situazione catastrofica, ovviamente sopravvivendo, giusto per sperimentare paura, adrenalina e raccontare spaventosi eventi ai posteri…

Sono pazzo.

Ne parlo con gli altri, si discute delle bombe che stanno in frigo negli stati uniti e in Russia, che a parlare di guerra fredda a Berlino sta sempre bene.

“Ma si…è uno spreco…tutte quelle bombe…ecco perché l’America ogni tanto ci prova a fare il bullo con qualcuno…”

“Finché qualcuno non lo fa con loro e si ritrovano a culo bruciato…”

“Invadere l’America o la Russia è impossibile…che fai…vai dall’Alaska…linea tratteggiata, entro in Kamchatcha, dadi rossi e attacco con quattro?”

“Sorvoli con gli aerei…”

“Ti intercettano subito…”

“Prendere Mosca però è meno difficile rispetto ad una volta…ora ci sono i giubbotti pesanti…la Colmar fa i giubbotti pesanti…”

Silenzio.

Sotto la torre, piccole formichine operose si muovono tra blocchetti simil lego e micromachines che io allungo il dito verso il vetro per spostarle e giocarci.

“I russi avevano fatto questa mega bomba per divertimento…roba da cento gigatoni fatta esplodere in Siberia…cinque chilometri di diametro di palla di fuoco…pensa che l’onda d’urto è arrivata in Svezia e ha tolto la vernice alle staccionate…”

“La Svezia non sarà mica stata contenta…”

“Eh non credo…ma di certo non rispondi male al bullo del quartiere….zitto e compra tre barattoli di vernice bianca per legno…”

Silenzio ancora. Sto li un altro po’ a guardare lo skyline…poi scendo dalle nuvole, tra le formichine di prima che ora sono grossi e pacifici tedesconi, per godermi le ultime ore di Berlino partendo da checkpoint Charlie, dove Russi e Americani giocavano a poliziotto buono e poliziotto cattivo nella loro guerra di nervi.

Mentre mi allontano da Alexanderplatz, da qualche parte intanto, sta nascendo un nuovo pazzo o dittatore che si ritroverà a giocare nelle stanze dei bottoni, che qualcuno le chiavi do quei posti, da qualche parte, le conserva sempre.

188° giorno – Che tanto fra 5 miliardi di anni è tutto finito

Seduto, tavolaccio di legno di un pub, tre luppoli dentro una bottiglia di Bock marrone mentre si discute di donne e moto, giusto qualche giorno fa…
Si presenta questo tizio che non conosco…do la mano, lui la stritola e la cosa non mi piace, come se ti prestassi la macchina e me la riconsegni schiacciata sul muso, senza portiere e con un barbone morto sul cofano.

“Grazie…”

“Si prego…però…cazzo…la macchina…”

“Ah si…però grazie eh…”

Ora…vorrei dimostrargli che il parkour serve a qualcosa reagendo con una contromossa che gli demolisca i metacarpi ma si sa come finiscono queste cose poi…una tira l’altra, ripicche su ripicche e finisce che la prossima volta porta un amico pugile da presentarti ed invece di darti una pacca sulle spalle ti gonfia di botte in un angolo.
Sapete cosa dimostra tutto questo schiacciare le cartilagini altrui? Dimostra il tipico atteggiamento di ‘cercare di far vedere qualcosa’…che io son forte che ti stringo la mano durissimo…te la presso bastardo, te la spacco quella mano hai capito?
Fai come ti pare ecco…mica mi interessa…mi dà solo un po’ di fastidio anche perché poi ci penso ed un sacco di volte nella catena dell’apparenza ci finisco pure io e mi do fastidio da solo.
Oggi ad esempio, vado a messa…non per quale strano motivo eh…è che i miei credono che frequenti spesso ma in realtà no ma oggi non avevo alternative divertenti e stare a casa nascosto in un armadio non mi garbava, troppo scomodo e ho il torcicollo. Quindi decido di andarci davvero per una volta, sedermi in fondo ad osservare come il cameramen in un documentario sulle bestie della savana…capire in cosa credono quegli altri lì che in fondo, se ci penso, credere sul serio sarebbe bello e comodo anche per me.
Nel trucco dell’apparire ci cado appena entrato, subito a puntare la figa nel coro mentre maledico la mia barba incolta, i capelli non rasati e i vestiti da barbone tossico. Arriva il momento delle offerte e io tiro fuori il portafoglio ma dentro ho solo trenta centesimi e i rimasugli di una SIM. Le vecchie attorno intanto sventolano buste e bigliettoni, sembrano brooker all’apertura di Wall Street, mentre io non so che fare con la mia evidente indigenza quindi, mi creo un piano subdolo con cui possa cavarmela senza passare in quei terribili secondi in cui sei l’unico che non butta dentro monete e guardi in basso fingendoti distratto o peggio…addormentato.
Il trucco che escogito sta nell’infilare la mano dentro il buco sulla stoffa che copre il cestino e ‘lanciare’ le monete nell’angolo più buio. Faranno casino rimbalzando sul resto di quella riserva di Nickel. Sembrerà che abbia gettato una manciata d’oro e l’omino delle offerte non vedrà nulla…che quello lì se lo osservi bene sta sempre a guardare in basso, verso la fossa dei soldi, scannerizzandoti il bilancio bancario con due occhiate.
Eccolo che arriva appunto, completo grigio, leggera protuberanza addominale, camicia azzurrina, occhiali e occhi che osservano. Tutti buttano dentro qualcosa…ed ogni volta mi sembra di notare nell’omino un leggero “Si Si” di approvazione severa fatto con la testa. Quando me lo trovo di fianco uso la mossa dello scorpione…così l’ho chiamata…e lancio le monete.
Forse sarà la più grande dimostrazione dell’esistenza di un Dio burlone della mia vita…non so…sta di fatto che le lancio non so come sopra il cestino…e cadono sulla stoffa. Tutti vedono, tutti fanno ’10 + 20…30′. L’omino non lo guardo in faccia ma di sicuro ha stampato un ghigno di sdegno e scomunica.Raccolgo dalla stoffa e butto dentro…pure il ‘tin’ è misero.Con vergogna passo in rassegna gli errori fatti con ‘lo scorpione’ ma qua la fisica non c’entra nulla, semplice beffa divina che comincio a capire il perché gli altri alla fine ‘credono’…certe cose non te le spieghi.Il problema è che me ne dovrei fregare, fare come la vecchina povera al tempio al tempo di Gesù con l’unico obolo distesa per terra, che mica è di queste cose che devi preoccuparti, fottitene e passa oltre che la vita può finire in un attimo. Una fuga di gas ed esplode tutto, kamikaze iracheni musulmani che entrano con autobomba dalla sacrestia oppure una laserata di onde gamma e plasma che arrivano da una supernova.

A questo non avevate mai pensato eh? Cadere dalle scale…incidente in macchina…ma supernova mai vero?

Una sera di due settimane fa, non so come, sono finito a parlare di cosmologia avanzata con un mio compare. “Tanto la terra sparisce fra cinque miliardi di anni…inglobata dal Sole che diventerà gigante rossa…” gli dico, fiero e saggio.

Il mio amico ride a squarciapalle…si lo so che si scrive crepapelle…bhe comunque ride e risponde

“Ma te sei folle…a parte che ci saremo già estinti o saremo diventati delle robe alte tre metri senza palle…senza cazzo…senza peli e che si autoriproducono…ma sicuramente prima o poi arriverà qualche cazzo di onda d’urto cosmica di raggi gamma e neutrini che ti riducono tipo Plasmon liofilizzati tempo dodici secondi…”

Si insomma…tu sei li con la tua morosa sulla spiaggia di notte che vuoi trombare mentre lei è li che fantastica dolcemente sul cielo stellato che è vecchio di qualche milione di anni…come vedere diapositive di vent’anni fa…e ti arriva questo fascio di particelle cazzute che ti riduce in carbone e non ti sei manco abbassato la zip.

E’ successo che da qualche parte cinque minuti fa, all’angolo tra la 5° strada stellare e Alpha Centauri una stella è esplosa e nessuno lo poteva sapere. Fuga di gas cosmica. Tutto finito.

C’è da andare in giro spaventati altroché…ti becchi uno davanti che ti vuole rapinare “Dammi tutto quello che hai!” ed ha una pistola in mano. Ci sarebbe da rispondergli “Ma che cazzo fai con quel pistolino…ma non sai che magari ci sta arrivando una pallottola di radiazioni a 800.000° gradi e fra due secondi siamo morti?” Gli prendi la pistola dalle mani e lo abbracci.

Ecco perché sta cosa dell’apparire alla fin fine è davvero una perdita di tempo, un vero spreco. Pensiamo un po’ più semplice.

Ritorno dal viaggetto cosmico di nuovo sulla terra. La messa è alla fine, la figa del coro canta insieme con le altre.

“E quando il sol si spegnerà e quando il sol si spegnerà o Signor come vorrei che ci fosse un posto per me…”

Che vi dicevo? Un Dio burlone.

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173° giorno – Alpha

Inizio a scrivere forse in terza o quarta superiore, era un tema…il commento ad una poesia, il mio primo grosso lamento su carta. Quattro facciate di protocollo, tre righe di commento standard e altre ottantasette sul come mi sentivo quando mi guardavo allo specchio e non mi riconoscevo, di come vedevo riflesso qualcun altro e se parlavo…non ero io a farlo, chissà da dove veniva fuori quella voce.

Torno a casa, a mia madre dico “è andato male”

Quattro giorni dopo prendo nove e i complimenti pubblici della prof., un paio di compagne che mi chiedono di poterlo leggere e io penso che forse è la prima volta che credono che abbia davvero qualcosa di profondo da dire oltre alle battute, alle cazzate, a fare il simpatico…anche se è sempre stato tutto li dentro, fin da piccolo…è sempre stato cosi.

“Posso?”

“E’ un po’ personale…”

“Beh se non vuoi…”

“No dai…tieni…”

Leggo Norvegian Wood di Murakami, passo giornate a parlare con gente virtuale, le uscite con gli amici, inizio a scrivere pensieri, leggo ‘L’Alchimista’ di Coelho dopo un’adolescenza a coltivare sogni di avventure con Cussler, Crichton, Tolkien. Amore…prendo e perdo. Amici…prendo e perdo, come perdo anche occasioni…e perdo colpi…e cado e mi rialzo, ricado, mi rialzo, cado ancora e non mi rialzo più. Stanco, mi infilo in una gabbia di paura e timidezza dove scrivo poesie…un disastro…melense, piene di metafore, immagini figurate, unte e bisunte, grasse, farcite, disgustose. Scrivo cose terribili, sperimento l’andare giù e sentirsi un vero alieno, non esco con nessuno, non rispondo a nessuno, invento scuse, bugie, cazzate e sto nella gabbia, al buio, a lamentarmi, a mangiare ed ingrassare finché dalla porta non riesco nemmeno più ad uscire e scrivere…smetto anche con quello, mangio e ingrasso e basta, ancora e ancora…

Poi mi addormento.

Mi sveglio quando sento che le sbarre mi lasciano segni e fa male, mi rialzo e cerco di uscire ma ci vuole tempo. Aspetto. Ancora tempo. Aspetto ancora e intanto reinizio a scrivere finché la porta non si allarga o forse sono io a stringermi ed esco di nuovo e recupero gli amori, gli amici, la bella scrittura, il mare, le giornate di sole, correre finché il cuore non scoppia, risate, marmellata alle arance, figure di merda, lavoro, università, sbronze, cotte estive, ragazze che pensi siano troppo belle, la gente di merda, le giornate in cui lasci l’ombrello a casa e ti becchi il diluvio e a te non te ne frega un cazzo che l’importante è che ci sia la musica.

Cresco, ormai uomo o almeno credo o almeno cosi mi dicono e continuo a cadere, rialzarmi, cadere di nuovo finché non imparo che cadere e rialzarsi è il succo della vita…è cosi, sarà sempre cosi. Quando mi rialzo lotto, vinco e perdo, conquisto persone e cose, rido, piango, soffro, amo allo sfinimento e mi incazzo, bugie e troppa sincerità, faccio lo stronzo, sono troppo buono, intrattabile, solare, meschino, pazzo, folle, energico, sudato, positivo, a volte in piedi, a volte a terra…in piedi…a terra…in piedi…a terra…ma ormai ho capito la lezione mi dico, le cose cambiano anzi, sono cambiate…d’altronde le strade portano sempre da qualche parte…o almeno credo, o almeno cosi mi dicono.

Poi un giorno rientri in casa, più di dieci anni dopo, stesso specchio di quel tema e non ti riconosci…il riflesso è quello di qualcun altro, parli e quella voce non è tua e quindi, nonostante quello che credo, nonostante quello che mi dicono…cosa è cambiato?

159° giorno – Oggi mi sono svegliato e desideravo le branchie…

Seduto sulla tazza, leggo da una bacheca altrui un altro aneddoto di un professore che fa giochetti con i suoi studenti, il tipico “dovete guardare la luna mica il dito”.

Coglioni.

Non so voi, ma io, ogni volta che leggo una di queste storielle, mi chiedo sempre se sia davvero accaduto, se sia sempre il solito professore che le racconta e se esistono davvero professori che fanno ste robe stile “cogli l’attimo”. Cioè, cosa insegnano? Lettere? Filosofia? Il mio professore preferito la insegnava filosofia e sapete cosa faceva? Spiegava. Poi, quando mi interrogava, si esaltava se arrivavo ai pensieri giusti, gridando “Bravo Emmanuel!” come Kant mentre quando dicevo puttanate stava zitto, guardandomi fisso da dietro gli occhiali tondi, con quella sua testa piena di barba inclinata verso il basso. Quando finivo “Non ci siamo Emmanuel…” come Kant “…stai dicendo una marea di cazzate…” diceva.

Storielle tutte uguali e inutili, una con la sabbia grossa e fine e il vaso, una con il foglio bianco e la macchia nera, una con il bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto e ve ne creo altre mille o diecimila o diecimila milioni se voglio, usando le foglie delle siepi o le tessere di un mosaico, la vicina zoccola e le suore, le pagliuzze nell’occhio altrui, Indiana Jones e l’ultima crociata, partite di calcio e stadi pieni di pazzi ultras ultraviolenti, sole e raggi ultravioletti, pesci grandi in stagni piccoli o nel mare con banchi di sardine e squali, rane, scorpioni, insetti, formicai, atomi, protoni, elettroni, quark, particelle di Dio, gas perfetti. Vostra madre.

Inutili si, ma alla gente piace sta roba, le piace sentire metafore su cose che conoscono benissimo e che non possono cambiare perché di farlo…beh…non gliene frega un cazzo a nessuno. Storie lunghe o corte e barocche, piene di fronzoli e frasi che suonano bene e noi ‘scrittori’, anche se forse ‘scrittore’ è esagerato per un tipo come me, siamo Re e Regine supremi di questa disciplina e a volte, credo che se la carta parlasse potrei fare l’agente di commercio pure io, che a fottere la gente a ‘parole sonore’ invece, non sono un granché.

Io per dirvi che soffro d’amore scrivo un romanzo quando la realtà è che tutti soffrono d’amore, non dico nulla di nuovo ma dovrei uscire invece, e andarlo a confessare a chi di dovere. Figurati. Io per dirvi che sono stanco e nervoso parlo di strade asfaltate, giardini e ambienti di lavoro opprimenti. Io per dirvi che oggi fa freddo parto dai pinguini e dal rovente vulcano Samalas in Indonesia, che nel 1247 Avanti Cristoiddio ha dato via libera alla piccola era glaciale, caldo e freddo, Yin e Yang, bianco e nero, donna e uomo. Uno scrittore difficilmente dirà le cose come stanno in maniera diretta, farà dei cazzo di giri allucinanti, prendendola larga come un cieco alla guida, farcendovi di pillole narcolettiche peggio di un medico, usando termini che non capirete e che non capiscono nemmeno loro, tipo ‘IO subcosciente’ o ‘Verità’. Potreste avere qualche chance solo se lo beccate dal vivo, davanti ad una bistecca e una botte di lambrusco dolce e frizzante vuota per due terzi e tre quarti di terzo, depurato da tutta quella merda ma su carta…Non.Avete.Speranza.Alcuna.

Lo notate anche da questo pezzo dai…righe e righe di lamenti riassumibili in una frase e tanta ipocrisia su questa moda del “Carpe Diem”, che io, quello figo anticonformista, ci sono cascato e ci casco ancora. Sempre. Oh…lo ammetto, anzi, ammettiamolo tutti noi ‘scrittori’…riuscire a trovare significati e lezioni di vita banali con frasi e situazioni complicate che non c’entrano nulla è bello ed inutile, un esercizio stilistico che se poi azzecchi pure il finale con frasi ad effetto quasi quasi ci spariamo una sega. Storielle, racconti, aneddoti per far vivere meglio (ahahaha) o accendere il cervello della gente (ahahahaha!) scrivendo di utopistici stili di vita ideali. Ala fine a noi va bene cosi, a TUTTI va bene cosi, perché soffrire un po’ ci piace o almeno, a ME piace e anche fantasticare su una vita migliore MI e VI piace e finiamo nel cercare una morale anche nella lista della spesa.

“Vedo che hai preso la Nutella…forse è carenza d’affetto e vuoi spalmare quella piccola puntina di dolcezza che tieni sul freddo coltello della vita reale…che punta alla tua serenità come spada di Damocle….sopra la vasta superficie del tuo cuore spezzato…”

“No…è che mi piace quella cazzo di Nutella brutto idiota…”

Tipo, ora vi racconto che stanotte mi sono svegliato alle 4:48 che accidenti, sta diventando un appuntamento fisso che mi dà sui nervi, mi sveglio affannato, controllo l’ora e mi dico “bene, ho altre due ore da dormire” ma la realtà è che tutto comincia a diventare scomodo. La spalla è scomoda e te la vorresti togliere, poi il gomito diventa scomodo, le palle e il pisello pure, via anche quelli e la gamba con quel ginocchio dolorante e il malleolo che tocca dentro il bordo del letto, via! Poi togli il busto che non respiri bene, sembri in apnea sott’acqua e desidereresti le branchie e ti accorgi che alla fine quelle due ore le dormiresti con solo la testa ghigliottinata dentro una cesta di vimini rivoluzionaria, dopo la presa della Bastiglia.

“Bonne nuit!”

“Dovrei prenderla una pastiglia…sonnifero…” penso, e sono le 5:32. Prima, sognavo di una stanza con gente deforme, gobba, sformata e mutante che mi toccava e mi cingeva continuamente, portandomi a spasso con le loro braccia multiple, bocche multiple, nasi deformi, bubboni, corpi devastati con carne a vista ed ero fin troppo sicuro che mi avrebbero contagiato con la loro grottesca apparenza, facendomi diventare brutto a mia volta, deforme e con le branchie, ancora, come loro…come se la parte più nascosta e reale che tengo dentro in sacche piene di acido gastrico cucite sottopelle venisse fuori, rivoltato come un calzino o un K-Way double-face o “dublefas!” che fa tanto francese; di nuovo me stesso, libero da barriere, brutto come sono davvero, cappello a cilindro, bastone, sorriso storto davanti allo specchio del bagno, orrendo ma vestito elegante, pronto a presentarmi di nuovo al mondo.

“Bonne soirée!”

Quando mi alzo, dopo quelle due ore di non-sonno passate a rigirarmi in un talamo scomodo con tutte quelle parti di corpo di colpo inutili, penso solo al cibo, con la speranza che i cereali siano davvero finiti per concedermi gustosi biscotti inzuppati nel latte, con gocce di cioccolato che si sciolgono, roba che in regime di allenamento estremo viene abolita ma se non c’è altro da mangiare d’altronde…magari…no…niente…ci sono invece…eccoli…il recipiente è stracolmo di fiocchi, si erge come un silos marchiato Kellogs sulla tovaglia a fiori che la odio quella plastica decorata, troppi girasoli.

Nel bagno dopo, deluso per i fiocchi d’avena, con la luce accesa e il buio fuori e il freddo leggermente percettibile, mi lavo, mi asciugo. Accendo il vecchio Caldobagno, che funziona ancora perfettamente nonostante l’età, sempre pronto ad aiutarmi nei momenti di parziale ipotermia, con quella sua sembianza da Darth Vader poco rassicurante.

Mi ci piazzo davanti, le mani sul volto e per un po’ gli occhi li tengo chiusi. Poi, comincio a guardare attraverso la fessura che ho lasciato tra le due mani, fissando la luce rossa accesa su quel bottone di plastica, con i bordi delle dita tutti sfuocati, ringraziando di avere un rovente e vulcanico Caldobagno trattato bene e che ‘funziona ancora perfettamente nonostante l’età’, sapendo che da ora in avanti i secondi, i minuti, i giorni, le settimane, i mesi e gli anni saranno sempre più freddi, come una nuova piccola era glaciale.

Sto lì, in quella posizione, ancora qualche istante…

Beh? Quindi? Qual è la morale?

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135° giorno – Man in the box

 

Mi approccio alla scatola timbratrice per chiudere il giorno lavorativo.

Mi approccio all’ennesima scatola che mi comanda e che mi dice cosa fare, quando farla e senza spiegarti il perchè, ne di risposta ne di quelli pieni e veri, che contengono tutta la mappa delle direzioni e dei bivi con avvisi sonori stile autovelox nel GPS, quando la faccenda si fa complicata e pericolosa.

Sono stufo delle scatole. Quelle in cui vivo, quelle in cui metto il cuore e i ricordi e che finiscono in soffitta, quelle rumorose o troppo silenziose, come candide stanze d’albergo insonorizzate, vetri doppi, porte doppie, letto doppio, whisky doppio dopo l’ennesima riunione tra me e lui, il mio doppio.

Le scatole hanno pareti quadre e grossi coperchi quadri, spigoli vivi in cui si accumula sporco che non riesci a non guardare perchè li ci finisce anche l’ombra e il nero diventa solo più nero. Le scatole sono figlie di logica e geometria, ogni cosa inserita in un suo spazio con i suoi limiti fisici di peso, con il cartone che si piega e si rompe e si rovina quindi mai esagerare, mai, con le scatole.

Mi ci sono intrappolato in una scatola.

Tutta la pazzia e tutta la follia che metterei nella mia vita, nell’amore, nelle parole che scrivo stanno dentro una scatola che non posso aprire perchè mi dicono che non si può anche se poi cambiano idea, mi dicono che posso ma io ho paura.

Paura di fare casino. Ho sempre paura da quando sto nella scatola.

Quando è giorno, i profili si illuminano come neon, il cartone sembra cosi sottile. Quando piove, il coperchio si piega e temo che l’acqua lo sfondi, che si riempa come una piscina, che muoia affogato.

Quando cerco la libertà invece, scopro che le scatole non hanno porte, non hanno appigli, non hanno scalette.

Stai li e speri, che qualcuno passi di la, si chieda “ma cosa c’è qua dentro” e tolga il coperchio.

 

 

128° giorno – Settembre Rosso

Inizio il lavoro seriamente e non come venerdì, passato a chiacchierare con i colleghi per almeno cinque ore e no, non avevo timbrato, per non sentirmi in colpa, poi.

Sono solo nell’angolo tecnico visto che l’altro scemo è riuscito non so come a scappare ad Ibiza per collaudare tutte le sale da ballo e i culi dell’isola e tutto questo la prima settimana di settembre dove di solito si parte a mille, con mezzo mondo che si ricorda di noi e di quello che facciamo, sventolando dollaroni, sterlinoni ed euroni, bruciandoci da subito i neuroni ancora poco attivi dopo il post-panciolle. La sua trovata, che io considero “geniale ma devi avere le palle” scatena le ire del capo che ovviamente, non ricorda di aver mai avvallato una follia del genere ma invece si, tutto nero su bianco ‘nonsisacome’ ‘nonsisaperchè’.

Il Capo poi, che in preda a non so quale altra follia si presenta rasato a zero, adesso assomiglia ad un reduce dei Marines con disturbi traumatici post-conflitto nucleare. L’abbronzatura giusto accennata contribuisce solo a farlo sembrare appena tornato dall’operazione Desert Storm, altro che vacanza. Spero solo che nessuno gli metta in mano un fucile perché ha la faccia di uno che lo userebbe volentieri.

Chiacchiero un po’ con le segretarie appena arrivano a timbrare, che io oggi magicamente sono arrivato qui alle 7:55 e per una volta, attendo al varco. Due baci e due abbracci. Chiacchiero con chi ha la faccia già disperata al pensiero di un altro anno in questo covo di pazzi in cui le cose non vanno mai bene, una specie di torre di Babele in cui tutti parlano una lingua inventata, dove la memoria è corta anzi, cortissima, del tipo che “quello che ti ho appena detto non te l’ho mai detto e se risultasse sbagliato forse sei stato proprio te a dirlo a me”.

Alle 8:00 tutti in postazione. Accendo il PC nel mio cubicolo, che in realtà non è un vero cubicolo come quelli dei coreani tipo, sapete no, due pareti sottili di plastica grigia, la terza te la porti da casa, sedia, portatile, piante per dare colore, stampanti e telefono in bachelite nera tutto condensato in 2 metri quadrati prigione del corpo e dell’anima.

No, non è cosi.

Il mio è un cubicolo naturale che si crea autonomamente grazie a Madre Industria come se fosse una barriera corallina ma con ‘case’ di pc messi l’uno sopra l’altro su banconi e banchetti rubati chissà dove che formano una specie di piano lavoro. Scaffali di magazzini e scale sulla destra, scatole e scartoffie alle spalle, pezzi di macchine e strumenti che compaiono come funghi di notte sul davanti. Tipo, dietro il mio schermo adesso c’è una specie di esagono di metallo blu alto quaranta centimetri. Pesa una tonnellata al punto che la scrivania si piega e nessuno sa cosa sia, a cosa serva e chi l’abbia messo li.

A proposito di memoria corta…

Pare uscito da un episodio di Smallville o dal laboratorio di Emmet Brown ed è tutto scavato e bucato, con dei fili penzolanti e dall’aria pericolosa. Ha l’aria di un componente importante preso da una lavatrice aliena anche se noi di lavatrici non ne facciamo e gli alieni qua dentro ci lavorano e basta. Attorno a quel reperto di una civiltà sconosciuta, gli spazi vuoti che ricordavo di aver lasciato sono stati riempiti con pezzi di metallo, fili, bigliettini, metri, penne che non funzionano e bestemmie e tutto l’assieme, avvinghiato, condensato in un unico blocco, restituisce un’atmosfera da sommergibile nucleare. Manca giusto il periscopio.

Sento la voce della Capa in lontananza quindi, esco dal ponte di comando e vado su in coperta, l’ufficio principale, per farmi vedere, per fare un po’ di moto, per capire che fare. La Capa è piena di energia ed è abbronzata pure lei. Mi chiede “Com’è andata” io rispondo “Alti e bassi”.

“Problemi sentimentali?”
“Ovvio…”
“E li hai risolti?”
“Alti e bassi…”

A lei invece “tutto ok”, è già li che parla cinque lingue su cinque telefoni diversi. Tempo due minuti e mi dà il primo lavoro di questo nuovo anno perché si, il mio anno nuovo inizia sempre da settembre, come le diete, come gli ultimatum che mi dò insieme a quel carico di speranza calda che arriva stile panettiere la mattina alle 7:00, con il pane appena uscito dal forno, fragrante.

“Speriamo non si secchi”
“Cosa?”
“Nulla…cosa devo fare?”
“C’è da impaginare il catalogo che hai fatto ma in russo”

Amo il russo. Odio il russo.

Lo amo perché è musicale e mi piace il suono delle parole che sembra sempre carico di qualcosa; sentimento, alcool, donne, poesia, guerra. Quando sento qualcosa in russo mi vengono un sacco di pensieri, mi innamoro facilmente e mi uccido di ricordi. L’alfabeto poi mi affascina, il cirillico mi affascina, soprattutto quando riesco a leggere qualche parola. Solo che è odioso da inserire in porzioni di testo visto che io di russo non so quasi un cazzo e non so mai come spaziarlo e quello se ne va a cazzi suoi cercando rifugio come una bestia selvatica indomabile. Impaginare in russo è un inferno almeno quanto vivere nella periferia di Mosca credo.

Saluto la Capa e scendo giù con il mio testo russo dentro la mia chiavetta nera e rossa con la scritta ‘PATRIOT’ che fa tanto alto ufficiale nel Cremlino con chiave per la bomba Zar in dotazione. Quando rientro nel mio cubicolo, con i miei cavi e pezzi di metallo che mi circondano, mi sento davvero in un sommergibile, magari russo, come l’Ottobre Rosso, solo molto più casinaro, con tutta quella gente che ride e che si manda a cagare un minuto dopo l’altro.

Mi viene da ridere.

In verità in verità vi dico che mi piace stare qua dentro e questo mi spaventa. Ha tutto quello che una persona normale desidera: soldi buoni, a due passi a piedi da casa, gente divertente e giovane. Uno potrebbe pensare di accontentarsi e rimanere, risparmiare, trovarsi una brava donna, ampliare la casa aggiungendo sottotetto e veranda, comprare un cane, auto, passeggino per il bambino in arrivo e continuare dove i tuoi hanno lasciato o lasceranno. Sembra quasi bello.

Ma in verità in verità vi dico, mi terrorizza l’idea di potere aver già trovato il mio angolo di mondo perché guardandomi indietro, scoprirei di non aver fatto nemmeno un metro da quando sono nato mentre io, sono il capitano di un sottomarino, devo stare nel mare ad esplorare i fondali di tutto il mondo.

Schiena dritta e petto in fuori, con passo da guerra, scivolo accanto ad uno dei ragazzi che vedendomi in quella posa, mi mostra un pezzo di metallo lungo venti centimetri e ridendo mi chiede se per caso voglio inserirmelo nelle chiappe.

“Porta rispetto, sono il capitano” rispondo in tono serio.
“Cosa?”
“Nulla…cosa devi fare, marinaio?”

104° giorno – Infinite horizons

Quando mi giro sento paura.

Non la provavo da quando stavo sul bordo di un ponte, con gli occhi nel vuoto. Non mi piace.

Vedo le figure sulla spiaggia e sono piccole e pure io mi sento piccolo mentre attorno il mare si muove, un ostile nulla liquido.

Lì dentro da un’ora, posando lo sguardo verso quell’orizzonte infinito. Bello, metaforicamente, quasi di pace, il momento. Poi, è come un brutto sogno, mi riscopro lontano e di colpo, debole. All’improvviso, paura. Se poco prima era un gioco senza pensieri ora sento la spalla che fa fatica, le gambe che bruciano e quelle persone che continuano ad  essere piccole, li in fondo,  mentre le onde mi sovrastano in un su e giù che fa sparire anche la spiaggia dalla vista.
Cerco di tornare tra gli umani e anche questo, metaforicamente, sarebbe bello ma dentro la rabbia del mare penso solo alla spalla che è quasi insensibile  mentre cerco il più possibile di trovare spinta nella schiuma bianca che a volte mi sommerge, mi fa sentire pesante, mi riempie le orecchie e il naso di sale e acqua.  Ormai mi giro e mi rigiro senza tecnica, sbattendo le gambe e le braccia, riposando qualche secondo, quando le onde si calmano per qualche istante, respirando senza farmi prendere dal panico, tenendo d’occhio la riva, la direzione giusta.

Mi ci vogliono quindici minuti di lotta per riuscire a toccare di nuovo la sabbia con i piedi, con i polmoni che scoppiano, il cuore a mille. Ho le gambe che ancora tremano quando mi siedo sulla spiaggia e mostro di nuovo il volto verso quell’orizzonte infinito.

Per un attimo ci ho pensato davvero…

http://www.youtube.com/watch?v=RvloMFBffn4

95° giorno – Wallrun

Appena arrivato in paese mi son detto “hai un mese per allenarti come si deve, tutto il tempo che vuoi.”

Dopo due giorni l’inizio è promettente anche se le mani sono già spaccate, il tallone trema di paura e la pianta dei piedi è già piena di buchi.

Nel vagabondaggio per trovare le sfide dell’estate, perché una sfida ci vuole sempre, oggi sono tornato davanti ad un mio vecchio pallino dell’estate scorsa, il mio primo grosso obiettivo da traceur scarso, un wallrun.

Dovete sapere che io adoro i wallrun, perché mi esaltano come poche cose, perché sono grosso e lento e invece quelli mi fanno sentire come se ogni ostacolo fosse alla mia portata e mi spaventano almeno quanto li amo, perché mi ci sono fatto male al punto che piegare le dita dei piedi era un calvario, camminare una tortura.

Un wallrun in una piazzetta di Varese poi, è stato la mia prima conquista, il mio primo “cazzo sono migliorato”. Il giorno del mio primo allenamento non riuscivo a chiuderlo e non l’ho chiuso, una sconfitta. Ci avrò provato 50 volte ma il bordo rimaneva lontano e anche quando ci sono arrivato dopo due ore, con il mio passo lento, fuori forma, scoordinato, non avevo la forza per rimanere aggrappato. Figurarsi tirarsi su. Ma tre mesi dopo, nella stessa piazzetta, quel muro invalicabile era diventato un muretto, scavalcato senza sforzo. Una soddisfazione, davvero.

Ora che è chiaro il perché di questa mia predilezione, alla ricerca della sfida dell’estate, ho deciso di tornare alla mia bestia nera vi dicevo, che io chiamo il gioco della bottiglia.

La vedete quella Sprite lì in alto nella finestrella? Mi sono sempre chiesto cosa ci faccia li e chi cazzo ce l’abbia messa.

Ma non importa, l’importante è che per fine estate riesca a buttarla giù.

 

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