89° giorno – Cancello

C’è una cordicella colorata attaccata al mio cancello, messa in modo che se qualcuno lo apre quella lo impedisce, come un nemico invidioso. È per i bambini del mio condominio che è messa lì, perché sono bassi e ignoranti nel senso buono e non capiscono quale magia gli impedisca di decorare qualche parafango automobilistico nella loro prima eventuale avventura nel mondo. Ogni volta che apro il cancello, un gesto più automatico di respirare, tiro con forza ma mi dimentico di quella cordicella del cazzo e come un elastico, il cancelletto mi si richiude davanti. Mi fa incazzare.

Non so perché ve lo racconto, è che ultimamente mi sento più vicino agli oggetti che alle persone e oggi, quella cordicella aveva diversi colori intrecciati, con doppio nodo, che non avevo mai notato. Leggera scrostatura sul cancelletto invece, e le goccie di vecchie pitture, la cassetta della posta inclinata all’indietro che rasenta una siepe stanca. Dettagli e sensazioni che di solito nemmeno consideravo, oggi mi incuriosivano, come se avessi lo zoom negli occhi mentre il resto, comincia a non interessarmi e passa inosservato…

Io mica lo so cosa mi sta succedendo.

85° giorno – Smetto quando voglio

Bianco su bianco con le mutande che fanno pendant con copriletto e federa che mi sento l’unico angolo di luce nel nero profondo e il semi-silenzio dell’atmosfera tutt’attorno.

Sono un tizio che oggi inizia e distrugge ogni volta che prende in mano la penna causa pena che provo per me stesso causa piena consapevolezza di affidarmi a cliché scrittorici, schemi che straripano per istinto nella struttura di cazzate che metto su carta digitale.

Voglio scrivere cose straordinarie e sono anche abbastanza stupido da essermi convinto di poterlo fare davvero, nonostante una vita ordinaria e solitaria giusto condita da sogni fumosi che ti chiedi “ma che cazzo racconto” e un vocabolario di termini in disuso che fanno scena, come “acquiire” “cipiglio” “pavido” “missiva” e nei miei schemi, nei miei puntini di sospensione, in quelle frasi finali con anteposto spazio di attesa di cui abuso come un tossico non racconto un cazzo di non visto non sentito non vissuto non sperimentato Da. Qualsiasi. Altro. Stronzo.

Se fossi dalla vostra parte,gli ingenui che perdono tempo tra i miei periodi, il dubbio mi verrebbe: che dipingo una vita banale con colori sgargianti e anche questo pezzo fa la stessa cosa, solo con un tono più arrogante, complicato, fatto male, diverso dalle altre volte ma truffandovi ancora, convivendo con voi in una realtà stretta in cui siamo tutti noiosi uguali, in cui non c’è più nulla da inventare e giusto si esagera, raccontando i desideri inconfessabili o scrivendo ‘cazzoculo’ parlando di droghe sperimentali, scopate fetish, voglia di ustioni con pezzi di ferro arrugginiti tutto con mille parole più del necessario, senza virgole spezza ritmo e pieno di termini inventati come “elettroagnostici”. Facendo quelli senza vergogna, che è roba per i deboli la vergogna, complicando sempre di più la scrittura poi, tracciando una sequenza di sostantivi che suonano bene messi in fila, estraniando la sintassi per esaltare pensieri che inondano la sinapsi come endorfine.

Non dicendo assolutamente nulla alla fine, com’è appena successo.

Vorrei sapere se esiste la via comoda per arrivare al pezzo straordinario che tutti ricordano, la strada dritta per la gloria che vogliono tutti gli scrittori, per svegliarsi e trovare la cassetta rossa della posta virtuale in latta virtuale davanti al tuo indirizzo virtuale e la tua bella casa virtuale pieno di lettere virtuali di gente che ti stima ma che tu non sopporti, che vuole diventare come te mentre tu manco morto. Che vuole amarti anche per una sola notte quando tu nemmeno li vorresti toccare o emularti anche solo comprando la tua stessa giacca primaverile o tentando di ucciderti che anche quello è un complimento mentre tu, ti senti soffocare alla sola idea di respirare la loro stessa aria sul TUO pianeta.

Siamo solitari e insofferenti anche se sappiamo tremendamente bene che se noi aspiranti scrittori scrivessimo solo per la nostra gioia butteremmo fuori solo pezzi di merda o nemmeno prenderemmo in mano la penna. Non è del fottuto jogging, per stare bene con noi stessi. Non è la vacanza che ti rigenera.

Ci piace piacervi ed è sofferenza nell’attendere il vostro pensiero e una volta carpito ne vogliamo ancora e scriviamo sempre di più, per tirare in cima l’asticella dell’ego, fino al limite, a quel pezzo straordinario e a quel punto, quasi sazi, giunti al traguardo, godersi i frutti e temporeggiare finché morte non mi separi dai vivi, potendo dire finalmente, “smetto quando voglio”

79° giorno – Il treno

“Downbound train” del Boss nelle orecchie mi parla di amore, treni e vita. Esco mezz’ora dopo da casa oggi, in ritardo per il lavoro e quasi mi sembra di aver fregato il Truman Show perché in giro non ci sono le comparse della mia vita ne rumori in lontananza. Silenzio, caldo ed io che cammino. Il boss mi racconta che tornando a casa, dopo una corsa disperata, non ha più trovato la sua donna, con in lontananza il fischio di un treno in partenza. Lei è dentro quel treno, ne è sicuro. Lo ha lasciato.

Mi manca la stazione… prendere il treno dal mio paese. La verità è che sono malinconico…e mi mancano un sacco di cose, non solo due rotaie. Da piccolo, non ho mai chiesto di crescere o diventare grande, andava bene così. Troppo sognatore per realizzare che certi desideri non si realizzano, che c’è sempre un limite. Un bambino invece, può credere in tutto, senza dover iniziare a costruire qualcosa o dimostrare di valere a qualcuno, scontrarsi con le persone, con le idee, con la stupidità umana. Un bambino può ambire ad ogni cosa senza sembrare stupido, senza attirare odio o scherno. Può essere astronauta, ingegnere, scienziato o calciatore…è bello essere bambini.

Adesso è tutto diverso.

Certo, va a giorni, a volte sei disilluso e cazzo, non basta un argano da porto a tirarti su. Altre, hai una ferma convinzione tatuata a fuoco sulla pelle e spaccheresti il mondo. Probabilmente la realtà del tuo essere sta nel mezzo…ancora ci credi ma cominci ad avere paura anche se non sai di cosa o almeno, non ne sei sicuro…

Del fallimento…

O paura di non provarci nemmeno. Accontentarsi e un giorno pentirsene.

Oppure paura di riuscirci e poi perdere tutto, come il Boss, proprio adesso, nelle mie cuffie.

Il suo amore non c’è più mi spiega, il fischio del treno è lontano e lui non può più rincorrerla, è finita.

Si butta in ginocchio e piange.

68° giorno – Momenti

Quando capisci che stai vivendo un bivio, che devi farti avanti a parlare, perché avverti che sono due esistenze che si incrociano in quel momento, in quell’istante anche se sembra strano, in un cinema e anche il momento sembra sbagliato, e il contesto e le comparse tutte attorno sono fuori luogo…ma tu non fai nulla, stai fermo e lasci che scorra, perché sei un idiota.

Odio quei momenti.