289° giorno – Addio compagna di avventure nel sottomarino

Le ho perdonato di avermi spaccato la schiena, non era colpa sua alla fine…arrivata a me dopo averne passate mille in condizioni pietose e subito ad assumersi il compito più gravoso…subire cento chili, i miei, in perenne movimento che mi agito per ogni cosa, mai soddisfatto della posizione e la maglietta si tira su e la chiappa mi fa male e accidenti cosi mi scappa da pisciare e sono nervoso e quella è una stronza e scatto tipo in preda ai raptus e se ho spazio faccio pure addominali ed esercizi e stretching e ci corro pure in giro da scemo tutto per otto-dieci-boh ore al giorno moltiplicato venti per dieci e dopo pochi giorni infatti, ecco la prima scontata operazione chirurgica, d’altronde è vecchia e la stavo davvero massacrando…riduzione della frattura del poggiabraccio di sinistra ceduto di schianto, il più fondamentale in una scrivania visto che la mano destra sta sempre sul mouse ma la sinistra si deve appoggiare da qualche parte, soprattutto nella mia sezione di sottomarino dove lo spazio scarseggia e tutte le superfici d’appoggio sono stupide, inaccessibile, scomode e puntute.

Ma la riduzione non è servita…traballava come un tavolo a due gambe, amputazione necessaria sentenzia il dottore e quindi spostamento del bracciolo di destra nella parte sinistra con saldatura a goccia e rivetti di supporto…e tutto sembrava andare bene fino ad un nuovo inaspettato crack…la povera spina dorsale si piega di colpo con un orrendo rumore di metallo che sfrigola a corredo, partono viti e schegge plastiche, si apre una crepa che fa saltare manopola e attacco dello schienale, un pezzo di copertura cade inerte al suolo privata di agganci, esplosi pure quelli. Sembra spezzata a metà e ciò la rende più reclinabile di una spavalda ventenne di facili costumi anni ‘ 70, con drammatiche conseguenze per la mia povera schiena…mi ritrovo a lavorare da sdraiato quaranta centimetri sotto il bordo della scrivania, sembro un Umpa Lumpa incazzato in azione di sabotaggio ma nonostante i reclami e i miei lamenti tutti sembravano alquanto divertiti del mio modo lavorare, mi guardano e ridono, come se mi divertissi un mondo a sembrare appeso a bordo scrivania o sdraiato in una brandina da ospedale.
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“Ma che fai…stai sdraiato?” dice la Capa sorridendo

“No è la sedia…dovrei cambiarla”

“Dillo di sopra” e io lo dico

“Ma che fai dormi?” dice il Faraone incazzato

“No è la sedia…dovrei cambiarla”

“Dillo di sopra” e io lo dico

E io lo dico pure un po’ di volte di sopra, ma la schiena comincia davvero a lamentarsi come un bambino affamato e si sa come funziona in certe ditte…alcune cose finiscono per essere dimenticate o scritte su un post-it giallo che viene ricoperto da altri ottantacinque post-it gialli il giorno stesso quindi provo a sistemarla per i cazzi miei che non si sa se poi mi arriverà davvero una sedia nuova, chissà quando, chissà come. Utilizzo la più grande invenzione dell’uomo…lo scotch…che finché hai una buona dose di scotch puoi fissare qualsiasi cosa a qualunque altra cosa e risolvere un sacco di problemi…io ci ho curato ferite e disastri infantili, hanno fatto compagnia ai miei vecchi occhiali per un sacco di tempo e credo che tengano assieme ancora un paio di miei biciclette. Stringo con la morsa compattando schienale seduta e pezzi in metallo e srotolo diciotto chilometri di nastro marrone…lo faccio passare ovunque facendo giri pure dove non necessario che abundare è meglio che deficere…quattro chili di scotch che forma una specie di pallone spigoloso e marrone sotto la sedia…ma è solo un azione temporanea in attesa della seconda grande operazione chirurgica…roba in grande stile, pianificata meticolosamente.

Prenoto il tempo del carpentiere della ditta qualche giorno dopo, una mattina senza rompicoglioni attorno. Smontiamo i componenti, saldiamo le spaccatura rinforzando con lamine di ferro…poi infiliamo viti e rondelle e saldiamo pure quelle, poi riattacchiamo i pezzi e infiliamo altre viti e rondelle e bulloni e saldiamo ancora e mettiamo dei sostegni per il bracciolo, saldati…e sostegni laterali a T, saldati…e alla manopola tagliamo l’attacco in ferro cinese e ci mettiamo dentro un’enorme vite nera che guarda un po’, blocchiamo nella posizione più rigida e interna e saldiamo pure quella a tutto quel blocco di metallo fuso che ormai si è raffreddato…ora non è più una sedia ma un tank, pesa trentaquattro chili in più, a stento si riesce a spingere e lo schienale è cosi rigido che ci potrei fare le verticali tenendo un paio di pony sotto le ascelle e mi metto li, tutto soddisfatto con la rediviva vecchia amica pronto ad affrontare altri anni di onorato servizio.

Poi arrivo, giorni dopo…ed ecco sul mio pezzo di sottomarino una scatola gigante…e io mi chiedo cosa ci sia dentro…non è che mi hanno licenziato e inscatolato tutte le mie cose stile film americani?

Ma sbuca una faccia sorridente da dietro il mio monitor “Ti ho comprato la sedia!” mi grida contenta la segretaria…e io apro il pacco e inizio a montarla senza capirci un cazzo all’inizio anche perché è dai tempi degli Ovetti Kinder che odio rifarmi agli schemi, piuttosto le cose le monto sbagliate e storte…e sono li, che smanetto e avvito e attacco viti e incastro pezzi di plastica su sedili sagomati e schienale ergonomico, cinque rotelle high-speed, braccioli design con regolazioni triple basculanti e tutti mi vedono e mi dicono “Sieda nuova!Sieda nuova! Sei contento eh?” e io che sorrido e poi guardo la vecchia amica che chissà che fine farà e non riesco a non pensare che no, non sono poi cosi contento.

fotor_(10)

187° giorno – Cuor di zucca

Dura un’istante e poi più nulla o quasi. La gente apre la bocca come pesci sott’acqua, le macchine si muovono silenziose come altalene al vento. C’è solo un fruscio lontano, come un gatto che fa le fusa in un’altra stanza.

Dura poco…la mia segretaria mi strattona e sono obbligato a togliermi quella fantastica magia dalle orecchie. Le macchine riprendono a sferragliare come treni impazziti, la gente vomita insulti, battute e bestemmie, il fruscio lontano diventa il tremendo “VOOOAMMM” della terrificante nuova macchina Omega che fa più casino di un Airbus in decollo con attaccati sopra quattro capodogli imbizzarriti.

“Che c’è…” chiedo quasi in lacrime. La testa è un concerto House-tribal.

Mi vuole la Capa di sopra a quanto pare. Passo di fianco all’Omega, che sbuffa, vibra e tenta di battere ogni record di rumore esistente e abbattere i muri del capannone a suon di gigahertz. Salgo le scale ed entro nell’ufficio del Faraone, dove prendo nuove consegne come uno scriba. Noto che non contemplano il tempo inutilizzabile causa festa dei morti, dei santi, domeniche, weekend e il fatto che io debba andare alla presentazione di una fiera per la ditta a inizio settimana.

Secondo i miei calcoli avrò circa 4 ore di tempo per fare il lavoro di una settimana.

Prima di uscire chiedo una penna…che ormai di sotto sono costretto a scrivere con il carboncino o con lo sporco negli angoli dell’officina. Non uso il sangue solo perché le zanzare tigre sono ancora vive e vegete nel microclima unico di quest’azienda, ore 16:30 e quelle escono puntuali come uno squadrone Royal Air Force in ricognizione.

“Tieni due penne…anche se ne ho comprati due pacchi tre giorni fa e sono già sparite tutte…”

E’ un fenomeno incredibile questo. Vengono comprati chili e chili di penne e tempo due giorni…nulla. Le cerchi nei portapenne…non ci sono. Le cerchi nei tavoli degli altri, nei cassetti delle scrivanie…non ci sono. Nella spazzatura pure…non ci sono, come se venissero smaterializzate e trasferite in un reparto di tracheotomia del terzo mondo di colpo. Scendo nel sottomarino pensando tra me e me che devo indagare su sta cosa, trovare il colpevole e capire cosa succede a quell’ammasso di inchiostro intubato. Noto intanto che la Omega sta facendo impazzire tutti…si tengono la testa tra le mani, capillari rossi negli occhi, facce distrutte.

Io mi siedo e riappallottolo i miei tappi magici arancioni per evitare che quell’attacco di involontari subwoofer meccanici mi demolisca la sottile corazza di umanità che mi differenzia dalle bestie che ho attorno.

I tappi sono pure in tinta con le zucche di Halloween, che è una festa che non mi dice mai un cazzo ma a quanto pare è una moda di quelle che ogni anno tira di più. Qualche istante e mi si riempono i padiglioni di soffice nanostruttura gommosa fonoisolante.

Arancione zucca.

Penso al pan di zucca a casa, che lo spezzi e dentro è giallo giallo e lo mangi ed è dolce dolce che quasi ti penti se sopra ci metti marmellata o Nutella che non apprezzi il gusto semplice che ha, lo perdi da quanto è delicato.

Poi penso a tanti anni fa, una giornata a giocare da un amico, appena sotto il castello del paese e l’invito a cena e io tutto gasato gasato ed ecco, nel piatto zucca cotta che assaggio e la trovo davvero tremenda tremenda e mi vergogno a non mangiarla che tutti pare la gradiscono un sacco, è il piatto della casa che a casa mia invece è la pizza del Venerdì e pure il mio amico ne va pazzo anche se non ha la faccia di uno che ama mangiare zucca ma la pizza semmai, come me.

Sua madre un po’ dispiaciuta e io che non ricordo nemmeno cosa le dico, forse che non sto bene.

Scivola l’ultima ora nel silenzio della ditta…prima virtuale, poi vero, che sono le 18:15 e ormai son da solo. Chiudo e spengo tutto, prendo e torno a casa che ho voglia di mangiare pan di zucca.

All’entrata, la solita trafila di movimenti in cui svuoto le tasche di quei pantaloni larghi da chiavette usb, chiavi, hard disk portatili, auricolari, altre chiavi.

Ci sono anche tre penne dentro la tasca sinistra. Non ho portapenne…chissà perché…quindi vado in cucina e apro il cassetto del mobile grande dove butto dentro tutto quello che non ha un posto dove stare nel resto della casa…una specie di orfanotrofio o centro profughi per gli oggetti.

Dentro, ce ne sono almeno altre dodici uguali di penne, tutte nuove di zecca, tutte con lo stesso tappo lucido blu.

Le metto li, insieme alle altre e chiudo il cassetto.

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158° giorno – “Come non detto…” (Senior #2)

Ve lo raccontavo no? Qualche giorno fa…del nuovo collega di lavoro dico…

Sembrava strano a tutti che potessimo aver assunto un individuo normale, educato, per bene, per quanto malvestito, asociale e dimesso.

Infatti, “come non detto”

Quando arrivo e lo vedo in postazione, c’è qualcosa di strano. Si è rasato i capelli, la bocca sembra corrucciata, pare pure dimagrito anche se mi chiedo come sia possibile visto che era già uno stecco. Lo saluto e lui mi saluta con una voce un po’ più profonda del solito, anche se scrivere ‘solito’ è un’esagerazione visto che parlava si, ma solo se interpellato e nemmeno sempre.

Qualcosa non torna ma si siedo ed inizio a farmi i cazzi miei, come al solito.

Noto che la felpa se l’è cambiata, ora c’è scritto davanti FIAT ed è bicolore, una metà rossa e una blu. Orrenda. Noto che i pantaloni assomigliano vagamente ad un capo d’abbigliamento normale e non ad una tenda Quechua fatta in jeans. Noto che si è messo un orologio enorme al polso sinistro, peserà duecento chili.
Inizia subito a discutere con Teo che ha l’espressione di un deportato appena svegliato con degli idranti. Parlano di un progetto ma appena l’assonnato Teo dice qualcosa lui risponde “Si lo so!”. Ad ogni nozione, appunto o battuta detta per sbaglio la risposta è sempre la stessa: “Si lo so!”.
Si lamenta del metodo di lavoro, dei file, del programma 3D, dell’aria fredda, delle zanzare e delle mosche, del rumore, dello schermo del PC che non deve rimanere acceso, dell’angolazione dello stesso, dell’altezza irregolare fuori norma della scrivania ma che in realtà non è una vera scrivania, della stampante, della mancanza di rete internet, del fatto che Teo mangi i taralli alle 11:32.

“Perchè mangi i taralli?” chiede in tono cattivo

“Perchè ho fame!”. Il “CAZZO!” è sottinteso, lo sguardo assassino a palle sgranate di Teo esprime dieci bestemmie contemporanee.

Se la prende quando scopre che li mangia soprattutto perché non ha fatto colazione.

“Non va bene, non va bene per niente” dice, scuotendo la testa.

In una ditta dove lavorava 22.4 anni fa le cose erano diverse e migliori ma sarebbe comunque difficile trovare qualcosa che lui non abbia fatto meglio in passato o in un’altra vita e\o universo parallelo. Critica, parla e “Si lo so!”. “Fai cosi, fai cosà” e “Si lo so!”. Quando Teo gli fa presente due cose da cambiare per non incorrere nell’ira del Faraone risponde scocciato esclamando “ci penso io…glielo dico io al fresatore di fare i pezzi cosi…cazzo!”

Sembra il gemello cattivo della pecorella smarrita di settimana scorsa…da dove esce fuori questa personalità ? Cos’è questo scambio Clark Kent – Superman Malvagio?

“Se le felpe FIAT fanno questo effetto ne compro tre paia” penso. Poi la guardo bene. Dio se è brutta.

Passano un paio di ore e dietro i monitor lo scambio di opinioni continua, con Teo che Santo dopo Santo scandisce un rosario di ingiurie silenziose, guardando il soffitto appena Mister Sotuttoio riprende fiato, prima di riattaccare a parlare. Nonostante le bestemmie però, la benevolenza di Dio fa si che come un angelo arrivi la moglie del Faraone, la mia diretta superiore, la vice-capo supremo.

“La presento agli altri le va?” gli dice, sorridendo.

‘Eh? Cosa? Ma che vuol dire?’

Io non ci capisco più un cazzo. Vedo il tizio che si alza e mi da la mano, ed è tutto un tremendo deja vu, ma non di quelli immaginari…è reale, tutto è già successo esattamente sei giorni fa, solo che lui aveva addosso dei pantaloni ridicoli e capelli più lunghi.

“Lui è Emanuele, designer, grafico blablabla” . La Capa mi presenta.

“Un po’ di tutto…” rispondo, sorridendo nervoso.

Mi porge la mano, gliela stringo, non capisco e credo si noti dalla faccia.

“Si lo so!” mi sembra di sentirgli dire. Poi si allontana con la Capa.

Mi guardo con Teo, lui bestemmia digrignando i denti. Si alza e mi dice: “P******* lo odio…ora gli tiro un pugno…ma a me questo già mi sta sui coglioni…mi ha scassato trequarti di minchia P******* che oggi ho le madonne facili sapientone di merda simpatico come la merda…mi sta sul cazzo P******* che sta qua da un giorno e già si prende il merito degli altri P******* che mò gli pianto il calibro nel muso cosi si dà una cazzo di regolata P******* che adesso gli sputo in faccia P******* ******* *******!”

“Ma che succede? Pare il gemello cattivo sto qua, ma che gli è preso?”

“E’ venuto a lavorare il gemello infatti…M***********! ” risponde Teo, appena si ricompone.

“Cosa? Ma che cazzo vuol dire, uno fa la prova e invia il gemello? Cazzo è…la guerra dei cloni? Stai scherzando?”

Teo si avvicina e sottovoce mi spiega

“Non scherzo un cazzo P*******…questo arriva sabato mattina in ufficio e si presenta con il gemello dicendo che è quello dei due più adatto al lavoro…che tanto basta che lavori uno dei due…che tanto vivono insieme…cioè…ti rendi conto?”

“Dio mio….cazzo se è strana sta roba…mica mi pare normale…”

“Già…solo che questo P******* non lo sopporto…almeno l’altro stava zitto…questo è simpatico come un dito nel culo moltiplicato per cinque…”

“Una mano…”

“No no…solo le dita…ma tenute larghe D*** ****!”

“Mha…”

Tutto mi sembra cosi estremamente privo di senso…è la prima volta che mi ritrovo a lavorare con un vero gemello cattivo.
Alla macchinetta del caffè nel pomeriggio, prosciugati e disperati, discutiamo di Mister Sotuttoio, che non ci lascia in pace un solo secondo, e della gente che viene assunta qua dentro, come al solito pazza, criminale e ambigua. Come il nuovo esperto elettronico, che ci passa davanti proprio in quel momento, già disperso per la ditta senza scopo ne meta, con le mani in tasca e maglioncino fashion, resosi subito protagonista di un audace parcheggio con il suo fuoristrada che in un colpo solo ha eliminato 5 posti auto per la gioia di tutti.

Lo guardiamo passare con il cellulare in mano.

“Io ho fiducia…credo che prima o poi qualcuno sano di mente arriverà anche qua” dico, mentre bevo il solito cappuccino al cioccolato. Ci credo quasi sul serio, con la faccia di uno che attende il messia o il supereroe di turno.

Poi mi giro e noto l’elettricista che vicino ad una macchina da cablare, imita con le braccia il battito d’ali del Condor americano, facendo strani versi. Io e Teo ci guardiamo in faccia, in un misto di ilarità e rassegnazione.

“Come non detto…”