177° giorno – Encounter

Io con tre pizze in mano, lui tre cesti gialli. Tagliamo entrambi la strada in diagonale, incrociandoci esattamente nel mezzo. Io con un pile blu ‘da casa’, jeans larghi, Merrel grigie, lui tutto in nero, cappotto lungo e cappello a falde larghe…sembra un po’ il cattivo di ‘Chi ha incastrato Roger Rabbit’.

Ha il pizzetto, gli occhiali e mi fissa mentre ci incrociamo e mi chiedo dove stia andando con quei cesti da lavanderia…c’è solo la pizzeria dietro di me.

Vi dirò, a me questi incontri strani, tra persone opposte ma che in quel dato attimo nella storia del mondo si incrociano e si legano per un istante tra differenze e cose in comune, come nel quadro di Escher…mi intrigano, non posso fare a meno di chiedermi chi sia e che cosa faccia quest’uomo, perché vada in giro vestito da spia sovietica e soprattutto…a che servano i cesti. La stessa curiosità di quando vedo le finestre illuminate di case sconosciute o uomini e donne al telefono, quando non senti cosa dicono ed hai disposizione solo i loro gesti per inventarti una storia su di loro.

Ecco, se non avessi una pizza da mangiare probabilmente lo seguirei. Controllare in che porta entra, se ha una macchina, se sotto il cappello nasconde una pelata o dei capelli.

L’ho fatto una volta, con un uomo che incontravo sempre sul pullman…sguardo da psicopatico e occhiali con montatura in osso. Lo seguii per quasi un quarto d’ora tra le viuzze di Varese, fermandomi quando lui si fermava, camminando dietro di lui, cercando di non farmi notare finché non me lo ritrovai davanti, fermo immobile, sotto un arco all’ombra, sguardo fisso e inespressivo.

Mi fissava…come se avesse capito tutto.

176° giorno – Detriti e fango

Passa cosi poco tempo da quando mi sono infilato a letto che ancora sento in bocca il sapore di una media sette luppoli e il freddo della mattina sul petto. Il latte mi nausea come del resto quelle imitazioni estetiche di Macine Mulino Bianco sottomarca scontate del 30% che sfracello stringendole dentro il pugno come una morsa…quattro alla volta.

Buio blu, tipico delle mattine autunnali, foschia, aria rarefatta, temperatura accettabile. Infilo pezzi di maiale trattato dentro due panini freschi, posando ogni tanto dischetti di Galbanino in scadenza ’12 2013′ come fosse un pre-partita di dama.

Giubbotto ‘ brutto da venti euro saldi Sisley acquisto forse sbagliato a mia madre non piace ‘. Ancora devo capire la magia di quel specchio alla Sisley in cui ogni capo che indossavo mi piaceva particolarmente…questa giacca compresa che mi faceva sentire figo e misterioso ma in realtà mi accorcia le gambe, mi fa ancora più grosso. Look senzatetto. C’è di buono che resiste all’acqua, ha un ampio cappuccio e mi rende ancora meno raccomandabile, nella speranza di tenere lontano quante più persone possibili, in abbinamento a jeans Wampum logori da lavoro, rubati a mio padre,comprati in stock da cinque, progettati per vestire male sempre e comunque.

“Esco…”

Ma tutti dormono. Allargo le spalline dello zainetto, infilo macchina fotografica panini ed acqua, mi chiudo la porta alle spalle. Foschia e scie di macchine, aria di pioggia, il muro della stazione,un pullman carico parcheggiato davanti, due ragazzine che fumano, un ragazzo un po’ più grande con il volto viola pestaggio, finestre gialle da cui si vedono anime spezzettate che dormono su assi di alluminio, coperti di cappelli, coperte, giubbotti logori, odore insopportabile. Qualcuno ha un cane, qualcuno sta da solo con i propri brandelli mentre nel tunnel, qualcuno chiede spiccioli sotto schermi con una donna bellissima, denti bianchi, “vuoi una pelle perfetta?”, lei che si passa una mano affusolata e delicata sulla guancia “Olaz, skin day care”, per una pelle lucente ed ha gli occhi verdi ed è giovane, bella e mi piacerebbe una ragazza cosi che sorrida in quel modo solo per me e non per tutto il mondo e i vagabondi e gli sbandati in impermeabile come me ma non me e risvegliarmi con un corpo caldo e sensuale come il suo che senti muovere sfiorandolo dolcemente quando ti alzi.

“Per una pelle perfetta…” di nuovo, mentre la donna entra ed esce di scena in continuazione.

Percorro il tunnel che porta al Binario 4, bianco e azzurro, gradini umidi di pioggia, strisce di gomma gialla la voce degli avvisi preceduti da un ‘plin’ e ancora, in lontananza come una eco, “…skin…Olaz…pelle perfetta…giovane…” e nonostante tutto quello che dico con convinzione, mi accontenterei si, anche solo di un’altra anima a brandelli ma affine.

***

Mi circonda l’erba bagnata, detriti e fango mentre entro nella spaccatura di un muro in mattoni rossi, detriti e fango in una piazza con torri alte e strette da scale a spirali, macchinari morti, detriti e fango e colonne che tengono su soffitti di cento anni fa, scalinate che attraversano piani e piani e detriti e fango per duecento metri.

Persone. Persone in piedi e sedute tra detriti e fango e anche gambe lunghe e belle che come Charles io le amo le gambe e la dolcezza delle linee tese che curvano con delicatezza anche se fra detriti e fango. Stanze di un buio cosi buio che sembra pesante, odore di marcio, rifiuti, vecchiume, detriti e fango.

Quando mi allontano dalle voci e dai volti ed entro nel passato di gente che viveva e lavorava in questo enorme mausoleo dei bei tempi che furono, gli schedari, scrivanie, macchinari, porte, estintori, cartelli, avvertimenti, ora coperti da detriti e fango scopro nuovamente la legge più vera…che la natura vince sempre nonostante tutto il male che possiamo farle e il cemento che possiamo buttarle sopra. Ci sarà sempre la più minuscola crepa in cui lei infilerà l’ultima delle sue radici vive finché nasceranno piante su piante, verde dai detriti e fango e arriveranno di nuovo le foreste a circondare pilastri, metallo contorto e vetri rotti, prendendo possesso di nuovo della terra, anche fra detriti e fango, anche quando ce ne saremo andati da tempo, con le nostre anime di cemento.

175° giorno – La domanda

Da quant’è che non ci gioco? Lo chiamo “Forza Chi” per non so quale meshup mentale. I ritratti sono angoscianti, c’è Eric che pare un cannibale, Max un mafioso, Tom uno psicopatico molestato da piccolo. Mentre le due squadre pensano alla prossima domanda, io guardo la scatola del gioco, vecchia di secoli, con un bambino sopra che probabilmente a quest’ora è morto o ha almeno trenta nipoti. Mi chiedo, guardandoli giocare, se esista la domanda definitiva, quella buttata fuori da un super computer in cui sono state inserite per l’elaborazione tutte le domande possibili ed immaginabili del gioco, da “ha le guance rosse?” fino a “ha l’aspetto di uno che ha contratto malattie veneree durante il servizio militare nella legione straniera?”. Tutte le caratteristiche fisiche, con casistiche, percentuali, valutazioni di rischio, analisi quantistiche.

Le squadre sono da tre giocatori per parte, due giocatori con due consiglieri ciascuno che bluffano, ingannano gli avversari per riuscire a buttare giu ritratti senza fare domande, buttandola sul psicologico, sulla pressione. La tensione è altissima ma la partita è bloccata…le due squadre pensano, pensano alla domanda che rompe gli equilibri.

“È biondo?” si sente ad un tratto.

Terrore nella squadra rossa, gesti di sconforto…”si ma non si può…” si sente esclamare, con tono di sconfitta, il 90% dei ritratti che cadono a terra, ne rimangono in piedi quattro…con una sola domanda.

Certo che se hai la sfiga di avere un personaggio biondo non ti salva nemmeno il super computer.

174° giorno – Sogno #2

I computer sono quattro o addirittura cinque, tutti messi in fila sopra un bancone di metallo verniciato verde acqua, chiazzato di ruggine, polveroso. I terminali sono vecchi, stile IBM anni ottanta con schermo piccolo e bombato e dentro, scintillanti caratteri ambra.

Sono a lavoro e anche se quella non è la mia ditta, so che si tratta del mio posto di lavoro. Non ha senso? In realtà ne ha…

C’è un ‘open day’, lo capisco dalle scolaresche che mi passano sulla destra ed entrano nella porta che sta nel muro alle mie spalle. Sembra che arrivino da un punto indistinto li davanti, dove la luce è più chiara, prima di quelle colonne martoriate da segni, con ferri arrugginiti che fuoriescono, vernice color crema che si ferma a seicento millimetri dal suolo e quei graffiti che coprono il resto del cemento bianco che sembra vecchio di secoli.
Il pavimento è lurido e nero, le finestre gialle e piccole alla mia sinistra, li in alto…sporche anche quelle. Sono dei piccoli quadrati, disposte su tre file, una dopo l’altra e con lunghezza che sembra interminabile. Da fuori, la stessa luce ambrata dei caratteri ma molto più intensa, filtrata solo dalla patina di tempo e di sporco che copre il vetro.

Noto che di fronte a me, dall’altro lato, ci sono altri computer. Noto anche delle persone di fianco ma sono scure, come se fossero delle ombre o delle presenze che avverti con la visione periferica e non sembrano nemmeno umani ma dei dipinti antropomorfi fatti con rapide pennellate blu e nere. Nel mio terminale, il testo continua a scorrere ma non riesco a decifrare i caratteri. Non ricordo dove ho sentito dire che nei sogni non riesci a leggere da un libro o da un cartello…beh…forse è vero…non ci riesco.

Mio padre.

Compare dal nulla, seduto di fianco a me e stavolta il terminale ce l’ho alle spalle, come quando ti giri sulla sedia a cinque rotelle dell’ufficio per parlare con il collega o per farti un po’ di cazzi tuoi. Non parliamo, credo che nemmeno si accorga della mia presenza anche perché ora dubito di esistere davvero…è troppo vicino il volto di mio padre…è come se fossi un obiettivo di un fotocamera puntata sul suo profilo migliore e ancora, quella luce ambra dalle finestre che stavolta è di fronte e vedo gli angoli neri di quei quadrati di vetro, come se ci fosse del terriccio accumulato sopra.
Arriva un uomo, si avvicina a mio padre…si avvicina sempre più e ora sono guancia contro guancia…ha dei baffetti grigi, capelli selvaggi, gli prende la testa con le mani. Comincia a parlare, vicino al suo orecchio sinistro…no…in realtà è come se fosse un canto.

“Se scoprissero cosa c’è qua dentro un sacco di preti appoggerebbero il cappello sul letto…se scoprissero cosa c’è qua dentro un sacco di preti appoggerebbero il cappello sul letto…se scoprissero cosa c’è qua dentro un sacco di preti appoggerebbero il cappello sul letto…”

Quando sento quel canto immagino mani che appoggiano bombette blu su un letto bianco, intravedo anche un cappotto lungo blu, scarpe lucide…un sogno nel sogno.
Quando svanisce quell’immagine, vedo che nella mano dell’uomo che canta c’è una piccola ampolla non più lunga di cinque-sei centimetri, stretta, con una punta in metallo e dentro, una spirale che sembra quasi una molla e che rilascia riflessi verdi e oro sul vetro tondo del recipiente.

Arriva una ragazza…perché non c’è sogno che merita di essere ricordato che non abbia una ragazza dentro…i capelli corti e neri come gli occhi taglienti, il rossetto scuro. Magra, indossa un vestito rosso tenuto su da due esili spalline e che accentua il pallore della pelle e una serie di tatuaggi che le partono dalle spalle e continuano orizzontali fino alla base del collo, sembrano fiori e foglie. La vedo passare davanti a quel muro che all’inizio era alle mie spalle, il volto teso e selvaggio. Anche senza chiedere, so che lei è l’accompagnatrice dei ragazzi dell’open day.
Le parlo ma non ricordo cosa le dico, la saluto. Ora sono io a camminare, per la prima volta in questo sogno, costeggiando sempre quel muro, verso la porta di cui vedo già lo stipite in legno.

Inciampo.

Vedo l’ampolla che mi cade e si infila in una borsa buttata li per terra, vicino alla porta. Nera e con cuciture color pelle a vista, è grande, quasi uno zaino ed è piena di oggetti. Comincio a frugare, mettendo le mani tra oggetti di ogni forma e dimensione ma arriva anche la ragazza…è sua la borsa. Ho paura che si arrabbi ma non dice nulla.

“Mi è caduta una cosa dentro…lascia faccio io…”

“La borsa è mia…so dove sono le cose…” mi dice

Non so perché ma alzo lo sguardo, sempre mentre frugo nella borsa e vedo i terminali dal basso e anche la gente che ci lavora sopra e vedo i bambini che emergono schiamazzando da quel chiarore li in fondo, da quel colore ambra cosi caldo e sale la curiosità di vedere com’è li fuori.

Di colpo cominciano ad entrare bambini anche da sinistra, sempre di più, con altri accompagnatori e tutti camminano in fretta, quasi correndo. La gente che lavora sui terminali si alza e adesso anche loro hanno un volto e mentre io sono sempre chinato a terra, tutti vanno verso la porta nel muro.

Sono sveglio.

Mi alzo e in casa non c’è nessuno…le 7:34…in ritardo di più di mezz’ora…nessuno mi ha svegliato ma d’altronde…non c’è un’anima viva. Colazione, pane nero e marmellata di arance amare, cereali, latte e caffè senza zucchero.

Doccia, nel silenzio della casa. Mi vesto, nel silenzio della casa.

Quando esco dalla porta mi chiedo se troverò qualcuno quando tornerò.

173° giorno – Alpha

Inizio a scrivere forse in terza o quarta superiore, era un tema…il commento ad una poesia, il mio primo grosso lamento su carta. Quattro facciate di protocollo, tre righe di commento standard e altre ottantasette sul come mi sentivo quando mi guardavo allo specchio e non mi riconoscevo, di come vedevo riflesso qualcun altro e se parlavo…non ero io a farlo, chissà da dove veniva fuori quella voce.

Torno a casa, a mia madre dico “è andato male”

Quattro giorni dopo prendo nove e i complimenti pubblici della prof., un paio di compagne che mi chiedono di poterlo leggere e io penso che forse è la prima volta che credono che abbia davvero qualcosa di profondo da dire oltre alle battute, alle cazzate, a fare il simpatico…anche se è sempre stato tutto li dentro, fin da piccolo…è sempre stato cosi.

“Posso?”

“E’ un po’ personale…”

“Beh se non vuoi…”

“No dai…tieni…”

Leggo Norvegian Wood di Murakami, passo giornate a parlare con gente virtuale, le uscite con gli amici, inizio a scrivere pensieri, leggo ‘L’Alchimista’ di Coelho dopo un’adolescenza a coltivare sogni di avventure con Cussler, Crichton, Tolkien. Amore…prendo e perdo. Amici…prendo e perdo, come perdo anche occasioni…e perdo colpi…e cado e mi rialzo, ricado, mi rialzo, cado ancora e non mi rialzo più. Stanco, mi infilo in una gabbia di paura e timidezza dove scrivo poesie…un disastro…melense, piene di metafore, immagini figurate, unte e bisunte, grasse, farcite, disgustose. Scrivo cose terribili, sperimento l’andare giù e sentirsi un vero alieno, non esco con nessuno, non rispondo a nessuno, invento scuse, bugie, cazzate e sto nella gabbia, al buio, a lamentarmi, a mangiare ed ingrassare finché dalla porta non riesco nemmeno più ad uscire e scrivere…smetto anche con quello, mangio e ingrasso e basta, ancora e ancora…

Poi mi addormento.

Mi sveglio quando sento che le sbarre mi lasciano segni e fa male, mi rialzo e cerco di uscire ma ci vuole tempo. Aspetto. Ancora tempo. Aspetto ancora e intanto reinizio a scrivere finché la porta non si allarga o forse sono io a stringermi ed esco di nuovo e recupero gli amori, gli amici, la bella scrittura, il mare, le giornate di sole, correre finché il cuore non scoppia, risate, marmellata alle arance, figure di merda, lavoro, università, sbronze, cotte estive, ragazze che pensi siano troppo belle, la gente di merda, le giornate in cui lasci l’ombrello a casa e ti becchi il diluvio e a te non te ne frega un cazzo che l’importante è che ci sia la musica.

Cresco, ormai uomo o almeno credo o almeno cosi mi dicono e continuo a cadere, rialzarmi, cadere di nuovo finché non imparo che cadere e rialzarsi è il succo della vita…è cosi, sarà sempre cosi. Quando mi rialzo lotto, vinco e perdo, conquisto persone e cose, rido, piango, soffro, amo allo sfinimento e mi incazzo, bugie e troppa sincerità, faccio lo stronzo, sono troppo buono, intrattabile, solare, meschino, pazzo, folle, energico, sudato, positivo, a volte in piedi, a volte a terra…in piedi…a terra…in piedi…a terra…ma ormai ho capito la lezione mi dico, le cose cambiano anzi, sono cambiate…d’altronde le strade portano sempre da qualche parte…o almeno credo, o almeno cosi mi dicono.

Poi un giorno rientri in casa, più di dieci anni dopo, stesso specchio di quel tema e non ti riconosci…il riflesso è quello di qualcun altro, parli e quella voce non è tua e quindi, nonostante quello che credo, nonostante quello che mi dicono…cosa è cambiato?

172° giorno – Stomaco in subbuteo

Mia sorella mangia quanto Microchippy, il mio canarino. Hanno entrambi due foglie di lattuga nel piatto solo che Chippy almeno, come contorno, sgranocchia semi di girasole.

Io ritorno dall’allenamento, dove ho recuperato un “ciao” dalla mia bionda cameriera e dopo, me ne rimango sdraiato dieci minuti su tre metri di cemento a guardare il vapore acqueo che sale verso quell’unico puntino di luce li sopra, una stella credo anche se sembra che si muova, anche se sembra che sia un aereo. Improbabile, anche se sembra.

Quando mi incammino, con una spalla sinistra che brucia, incrocio un tizio con pantaloni rossi e cappellino rosso…mi guarda e mi supera con il tipico passo accelerato che ha anche mia madre, che quando è di fretta mi devo mettere a correre per starle dietro. Sembra quasi fisicamente impossibile.

Comincio a seguire l’uomo, che nota la mia ombra ed accelera.

Quindi accelero.

Aumenta ancora il passo della camminata.

Quindi accelero.

Arriviamo ad un punto in cui ci dobbiamo dividere, io gli sono dietro di un metro al massimo, lui continua a guardarmi con la coda degli occhi. Vado a destra continuando a guardarlo, costeggiando la frattura che divide il mio paese. Lui, fa finta di osservare i jersey di cemento e i blocchi di plastica e le linee gialle per terra. Io lo fisso e cammino.

Altri venti metri.

Il tizio si gira e mi guarda, io pure. Ci guardiamo per altri cinque metri poi, una costruzione ci nasconde, io continuo verso casa, costeggio ancora il fossato che sogno di riempire d’acqua…e gondole…e fare terminare tutto in una cascata, li, dove la roccia finisce e inizia il ponte di ferro. Oltre, la strada che si stringe e case abitate. Oltre, costruzioni mai finite e distese di asfalto sempre nuovo e poi casa mia.

Primo piano, scarpe via, felpa da supereroe via, dritto in cucina, acqua. Mia sorella sgranocchia una foglia di lattuga, come Microchippy.

“C’è del pollo…”

“No grazie…ho lo stomaco in subbuteo…”

“Subbuteo?”

Già…subbuteo?

Non ci ho mai giocato al subbuteo. Non so neanche come si gioca, al subbuteo. Non so nemmeno se esiste ancora il subbuteo. E chissà perché si chiama cosi…

Subbuteo.

No, mai messo mano su un subbuteo.

Avrei voluto.

171° giorno – Stanco

Alle dieci di sera mi sono già addormentato tre volte, mia sorella che mi sveglia. Sono stanco?

Non ho fatto nulla, a lavoro nemmeno. Quando entro dalla Capa che non ho un cazzo da fare non ha tempo per me, è incazzata con il Faraone, mi manda via. Mi schianto sulla sedia a temporeggiare, inutile, è da un po’ che è inutile. Creo sculture di stagno, mi annoio.

“C’è solo un vero amore nella vita” mi dicono mentre attendo sonnecchiante l’orario di uscita. Perché ne parliamo? Non ne voglio parlare, mai e poi…ne parlo sempre.

“Vero amore…” mentre faccio una croce di stagno.

E se avessi già usato il jolly, sprecandolo?

Io mi sento un po’ innamorato in questo periodo…forse lo sono, ma è tutto cosi confuso e strano che quasi voglio guarire e scappo, scappo lontano. Sono bravo a scappare, un po’ meno a guarire.

E se fosse questo il jolly? Adesso. Lo sto sprecando?

Gioco?

“Non pensarci…”

Ora dormo. Mia sorella mi sveglierà ancora una volta. Poi lascerà perdere.

170° giorno – Manichino

Avevo già scritto sedici righe di pezzo…le ho cancellate tutte, facevano cagare.

Oggi è una giornata del cazzo e ci sta quando le cose non vanno come ti aspetti e ancora di più quando vanno proprio come ti aspettavi ma un po’ ci credevi si, che fosse diverso.

Non mi stupisco, non più ed è il vantaggio dell’abitudine, se te lo aspetti manco fa cosi male.

Quindi, abbiamo una giornata del cazzo, freddo a lavoro e freddo in casa e l’unica cosa davvero al caldo sono le gambe sullo scaldotto elettrico che ho acceso tutti e tre i bottoni del potere, rotella rossa a manetta e ventola che sbuffa placida e fa rimbalzare quel monsone artificiale tra le pareti della scrivania, arrostendomi i jeans.

Vestito da lavoro…a lavoro, come dire vestito da barbone. Sulla porta della ditta, riflettente al cinquantapercento, ogni volta che arrivo riesco ad intravedere la mia forma che cammina storta e sgraziata con pantaloni larghi, scarpe con pianta sagomata in cui si infilano fra fessure, tagli e crepe tutti i sassolini di un parcheggio sterrato, felpa con cappuccio cha fa una strana punta in pancia, anche se la pancia non c’è ma quella punta si appunto, che si forma per pieghe inspiegabili causate dal mio non essere un tipico manichino perfetto su cui tutto sta bene. A loro sta bene tutto, ai manichini perfetti…loro hanno capelli con tagli alla moda, a loro le rughe non deformano il volto, sembrano sempre simpatici ed intelligenti.

Da manichino imperfetto invece, tutti i vestiti mi si incastrano addosso, le magliette si sfilano ed entra il freddo, polsini e maniche troppo strette che lasciano il segno, i maglioni ti fanno soffocare e mi agito in continuazione, in disagio. Le rughe accentuano i difetti e gli specchi sempre più spesso dicono solo la verità, parli con qualcuno di nuovo, e sembra che ti voglia dire

“Ora…sappi che ogni tua parola verrà sezionata e analizzata…se viene ascoltata ovviamente… e diventa una specie di esame…ultima chance da subito….”

Mi prendo uno yoghurt alla banana e ci spezzo dentro 5 macine. Non dovrei. Poi anche un pezzo di Asiago dentro il panino. Non dovrei. Prendo mi sdraio, non rispondo ad un paio di messaggi, ignorandoli apposta…eh si non dovrei. Sempre più spesso sono incoerente, senza nessuna voglia di fare parte di una categoria per cui tu sei bello, brutto, operaio, falegname, pericoloso, violento, simpatico, sfigato, utile, unico, braccia rubate all’agricoltura. Non ne ho voglia, ma alla fine credo che il disegno dietro sia troppo grande, mi verrà…la voglia o mi costringeranno.

Rimarrò un manichino.

Imperfetto pure.

169° giorno – Tutti i cavi del mondo

Alle dieci del mattino fuori sembravano le sette di sera e quello che ricordo della mia giornata fino alle sedici è il sugo alla salsiccia nella pasta. Ore diciassette, immerso nell’umanità di un centro commerciale per cercare dodici metri di cavo per ricollegare casa mia con la rete, che grazie a Vodafone è isolata dal mondo.

Chissà come mai ma quando ti rifilano un contratto omettono sempre di dirti qualcosa…

“È un’offerta straordinaria! TANTISSIMO a POCHISSIMO…guardi…vorrei essere al suo posto…”

“Mmmh…sarà…e lei mi dice che è tutto facile per l’installazione?”

“Ma scherza? Ma se ha problemi le mando mia figlia di tre anni a farle tutto il lavoro…”

Poi, ti ritrovi dentro una collezione De Agostini quando ti mancano ancora trenta uscite…quel cavo li deve entrare di la…solo che non ho l’attacco li che le prese sono vecchie pensavo fosse chiaro, ah mancano i pezzi? Ma io pensavo che…no no il filtro aggiuntivo non c’è…

Insomma, non funziona mai un cazzo.

Ci sono milioni di persone li dentro, tutti attratti da sfavillanti cartelli di sconti super e mega offerte irrinunciabili che io ho sempre avuto il sospetto che la notte prima dei grandi sconti del 25% rialzino tutti i prezzi del 25%. Passo attraverso televisori, vestiti, biciclette, belle ragazze all’erbolario, negozi di vestiti, gioielli e negozi di smalti, bambini dal gelataio o dal pizzaiolo o che supplicano per un giocattolo creato da una vomitata di plastica.

Il settore elettrico è una giungla e sembra che tutta la gente storta e brutta del centro commerciale, me compreso, sia in quel corridoio di dieci metri largo due. Un ghetto. Vado nel settore prolunghe e cavi, ne trovo di mille tipi e spessori, a tre poli, a uno, a due, da due millimetri o da mezzo, neri, marroni, bianchi, watt, ampere,volta, spessori, gomma, isolamento, legge di Ohm. Ho una parete alta 4 metri di prodotti che potrebbero andarmi tutti bene o essere tutti sbagliati. Mi viene da piangere.

“Tutto semplice eh? Bastardo…”

Quasi quasi compro 40 metri di cavo tripolare bianco da 0,75 mm resistente fino a 17.5 A e 3000 W. Qualsiasi cosa significhi.

Per legare al pilone di un ponte quello che mi ha fatto il contratto dovrebbe bastare.

168° giorno – Cubo

Cosa ci faccio a ballare sopra un cubo in una discoteca gay? No, non ho cambiato sponda e tutti quei maschi che si baciano e si strusciano e tentano di accoppiarsi sul pavimento mi hanno dato la certezza che io amo le donne.

Torniamo a questa mattina, sveglia presto e viaggio fino a Milano per fare shopping, con la speranza di trovare dei pantaloni grigi che abbiano un minimo di originalità. Niente da fare, tutte le marche fanno la stessa roba ma con prezzi diversi, in ore e ore in giro, non prendo nulla, non provo nulla, tranne un paio di jeans che sembravano sporchi di farina. È proprio mentre li provo, dopo che un uomo nero alto due metri mi ha indicato in che cabina andare, che inizia il dramma.

Devo fare una ricarica Postepay, urgente. Esco e vado in una banca a ritirare il giusto ma attorno, nessuna posta o tabacchi, solo venditori di panini farciti e cotone stilizzato e confezionato. In macchina quindi, nella strada verso casa cercando di scorgere insegne gialle e blu o ‘T’ bianche su sfondo nero. Nulla, e il tempo passa e il nervosismo cresce. Fuori dall’autostrada, dentro un centro abitato con cartelli direzionali scritti così in piccolo che riesci a leggerli solo quando gli passi a fianco ed ormai è troppo tardi, la traversa era due metri fà. Fà di fanculo.

In un cartello però, anche senza leggere, riconosco il simbolo della posta.

“Ci siamo” dico

Arrivo di corsa e sbatto subito sulla porta automatica che in realtà dovrebbe accogliermi come un figlio. Dentro una ragazza mi sorride e dal labiale leggo

“Chiuso…”

Sono le 12:32 quindi è chiusa da due minuti. Quasi mi metto in ginocchio, la prego di farmi entrare ma nulla, quella sorride beffarda.

“CAZZOOO” urlo e lei mi sente. Quasi si spaventa.

Altri chilometri in posti sconosciuti circondati da boschi e ditte in rovina, altri bar e trattorie, a centinaia…e i minuti corrono e ormai sono già passate due ore. Poi, come un miraggio, una ‘T’ sfolgorante su sfondo nero, tra una trattoria e un negozio di ceramiche. Mi ci fiondo dentro, vado dritto verso la tizia del bancone, circondata da terminali computerizzati e barriere protettive.

“Ricarica Postepay…la fate si?”
“Certo…”

Il mio cuore è già in festa…”ce l’abbiamo fatta!” sembra gridare. Riprendo a respirare da essere umano.

“…ma dipende da quanto…siamo a corto con il credito…”

Ghiaccio. Di nuovo.

“Sarebbero 160…”
“Allora no…”

Mi viene da piangere, non ricordo nemmeno se la saluto ma esco esasperato e voglio buttare tutto, pure i soldi. In macchina, il viaggio procede senza più entusiasmo, è tutto andato perso, niente biglietti, ancora una volta.

Mi fermo a mangiare…sconsolato, sconfitto.Entro in un bar, una bellissima ragazza che sa di mediterraneo mi chiede cosa voglio.

“A dirla tutta…una ricarica Postepay” detto con il tono di un uomo che si prende in giro da solo

“Ok…da quanto?”

L’avrei sposata. Seduta stante.

Ah, ma voi volevate sapere che ci faccio a ballare sopra un cubo in una discoteca gay…vabbè, sarà per la prossima volta…