197° giorno – Berlino #2

Il lucido pensiero che oggi sarà inverno mi percuote la testa mentre imburro e marmellatizzo tonnellate di pane nero integrale. Cappuccio di lana e desiderio di burrocacao mentre ci infiliamo di stazione in stazione in un alternanza caldo-freddo che pagheremo in qualche modo…e già si fanno discorsi sul martedì che ci attende e ci immaginiamo cadaveri dietro le nostre scrivanie, appresso alle nostre corse quotidiane sapendo che tutto quello che normalmente ci sembra un utopico desiderio, a Berlino e forse in generale in Germania si può, è normale, easy. Vuoi un lavoro? Si può, normale, easy. Una bella casetta a poco…magari andarci a vivere con la ragazza, spendendo il giusto, quartiere carino? Si può…è normale…è easy. Gli errori fatti si mettono in mostra, si impara da essi, se qualcosa si distrugge si ricostruisce migliore di prima…questo è quello che penso tra monumenti distrutti da bombe, quarantatré chilometri di cicatrice che segnano la terra e le mille gru che si muovono spostando nuove fondamenta, più alte di ogni palazzo, questa è la lezione che imparo. Mi stanno sul cazzo i tedeschi…ma in realtà li invidio…in realtà fanno quello che va fatto…e pure bene. L’invidio quando mi chiedo che senso abbia dover arrivare a sognare cose che dovrebbero essere normali, tappe di una vita semplice, senza rimanere ancorati a terra dalle difficoltà e invece…siamo animali in gabbia senza via di scampo se non andarcene via forse per sempre.

Via da scatole di cemento e metallo e jersey alti 5 metri disseminati di arte e pianto, proprio tra animali in gabbia passo il resto della giornata…bestie dagli occhi tristi che forse mi è passata definitivamente la voglia di vederli in questo modo in un via vai tra gabbie piccole e meno piccole, bombardati da flash negli occhi e casino di bimbi in festa o piangenti per chissà quale motivo. Diventano orsetti pelouche da vendere per sistemare il bilancio, diventano animali che lottano contro grate di ferro, cemento pitturato e fili di metallo e attorno, gente che sul vetro fa ‘toc toc’ per attirarne l’attenzione e tu vedi solo la tristezza di quei volti che ti sembrano quasi umani.

Esco con l’immagine in testa di un vecchio scimpanzé quasi accasciato in un angolo che tamburella con le nocche sul vetro…quasi a chiedere aiuto.

Di nuovo tra il cemento, in uno scorcio di follia, mi imbatto anche nell’animale peggiore…l’uomo …che io lo so che rischio a far foto a gente…ma quando il soggetto è una transenna con una bicicletta mezza scassata sdraiata in una pozzanghera…cazzo…ti chiedi se ti meriti che un imbenzinato nella downtown di Berlino ti sbraiti contro in tedescaccio maneggiando come spada una bottiglia di birra.

Come allo zoo, bestie allergiche a flash e gente attorno a loro ma niente sguardo triste.

Solo rabbia.

176° giorno – Detriti e fango

Passa cosi poco tempo da quando mi sono infilato a letto che ancora sento in bocca il sapore di una media sette luppoli e il freddo della mattina sul petto. Il latte mi nausea come del resto quelle imitazioni estetiche di Macine Mulino Bianco sottomarca scontate del 30% che sfracello stringendole dentro il pugno come una morsa…quattro alla volta.

Buio blu, tipico delle mattine autunnali, foschia, aria rarefatta, temperatura accettabile. Infilo pezzi di maiale trattato dentro due panini freschi, posando ogni tanto dischetti di Galbanino in scadenza ’12 2013′ come fosse un pre-partita di dama.

Giubbotto ‘ brutto da venti euro saldi Sisley acquisto forse sbagliato a mia madre non piace ‘. Ancora devo capire la magia di quel specchio alla Sisley in cui ogni capo che indossavo mi piaceva particolarmente…questa giacca compresa che mi faceva sentire figo e misterioso ma in realtà mi accorcia le gambe, mi fa ancora più grosso. Look senzatetto. C’è di buono che resiste all’acqua, ha un ampio cappuccio e mi rende ancora meno raccomandabile, nella speranza di tenere lontano quante più persone possibili, in abbinamento a jeans Wampum logori da lavoro, rubati a mio padre,comprati in stock da cinque, progettati per vestire male sempre e comunque.

“Esco…”

Ma tutti dormono. Allargo le spalline dello zainetto, infilo macchina fotografica panini ed acqua, mi chiudo la porta alle spalle. Foschia e scie di macchine, aria di pioggia, il muro della stazione,un pullman carico parcheggiato davanti, due ragazzine che fumano, un ragazzo un po’ più grande con il volto viola pestaggio, finestre gialle da cui si vedono anime spezzettate che dormono su assi di alluminio, coperti di cappelli, coperte, giubbotti logori, odore insopportabile. Qualcuno ha un cane, qualcuno sta da solo con i propri brandelli mentre nel tunnel, qualcuno chiede spiccioli sotto schermi con una donna bellissima, denti bianchi, “vuoi una pelle perfetta?”, lei che si passa una mano affusolata e delicata sulla guancia “Olaz, skin day care”, per una pelle lucente ed ha gli occhi verdi ed è giovane, bella e mi piacerebbe una ragazza cosi che sorrida in quel modo solo per me e non per tutto il mondo e i vagabondi e gli sbandati in impermeabile come me ma non me e risvegliarmi con un corpo caldo e sensuale come il suo che senti muovere sfiorandolo dolcemente quando ti alzi.

“Per una pelle perfetta…” di nuovo, mentre la donna entra ed esce di scena in continuazione.

Percorro il tunnel che porta al Binario 4, bianco e azzurro, gradini umidi di pioggia, strisce di gomma gialla la voce degli avvisi preceduti da un ‘plin’ e ancora, in lontananza come una eco, “…skin…Olaz…pelle perfetta…giovane…” e nonostante tutto quello che dico con convinzione, mi accontenterei si, anche solo di un’altra anima a brandelli ma affine.

***

Mi circonda l’erba bagnata, detriti e fango mentre entro nella spaccatura di un muro in mattoni rossi, detriti e fango in una piazza con torri alte e strette da scale a spirali, macchinari morti, detriti e fango e colonne che tengono su soffitti di cento anni fa, scalinate che attraversano piani e piani e detriti e fango per duecento metri.

Persone. Persone in piedi e sedute tra detriti e fango e anche gambe lunghe e belle che come Charles io le amo le gambe e la dolcezza delle linee tese che curvano con delicatezza anche se fra detriti e fango. Stanze di un buio cosi buio che sembra pesante, odore di marcio, rifiuti, vecchiume, detriti e fango.

Quando mi allontano dalle voci e dai volti ed entro nel passato di gente che viveva e lavorava in questo enorme mausoleo dei bei tempi che furono, gli schedari, scrivanie, macchinari, porte, estintori, cartelli, avvertimenti, ora coperti da detriti e fango scopro nuovamente la legge più vera…che la natura vince sempre nonostante tutto il male che possiamo farle e il cemento che possiamo buttarle sopra. Ci sarà sempre la più minuscola crepa in cui lei infilerà l’ultima delle sue radici vive finché nasceranno piante su piante, verde dai detriti e fango e arriveranno di nuovo le foreste a circondare pilastri, metallo contorto e vetri rotti, prendendo possesso di nuovo della terra, anche fra detriti e fango, anche quando ce ne saremo andati da tempo, con le nostre anime di cemento.