243° giorno – Silenzio

Ero nella parte più profonda di una caverna quando ho sperimentato il buio e il silenzio più assoluto per la prima volta. Abbiamo spento le luci, seduti su un pezzo di roccia gelida e sentivo il sangue muoversi nelle vene. Il nero e il silenzio riempono…riempono perchè sono cose a cui non siamo abituati quindi non è ‘nulla’ o ‘assenza’ ma sensazioni nuove che si infilano nella mente…il nero cosi assoluto che sembra quasi fisico, il silenzio che rende le orecchie ovattate e rumori minimi che non avevi mai sentito come il battito, il tuo cuore, il tuo ‘Tum-Tum’ nelle orecchie…non è piacevole…preferisco avere il rumore, quando devo concentrarmi, pensare, tentare di dormire…una macchina che passa, ronzii sommessi di macchinari per purificare-riscaldare-raffreddare aria…dio quanto dormo bene nelle cabine delle navi e il suono del condizionatore…o le estati con il ciclico fruscio del ventilatore…il brusio di un soffione che rilascia acqua ad alta pressione nella mia vasca preferita…un po’ più in alto…un po’ più in basso come un’astronave in partenza o che sta spegnendo i motori…e la luce poi…i fari delle auto, la luce che si infrange nelle persiane e le lame ambra sul soffitto di casa…sempre sognato di una camera d’albergo con i neon fuori e lampi verdi e rossi sulle pareti e sugli specchi.

Ieri non riuscivo a prendere sonno. Ero da basso…non ci dormo mai…e c’era silenzio…la lavatrice era spenta, spine, ciabatte, attacchi…tutti staccati…nessun fruscio elettrico-elettronico…sono stato sveglio ore fissando il gioco di ombre delle lampade che reagivano alla debole luce dei lampioni del giardino, finchè non si sono spenti, poi troppo buio e troppo silenzio. Stamattina, senza dire nulla, ho attaccato il frigorifero. Dentro non c’è nulla…quindi totale spreco di watt, volts, energia e petrolio ma almeno stanotte, avrò un brusio amico nella testa.

202° giorno – Duecentodue Fahrenheit

Infilato nella vasca gelida di ceramica che si attacca alla schiena e amplifica il freddo nelle ossa, arrivato di gran carriera in questo mezzo-novembre con vento che spazza tetti, labbra screpolate e di nuovo tosse…ma quella non se ne va da settembre. Ore prima, nel buio, le maniche strette della giacca verde scombussolano la geometria della felpa che si accartoccia da qualche parte sul gomito e altro freddo sulle braccia e a lavoro, con i piedi zuppi…forse ho un buco li sotto. Quando entro a casa, all’una, sembra sera e la sera sembra notte e il freddo si è impossessato dei muri e dell’aria.

Non c’è nessuno e le luci non le accendo, vasca e la schiena sulla ceramica, l’acqua che lentamente sale…spingo la leva verso sinistra, sempre più caldo che come molte altre cose anche questa è cambiata…il freddo mi stanca, non mi piace più…preferisco il sole…l’acqua calda…sempre più calda fino alle bolle e al fumo, a duecentodue gradi fahrenheit.

192° giorno – Il camion dei gelati

Stasera mi sento un camion dei gelati. Arrivo bianco lucido e la musichetta che fa ‘Tin Tin Tin’ e il clacson ‘Papparapà’ e un gelato sorridente disegnato sulla fiancata. Dentro, pistacchio e cioccolato, crema, ghiaccioli e lecca lecca e tutti, grandi e bambini escono felici “C’è il camion dei gelati! C’è il camion dei gelati!” urlano. Grida e risate. E Gelati.

Poi tornano in casa e io torno in garage e li è sporco e buio e non c’è nessuno.