222° giorno – Ventuno neon illuminano i pensieri della sera

Mi sento poco producente in questa tranche pomeridiana, nonostante la mattinata intensa e quella della ISO 9001, beltà minuta mamma di due bimbi, sui quaranta, vocina graziosa, corpo da ventenne su cui tutti noi fantastichiamo e giudichiamo in fantasie estreme, battutacce, dialoghi sconci ipotetici. 

In questo stato di bradipismo auto-indotto mi agito sulla sedia con lo schienale ormai quasi orizzontale, che l’unico pensiero che rimbalza nel cranio è quello di aspettare che tutto finisca il prima possibile ma comunque seduto comodo. Dovrei impormi con Faraone e Capa, su ai piani alti…farmene comprare una nuova, di sedia…ne va della mia schiena, la salute, la postura che si traduce in camminare storto, sembrare paraplegico, emarginato dalla società, scarsamente attraente per donnine ISO 9001 cresciute, gobbo, con le anche disassate e poi, di conseguenza, triste, depresso, i vestiti che non ti stanno, poca voglia di uscire, bottiglie a domicilio di Whisky Four Roses da discount. 

Forse esagero…dev’essere tutto dettato dal sentirmi con la coscienza poco pulita visto che sto rubando lo stipendio e dovrei uscire dalla ditta per esser rispettabile, smetterla di fissare finestre che apro e chiudo senza leggere facendo click su pezzi di software bianchi senza bottoni, osservando spie luminose rosso acceso di stufette e compartimenti elettrici che diffondono radiazioni e calore con effetto soporifero. Faccio un passo verso una parvenza di vitalità, ma non di decenza, e scrivo ad una mia amica, anche se abbiamo già chiacchierato abbastanza ieri notte…e questa mattina…e nel primo pomeriggio e il giorno prima pure e quello prima ancora pure. Mi scrive che sta pranzando solo ora, che l’uni è pesante, che le tocca pure lavorare il pomeriggio nonostante sia una mezza giornata speciale e io le rispondo che tanto vorrei la pace nel mondo, cielo blu con veloci nuvole bianche e sole splendente, l’odore di fieno, appisolato sul giardino del vicino con l’erba più verde…eredità e pace alla sua buon’anima, un bastoncino conficcato per terra, un filo che si srotola da quella porzione di ramo di betulla fino al cielo, aquilone rosso, ogni tanto ombra, rumore d’acqua a sedici decibel. Poi, le dico di pranzare pure in tranquillità che io ora ho da lavorare duro da vero professionista serio con tabelle, scadenze, sottoposti a cui gridare ordini da una scrivania in cui io appoggio i piedi, sdraiato su una sedia dallo schienale quasi orizzontale ma non perché scassata ma grazie a servo-meccanismi elettrici costosi, progettati apposta per auto-modellare cuscini con il mio culo, la schiena storta, la nuca pelata, la brutta faccia, l’ambizione, l’ego che cerca spazio fra le costole, le bugie che tengo nascoste da qualche parte sui fianchi.

Infilo il telefono in tasca, apro un file, temporeggio, dò un’occhiata. Richiudo. Ci ho provato.

Spento. Mi passo la mano sulla nuca e sulla testa alla ricerca di residui di capelli più duri degli altri che mi diano illusione di potenziale ricrescita futura…risvegliarmi con un pezzo di chioma in più mi garberebbe, ma anche risvegliarmi in compagnia, in una casa comprata da me, con un gatto mio, elettrodomestici moderni anni ’50 e rovere…mi piace il rovere…il rovere è bello. Mi passo la mano sulla barba a due lunghezze, li sul collo dimentico di farla da una settimana, mentre osservo l’orologio digitale inchiodato da venti minuti sulla stessa ora, sensazione di quieto nervosismo e fastidioso far nulla e come al solito, finisce che la prostata pensa per me.

“Vai al cesso” mi dice, “hai un disperato bisogno di pisciare” insiste.

Mi alzo, scendo le scale, “cosi mi sveglio” mi dico. Entro nello spogliatoio e vado per fare quello che devo fare ma tanto è inutile, era solo una finzione subconscia e mi ritrovo infilato in un cubicolo con luce a lampadina a fissare il muro, puzza atroce nonostante sia stato pulito dall’impresa nel pomeriggio, come una di quelle persone belle fuori e infernali dentro. Mi lavo le mani perché è cosi che si fa, che tu pisci o non pisci, che ti tocchi il bigolo oppure no, polverina bianca che quando vai ad asciugartele ti accorgi che te ne sono rimaste delle chiazzette da qualche parte quindi ancora acqua e poi finalmente te le asciughi, unavoltaemezza di getto-aria calda anche se sto diventando bravo, quasi me ne basta una sola mandata. 

La gita al cesso non serve a nulla, continuo a sentirmi una scatola vuota in attesa della spedizione delle 19:30, i ragazzi tentano di parlarmi ma rinunciano, mi salutano e se ne vanno, i rumori quasi spariscono e mi sento come in un film americano, con l’avvocato che fa il figo da solo in ufficio di notte ma con scatole e macchina sullo sfondo invece dello skyline di Chicago. Manca poco ormai, il cervello è definitivamente in quasi-stand-by…dovrebbe esserci pure una spia da qualche parte, forse sul petto…come quella della mia TV che spengo dal letto e che per pigrizia non mi alzo ad uccidere per far terminare quello spreco di onde luminose…la lascio fissa a ciucciare Watt/ora e mi giro dall’altra parte nel letto e non la guardo più come a volte, faccio con le persone. 

Si parlava svogliatamente di una nostra amica cameriera prima…mi è venuto da pensare che sono tipo due mesi che non la sento…perchè poi, non lo so. Non è nemmeno per il classico gioco delle resistenze “non la cerco perchè lei non mi cerca”…oppure il “cazzo quanto odio quando non mi rispondono…sai che ti dico vaffanculo” no…sembra solo che lo spazio in memoria sia finito, me ne dimentico e non parlo solo di lei. Mi sento uno sceneggiatore di una serie che non sa più gestire i suoi attori e che fa confusione, tralascia particolare, crea buchi nella trama.

Da mezzo sdraiato mentre fisso i ventuno neon bianchi appesi a quattrometrietrentotto dal terreno, mi riprometto che “stasera sento un po’ come sta”.

Ma mento a me stesso, lo so benissimo.

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