240° giorno – Circolo di confusione

Circolo di confusione…il più piccolo cerchio che l’occhio umano riesce a distinguere ad una determinata distanza…roba di fotografia, ottica, leggi fisiche che parlano di luce, puntini sfocati nello sfondo di foto con modelle nude e ci penso mentre esploro le camere, non trovo gli occhiali “dove sono…li avete visti?” “Devo andare a lavoro dove sono” dico ma la gente mi abbraccia e mi dice “stai diventando vecchio” “trent’anni son tanti” e messaggi di testo digitali segnalati dai mille ‘TA-TLAN’ del telefono arrivano continui, come sirene anti nebbia , volume 28/30, pensieri confusi ancor più da quando ormai non ho più un ‘2’ davanti, “forse son di cordoglio o forse di auguri” penso, chissà. Come regalo personale esco mezz’ora in ritardo…a lavoro tutti sanno del cambio di numero davanti, forse per passaparola, non so la fonte, non lo scopro, pacche sulle spalle, “Auguri!” “Stasera fai bordello cazzo!” “Cavolo ti portiamo al Corona con le puttane strafighe” dolci sirene “palpeggiamo tocchiamo si divertiamo ce la spassiamo” gambe lunghe e lisce. “Chissà come l’hanno saputo” mi dico “di quel 3 davanti”…le date son sparite anche dai social network da anni ed è rimasta roba privata tra me e quelli vicini davvero e che si ricordano anche se, pensieri da appena sveglio, avrei preferito che nemmeno loro calcassero la mano su quel nuovo numero della mia vita, ‘3’…per carità poi, non vuol dire nulla, “solo un numero” si dice, non cambia le prospettive anche se il mondo vuole convincerti di si, posti di lavoro in cui cominci ad essere nel margine esterno, la gente ti pressa in attesa del tuo definitivo exploit o la consacrazione del tuo fallimento, pronti con chiodi e martello che nella bara tanto ti ci sei messo da solo ed hai pure appoggiato il coperchio, nonostante tu da dentro gridi ancora “son giovane! son giovane!” che non è che la schiena di colpo fa male o non distingui più i piccoli cerchi e la vista si appanna come i vetro di un bar d’inverno, che l’occhio umano ha dei limiti sapete? Al di sotto di un certo diametro non riesce a distinguere un cerchio, ci vedrà solo un punto e se prendete un foglio e una penna e disegnate un punto e provate a guardarlo da vicino…non è un punto ma un piccolissimo cerchio…circolo di confusione. 

La vasca è stracolma di acqua bollente, ma nessuna schiuma, sul bordo liscio non c’è nessun bagnoschiuma “Cristoiddiosantissimo ma sarà mai possibile…che non esiste vasca se non esiste bagnoschiuma e sapone” e mi alzo, frugo nudo e bagnato tra gli sportelli, recupero brodaglia verde inscatolata in un cilindro di plastica trasparente con indicazione di Ph, la appoggio sul bordo ma quella scivola e “PAFF!” cade e si riempe di acqua, schizzi e acqua ovunque sulle piastrelle old-style e per terra e capisco che c’era un motivo per l’assenza di recipienti e bottiglie…se una madre fa qualcosa c’è una ragione e chi sono io che non so fare nulla per dimostrare il contrario, andare contro lucida logica. Sono fatto male e devo pentirmi, chiedo ammenda e ringrazio il destino per una famiglia che ha costruito quattro mura calde ed un tetto, che ha inserito caldaie e tubi con l’aiuto delle anime di idraulici vecchi e ubriachi, acqua che scorre calda a fiumi, un miracolo vero. Esco caldo e grato con la pioggia che scende, scorre sulla testa e i pensieri, sugli appuntamenti spostati , “la città è l’inferno!” dice un’amica quando entro in macchina, il mondo è alla fine, la gente è in panico e va di corsa, si accalca in casse, consegna sacchi di soldi per mercanzia di plastica nella solita gara annuale per comprare il sorriso del prossimo mentre io, con la saggezza del ‘3’ davanti penso solo che non andrò al Carducci, niente cameriera dai capelli di rame, sorriso timido e silenzioso, gambe magre e lunghe, occhi che incrociano i miei ogni qualvolta che tento di vedere se c’è, se lavora, se è dietro il bancone mentre io fuori che passo davanti nella strada e la sua polvere, come John Fante e la sua Camilla dagli occhi selvaggi…

…ho finito il suo libro proprio oggi…mentre mi farciscono di crema una torta al limone e mettono candeline e segnali luminosi io mi isolo da tutto per stare con Camilla nel deserto, seduto con il culo sulla poltrona comoda ma con la mente nella povertà e nell’amore di Los Angeles, nel dramma, tra il patetico e il tragico fino all’ultima pagina bianca e la copertina, la fine di quella storia, l’ambizione, il nulla e la polvere, il deserto, orme sulla sabbia e la fine di un giovane come me si, che vuol diventare scrittore di nome come me si, anch’io con la mia Camilla dai capelli di rame anche se per John quello è l’epilogo…deserto e morte e tristezza mentre io credo nei cerchi, alla ‘fine’ come ‘nuovo inizio’, pur se sfocato, piccolo, insignificante, confuso ma pur sempre un cerchio, non solo un punto, non ancora…non ancora.

161° giorno – Voglie

Mia madre ancora mi fa questioni per come mi vesto in queste occasioni, dice “perché quei jeans da barbone, quella giacca da barbone e le scarpe da barbone ?”. Vorrei dirle che davvero, non me ne frega più un cazzo di questi eventi in famiglia in cui poi sono costretto a fare le foto “che tu sei bravo con la fotografia…le fai te”.

Si, ho talento, sono bravo, ma faccio street, si chiama arte e io sono artista, odio fotografare bambini, gente con sorrisi abbaglianti, soffi di candeline, tagli di torte, baci. Non me ne frega un cazzo…lo odio…vi odio, ogni scatto che mi costringete a fare, io muoio un po’.

Dentro la bella e linda e formalmente perfetta casetta del parente ora, per la festa di compleanno dei bimbi, preparata nei minimi dettagli. Cristo, io mi sono già isolato da tutti, seduto sulla sedia più lontana, che osservo la famiglia in gran completo che si dà un gran da fare a consegnare i regali ai due bimbi festeggiati, in una specie di gara di piscia in lungo.

“Io ho il pacco più grosso”

“Io duro di più” mi viene da dire. Vedo bicchieri in cristallo con spumante costoso, torta formalmente perfetta con piatti e posate formalmente perfette. Mi chiedo se un bambino il suo compleanno lo vorrebbe davvero così  o se sono i genitori a festeggiare il loro ma il giorno sbagliato, tornando un po’ bambini ma puntando a fare comunque bella figura. Sembra un ricevimento, una serata di gala, non c’è nulla di divertente e mi sa che nemmeno i bambini si divertono, ordinati e vestiti per bene a casa loro. Io mi sentirei in prigione.

La torta non ha sentimenti. Decorazione a forma di rosa in cioccolato bianco, ghirigori, merletti, roba che pare uscita da una sartoria gay. Dove sono i robottoni, le moto, i mostri? Un bambino non dirai mai “bella!”. Spegnerà le candeline perché costretto, come dentro la gabbia di uno zoo, per la gioia di spettatori paganti che applaudono.

Ma si, tiriamogli delle noccioline…

Io voglio pizzette e focacce, salatini e bicchieri di plastica alle feste dei bambini. Voglio altri bambini che fanno macello e i bottiglioni di Coca Cola, Sprite. Aranciata, non Brut secco. Voglio la musica dei cartoni animati e magliette sudate non camicie e completi con cravatta da nani. Sulla torta ci devono essere cannoni di cioccolato, alieni di gelatina, smarties, noccioline, di tutto. Qua invece, ogni fetta è formalmente perfetta, pare tutta un’equazione differenziale fatta con la calcolatrice. Cerco sul soffitto anche l’indicatore con scritto APPLAUSI per capire quando esprimere dei sentimenti ma non lo trovo. Sembro l’unico che trova tutto questo show una commedia malriuscita.

“Sto esagerando…che cazzo pensi”

Mah…seduto, aspetto che finisca tutto, con il sonno che avanza. Sono anche cinico e nervoso oggi, che mancano le pizzette, che non le mangio mai e se ne avessi voglia forse non sarei nemmeno troppo sicuro di dove comprarle.

Me le aspettavo, le volevo, unico motivo perché sono qui, senza vestiti da barbone, che alla fine mi sono cambiato tutto e ora le scarpe mi grattugiano il mignolo. Le volevo, le pizzette.

Sono intenzionato, quasi, a fare casino per le pizzette.

Sbattermi a terra, rotolarmi, strillare come un bambino, fare i capricci. Sarei l’unico vero bambino presente in questa festa per bambini ora che ci penso.

Il nervosismo cresce.

Sono un bambino. L’unico. È la mia festa.

Le voglio le pizzette.

111° giorno – Auguri vecchio bastardo

Oggi è il compleanno di Bukowski. Non che fossi lì ad aspettare sullo scoccare della mezzanotte con un bicchiere di whiskey in mano anzi, nemmeno lo sapevo il giorno, l’ho scoperto da un link su Facebook, ricondiviso con malinconia giusto per farmi vedere, darmi un tono da figo intellettuale.

In realtà, appena sveglio stamattina, verso le dieci, ho pensato solo a non far nulla tutto il giorno. Dormire, stare sdraiato, mangiare, bere, pensare alle ragazze. Con il senno di poi è come avrebbe vissuto Henry Chinaski il giorno del suo compleanno quindi lo considero un po’ il mio omaggio a Charles.

Pensando a come scriveva, finisco ad interrogarmi su me stesso in versione scrittore. La forza di Bukowski era lo stile, perché nessuno mai aveva scritto in quel modo, che anche adesso stupisce per quanto è secco, essenziale e duro ma al contempo poetico e tremendamente descrittivo.

Mi interrogo perché “lo stile” è il mio cruccio, da sempre. Ho come l’impressione che tutto sia già stato detto in tutti i modi possibili ed il giro di parole sia sempre lo stesso, come vivere in un mondo in cui non fanno più nuove canzoni rock, perché tutte le combinazioni possibili sono già state usate.

Spesso mi chiedo se il mio stile si riconosca oppure sia solo un accozzaglia di copiature e plagi da tutti quelli che mi hanno influenzato. Chiedo agli altri e mi dicono che ho il mio stile. Mi rileggo e non lo capisco, non lo vedo. Cerco di affinarlo ma non so come si fa. È una specie di cazzo di ossessione, una fobia che accidenti, non so nemmeno se è reale.

Dovrei pensare ai contenuti non allo stile, mi dicono.

Non capiscono.

Non capiscono che io adoro non dire nulla, parlare del nulla, arrabbiarmi con il nulla.

E per farlo serve, lo stile.