201° giorno – Fin quando fa male…

Corro in macchina anche se l’asfalto è buio buio come il cielo e i boschi attorno pure e non sarebbe cosa saggia ma io alla fine che cazzo ne so della saggezza. I fari non sembrano funzionare un granché…vedo giusto due deboli chiazze gialle tra la pioggia battente…paiono occhi spenti da vecchio ma d’altronde la macchina lo è…vecchia. Stringo curve, allargo curve, prendo dossi troppo velocemente ma perché nemmeno li vedo…ogni volta penso di aver spaccato l’auto. Ho un po’ di domande in corpo e due parti di crisi per completare il cocktail e sono pure ingrassato pare…due chili. E poi non so se le mie foto hanno problemi…se siano belle davvero e pure la scrittura…stessa roba, ho tanti dubbi su quello che faccio…e ho fame…mangerei sempre ma poi non ho tempo quindi non mangio, recupero la sera, con quello che trovo…e sono stanco ma son tornato a dormire poco come una volta, i pezzi li scrivo e pubblico alle due di notte, poi mi infilo nel letto e mi rigiro per altre due…mi alzo a pisciare, guardo le lucine e riflessi sul muro, mi ritrovo a volere fruscii di auto che passano, vecchie e che saltano sui dossi e insegne al neon che buttano un paio di colori sulle tapparelle.

Non so…tipo…adesso sono in anticipo sul pezzo, metterò un film che ho già visto mille volte…al pensiero di vederne uno nuovo boh…mi sento pre-apatico, do già il mio interesse sconfitto in partenza, nemmeno fossero due ore di matematica al liceo.

Notte.

…è che sono andato in un bar prima con un amico…con ragazza carina che lavora li da conoscere che lui conosce e lui mi fa “prova a conoscerla” e io “conosciamola” dico. Bella e simpatica, con sorriso vero e il maglione che cade bene, caffè buono, divano comodo. Ogni tanto prendevo il giornale, buttavo l’occhio…la osservavo, dicevo due cazzate, la osservavo, forzavo sorrisi e argomenti, buttavo l’occhio, ordinavo un caffè inutile che erano tre anni che non lo bevevo…che rum fa ubriacone, coca nessuna voglia…altre idee…nessuna. Quindi fingevo e osservavo e buttavo le occhiate per mangiarmi il suo sorriso, tutti quei 24 minuti…

…e mi chiedevo cosa cazzo stessi facendo a danzare li intorno, estraneo a quel minimondo. Artificiale e plasticoso, fintamente rilassato quando ho dentro il vulcano e sguardi nel vuoto e disinteresse e voglio leccarmi le labbra, spaccate da freddo e vento e che mi viene da muoverle da bambino cosi mi fanno tipo solletico ma di quelli che pizzicano e danno fastidio. Quindi stavo la, labbra ferme e secche mentre ballavo come una scimmia salterina chissà per cosa…forse me l’ha detto qualcuno che devo farlo. Mi sono convinto che è quello che voglio anche se non è una mia idea e non va bene.

Se poi finisco a correre girando volanti sull’acqua e cercare avanzi di frittata tutto nervoso allora tutto va male e ti chiedi che cazzo vai cercando. Non va bene. Cercherò conforto in qualcosa. In ‘qualcosa’…che i qualcuno mi spaventano. Forse non sono adatto ai ‘qualcuno’.

Notte?

200° giorno – Coscienza

La luce dell’hard disk portatile si illumina intermittente e un’altra lucina, quella della coscienza, mi viene a dire che dovrei alzarmi per il bene del sonno di Sorella, staccare il cavo che si ostina a prendere elettricità da qualche parte, come la presa multipla in anticamera che inonda piastrelle di luminescenza rosso Shining o i mille lettori, mangiadischi, schermi e led, mini lampadine RedGreenBlue…tutta roba che succhia cents dall’IBAN dei miei per colpa mia, che sono le uniche cose davvero senza sonno in questo mondo, vivendo ventiquattrosuventiquattro, settesusette, dodicidopododici e unoepoiuno bruciando da due lati come le candele che illuminano il doppio.

Dovrei alzarmi. Dovrei alzarmi anche per mia madre e le sue fobie che pare che negli ultimi giorni, novelli Lupin se ne stiano in giro per le case anche in pieno giorno a fare l’inventario di cassetti, armadi, doppiofondo nascosto, antro dietro quel quadro con rotella numerata. Pare che forse siano entrati dal cugino di un amico di un conoscente di Rita…te la ricordi no? Rita…ma si…quella che faceva palline di Natale per il mercatino…no no…non quella…quella è Paola…Rita è bionda…il figlio grande fa architettura…proprio bel ragazzo…alto poi…bhe fatto sta che la porta va chiusa con tutte le serrature disponibili e io di solito lo faccio ma poi a letto non ricordo se l’ho fatto davvero e a dirla tutta…me ne dimentico pure di giorno che esco per andare a lavoro senza fare nemmeno un giro di chiave, nessun pezzo di metallo che si infila nel muro e io sono ormai troppo in ritardo e lontano per tornare indietro…anche se ammetto di avere un ‘punto di non ritorno’ troppo vicino a quello di partenza. Dovrei dovrei trovare metodi per ricordarmi di farlo o di averlo fatto. A volte ci riuscivo piazzando gesti inconsulti dopo aver chiuso un paio di mandate di chiave potenti…facevo tre passi all’indietro o cantavo una filastrocca…roba folle che spezzava la routine dei gesti meccanici cosi potevo starmene tranquillo…ma ora mi dimentico pure di fare quello.

Sarà per chissà cosa, sarà per il periodo di transizione in cui vivo il distacco, come se le cose succedessero solo agli altri e a me no, tutto tranquillo, blanda incoscienza. Che rimanga cosi mi dico, mi giro lato sinistro con sordità e muro davanti ma poi però…a pensarci scappa da pisciare e la dogana in vescica sembra quasi intenzionata a tirar su palette. Faccio quel che ho da fare di là, tra rotoli di carta morbida e tavolette in finto legni copri buco. Poi, punto a spegnere la lucina faro.

Ritornando a letto, al buio, con missione compiuta in saccoccia, urto ciabatte e oggetti…provoco tumulti, sveglio gente, incasso offese e la coscienza mi sta sul cazzo.

199° giorno – Fase REM#3

In macchina mi addormento sempre troppo facilmente nonostante i G di accelerazione di queste curve prese a cannone dal pilota, il rumore e tutti quei quadranti e lucine blu e verdi. Appoggio la testa sul sedile e mi ritrovo in una stanza con tappeti alle pareti che si allungano per almeno un metro sul pavimento. Sembrano dei persiani ma con abuso di fucsia e bianco. Ogni tanto da dietro i tessuti spuntano dei fregi di legno in foglia d’oro verticali e sinuose. In mezzo alla stanza una colonna tutta fregi e spuntoni é completamente rivestita di stoffa con fantasia floreale, rotta solo ogni tanto da piccoli specchi. Cerco un’uscita ma nulla da fare…sembra di girare in tondo.

All’improvviso sono fuori…c’è un tizio, un ragazzino olivastro magro e a torso nudo…agitato…che mi parla mentre l’atmosfera è inondata di polvere e luce solare. Non capisco quel che dice ma vedo che in mano ha una scatola. Gliela prendo perché intuisco che si tratta di una bomba…la butto dentro un buco nel marmo che trovo tra quei gradini dove sto in piedi…acqua verde davanti, colonne dietro, un tempio. Da una collina bianca ecco scendere camion gialli con un cassone bianco perfettamente quadrato…so che stanno venendo a distruggere il tempio, sono alti 3 piani. Ma quando arrivano di fronte, cipressi viola messi dentro aiuole triangolari bloccano la strada.

Io allora corro dentro il tempio e ora davanti ho una stanza larga e bassa dove, sul soffitto, fenicotteri bianchi dal becco rosso camminano a testa in giù mentre per terra, ciottoli dorati galleggiano in un acqua verde insieme a foglie d’acero rosse.

Mi sveglio che quasi sono arrivato e sui sedili davanti si parla di Roger Waters e famiglie inglesi. Scendo dalla macchina e saluto, di fronte al cancello di casa mia. Hanno cambiato le luci del vialetto in questi giorni…ora sono fredde e pallide.

Se c’è una cosa che il sole insegna, è che il colore giusto per queste cose è il giallo.

198° giorno – Sono sopravvissuto alla bomba nucleare

Sto a duecento metri d’altezza su un pennone traballante e mi chiedo cosa succederebbe se cadesse una bomba atomica li…in fondo, dove la foschia copre i palazzi. Mi salverei? Crollerebbe il pennone?

A volte preso dalla follia vorrei quasi finirci in una situazione catastrofica, ovviamente sopravvivendo, giusto per sperimentare paura, adrenalina e raccontare spaventosi eventi ai posteri…

Sono pazzo.

Ne parlo con gli altri, si discute delle bombe che stanno in frigo negli stati uniti e in Russia, che a parlare di guerra fredda a Berlino sta sempre bene.

“Ma si…è uno spreco…tutte quelle bombe…ecco perché l’America ogni tanto ci prova a fare il bullo con qualcuno…”

“Finché qualcuno non lo fa con loro e si ritrovano a culo bruciato…”

“Invadere l’America o la Russia è impossibile…che fai…vai dall’Alaska…linea tratteggiata, entro in Kamchatcha, dadi rossi e attacco con quattro?”

“Sorvoli con gli aerei…”

“Ti intercettano subito…”

“Prendere Mosca però è meno difficile rispetto ad una volta…ora ci sono i giubbotti pesanti…la Colmar fa i giubbotti pesanti…”

Silenzio.

Sotto la torre, piccole formichine operose si muovono tra blocchetti simil lego e micromachines che io allungo il dito verso il vetro per spostarle e giocarci.

“I russi avevano fatto questa mega bomba per divertimento…roba da cento gigatoni fatta esplodere in Siberia…cinque chilometri di diametro di palla di fuoco…pensa che l’onda d’urto è arrivata in Svezia e ha tolto la vernice alle staccionate…”

“La Svezia non sarà mica stata contenta…”

“Eh non credo…ma di certo non rispondi male al bullo del quartiere….zitto e compra tre barattoli di vernice bianca per legno…”

Silenzio ancora. Sto li un altro po’ a guardare lo skyline…poi scendo dalle nuvole, tra le formichine di prima che ora sono grossi e pacifici tedesconi, per godermi le ultime ore di Berlino partendo da checkpoint Charlie, dove Russi e Americani giocavano a poliziotto buono e poliziotto cattivo nella loro guerra di nervi.

Mentre mi allontano da Alexanderplatz, da qualche parte intanto, sta nascendo un nuovo pazzo o dittatore che si ritroverà a giocare nelle stanze dei bottoni, che qualcuno le chiavi do quei posti, da qualche parte, le conserva sempre.

197° giorno – Berlino #2

Il lucido pensiero che oggi sarà inverno mi percuote la testa mentre imburro e marmellatizzo tonnellate di pane nero integrale. Cappuccio di lana e desiderio di burrocacao mentre ci infiliamo di stazione in stazione in un alternanza caldo-freddo che pagheremo in qualche modo…e già si fanno discorsi sul martedì che ci attende e ci immaginiamo cadaveri dietro le nostre scrivanie, appresso alle nostre corse quotidiane sapendo che tutto quello che normalmente ci sembra un utopico desiderio, a Berlino e forse in generale in Germania si può, è normale, easy. Vuoi un lavoro? Si può, normale, easy. Una bella casetta a poco…magari andarci a vivere con la ragazza, spendendo il giusto, quartiere carino? Si può…è normale…è easy. Gli errori fatti si mettono in mostra, si impara da essi, se qualcosa si distrugge si ricostruisce migliore di prima…questo è quello che penso tra monumenti distrutti da bombe, quarantatré chilometri di cicatrice che segnano la terra e le mille gru che si muovono spostando nuove fondamenta, più alte di ogni palazzo, questa è la lezione che imparo. Mi stanno sul cazzo i tedeschi…ma in realtà li invidio…in realtà fanno quello che va fatto…e pure bene. L’invidio quando mi chiedo che senso abbia dover arrivare a sognare cose che dovrebbero essere normali, tappe di una vita semplice, senza rimanere ancorati a terra dalle difficoltà e invece…siamo animali in gabbia senza via di scampo se non andarcene via forse per sempre.

Via da scatole di cemento e metallo e jersey alti 5 metri disseminati di arte e pianto, proprio tra animali in gabbia passo il resto della giornata…bestie dagli occhi tristi che forse mi è passata definitivamente la voglia di vederli in questo modo in un via vai tra gabbie piccole e meno piccole, bombardati da flash negli occhi e casino di bimbi in festa o piangenti per chissà quale motivo. Diventano orsetti pelouche da vendere per sistemare il bilancio, diventano animali che lottano contro grate di ferro, cemento pitturato e fili di metallo e attorno, gente che sul vetro fa ‘toc toc’ per attirarne l’attenzione e tu vedi solo la tristezza di quei volti che ti sembrano quasi umani.

Esco con l’immagine in testa di un vecchio scimpanzé quasi accasciato in un angolo che tamburella con le nocche sul vetro…quasi a chiedere aiuto.

Di nuovo tra il cemento, in uno scorcio di follia, mi imbatto anche nell’animale peggiore…l’uomo …che io lo so che rischio a far foto a gente…ma quando il soggetto è una transenna con una bicicletta mezza scassata sdraiata in una pozzanghera…cazzo…ti chiedi se ti meriti che un imbenzinato nella downtown di Berlino ti sbraiti contro in tedescaccio maneggiando come spada una bottiglia di birra.

Come allo zoo, bestie allergiche a flash e gente attorno a loro ma niente sguardo triste.

Solo rabbia.

196° giorno – Berlino #1

Sul bordo della vasca un nuovo flacone di bagnoschiuma alto e pesante che lo prendi in mano e lo strizzi ed esce un sacco di sapone e ti sembra impossibile che possa finire, diventare leggero, finire in spazzatura un giorno mica troppo lontano visto quanto poco mi durano. Non ce la faccio a crearne schiuma ed a usare quello, devo strizzare, appoggiare, riprendere ed usare che lo so, sono uno sprecone, come con l’acqua a getto continuo a temperatura folle e i soldi che butto in commissioni Bancomat.

Nella vasca soffro il sonno…tutta spezzettata la notte, che di ora in ora mi buttava fuori dal letto per farmi pisciare in continuazione come un vecchio incontinente pieno d’acqua. In cucina, riempio di cereali la tazza di latte per poi prepararmi per il viaggio facendo barba sotto mento, infilando altri vestiti che se un trolley ce l’hai allora riempilo che tanto mezzo vuoto è solo peggio che le cose vanno in giro sballonzolanti…un disastro.

Prima della pista d’atterraggio, dall’alto di un cielo tedesco, il terreno pare disseminato di pini…compatti in boschetti tagliati da linee dritte, così numerosi che l’argomento della traversata diventa “quanti pini esisteranno nel mondo?” che se ci pensi è una domanda che puoi farti su qualsiasi cosa ma ne discuti solo quando la curiosità di saperlo salta fuori sul serio.

Dopo discussioni e opinioni disparate ci assestiamo su un 10-12 miliardi di pini. Mi sembra plausibile.

Prendere la valigia dopo l’atterraggio é sempre un problema…non so perché ma non riesco mai a memorizzare nei dettagli le valigie che uso e finisce che come al solito tocco mille trolley di altri, li ribalto, tiro su e rimetto giù, finché tutti prendono la loro valigia e l’ultima che gira sul nastro dev’essere per forza la mia o almeno spero che dentro ci sia qualcosa della mia taglia. Pare la mia stavolta, che di trolley con bussola incastonata nella maniglia per me non ce ne sono tante.

L’uscita è tanto vento e tanto freddo. Arrivati nel parcheggio aereo scassato di Berlino prendiamo un altrettanto scassato treno color rosso e crema che ci accompagna tra casermoni, rottami e residui sfatti in mattoni circondati da verde vegetazione fino alla Berlino che conta, quella delle Strasse e i pennoni e i cavalli sopra le porte e gli orsi e pure le onde nelle pozzanghere, che dal vento che c’è mi sento portare via cappuccio e occhiali e il freddo si insinua nella schiena.

Giriamo da bravi turisti…si cammina…si vedono cose…si fanno foto-cliché…si va dove vanno tutti, ignorando iraniani che fanno lo sciopero della fame, venditori di wurstel con ombrellino rosso piantato sulla schiena e che il vento massacra…tra comitive,coppie, vecchie e biciclette, freddo pungente e foglie, pezzi di muro, graffiti, vecchio e nuovo, alberi stanchi, cantieri che divorano strade, bandiere che sventolano orgogliose tra luci, confusione e un percepibile senso di impazienza.

Sa di malinconia Berlino, come se fosse sempre autunno…come se la colonna sonora fosse sempre Jazz…come se i suoni fossero sempre ovattati e quello che senti davvero è vociare sommesso e treni e tram che scorrono sopra, sotto, ovunque.

Poi però, quasi di colpo, la luce dorata sparisce dai muri e quelli si trasformano…si accendono nuove luci e compaiono nuovi colori e suoni…nuova musica…e tutto continua nel buio della notte come una madre di famiglia…bella…che mette a nanna i figli ed esce, finalmente…a divertirsi.

195° giorno – Andiamo a Berlino!

Tipico mio questo, che quando dovrei essere esaltato e trepidante per un qualcosa di nuovo mi scende addosso un’apatica noia e una poltronite acuta che mi tocca affrontare e sconfiggere ad ogni ‘Gate’ o ‘Terminal’ di partenza.

Sto qua, che riempo un mini-trolley quasi da donna di indumenti tra cui mutande calze per completare poi l’opera con un contorno di caricatori per cellulare e macchina fotografica, spazzolino, bagnoschiuma, asciugamani morbidi profumati…e quasi ho l’ansia.
E dire che se me lo chiedi io ti dico che viaggiare e vedere posti nuovi e conoscere gente è la cosa che mi piace di più e fidati che non è il discorso “sei bravo a parlare..:” no no…perché poi le cose me le godo più che posso…è proprio una roba mia…forse scarso spirito di adattamento o di avventura pure…ma non credo. Uno dice “paura dell’aereo” ma io rispondo che nell’ultimo carro buoi con le ali preso, l’unico tranquillo che quasi dormiva, mentre il mondo attorno era di lampi e fulmini e ali che fluttuavano a biscia incazzata, gente in panico, vomito a fiumi…bhe ero io.

Mi succede prima dei capodanni…e nel pre-serate post-doccia sdraiato sul letto che attendi le 22 e pure nelle uscite con ragazze che magari anche mi piacciono.

Ho l’idea che mi viva situazioni del cazzo dentro la mente, inconscia-mente visto che non me ne accorgo. Situazioni che poi nemmeno accadranno. Situazioni paurose o di imbarazzo e di difficoltà in cui io devo tirare fuori gli attributi e fallisco cosi mi abbatto a livello psichico e sono in un limbo in cui preferirei rimanere al calduccio a casa tra le comode mura di una confortevole apatica noia piuttosto che uscire e fare quello che mi piace.

Ma ci sono abituato, lo so che poi cambia anche se io non cambio. Questo me stesso mi ricorda quando Beppe Bergomi, composto, serio, vestito sempre come un geometra in pensione, esplode in un “Andiamo a Berlino!” nella semifinale vinta contro la Germania.

Una frase normale ma detta con carica da bambino esaltato che mai ti saresti aspettato da uno come lui.

Ecco, stessa cosa. C’è solo da aspettare il Gate di domani.

194° giorno – La parte dolce del pistacchio

Inizio con un peccato capitale rubando pistacchi salati nell’ufficio del Faraone, lasciati lì incustoditi dopo una mega-riunione d’affari mentre io passavo per caso, che il giovedi è già periodo di stanca per me e la Capa e tutta la combriccola di criminali della ditta.

Mi accorgo che da qualche giorno parlo solo di ‘storielle sul posto di lavoro’ …diventano più frequenti di pari passo con la mancanza di idee e racconti…che quelli nascono quando incontri gente, vedi posti e ti prendi la pioggia sulla testa e mangi fuori con gli amici mentre la realtà è che sto uscendo di meno per risparmiare due lire e metterli in saccoccia per chissà cosa poi…bho…forse comprare un sacco di pistacchi un giorno, una piantagione. Mi ricordo che i pistacchi sono alberi con il sesso…con il maschio, raro, che può fecondare non so quante decine di alberi pistacchio femmina…e a parlare di femmine finisce che desidero una di quelle donne d’altri di quelle da lasciare stare per davvero che non si può e cosi, di peccati capitali, siamo già a due fatti e la strada per l’inferno è un pelino più corta.

Pistacchi sopra la mano e scale in discesa sotto i piedi. Pistacchi duri che spacco con i denti quando non si aprono e salati dentro che le cose dolci quasi non mi piacciono più o forse non mi ricordo il gusto. Sgranocchio e penso alle liste…liste ai colloqui di lavoro, liste della spesa, lista davanti alla porta di una giovane ragazza che mi interessa che forse è fin troppo giovane e quella lista forse è fin troppo lunga che vorrei trovare uno stagno tranquillo una volta tanto e non stare sempre in barriere coralline tra gli squali, lucci e barracuda e tante altre robe che mordono o si gonfiano o che scintillano di blu e giallo sotto i riflessi distorti di un sole tropicale.

Vorrei che fosse semplice e magico come un incontro del destino…una strada e lampioni accesi color Natale che arriva e nuvole da giorno di pioggia, Andrea e Giuliano e incontro Licia per caso.

“Baciami Licia…”

Ma anche la incontrassi ferma con il suo Maggiolone in panne o salvata eroicamente dalle grinfie di un rapinatore di borsette bianche alla moda…troverei che lei non è Lei che quasi con la mente tiri fuori una foto come un detective, tesserino FBI e giacca lunga che guardi da dietro un vetro le sospette spalle a muro, bianco con linee orizzontali nere e i numeri dell’altezza in ‘piedi’ e non in metri “4 ft…5,5 ft…6 ft….” e quelli del telefono segnati a pennarello su fogli bianchi pure loro, tenuti davanti.

Confronti volto dopo volto con quella foto davanti ma tutte quelle lei non sono Lei. Nessuna è Lei e quindi cosa stare a fare con un’altra non-lei che non sarà mai Lei, nel tuo cuore?

La parte saggia dice “separa aspetti buoni e cattivi e scomponi in tanti pezzi la sua anima e fai un conto poi alla fine e segnati il numero e poi fallo con anche tutte le altre persone in lista…a proposito di liste guarda un po’…e vedrai forse che la sua somma non è certo la più alta di tutte…”.

L’ascolti finché Lei non ti lancia uno sguardo dritto nelle pupille e te, di colpo, la matematica nemmeno la ricordi più…

193° giorno – Work. Don’t play.

Il Faraone guida la nostra agguerrita squadra di recupero, tre uomini, giovani e forti per spingere una macchina per trenta metri.

Quando qualche minuto prima passa nel sottomarino a chiamarmi e dice “togliti le cuffie e vieni con me” penso di aver fatto una qualche cazzata clamorosa oppure che vuole che ne faccia una. Poi chiama Ste e pure il ragazzo nuovo, alto come una pertica, la barba e quella felpa con dietro scritto ‘Work. Don’t Play’ ben poco beneaugurante e ci porta fuori.

Oltre il cancello a passo veloce bestemmiando e imprecando contro l’incredibile e affidabile tecnologia tedesca che ha fermato la BMW del figlio per la trentottesima volta, bofonchiando “albero a camme…ruggine…centralina…” e altre ottantadue parole che non capisco mentre lo seguo a ruota dietro il suo incedere sconnesso e nervoso, cosi veloce nel camminare che quasi dobbiamo correre. Arriviamo dal meccanico in quattro minuti di marcia veloce visto che sta circa ad uno sputo vento a favore dalla ditta. Il rottame crucco se ne sta proprio davanti alla cancellata scintillante grigio metallo, led circolari, leghe leggere argentate e ruote grosse grosse. Faraone si mette alla guida mentre noi spingiamo e portiamo il calesse grigio sul nero asfalto.

Come volevasi dimostrare siamo in troppi visto che con la forza che uso di solito per spostare le tende di casa riesco con gli altri a lanciare a 30 all’ora la macchina in discesa per la felicità del traffico che stavamo ostacolando e del Faraone che ci lascia indietro e sparisce nella via della ditta.

Noi scommettiamo…riuscirà ad arrivare al parcheggio o no? Ce la prendiamo comoda al rientro…una specie di passeggiata sotto il sole autunnale. Dal fondo della via vediamo il Faraone svoltare con gli ultimi residui di energia cinetica nelle ruote e che arriva nel posto auto. Cazzo ho perso un altro caffè…ne devo già sette.

Arriviamo anche noi mentre lui apre cofano e parte ad armeggiare con gli attrezzi nel bel mezzo del cuore di scienza teutonica stemmata doppia elica. Entro e la Capa mi fornisce l’ennesimo puzzle infingardo che vuole farmi credere nel destino. Tocca di nuovo spingere per far muovere quattro ruote. Pare incredibile.

Transpallet.

Un aggeggio lungo un metro e mezzo risalente al pleistocene, guidabilità di uno scooter monoleva con ruote di pietra. Devo infilarlo in crepe di ditta libera facendo slalom tra macchine, molle, persone, prese elettriche e clienti per andare a spostare macchine, fare foto e pesarle…tutto per uno stronzo di Tedesco guarda caso, che forse risentito dalle bestemmie del Faraone vuole avere documentazione di livello FBI per essere sicuro che in caso tutto esploda l’assicurazione paghi. Profumatamente.

Prendo giro, spingo. Mi blocco. Mi fermo, faccio perno sul retro e inizio a io girare, come un elettrone del cazzo in orbita esterna ma mi scontro contro la macchina robot. Allora vado un po’ più avanti. Macchina del caffé. Di nuovo bloccato. Giro di nuovo dal lato opposto, la maniglia mi finisce un sacco di volte in piena pancia, premo le leve e quello sale e scende e si incastra ovunque. Faccio più manovre di una donna cieca il primo giorno di guida ma in qualche modo riesco a raggiungere la macchina….ma dal lato sbagliato.

Vedete…quei pallet del cazzo non è che hanno i buchi da tutte le parti…ma solo da due lati che ovviamente stanno dalla parte opposta dalla mia.

Faccio un giro lunghissimo e finisco dalla parte giusta ma dentro un corridoio di 50 centimetri in cui non riesco a passare dritto. Faccio altre duecento manovre di 30 millimetri alla volta scontrandomi con la macchina ad olio e le casse delle spedizioni e mi incastro pure sotto il bancone del lavoro tirando su e giù quella leva…sembra che stia danzando con un cyborg e sto li almeno 40 minuti per riuscire a raggiungere le macchine in quella specie di labirinto del fauno fatto a cubo di Rubik. A culo di Rubik.

Mi passa davanti il Faraone. Non so da quanto mi osserva.

“Ma che cazzo combini…mho inizi a giocare pure te?”

Poi se ne va di nuovo verso l’oscuro nero del cofano tedesco.

Work. Don’t play.

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192° giorno – Il camion dei gelati

Stasera mi sento un camion dei gelati. Arrivo bianco lucido e la musichetta che fa ‘Tin Tin Tin’ e il clacson ‘Papparapà’ e un gelato sorridente disegnato sulla fiancata. Dentro, pistacchio e cioccolato, crema, ghiaccioli e lecca lecca e tutti, grandi e bambini escono felici “C’è il camion dei gelati! C’è il camion dei gelati!” urlano. Grida e risate. E Gelati.

Poi tornano in casa e io torno in garage e li è sporco e buio e non c’è nessuno.