215° giorno – L’uomo del monte

Ero lì che sentivo recitare poesie sul palchetto, bottiglia di sconosciuta acqua tonica sottomarca in mano, cannuccia nera che fa tanto sfigato…non so perché non hanno capito la parte ghiaccio-limone-limone sotto, cosi chiaro e semplice discorso che scandisco a parole slow-motion come quando si incontra uno straniero…parli nella tua lingua tre parole al minuto come se esprimersi lentamente lo aiutasse davvero a capire discorsi in un idioma non suo, anche se non è questo il caso…il barista è del mio circondario, medesima regione, stesso stato, probabili amicizie in comune, all’occhio coetanei, soffriamo entrambi di capelli con eccesso di attrazione gravitazionale verso il centro della terra e peluria facciale, due padiglioni uditivi per ricevere le mie onde sonore scandite con energia e cortesia ma nulla…guarda torvo, parvenza di simpatia ottimamente celata, mi fissa e mi allunga un cilindro…la bottiglia…etichetta old-style ipotizzo ‘Liberty italiano anni ’30 fatta male’ con su scritto Acqua Tonica e io accetto, malvolentieri ma accetto.

Accetto la sottomarca, la bottiglietta, la cannuccia, l’etichetta umidiccia old-style style ipotizzo ‘Liberty italiano anni ’30 fatta male’ ma la fiducia…la fiducia si, per la fetta di limone risicata al 5% di polpa e ghiaccio chimico in un bicchiere…limone sotto…la fiducia si…almeno in quello, c’era.

“Chi conduce la serata” mi chiedo e subito mi rispondo…gothic girl ossigenata con dipendenze dall’alcol e odio per le parole pronunciate bene, meno comprensibile di Sandra Bullock, attrice classe 1964, Arlington, Virginia, vista poco prima e poco propensa a parlare in italiano corretto soprattutto in un film proiettato in lingua originale al piano di sopra, entrati dieci minuti dopo quindi in ritardo anche se dipende sempre da dove le cose si guardano perché dalla nostra, eravamo in anticipo si, su quel ‘noveemezzadaiandiamo’ pronunciato con troppa sicurezza. C’era l’inghippo, tutta colpa della mia generosità che se c’è scritto nove mi sento in dovere di regalare sempre qualcosa e quindi ‘noveemezzadaiandiamo’ e banchetto vuoto, sala buia e sei euro a testa con un film “iniziato da dieci minuti” ci dice un vecchio. Ma va bene lo stesso, che tanto noi siamo in anticipo, in anticipo sul ritardo.

Ero li dicevo, dopo la Sandra e i suoi detriti spaziali e ascoltavo strofe e pensavo. Pensavo che spesso suonano bene le parole incastrate l’una nell’altra e che formano frasi…come una distesa di rifiuti, ruderi, rottami, reperti, raschiature-di-barili che si aggrovigliano nel centro di un Maelstrom, mischiando fibre colorate di plastica a cadaveri di pesci, calzettoni e mutande di naufragi, assi di legno macchiate e spazzatura uniti assieme che quasi ci vedi un disegno del destino, un super tessuto divino cucito a maglia all’insegna del riciclo, arte vorticosa. Subisci tutto il fascino di vederli ruotare e finire in fondo agli abissi e i versi son lo stesso, cosi aggrovigliati, sembrano complessi e intelligenti.

“Trachiotomia-dell’anima-branchiale”

“Sinapsidi-ultraconnesse-dell’io-apocrifo”

“Semicoscienza-sinusoidale-del-mio-essere-umano-pittorico”

Ero li quindi, e tra i concetti poetici di qualche interesse, ritrovavo queste frasi oscure dal bel suono e nemmeno ti fermi a pensare…non hai scritte davanti…la poesia recitata va tutta a memoria e non ti fermi per capire quello che hai ascoltato, vai avanti, suona bene, basta cosi, non ti fare domande, basta arrivare alla fine come nelle canzoni in inglese che potrebbero dire tutto a volte…che tua madre lavora di notte negli angoli…che sia giusto sputare in faccia ai barboni…che forse è meglio idolatrare Satana come suoi adepti preferiti… ma tanto non ti importa, l’importante è che tutto suoni bene, che tutto fili, che tutto abbia una melodia di base, che il tuo ciuffo penda alla giusta inclinazione in gradi e che il montone sia vero montone, la macchina lucida, conto in banca a sei zeri, scarpe griffate come la maglietta con nomi in evidenza e brillantinati, scintillanti sotto i riflettori della disco nuova aperta in periferia, 30.000 chilometri quadrati underground, ricavata da una fabbrica che confezionava cibi per cani, laser, strobo-sfere, fumi tossici sparati sulle folle, azoto, cocktails e ombrellini, acqua tonica di marca, ghiaccio di marca, fette di limone di marca, serigrafie dell’uomo del monte che a nessuno importa più quello che dice ormai, che abbia detto si, che abbia detto no, non importa, ricorda…basta che suoni bene.

201° giorno – Fin quando fa male…

Corro in macchina anche se l’asfalto è buio buio come il cielo e i boschi attorno pure e non sarebbe cosa saggia ma io alla fine che cazzo ne so della saggezza. I fari non sembrano funzionare un granché…vedo giusto due deboli chiazze gialle tra la pioggia battente…paiono occhi spenti da vecchio ma d’altronde la macchina lo è…vecchia. Stringo curve, allargo curve, prendo dossi troppo velocemente ma perché nemmeno li vedo…ogni volta penso di aver spaccato l’auto. Ho un po’ di domande in corpo e due parti di crisi per completare il cocktail e sono pure ingrassato pare…due chili. E poi non so se le mie foto hanno problemi…se siano belle davvero e pure la scrittura…stessa roba, ho tanti dubbi su quello che faccio…e ho fame…mangerei sempre ma poi non ho tempo quindi non mangio, recupero la sera, con quello che trovo…e sono stanco ma son tornato a dormire poco come una volta, i pezzi li scrivo e pubblico alle due di notte, poi mi infilo nel letto e mi rigiro per altre due…mi alzo a pisciare, guardo le lucine e riflessi sul muro, mi ritrovo a volere fruscii di auto che passano, vecchie e che saltano sui dossi e insegne al neon che buttano un paio di colori sulle tapparelle.

Non so…tipo…adesso sono in anticipo sul pezzo, metterò un film che ho già visto mille volte…al pensiero di vederne uno nuovo boh…mi sento pre-apatico, do già il mio interesse sconfitto in partenza, nemmeno fossero due ore di matematica al liceo.

Notte.

…è che sono andato in un bar prima con un amico…con ragazza carina che lavora li da conoscere che lui conosce e lui mi fa “prova a conoscerla” e io “conosciamola” dico. Bella e simpatica, con sorriso vero e il maglione che cade bene, caffè buono, divano comodo. Ogni tanto prendevo il giornale, buttavo l’occhio…la osservavo, dicevo due cazzate, la osservavo, forzavo sorrisi e argomenti, buttavo l’occhio, ordinavo un caffè inutile che erano tre anni che non lo bevevo…che rum fa ubriacone, coca nessuna voglia…altre idee…nessuna. Quindi fingevo e osservavo e buttavo le occhiate per mangiarmi il suo sorriso, tutti quei 24 minuti…

…e mi chiedevo cosa cazzo stessi facendo a danzare li intorno, estraneo a quel minimondo. Artificiale e plasticoso, fintamente rilassato quando ho dentro il vulcano e sguardi nel vuoto e disinteresse e voglio leccarmi le labbra, spaccate da freddo e vento e che mi viene da muoverle da bambino cosi mi fanno tipo solletico ma di quelli che pizzicano e danno fastidio. Quindi stavo la, labbra ferme e secche mentre ballavo come una scimmia salterina chissà per cosa…forse me l’ha detto qualcuno che devo farlo. Mi sono convinto che è quello che voglio anche se non è una mia idea e non va bene.

Se poi finisco a correre girando volanti sull’acqua e cercare avanzi di frittata tutto nervoso allora tutto va male e ti chiedi che cazzo vai cercando. Non va bene. Cercherò conforto in qualcosa. In ‘qualcosa’…che i qualcuno mi spaventano. Forse non sono adatto ai ‘qualcuno’.

Notte?