195° giorno – Andiamo a Berlino!

Tipico mio questo, che quando dovrei essere esaltato e trepidante per un qualcosa di nuovo mi scende addosso un’apatica noia e una poltronite acuta che mi tocca affrontare e sconfiggere ad ogni ‘Gate’ o ‘Terminal’ di partenza.

Sto qua, che riempo un mini-trolley quasi da donna di indumenti tra cui mutande calze per completare poi l’opera con un contorno di caricatori per cellulare e macchina fotografica, spazzolino, bagnoschiuma, asciugamani morbidi profumati…e quasi ho l’ansia.
E dire che se me lo chiedi io ti dico che viaggiare e vedere posti nuovi e conoscere gente è la cosa che mi piace di più e fidati che non è il discorso “sei bravo a parlare..:” no no…perché poi le cose me le godo più che posso…è proprio una roba mia…forse scarso spirito di adattamento o di avventura pure…ma non credo. Uno dice “paura dell’aereo” ma io rispondo che nell’ultimo carro buoi con le ali preso, l’unico tranquillo che quasi dormiva, mentre il mondo attorno era di lampi e fulmini e ali che fluttuavano a biscia incazzata, gente in panico, vomito a fiumi…bhe ero io.

Mi succede prima dei capodanni…e nel pre-serate post-doccia sdraiato sul letto che attendi le 22 e pure nelle uscite con ragazze che magari anche mi piacciono.

Ho l’idea che mi viva situazioni del cazzo dentro la mente, inconscia-mente visto che non me ne accorgo. Situazioni che poi nemmeno accadranno. Situazioni paurose o di imbarazzo e di difficoltà in cui io devo tirare fuori gli attributi e fallisco cosi mi abbatto a livello psichico e sono in un limbo in cui preferirei rimanere al calduccio a casa tra le comode mura di una confortevole apatica noia piuttosto che uscire e fare quello che mi piace.

Ma ci sono abituato, lo so che poi cambia anche se io non cambio. Questo me stesso mi ricorda quando Beppe Bergomi, composto, serio, vestito sempre come un geometra in pensione, esplode in un “Andiamo a Berlino!” nella semifinale vinta contro la Germania.

Una frase normale ma detta con carica da bambino esaltato che mai ti saresti aspettato da uno come lui.

Ecco, stessa cosa. C’è solo da aspettare il Gate di domani.

155° giorno – Domenica

Scrivo del cliché della domenica pomeriggio passata sdraiato da qualche parte. Ci cado pure io oggi, Cristo.  La mattina, mal di testa nell’angolo sinistro, stomaco in subbuglio e shopping compulsivo per cercare di farmi passare i disturbi e poi perché invece di drogarmi come ogni buon giovane in carriera preferisco comprare vestiti. Una felpa per la testa, una maglietta per lo stomaco ma nulla, l’attesa in fila per pagare e una tizia che canta “…this night we should be more than friends…”.aggiungono peso alla situazione e ai pensieri del cervello. Che poi, mi accorgo dell’errore, che la maglietta ci sta ma la felpa la potevo evitare, ma quando Sorella mi dice che qualcosa che scelgo le piace, non posso fare a meno di comprarla. E poi è verde, verde mica c’è l’avevo. Dentro al Lupo ora, verde pure lui e le gocce che cominciano a sbattere sul parabrezza che prefigurano una giornata chiuso in casa. Calcio in tv e pesce impanato di sale a pranzo e poi dormo e quando  mi sveglio sento Sorella che dice “Ti devo ricordare tutte le domeniche pomeriggio passate a guardare quel programma dove gli aerei si schiantano?”
La domenica è un problema largamente diffuso, la tv vomita inutilità più del solito e si finisce sempre a soffrire di malinconia dalle 17 in poi, in attesa della nuova settimana, schiantati da qualche parte. Un sacco di gente la vive così e anche a me ogni tanto tocca.

A dirla tutta, visto che di parla di cliché, il lunedì non è nemmeno così terribile secondo me.

Lo preferisco, alla domenica.

140° giorno – Stuttering

Guardo una partita in streaming in un continuo bloccarsi e trasformarsi in un quadro impressionista. Strisce colorate, blocchi, immagini residue che si fondono con il flusso video e l’audio che si blocca, con la voce del commentatore che sembra una macchina in corsa che fa un incidente per poi ripartire magicamente. Le immagini tendono a bloccarsi proprio sui tiri e le azioni un minimo interessanti mentre ogni rimessa laterale o inquadratura di vip mai visti sugli spalti è liscia come l’olio. La televisione in sala intanto, è sintonizzata su un programma sportivo con telecronaca live. È una di quelle trasmissioni con gente che si insulta sboccatamente come bimbi piccoli, persone di una certa età vestite bene che vorrebbero spaccare in testa agli altri sedie e opinioni, sputando mentre urlano. Sento i commenti fino in camera mia e visto che il mio video è abbondantemente in ritardo, so già cosa accadrà sul mio schermo tre minuti dopo. La cosa mi innervosisce, dovrei alzarmi dal letto e raggiungere la porta per chiuderla, ma un peso di 150 chili sul petto con scritto sopra “pigrizia” mi tiene bloccato quindi alzo il volume per contrastare il rumore di quello scambio incivile di opinioni. Sa più di punizione che soluzione, i blocchi dell’audio sono fastidiosi quanto vedere un tizio grattare una lavagna e spesso partono scariche elettrostatiche a 200 decibel.

Tempo due minuti e si blocca del tutto anche il mio commento in spagnolo o almeno, credo fosse in spagnolo vista la sequela di “tscccc!” “skvriiiiitz!” e “qrrruacchh!” che uscivano copiosi dalle casse e che sembravano ben poco delle parole sensate.

Pare sia destino alzarmi e chiudere la porta che non vorrei sentire troppo chiaramente la telecronaca in tempo reale dalla sala. Mi trascino stancamente giù dal letto e appoggio la mano sulla maniglia.

“GOOOOOALLL DELL’INTEEEEER!” sento urlare da un pazzo a 10 metri da me.

Fanculo.

Spengo tutto.

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