193° giorno – Work. Don’t play.

Il Faraone guida la nostra agguerrita squadra di recupero, tre uomini, giovani e forti per spingere una macchina per trenta metri.

Quando qualche minuto prima passa nel sottomarino a chiamarmi e dice “togliti le cuffie e vieni con me” penso di aver fatto una qualche cazzata clamorosa oppure che vuole che ne faccia una. Poi chiama Ste e pure il ragazzo nuovo, alto come una pertica, la barba e quella felpa con dietro scritto ‘Work. Don’t Play’ ben poco beneaugurante e ci porta fuori.

Oltre il cancello a passo veloce bestemmiando e imprecando contro l’incredibile e affidabile tecnologia tedesca che ha fermato la BMW del figlio per la trentottesima volta, bofonchiando “albero a camme…ruggine…centralina…” e altre ottantadue parole che non capisco mentre lo seguo a ruota dietro il suo incedere sconnesso e nervoso, cosi veloce nel camminare che quasi dobbiamo correre. Arriviamo dal meccanico in quattro minuti di marcia veloce visto che sta circa ad uno sputo vento a favore dalla ditta. Il rottame crucco se ne sta proprio davanti alla cancellata scintillante grigio metallo, led circolari, leghe leggere argentate e ruote grosse grosse. Faraone si mette alla guida mentre noi spingiamo e portiamo il calesse grigio sul nero asfalto.

Come volevasi dimostrare siamo in troppi visto che con la forza che uso di solito per spostare le tende di casa riesco con gli altri a lanciare a 30 all’ora la macchina in discesa per la felicità del traffico che stavamo ostacolando e del Faraone che ci lascia indietro e sparisce nella via della ditta.

Noi scommettiamo…riuscirà ad arrivare al parcheggio o no? Ce la prendiamo comoda al rientro…una specie di passeggiata sotto il sole autunnale. Dal fondo della via vediamo il Faraone svoltare con gli ultimi residui di energia cinetica nelle ruote e che arriva nel posto auto. Cazzo ho perso un altro caffè…ne devo già sette.

Arriviamo anche noi mentre lui apre cofano e parte ad armeggiare con gli attrezzi nel bel mezzo del cuore di scienza teutonica stemmata doppia elica. Entro e la Capa mi fornisce l’ennesimo puzzle infingardo che vuole farmi credere nel destino. Tocca di nuovo spingere per far muovere quattro ruote. Pare incredibile.

Transpallet.

Un aggeggio lungo un metro e mezzo risalente al pleistocene, guidabilità di uno scooter monoleva con ruote di pietra. Devo infilarlo in crepe di ditta libera facendo slalom tra macchine, molle, persone, prese elettriche e clienti per andare a spostare macchine, fare foto e pesarle…tutto per uno stronzo di Tedesco guarda caso, che forse risentito dalle bestemmie del Faraone vuole avere documentazione di livello FBI per essere sicuro che in caso tutto esploda l’assicurazione paghi. Profumatamente.

Prendo giro, spingo. Mi blocco. Mi fermo, faccio perno sul retro e inizio a io girare, come un elettrone del cazzo in orbita esterna ma mi scontro contro la macchina robot. Allora vado un po’ più avanti. Macchina del caffé. Di nuovo bloccato. Giro di nuovo dal lato opposto, la maniglia mi finisce un sacco di volte in piena pancia, premo le leve e quello sale e scende e si incastra ovunque. Faccio più manovre di una donna cieca il primo giorno di guida ma in qualche modo riesco a raggiungere la macchina….ma dal lato sbagliato.

Vedete…quei pallet del cazzo non è che hanno i buchi da tutte le parti…ma solo da due lati che ovviamente stanno dalla parte opposta dalla mia.

Faccio un giro lunghissimo e finisco dalla parte giusta ma dentro un corridoio di 50 centimetri in cui non riesco a passare dritto. Faccio altre duecento manovre di 30 millimetri alla volta scontrandomi con la macchina ad olio e le casse delle spedizioni e mi incastro pure sotto il bancone del lavoro tirando su e giù quella leva…sembra che stia danzando con un cyborg e sto li almeno 40 minuti per riuscire a raggiungere le macchine in quella specie di labirinto del fauno fatto a cubo di Rubik. A culo di Rubik.

Mi passa davanti il Faraone. Non so da quanto mi osserva.

“Ma che cazzo combini…mho inizi a giocare pure te?”

Poi se ne va di nuovo verso l’oscuro nero del cofano tedesco.

Work. Don’t play.

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