194° giorno – La parte dolce del pistacchio

Inizio con un peccato capitale rubando pistacchi salati nell’ufficio del Faraone, lasciati lì incustoditi dopo una mega-riunione d’affari mentre io passavo per caso, che il giovedi è già periodo di stanca per me e la Capa e tutta la combriccola di criminali della ditta.

Mi accorgo che da qualche giorno parlo solo di ‘storielle sul posto di lavoro’ …diventano più frequenti di pari passo con la mancanza di idee e racconti…che quelli nascono quando incontri gente, vedi posti e ti prendi la pioggia sulla testa e mangi fuori con gli amici mentre la realtà è che sto uscendo di meno per risparmiare due lire e metterli in saccoccia per chissà cosa poi…bho…forse comprare un sacco di pistacchi un giorno, una piantagione. Mi ricordo che i pistacchi sono alberi con il sesso…con il maschio, raro, che può fecondare non so quante decine di alberi pistacchio femmina…e a parlare di femmine finisce che desidero una di quelle donne d’altri di quelle da lasciare stare per davvero che non si può e cosi, di peccati capitali, siamo già a due fatti e la strada per l’inferno è un pelino più corta.

Pistacchi sopra la mano e scale in discesa sotto i piedi. Pistacchi duri che spacco con i denti quando non si aprono e salati dentro che le cose dolci quasi non mi piacciono più o forse non mi ricordo il gusto. Sgranocchio e penso alle liste…liste ai colloqui di lavoro, liste della spesa, lista davanti alla porta di una giovane ragazza che mi interessa che forse è fin troppo giovane e quella lista forse è fin troppo lunga che vorrei trovare uno stagno tranquillo una volta tanto e non stare sempre in barriere coralline tra gli squali, lucci e barracuda e tante altre robe che mordono o si gonfiano o che scintillano di blu e giallo sotto i riflessi distorti di un sole tropicale.

Vorrei che fosse semplice e magico come un incontro del destino…una strada e lampioni accesi color Natale che arriva e nuvole da giorno di pioggia, Andrea e Giuliano e incontro Licia per caso.

“Baciami Licia…”

Ma anche la incontrassi ferma con il suo Maggiolone in panne o salvata eroicamente dalle grinfie di un rapinatore di borsette bianche alla moda…troverei che lei non è Lei che quasi con la mente tiri fuori una foto come un detective, tesserino FBI e giacca lunga che guardi da dietro un vetro le sospette spalle a muro, bianco con linee orizzontali nere e i numeri dell’altezza in ‘piedi’ e non in metri “4 ft…5,5 ft…6 ft….” e quelli del telefono segnati a pennarello su fogli bianchi pure loro, tenuti davanti.

Confronti volto dopo volto con quella foto davanti ma tutte quelle lei non sono Lei. Nessuna è Lei e quindi cosa stare a fare con un’altra non-lei che non sarà mai Lei, nel tuo cuore?

La parte saggia dice “separa aspetti buoni e cattivi e scomponi in tanti pezzi la sua anima e fai un conto poi alla fine e segnati il numero e poi fallo con anche tutte le altre persone in lista…a proposito di liste guarda un po’…e vedrai forse che la sua somma non è certo la più alta di tutte…”.

L’ascolti finché Lei non ti lancia uno sguardo dritto nelle pupille e te, di colpo, la matematica nemmeno la ricordi più…

102° giorno – Rubinetto

Dieci gradini per raggiungere il mezzo piano, quello che non calcola mai nessuno, che sta in mezzo tra i piani con i numeri interi, quelli fichi, che nei grattacieli hanno pure le targhette. Il mezzo piano quello che è territorio libero non segnalato che ti chiedi sempre cosa ci sia sotto se è una casa che non conosci. Nel mezzo piano ci infilano finestre fisse per restituire un minimo di dignità ai quei pochi metri piani prima delle altre scale, quelle del nobile primo piano.

C’è odore di pollo, di quello arrosto, di quello che compri nei supermercati a 4 euro che sembrano aborti genetici, appena partoriti con quella plastica unta che li avvolge come orrenda placenta. Non te li immagini come polli veri, per te è un animale che nasce così, in laboratorio, già bruciato di radiazioni con una testa a forma umana, con più arti di quelli che vedi perché glieli tolgono, che quelle non son coscie e non sono ali. Storpiano, per farlo sembrare una gallina al forno. Sono gonfi e stopposi e ne mangio a quintali divertendomi pure a sezionarli sadicamente con forbici trinciatutto dolcemente sdraiandoli su di un letto che credo sia di patate ma mi sa di no.

Non so perché senta odore di pollo, appena lavato, mezzo nudo color amarena, sul mezzo piano, un nulla nei millequattrocentometricubi di granito, tegole, cemento e legno tutto attorno . Non ne ho mangiato. Mi sono cibato di merluzzo non di pollo. Merluzzo di quella strana specie senza occhi e pinne, pelle arancione croccante e che vive dentro scatole nell’artico. Mi fa schifo. Forse l’odore è suggestione, fa parte di quella serie di strani pensieri che mi affliggono quando mangio, cago, discuto del tempo con un cane randagio, mangio polpette, osservo il nulla cosmico nei cervelli della gente o quella specie di nuvola cobalto di smog che mi sento attorno.

Tipo la bottiglia sul tavolo. Storta.

Sconfitta dal freddo glaciale del freezer, tutta piegata, moscia come il cazzo di un vecchio di novant’anni. Per il freddo, non per il caldo.

Leggevo, o forse l’ho studiato o inventato, che dopo un certo livello, il nostro corpo va in tilt e freddo intenso e caldo è la stessa cosa, fa male uguale. Il nostro stupido cervello non distingue la realtà.

Che poi a me mi succede sempre, senza stare a fare esperimenti nella doccia, quando mi innamoro.

È tipo la stessa cosa. Mi ci infogno tra ossessioni e paranoie. Lo sento nella pelle come una bruciatura, si mischia con il gelo del pessimismo, gelosia nel mix, paura, felicità, paura, ansia, paura, al lago assieme, paura. Non ci capisco mai un cazzo.

Ne il cervello ne il cuore lo sanno, se l’amore mi rende vivo o mi uccide.