102° giorno – Rubinetto

Dieci gradini per raggiungere il mezzo piano, quello che non calcola mai nessuno, che sta in mezzo tra i piani con i numeri interi, quelli fichi, che nei grattacieli hanno pure le targhette. Il mezzo piano quello che è territorio libero non segnalato che ti chiedi sempre cosa ci sia sotto se è una casa che non conosci. Nel mezzo piano ci infilano finestre fisse per restituire un minimo di dignità ai quei pochi metri piani prima delle altre scale, quelle del nobile primo piano.

C’è odore di pollo, di quello arrosto, di quello che compri nei supermercati a 4 euro che sembrano aborti genetici, appena partoriti con quella plastica unta che li avvolge come orrenda placenta. Non te li immagini come polli veri, per te è un animale che nasce così, in laboratorio, già bruciato di radiazioni con una testa a forma umana, con più arti di quelli che vedi perché glieli tolgono, che quelle non son coscie e non sono ali. Storpiano, per farlo sembrare una gallina al forno. Sono gonfi e stopposi e ne mangio a quintali divertendomi pure a sezionarli sadicamente con forbici trinciatutto dolcemente sdraiandoli su di un letto che credo sia di patate ma mi sa di no.

Non so perché senta odore di pollo, appena lavato, mezzo nudo color amarena, sul mezzo piano, un nulla nei millequattrocentometricubi di granito, tegole, cemento e legno tutto attorno . Non ne ho mangiato. Mi sono cibato di merluzzo non di pollo. Merluzzo di quella strana specie senza occhi e pinne, pelle arancione croccante e che vive dentro scatole nell’artico. Mi fa schifo. Forse l’odore è suggestione, fa parte di quella serie di strani pensieri che mi affliggono quando mangio, cago, discuto del tempo con un cane randagio, mangio polpette, osservo il nulla cosmico nei cervelli della gente o quella specie di nuvola cobalto di smog che mi sento attorno.

Tipo la bottiglia sul tavolo. Storta.

Sconfitta dal freddo glaciale del freezer, tutta piegata, moscia come il cazzo di un vecchio di novant’anni. Per il freddo, non per il caldo.

Leggevo, o forse l’ho studiato o inventato, che dopo un certo livello, il nostro corpo va in tilt e freddo intenso e caldo è la stessa cosa, fa male uguale. Il nostro stupido cervello non distingue la realtà.

Che poi a me mi succede sempre, senza stare a fare esperimenti nella doccia, quando mi innamoro.

È tipo la stessa cosa. Mi ci infogno tra ossessioni e paranoie. Lo sento nella pelle come una bruciatura, si mischia con il gelo del pessimismo, gelosia nel mix, paura, felicità, paura, ansia, paura, al lago assieme, paura. Non ci capisco mai un cazzo.

Ne il cervello ne il cuore lo sanno, se l’amore mi rende vivo o mi uccide.

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