204° giorno – La preghiera

“A messa venite con noi oggi…che c’è la messa per vostro zio…”
“Ma in realtà noi avr..”
“No! Non inventatevi una delle vostre storie…preparatevi”

La chiesa sta dai nostri vicini di casa…tutta gente che vive appena dopo il cartello che identifica la fine del nostro paese del cazzo e l’inizio della città del cazzo, Varese.

Molliamo Madre davanti alla chiesa, che già sbraitava per il ritardo di un minuto sull’inizio mentre io e Sorella speravamo di ricavare almeno un quarto d’ora ma ci procuriamo subito una seconda chance visto che c’è da trovare parcheggio in una zona piena di vecchi rottami, moto e pullman in ogni angolo di marciapiede. Dentro il parcheggio sul retro…terraccia rossa da parigi Dakar, macchine parcheggiate da dementi e sento che ci sarà già da incazzarsi. Due vecchie al volante di due macchinacce coreane entrambe rosse cercano di fare manovra andando semplicemente dritte…pare di vedere una partita a pong…vanno avanti e indietro cercando di girarsi senza nemmeno tentare di ruotare il volante…avanti e indietro…avanti e indietro…avanti indietro.

Ma fanculo.

Ci mettiamo dieci minuti solo per riuscire a fare manovra per levarci da quel destruction derby visto che la nostra presenza sembrava chiaramente non notata dalle due pilotesse in pensione che invece di starsene ferme e lasciarci uscire proseguivano con la partita.

9 a 4.

Entriamo in chiesa alle dieci e venti, ci posizioniamo subito sul fondo cosi da osservare meglio lo zoo. Strano…stranissimo come abitudini di rito viste in altre chiese sembrano gesti di follia, quasi demoniaci.

“No cioè….spiegami sta storia delle campanelle prima della comunione…cazzo vuol dire…”
“…e cantare Santo il Signore dopo il vangelo? Ma qua son pazzi…”
“È strana sta gente cazzo…non mi piace…”
“Siamo in chiesa…basta dire ‘cazzo’…”

Poi arriva un vecchio di fianco a Sorella, prende due foglietti delle letture e per dividerli ci alita sopra…un po’ di fiato sulla carta, il 90% sul collo di Sorella.

“Ma che cazzo…” dice.

La tizia dell’organo tiene la testa giù a novanta che pare addormentata sui tasti…le file in fondo sono occupati interamente da un distaccamento di Harlem gemellato con narcotrafficanti portoricani…in generale sembrano tutti più deformi delle persone normali e poi…ho una bacheca sulla destra dove ci sono boccette di acqua santa a 4 euro, rosari a 2 e tutta una serie di merchandising griffata Chiesa Cattolica. L’omino delle offerte è dotato di cestino di vimini alto mezzo metro senza copertura, non c’è verso di nascondere la propria indigenza ed infatti tutti buttano manciate d’oro, atti di proprietà e buste gonfie.

“Hai qualcosa vero?” faccio a Sorella
“Nulla…”
“Merda…”

Frugo nelle tasche ma nulla, quindi propongo il piano B.

“Appena si avvicina noi prendiamo e ci spostiamo…ci sediamo li dove ci sono quei due tutti storti…”
“Quei due?”
“Si…”
“Sono la zia e suo marito…”
“Cazzo…”

Rimango li. Passa l’omino, io capo chino. Mi mimetizzo sullo sfondo e prego, per la prima volta da quando sono li dentro.

Prego finisca in fretta.

203° giorno – Frega sacco

Faccio un macello mangiando un’arancia comportandomi contro tutte le regole di bon-ton e decenza ma frega sacco, che è un modo di dire che mi sono inventato io e quando ero piccolo e felice, giù nel mio paese in Sardegna, avevo inventato anche l’azzerata, che consisteva nel rispondere tono su tono, battuta su battuta ad una provocazione…e se avevi la meglio, avevi “azzerato” l’avversario. Anni dopo, ancora si usa l’azzerata ma nessuno sembra sapere del mio copyright.

Non che mi importi ora, a trent’anni che mangio un’arancia vestito da emarginato da banlieue parisienne di sabato sera.

“Frega sacco” mi viene da dire.

Sto a casa, dopo un pomeriggio tra scaffali di roba trash dal sapore anni ’80 e cartoleria. Sto a casa perché non c’è nessuno stasera, che due se ne stanno a parlare controvoglia di bambini futuri e da spupazzare e giuggy giuggy gne gne gne bla bla bla. L’altro gioca a calcio e ci si vede ogni mille anni. Due li abbiamo persi per strada tra essere troppo grandi e questioni di priorità. Poi gente malata, gente impegnata, gente lontana.

Non che avessi particolari voglie o interesse nel vedere qualcuno oltre al mio amico-canarino Microchippy, che sgranocchia insalata e mi guarda curioso, non sapendo che lui è l’essere vivente che più mi assomiglia nel mondo intero…che siamo in gabbia e non riusciamo a spiccare il volo, anche se lui le sbarre le vede…passiamo gran parte del tempo a mangiare, dormire e saltare su sbarre e pezzi di metallo, anche se lui fa pure il mortale indietro quando qualcuno lo osserva da vicino…siamo soli entrambi, anche se per lui le cose cambieranno. Spero.

Destino ha voluto che lo salvassimo e ora…non si può più liberare senza che diventi merenda per cornacchie in tre minuti e a me sta cosa spiace…di vederlo in gabbietta come un matto dico…quindi, ho pensato di comprargli quanto meno voliera e canarina per innamorarsi un po’, che lui farebbe lo stesso per me se conoscesse fighe single umane.

Ho proposto la cosa in famiglia…soliti discorsi “costa troppo” e “serve spazio” e “non è momento di spendere soldi in robe cosi…”

“Niente regali fra di noi…e con quei soldi…voliera e pollastra a Chippy” dico

Frega sacco a me dei regali.

202° giorno – Duecentodue Fahrenheit

Infilato nella vasca gelida di ceramica che si attacca alla schiena e amplifica il freddo nelle ossa, arrivato di gran carriera in questo mezzo-novembre con vento che spazza tetti, labbra screpolate e di nuovo tosse…ma quella non se ne va da settembre. Ore prima, nel buio, le maniche strette della giacca verde scombussolano la geometria della felpa che si accartoccia da qualche parte sul gomito e altro freddo sulle braccia e a lavoro, con i piedi zuppi…forse ho un buco li sotto. Quando entro a casa, all’una, sembra sera e la sera sembra notte e il freddo si è impossessato dei muri e dell’aria.

Non c’è nessuno e le luci non le accendo, vasca e la schiena sulla ceramica, l’acqua che lentamente sale…spingo la leva verso sinistra, sempre più caldo che come molte altre cose anche questa è cambiata…il freddo mi stanca, non mi piace più…preferisco il sole…l’acqua calda…sempre più calda fino alle bolle e al fumo, a duecentodue gradi fahrenheit.

201° giorno – Fin quando fa male…

Corro in macchina anche se l’asfalto è buio buio come il cielo e i boschi attorno pure e non sarebbe cosa saggia ma io alla fine che cazzo ne so della saggezza. I fari non sembrano funzionare un granché…vedo giusto due deboli chiazze gialle tra la pioggia battente…paiono occhi spenti da vecchio ma d’altronde la macchina lo è…vecchia. Stringo curve, allargo curve, prendo dossi troppo velocemente ma perché nemmeno li vedo…ogni volta penso di aver spaccato l’auto. Ho un po’ di domande in corpo e due parti di crisi per completare il cocktail e sono pure ingrassato pare…due chili. E poi non so se le mie foto hanno problemi…se siano belle davvero e pure la scrittura…stessa roba, ho tanti dubbi su quello che faccio…e ho fame…mangerei sempre ma poi non ho tempo quindi non mangio, recupero la sera, con quello che trovo…e sono stanco ma son tornato a dormire poco come una volta, i pezzi li scrivo e pubblico alle due di notte, poi mi infilo nel letto e mi rigiro per altre due…mi alzo a pisciare, guardo le lucine e riflessi sul muro, mi ritrovo a volere fruscii di auto che passano, vecchie e che saltano sui dossi e insegne al neon che buttano un paio di colori sulle tapparelle.

Non so…tipo…adesso sono in anticipo sul pezzo, metterò un film che ho già visto mille volte…al pensiero di vederne uno nuovo boh…mi sento pre-apatico, do già il mio interesse sconfitto in partenza, nemmeno fossero due ore di matematica al liceo.

Notte.

…è che sono andato in un bar prima con un amico…con ragazza carina che lavora li da conoscere che lui conosce e lui mi fa “prova a conoscerla” e io “conosciamola” dico. Bella e simpatica, con sorriso vero e il maglione che cade bene, caffè buono, divano comodo. Ogni tanto prendevo il giornale, buttavo l’occhio…la osservavo, dicevo due cazzate, la osservavo, forzavo sorrisi e argomenti, buttavo l’occhio, ordinavo un caffè inutile che erano tre anni che non lo bevevo…che rum fa ubriacone, coca nessuna voglia…altre idee…nessuna. Quindi fingevo e osservavo e buttavo le occhiate per mangiarmi il suo sorriso, tutti quei 24 minuti…

…e mi chiedevo cosa cazzo stessi facendo a danzare li intorno, estraneo a quel minimondo. Artificiale e plasticoso, fintamente rilassato quando ho dentro il vulcano e sguardi nel vuoto e disinteresse e voglio leccarmi le labbra, spaccate da freddo e vento e che mi viene da muoverle da bambino cosi mi fanno tipo solletico ma di quelli che pizzicano e danno fastidio. Quindi stavo la, labbra ferme e secche mentre ballavo come una scimmia salterina chissà per cosa…forse me l’ha detto qualcuno che devo farlo. Mi sono convinto che è quello che voglio anche se non è una mia idea e non va bene.

Se poi finisco a correre girando volanti sull’acqua e cercare avanzi di frittata tutto nervoso allora tutto va male e ti chiedi che cazzo vai cercando. Non va bene. Cercherò conforto in qualcosa. In ‘qualcosa’…che i qualcuno mi spaventano. Forse non sono adatto ai ‘qualcuno’.

Notte?

200° giorno – Coscienza

La luce dell’hard disk portatile si illumina intermittente e un’altra lucina, quella della coscienza, mi viene a dire che dovrei alzarmi per il bene del sonno di Sorella, staccare il cavo che si ostina a prendere elettricità da qualche parte, come la presa multipla in anticamera che inonda piastrelle di luminescenza rosso Shining o i mille lettori, mangiadischi, schermi e led, mini lampadine RedGreenBlue…tutta roba che succhia cents dall’IBAN dei miei per colpa mia, che sono le uniche cose davvero senza sonno in questo mondo, vivendo ventiquattrosuventiquattro, settesusette, dodicidopododici e unoepoiuno bruciando da due lati come le candele che illuminano il doppio.

Dovrei alzarmi. Dovrei alzarmi anche per mia madre e le sue fobie che pare che negli ultimi giorni, novelli Lupin se ne stiano in giro per le case anche in pieno giorno a fare l’inventario di cassetti, armadi, doppiofondo nascosto, antro dietro quel quadro con rotella numerata. Pare che forse siano entrati dal cugino di un amico di un conoscente di Rita…te la ricordi no? Rita…ma si…quella che faceva palline di Natale per il mercatino…no no…non quella…quella è Paola…Rita è bionda…il figlio grande fa architettura…proprio bel ragazzo…alto poi…bhe fatto sta che la porta va chiusa con tutte le serrature disponibili e io di solito lo faccio ma poi a letto non ricordo se l’ho fatto davvero e a dirla tutta…me ne dimentico pure di giorno che esco per andare a lavoro senza fare nemmeno un giro di chiave, nessun pezzo di metallo che si infila nel muro e io sono ormai troppo in ritardo e lontano per tornare indietro…anche se ammetto di avere un ‘punto di non ritorno’ troppo vicino a quello di partenza. Dovrei dovrei trovare metodi per ricordarmi di farlo o di averlo fatto. A volte ci riuscivo piazzando gesti inconsulti dopo aver chiuso un paio di mandate di chiave potenti…facevo tre passi all’indietro o cantavo una filastrocca…roba folle che spezzava la routine dei gesti meccanici cosi potevo starmene tranquillo…ma ora mi dimentico pure di fare quello.

Sarà per chissà cosa, sarà per il periodo di transizione in cui vivo il distacco, come se le cose succedessero solo agli altri e a me no, tutto tranquillo, blanda incoscienza. Che rimanga cosi mi dico, mi giro lato sinistro con sordità e muro davanti ma poi però…a pensarci scappa da pisciare e la dogana in vescica sembra quasi intenzionata a tirar su palette. Faccio quel che ho da fare di là, tra rotoli di carta morbida e tavolette in finto legni copri buco. Poi, punto a spegnere la lucina faro.

Ritornando a letto, al buio, con missione compiuta in saccoccia, urto ciabatte e oggetti…provoco tumulti, sveglio gente, incasso offese e la coscienza mi sta sul cazzo.

199° giorno – Fase REM#3

In macchina mi addormento sempre troppo facilmente nonostante i G di accelerazione di queste curve prese a cannone dal pilota, il rumore e tutti quei quadranti e lucine blu e verdi. Appoggio la testa sul sedile e mi ritrovo in una stanza con tappeti alle pareti che si allungano per almeno un metro sul pavimento. Sembrano dei persiani ma con abuso di fucsia e bianco. Ogni tanto da dietro i tessuti spuntano dei fregi di legno in foglia d’oro verticali e sinuose. In mezzo alla stanza una colonna tutta fregi e spuntoni é completamente rivestita di stoffa con fantasia floreale, rotta solo ogni tanto da piccoli specchi. Cerco un’uscita ma nulla da fare…sembra di girare in tondo.

All’improvviso sono fuori…c’è un tizio, un ragazzino olivastro magro e a torso nudo…agitato…che mi parla mentre l’atmosfera è inondata di polvere e luce solare. Non capisco quel che dice ma vedo che in mano ha una scatola. Gliela prendo perché intuisco che si tratta di una bomba…la butto dentro un buco nel marmo che trovo tra quei gradini dove sto in piedi…acqua verde davanti, colonne dietro, un tempio. Da una collina bianca ecco scendere camion gialli con un cassone bianco perfettamente quadrato…so che stanno venendo a distruggere il tempio, sono alti 3 piani. Ma quando arrivano di fronte, cipressi viola messi dentro aiuole triangolari bloccano la strada.

Io allora corro dentro il tempio e ora davanti ho una stanza larga e bassa dove, sul soffitto, fenicotteri bianchi dal becco rosso camminano a testa in giù mentre per terra, ciottoli dorati galleggiano in un acqua verde insieme a foglie d’acero rosse.

Mi sveglio che quasi sono arrivato e sui sedili davanti si parla di Roger Waters e famiglie inglesi. Scendo dalla macchina e saluto, di fronte al cancello di casa mia. Hanno cambiato le luci del vialetto in questi giorni…ora sono fredde e pallide.

Se c’è una cosa che il sole insegna, è che il colore giusto per queste cose è il giallo.

198° giorno – Sono sopravvissuto alla bomba nucleare

Sto a duecento metri d’altezza su un pennone traballante e mi chiedo cosa succederebbe se cadesse una bomba atomica li…in fondo, dove la foschia copre i palazzi. Mi salverei? Crollerebbe il pennone?

A volte preso dalla follia vorrei quasi finirci in una situazione catastrofica, ovviamente sopravvivendo, giusto per sperimentare paura, adrenalina e raccontare spaventosi eventi ai posteri…

Sono pazzo.

Ne parlo con gli altri, si discute delle bombe che stanno in frigo negli stati uniti e in Russia, che a parlare di guerra fredda a Berlino sta sempre bene.

“Ma si…è uno spreco…tutte quelle bombe…ecco perché l’America ogni tanto ci prova a fare il bullo con qualcuno…”

“Finché qualcuno non lo fa con loro e si ritrovano a culo bruciato…”

“Invadere l’America o la Russia è impossibile…che fai…vai dall’Alaska…linea tratteggiata, entro in Kamchatcha, dadi rossi e attacco con quattro?”

“Sorvoli con gli aerei…”

“Ti intercettano subito…”

“Prendere Mosca però è meno difficile rispetto ad una volta…ora ci sono i giubbotti pesanti…la Colmar fa i giubbotti pesanti…”

Silenzio.

Sotto la torre, piccole formichine operose si muovono tra blocchetti simil lego e micromachines che io allungo il dito verso il vetro per spostarle e giocarci.

“I russi avevano fatto questa mega bomba per divertimento…roba da cento gigatoni fatta esplodere in Siberia…cinque chilometri di diametro di palla di fuoco…pensa che l’onda d’urto è arrivata in Svezia e ha tolto la vernice alle staccionate…”

“La Svezia non sarà mica stata contenta…”

“Eh non credo…ma di certo non rispondi male al bullo del quartiere….zitto e compra tre barattoli di vernice bianca per legno…”

Silenzio ancora. Sto li un altro po’ a guardare lo skyline…poi scendo dalle nuvole, tra le formichine di prima che ora sono grossi e pacifici tedesconi, per godermi le ultime ore di Berlino partendo da checkpoint Charlie, dove Russi e Americani giocavano a poliziotto buono e poliziotto cattivo nella loro guerra di nervi.

Mentre mi allontano da Alexanderplatz, da qualche parte intanto, sta nascendo un nuovo pazzo o dittatore che si ritroverà a giocare nelle stanze dei bottoni, che qualcuno le chiavi do quei posti, da qualche parte, le conserva sempre.

197° giorno – Berlino #2

Il lucido pensiero che oggi sarà inverno mi percuote la testa mentre imburro e marmellatizzo tonnellate di pane nero integrale. Cappuccio di lana e desiderio di burrocacao mentre ci infiliamo di stazione in stazione in un alternanza caldo-freddo che pagheremo in qualche modo…e già si fanno discorsi sul martedì che ci attende e ci immaginiamo cadaveri dietro le nostre scrivanie, appresso alle nostre corse quotidiane sapendo che tutto quello che normalmente ci sembra un utopico desiderio, a Berlino e forse in generale in Germania si può, è normale, easy. Vuoi un lavoro? Si può, normale, easy. Una bella casetta a poco…magari andarci a vivere con la ragazza, spendendo il giusto, quartiere carino? Si può…è normale…è easy. Gli errori fatti si mettono in mostra, si impara da essi, se qualcosa si distrugge si ricostruisce migliore di prima…questo è quello che penso tra monumenti distrutti da bombe, quarantatré chilometri di cicatrice che segnano la terra e le mille gru che si muovono spostando nuove fondamenta, più alte di ogni palazzo, questa è la lezione che imparo. Mi stanno sul cazzo i tedeschi…ma in realtà li invidio…in realtà fanno quello che va fatto…e pure bene. L’invidio quando mi chiedo che senso abbia dover arrivare a sognare cose che dovrebbero essere normali, tappe di una vita semplice, senza rimanere ancorati a terra dalle difficoltà e invece…siamo animali in gabbia senza via di scampo se non andarcene via forse per sempre.

Via da scatole di cemento e metallo e jersey alti 5 metri disseminati di arte e pianto, proprio tra animali in gabbia passo il resto della giornata…bestie dagli occhi tristi che forse mi è passata definitivamente la voglia di vederli in questo modo in un via vai tra gabbie piccole e meno piccole, bombardati da flash negli occhi e casino di bimbi in festa o piangenti per chissà quale motivo. Diventano orsetti pelouche da vendere per sistemare il bilancio, diventano animali che lottano contro grate di ferro, cemento pitturato e fili di metallo e attorno, gente che sul vetro fa ‘toc toc’ per attirarne l’attenzione e tu vedi solo la tristezza di quei volti che ti sembrano quasi umani.

Esco con l’immagine in testa di un vecchio scimpanzé quasi accasciato in un angolo che tamburella con le nocche sul vetro…quasi a chiedere aiuto.

Di nuovo tra il cemento, in uno scorcio di follia, mi imbatto anche nell’animale peggiore…l’uomo …che io lo so che rischio a far foto a gente…ma quando il soggetto è una transenna con una bicicletta mezza scassata sdraiata in una pozzanghera…cazzo…ti chiedi se ti meriti che un imbenzinato nella downtown di Berlino ti sbraiti contro in tedescaccio maneggiando come spada una bottiglia di birra.

Come allo zoo, bestie allergiche a flash e gente attorno a loro ma niente sguardo triste.

Solo rabbia.

196° giorno – Berlino #1

Sul bordo della vasca un nuovo flacone di bagnoschiuma alto e pesante che lo prendi in mano e lo strizzi ed esce un sacco di sapone e ti sembra impossibile che possa finire, diventare leggero, finire in spazzatura un giorno mica troppo lontano visto quanto poco mi durano. Non ce la faccio a crearne schiuma ed a usare quello, devo strizzare, appoggiare, riprendere ed usare che lo so, sono uno sprecone, come con l’acqua a getto continuo a temperatura folle e i soldi che butto in commissioni Bancomat.

Nella vasca soffro il sonno…tutta spezzettata la notte, che di ora in ora mi buttava fuori dal letto per farmi pisciare in continuazione come un vecchio incontinente pieno d’acqua. In cucina, riempio di cereali la tazza di latte per poi prepararmi per il viaggio facendo barba sotto mento, infilando altri vestiti che se un trolley ce l’hai allora riempilo che tanto mezzo vuoto è solo peggio che le cose vanno in giro sballonzolanti…un disastro.

Prima della pista d’atterraggio, dall’alto di un cielo tedesco, il terreno pare disseminato di pini…compatti in boschetti tagliati da linee dritte, così numerosi che l’argomento della traversata diventa “quanti pini esisteranno nel mondo?” che se ci pensi è una domanda che puoi farti su qualsiasi cosa ma ne discuti solo quando la curiosità di saperlo salta fuori sul serio.

Dopo discussioni e opinioni disparate ci assestiamo su un 10-12 miliardi di pini. Mi sembra plausibile.

Prendere la valigia dopo l’atterraggio é sempre un problema…non so perché ma non riesco mai a memorizzare nei dettagli le valigie che uso e finisce che come al solito tocco mille trolley di altri, li ribalto, tiro su e rimetto giù, finché tutti prendono la loro valigia e l’ultima che gira sul nastro dev’essere per forza la mia o almeno spero che dentro ci sia qualcosa della mia taglia. Pare la mia stavolta, che di trolley con bussola incastonata nella maniglia per me non ce ne sono tante.

L’uscita è tanto vento e tanto freddo. Arrivati nel parcheggio aereo scassato di Berlino prendiamo un altrettanto scassato treno color rosso e crema che ci accompagna tra casermoni, rottami e residui sfatti in mattoni circondati da verde vegetazione fino alla Berlino che conta, quella delle Strasse e i pennoni e i cavalli sopra le porte e gli orsi e pure le onde nelle pozzanghere, che dal vento che c’è mi sento portare via cappuccio e occhiali e il freddo si insinua nella schiena.

Giriamo da bravi turisti…si cammina…si vedono cose…si fanno foto-cliché…si va dove vanno tutti, ignorando iraniani che fanno lo sciopero della fame, venditori di wurstel con ombrellino rosso piantato sulla schiena e che il vento massacra…tra comitive,coppie, vecchie e biciclette, freddo pungente e foglie, pezzi di muro, graffiti, vecchio e nuovo, alberi stanchi, cantieri che divorano strade, bandiere che sventolano orgogliose tra luci, confusione e un percepibile senso di impazienza.

Sa di malinconia Berlino, come se fosse sempre autunno…come se la colonna sonora fosse sempre Jazz…come se i suoni fossero sempre ovattati e quello che senti davvero è vociare sommesso e treni e tram che scorrono sopra, sotto, ovunque.

Poi però, quasi di colpo, la luce dorata sparisce dai muri e quelli si trasformano…si accendono nuove luci e compaiono nuovi colori e suoni…nuova musica…e tutto continua nel buio della notte come una madre di famiglia…bella…che mette a nanna i figli ed esce, finalmente…a divertirsi.

195° giorno – Andiamo a Berlino!

Tipico mio questo, che quando dovrei essere esaltato e trepidante per un qualcosa di nuovo mi scende addosso un’apatica noia e una poltronite acuta che mi tocca affrontare e sconfiggere ad ogni ‘Gate’ o ‘Terminal’ di partenza.

Sto qua, che riempo un mini-trolley quasi da donna di indumenti tra cui mutande calze per completare poi l’opera con un contorno di caricatori per cellulare e macchina fotografica, spazzolino, bagnoschiuma, asciugamani morbidi profumati…e quasi ho l’ansia.
E dire che se me lo chiedi io ti dico che viaggiare e vedere posti nuovi e conoscere gente è la cosa che mi piace di più e fidati che non è il discorso “sei bravo a parlare..:” no no…perché poi le cose me le godo più che posso…è proprio una roba mia…forse scarso spirito di adattamento o di avventura pure…ma non credo. Uno dice “paura dell’aereo” ma io rispondo che nell’ultimo carro buoi con le ali preso, l’unico tranquillo che quasi dormiva, mentre il mondo attorno era di lampi e fulmini e ali che fluttuavano a biscia incazzata, gente in panico, vomito a fiumi…bhe ero io.

Mi succede prima dei capodanni…e nel pre-serate post-doccia sdraiato sul letto che attendi le 22 e pure nelle uscite con ragazze che magari anche mi piacciono.

Ho l’idea che mi viva situazioni del cazzo dentro la mente, inconscia-mente visto che non me ne accorgo. Situazioni che poi nemmeno accadranno. Situazioni paurose o di imbarazzo e di difficoltà in cui io devo tirare fuori gli attributi e fallisco cosi mi abbatto a livello psichico e sono in un limbo in cui preferirei rimanere al calduccio a casa tra le comode mura di una confortevole apatica noia piuttosto che uscire e fare quello che mi piace.

Ma ci sono abituato, lo so che poi cambia anche se io non cambio. Questo me stesso mi ricorda quando Beppe Bergomi, composto, serio, vestito sempre come un geometra in pensione, esplode in un “Andiamo a Berlino!” nella semifinale vinta contro la Germania.

Una frase normale ma detta con carica da bambino esaltato che mai ti saresti aspettato da uno come lui.

Ecco, stessa cosa. C’è solo da aspettare il Gate di domani.