194° giorno – La parte dolce del pistacchio

Inizio con un peccato capitale rubando pistacchi salati nell’ufficio del Faraone, lasciati lì incustoditi dopo una mega-riunione d’affari mentre io passavo per caso, che il giovedi è già periodo di stanca per me e la Capa e tutta la combriccola di criminali della ditta.

Mi accorgo che da qualche giorno parlo solo di ‘storielle sul posto di lavoro’ …diventano più frequenti di pari passo con la mancanza di idee e racconti…che quelli nascono quando incontri gente, vedi posti e ti prendi la pioggia sulla testa e mangi fuori con gli amici mentre la realtà è che sto uscendo di meno per risparmiare due lire e metterli in saccoccia per chissà cosa poi…bho…forse comprare un sacco di pistacchi un giorno, una piantagione. Mi ricordo che i pistacchi sono alberi con il sesso…con il maschio, raro, che può fecondare non so quante decine di alberi pistacchio femmina…e a parlare di femmine finisce che desidero una di quelle donne d’altri di quelle da lasciare stare per davvero che non si può e cosi, di peccati capitali, siamo già a due fatti e la strada per l’inferno è un pelino più corta.

Pistacchi sopra la mano e scale in discesa sotto i piedi. Pistacchi duri che spacco con i denti quando non si aprono e salati dentro che le cose dolci quasi non mi piacciono più o forse non mi ricordo il gusto. Sgranocchio e penso alle liste…liste ai colloqui di lavoro, liste della spesa, lista davanti alla porta di una giovane ragazza che mi interessa che forse è fin troppo giovane e quella lista forse è fin troppo lunga che vorrei trovare uno stagno tranquillo una volta tanto e non stare sempre in barriere coralline tra gli squali, lucci e barracuda e tante altre robe che mordono o si gonfiano o che scintillano di blu e giallo sotto i riflessi distorti di un sole tropicale.

Vorrei che fosse semplice e magico come un incontro del destino…una strada e lampioni accesi color Natale che arriva e nuvole da giorno di pioggia, Andrea e Giuliano e incontro Licia per caso.

“Baciami Licia…”

Ma anche la incontrassi ferma con il suo Maggiolone in panne o salvata eroicamente dalle grinfie di un rapinatore di borsette bianche alla moda…troverei che lei non è Lei che quasi con la mente tiri fuori una foto come un detective, tesserino FBI e giacca lunga che guardi da dietro un vetro le sospette spalle a muro, bianco con linee orizzontali nere e i numeri dell’altezza in ‘piedi’ e non in metri “4 ft…5,5 ft…6 ft….” e quelli del telefono segnati a pennarello su fogli bianchi pure loro, tenuti davanti.

Confronti volto dopo volto con quella foto davanti ma tutte quelle lei non sono Lei. Nessuna è Lei e quindi cosa stare a fare con un’altra non-lei che non sarà mai Lei, nel tuo cuore?

La parte saggia dice “separa aspetti buoni e cattivi e scomponi in tanti pezzi la sua anima e fai un conto poi alla fine e segnati il numero e poi fallo con anche tutte le altre persone in lista…a proposito di liste guarda un po’…e vedrai forse che la sua somma non è certo la più alta di tutte…”.

L’ascolti finché Lei non ti lancia uno sguardo dritto nelle pupille e te, di colpo, la matematica nemmeno la ricordi più…

193° giorno – Work. Don’t play.

Il Faraone guida la nostra agguerrita squadra di recupero, tre uomini, giovani e forti per spingere una macchina per trenta metri.

Quando qualche minuto prima passa nel sottomarino a chiamarmi e dice “togliti le cuffie e vieni con me” penso di aver fatto una qualche cazzata clamorosa oppure che vuole che ne faccia una. Poi chiama Ste e pure il ragazzo nuovo, alto come una pertica, la barba e quella felpa con dietro scritto ‘Work. Don’t Play’ ben poco beneaugurante e ci porta fuori.

Oltre il cancello a passo veloce bestemmiando e imprecando contro l’incredibile e affidabile tecnologia tedesca che ha fermato la BMW del figlio per la trentottesima volta, bofonchiando “albero a camme…ruggine…centralina…” e altre ottantadue parole che non capisco mentre lo seguo a ruota dietro il suo incedere sconnesso e nervoso, cosi veloce nel camminare che quasi dobbiamo correre. Arriviamo dal meccanico in quattro minuti di marcia veloce visto che sta circa ad uno sputo vento a favore dalla ditta. Il rottame crucco se ne sta proprio davanti alla cancellata scintillante grigio metallo, led circolari, leghe leggere argentate e ruote grosse grosse. Faraone si mette alla guida mentre noi spingiamo e portiamo il calesse grigio sul nero asfalto.

Come volevasi dimostrare siamo in troppi visto che con la forza che uso di solito per spostare le tende di casa riesco con gli altri a lanciare a 30 all’ora la macchina in discesa per la felicità del traffico che stavamo ostacolando e del Faraone che ci lascia indietro e sparisce nella via della ditta.

Noi scommettiamo…riuscirà ad arrivare al parcheggio o no? Ce la prendiamo comoda al rientro…una specie di passeggiata sotto il sole autunnale. Dal fondo della via vediamo il Faraone svoltare con gli ultimi residui di energia cinetica nelle ruote e che arriva nel posto auto. Cazzo ho perso un altro caffè…ne devo già sette.

Arriviamo anche noi mentre lui apre cofano e parte ad armeggiare con gli attrezzi nel bel mezzo del cuore di scienza teutonica stemmata doppia elica. Entro e la Capa mi fornisce l’ennesimo puzzle infingardo che vuole farmi credere nel destino. Tocca di nuovo spingere per far muovere quattro ruote. Pare incredibile.

Transpallet.

Un aggeggio lungo un metro e mezzo risalente al pleistocene, guidabilità di uno scooter monoleva con ruote di pietra. Devo infilarlo in crepe di ditta libera facendo slalom tra macchine, molle, persone, prese elettriche e clienti per andare a spostare macchine, fare foto e pesarle…tutto per uno stronzo di Tedesco guarda caso, che forse risentito dalle bestemmie del Faraone vuole avere documentazione di livello FBI per essere sicuro che in caso tutto esploda l’assicurazione paghi. Profumatamente.

Prendo giro, spingo. Mi blocco. Mi fermo, faccio perno sul retro e inizio a io girare, come un elettrone del cazzo in orbita esterna ma mi scontro contro la macchina robot. Allora vado un po’ più avanti. Macchina del caffé. Di nuovo bloccato. Giro di nuovo dal lato opposto, la maniglia mi finisce un sacco di volte in piena pancia, premo le leve e quello sale e scende e si incastra ovunque. Faccio più manovre di una donna cieca il primo giorno di guida ma in qualche modo riesco a raggiungere la macchina….ma dal lato sbagliato.

Vedete…quei pallet del cazzo non è che hanno i buchi da tutte le parti…ma solo da due lati che ovviamente stanno dalla parte opposta dalla mia.

Faccio un giro lunghissimo e finisco dalla parte giusta ma dentro un corridoio di 50 centimetri in cui non riesco a passare dritto. Faccio altre duecento manovre di 30 millimetri alla volta scontrandomi con la macchina ad olio e le casse delle spedizioni e mi incastro pure sotto il bancone del lavoro tirando su e giù quella leva…sembra che stia danzando con un cyborg e sto li almeno 40 minuti per riuscire a raggiungere le macchine in quella specie di labirinto del fauno fatto a cubo di Rubik. A culo di Rubik.

Mi passa davanti il Faraone. Non so da quanto mi osserva.

“Ma che cazzo combini…mho inizi a giocare pure te?”

Poi se ne va di nuovo verso l’oscuro nero del cofano tedesco.

Work. Don’t play.

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192° giorno – Il camion dei gelati

Stasera mi sento un camion dei gelati. Arrivo bianco lucido e la musichetta che fa ‘Tin Tin Tin’ e il clacson ‘Papparapà’ e un gelato sorridente disegnato sulla fiancata. Dentro, pistacchio e cioccolato, crema, ghiaccioli e lecca lecca e tutti, grandi e bambini escono felici “C’è il camion dei gelati! C’è il camion dei gelati!” urlano. Grida e risate. E Gelati.

Poi tornano in casa e io torno in garage e li è sporco e buio e non c’è nessuno.

191° giorno – Delle canzoni canto solo le parolacce…

…e forse un po’ lo è inopportuno, che spesso ti ritrovi concentrato ad aspettarla la parolaccia nel testo e quasi non ti accorgi che forse se sei ad una fermata del pullman, l’ennesima della tua vita…circondato da vecchie, ragazzi con gli zaini che ci provano, facendo i finti maneschi, con ragazze con gli zaini…non ci fai una bella figura se ti leggono “Fanculo” sul labiale, sentono “Motherfucker” sussurrato e sibili “Cazzo” e “Merda” come un serpente.

Non sta più bene fare figure, sembrare lo sciroccato del quartiere, quando vai in giro in un primo pomeriggio e di nuovo la pioggia fitta e quell’ombrello che attacco su ogni pezzo di metallo riservando una parte di cervello al ricordo della sua posizione, per non perderlo e farlo finire nel cimitero degli ombrelli perduti che chissà che fine fanno e quante storie potrebbero raccontare i miei ombrelli persi, adesso in mano a ragazze bellissime, a immigrati, killer, barboni, ristoratori cinesi o ragazzini come me da giovane, cartellette sotto le braccia, occhiali, capelli che ti infastidiscono per quanto sono folti e lunghi…una scocciatura che rimpiangerai, o si che la rimpiangerai.

Vorrei due mani ausiliarie per riuscire a controllare tutto simultaneamente…cellulare, libro di Charles con ragazza stilizzata nuda a gambe larghe, rosa messa tatticamente proprio “li” che a proposito di figure chissà che pensano le vecchie, e i ragazzi che ci provano con le ragazze facendo i maneschi per finta quando intravedono quella copertina e la giacca lunga e la faccia e il cappuccio…losco figuro a proposito di figure, come dicevo.

Capita tante volte poi e anche oggi, che mi ritrovi a camminare in giro su marciapiedi sconnessi e neri con il desiderio di essere da solo infilato in una città nuova, scoprire e memorizzare gli angoli nuovi che incontro e tardare agli appuntamenti o proprio non andarci o fare giri più lunghi circumnavigando sobborghi, palazzi e parchi, starmene in giro con musica e parolacce soffiate mentre le macchine cercano di evitarti o di prenderti.

L’essere meditavagabondo è molto simile al sentirsi solo e malinconico, che vedi cartelloni di pubblicità e pensi a quando tutte quelle persone, che su quel cartone di tanti metri per tanti metri di grandezza stanno in riva al mare caricando una macchina di oggetti, saranno scomparse nel nulla e nessuno si ricorderà di quell’immagine e di quel cartellone e di quella macchina. L’essere meditavagabondo è stare ad osservare i volti alle finestre invece di guardare per terra dove metti i piedi, che in questo periodo ci trovi di tutto…i serpenti e gli altri animali escono dai tombini e le persone dormono sui cigli in mancanza di quattro mura…nemmeno quelle di cartone che le scatole delle lavatrici vanno a ruba pure tra i ricchi.

Vedo una ragazza sui trentacinque con i capelli rossi affacciata alla finestra che fuma con lo sguardo triste e penso all’infinità di giorni passati ad affacciarsi su una vista di cemento, asfalto bagnato da pioggia continua, platani morenti e quasi mi viene da piangere. Vago tra concessionarie di auto di lusso in riallestimento e macellerie e cinema chiusi passando tra gente che si arrabbia quando cerco di immortalare un frammento della loro vita in una foto, insultandomi come se facessi un torto nel trovare qualcosa di interessante in un’esistenza che si basa sul mangiare, dormire, riprodursi al minimo sindacabile, acquistare beni, sacrificare sentimenti, stare lontano dal mare, dall’arte, dalle risate…come la loro.

“Scusate” dico “…scusate se vi ritroverete un giorno appesi in un istante del vostro passaggio nell’universo in muri di case lussuose o musei o carta patinata ammirati da tutti…elevando la vostra vita normale che non rimarrà scritta in nessun libro ma solo in ricordi che finiranno nel nulla…scusate se vi voglio rendere immortali…pregate il vostro Dio allora se ne avete uno…”

Meditovagabondovaneggio schivando scrosci dal basso e dall’alto per diversi decametri. Un posto asciutto…entro e incontro una conoscente non amica cicciona che è solita attaccare sul posto di lavoro e sugli armadi foto dei figli e del marito ed è tantissimo felice del suo isolotto di sabbia calda e acqua tranquilla che a me sembra tanto bello a pensarci ma se poi vedo una nave pirata mi ci voglio arruolare. A proposito di figure mi chiedo se le faccio quando degli auricolari tolgo solo il destro mentre l’altro rimane appeso che cosi è più comodo…non devo stare ad arrotolare e srotolare sciogliere nodi imprecando e ripetendo a memoria tutte quelle parolacce che sento nei testi delle canzoni. “Sembrerò maleducato” mi dico, “Si sentirà la musica” mi dico mentre le parlo, li appoggiato ad una mensola in ciliegio finto infilata in mezzo ad anfratti cubici di muratura bianca. Questo mi dico.

Però lei sorride e mi chiede se prendo ancora il pullman per fare foto agli sconosciuti.

“Si” rispondo…e un po’ sono sorpreso…non ricordavo nemmeno di averle raccontato una roba del genere l’ultima volta che l’ho vista…e sarà un anno fa.

Poi chiacchero e dico cose e lei sorride, chiacchera e mi dice altre cose…niente di importante…io le dimenticherò al secondo piano di scale in discesa stavolta, verso l’uscita. Lei se le ricorderà per la prossima volta che ci vedremo.

Ed esco…ed è già tutto dimenticato però sono un po’ più contento per quella piccola sorpresa…di qualcuno quasi sconosciuto che si ricorda una tale inezia della tua vita, come quando io faccio foto a persone normali che quasi non sembrano lasciare traccia nel mondo ma che per me sono come piccoli oggetti importanti da tenere da parte…e ammetto che essere quasi sorpreso-contento da meditavagabondo è una cosa nuova per me. Sento quasi, forse…che potrei provare a migliorare un po’ questo mondo triste, cominciando da quella fermata del bus li in fondo, con una tizia che avrà trent’anni, bionda e piccola con lo sguardo triste.

Cerco di non urlare le parolacce che sento in cuffia e cammino verso di lei e adesso siamo sotto la stessa tettoia e la guardo, a meno di un metro di distanza e anche lei mi guarda.

No…niente…pur contento, ad incrociare uno sguardo sconosciuto e poi sorridere…non riesco.

Beh…come si fa con le diete…inizierò a migliorare il mondo da domani.

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190° giorno – Tornare indietro

Ho periodi in cui devo allontanarmi da ciò che amo…passioni, persone, cibi e bevande addirittura.

Forse è paura che tutto diventi routine…che la costanza riduca tutto il fuoco in cenere e cosi sarei costretto a cercare nuove cose, ricominciare da capo, ricostruire tutta quella voglia di fare e creare.

Invece con queste pause di riflessione in cui mi distacco, mi disincanto, mi ritrovo svogliato, incapace, apatico, inadatto, perso…solo…ecco…la brace comincia ad ardere di nuovo, pian piano riscopro che tutto quello che stavo abbandonando è una parte troppo importante per me…sono vivo grazie a queste, mi tengono attaccato alla parte buona di me, quella allegra, che a volte sorride pure.

Ho ricominciato a scattare, camminare tra l’umanità, riprenderla nella mia arte, sorridere quando faccio una foto o quando esploro gli angoli della città. Ho ricominciato a saltare, graffiarmi le braccia, scivolare su muschio e ferro arrugginito, tornare a casa senza riuscire nemmeno a stringere i pugni dalla stanchezza…e mi rende felice.

Smetterò anche di scrivere prima o poi…ma sarà un bluff. Tornerò…perché mi serve, è troppo importante, anche quello parte dell’equazione che risolta è uguale alla mia anima.

Smetterò e tornerò indietro.

Sempre.

189° giorno – Requiem (Cuore e silicio)

Due lutti in due giorni, anche se si parla di oggetti. Ieri il tagliacapelli mi ha lasciato con un lavoro fatto a metà…che sembravo Two-Face di Batman. Mi sono ritrovato a tagliarmi la barba completamente…non succedeva da quanto…almeno 4 anni.

Oggi però è più dura…il mio iPod non si accende più, nonostante i ripetuti tentativi di rianimazione tramite massaggio cardiaco MENU + tasto centrale premuti a ripetizione. Da giorni lo schermo era totalmente bianco…connesso con un cavo alla presa elettrica oggi non si è più accesso…spina staccata…

Si dice che le migliori cose della vita siano gratis…vero…anche il mio iPod l’ho avuto gratis.

Trovato dal ragazzo di mia sorella in piscina, subito accolto a casa come un figlio. Ci ho corso da ciccione ogni giorno per un anno, poi da quasi in forma fino a saltare da sbarre e muretti, arrampicarmi, fare equilibrio su tondi di metallo, cadere, farmi male. Ha subito acqua dal cielo, dal mare, sudore, botte e imprecazioni per quella faccina triste sullo schermo che compariva quando si bloccava.

Volato dalla tasca per cadere per terra…almeno mille volte.

Usato per viaggi in treno, trasferte notturne in macchina, autobus, aereo…mille volte.

Ci ho conosciuto gente nuova, mi salutano e il gesto di togliermi l’auricolare destro e premere ‘||‘…almeno mille volte.

Stare fermo a guardare panorami, scattare foto sulle strade, ritornare da allenamenti bagnato di pioggia, attendere autobus, persone, risultati, risposte sempre con la musica nelle orecchie…mille volte

Ci ho ascoltato un sacco di canzoni nuove che mi rimarranno, le playlist che sapevo a memoria in repeat, osservando puntini di luce rossi in lontananza con i Vib Gyor in cuffia…notti di lavoro con Painless Steel dei Bohren & der Club of Gore a riproduzione infinita…gruppi che andavano e venivano per lo spazio risicato…serate insonni di malinconia persistenti curate con Pearl Jam e Godspeed You! Black Emperor.

Mai sostituito nonostante altri quattro o cinque lettori in giro per casa, più capienti, migliori, scintillanti.

Ora purtroppo mi tocca rimpiazzarti.

Nella tasca, ma non nel cuore.

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188° giorno – Che tanto fra 5 miliardi di anni è tutto finito

Seduto, tavolaccio di legno di un pub, tre luppoli dentro una bottiglia di Bock marrone mentre si discute di donne e moto, giusto qualche giorno fa…
Si presenta questo tizio che non conosco…do la mano, lui la stritola e la cosa non mi piace, come se ti prestassi la macchina e me la riconsegni schiacciata sul muso, senza portiere e con un barbone morto sul cofano.

“Grazie…”

“Si prego…però…cazzo…la macchina…”

“Ah si…però grazie eh…”

Ora…vorrei dimostrargli che il parkour serve a qualcosa reagendo con una contromossa che gli demolisca i metacarpi ma si sa come finiscono queste cose poi…una tira l’altra, ripicche su ripicche e finisce che la prossima volta porta un amico pugile da presentarti ed invece di darti una pacca sulle spalle ti gonfia di botte in un angolo.
Sapete cosa dimostra tutto questo schiacciare le cartilagini altrui? Dimostra il tipico atteggiamento di ‘cercare di far vedere qualcosa’…che io son forte che ti stringo la mano durissimo…te la presso bastardo, te la spacco quella mano hai capito?
Fai come ti pare ecco…mica mi interessa…mi dà solo un po’ di fastidio anche perché poi ci penso ed un sacco di volte nella catena dell’apparenza ci finisco pure io e mi do fastidio da solo.
Oggi ad esempio, vado a messa…non per quale strano motivo eh…è che i miei credono che frequenti spesso ma in realtà no ma oggi non avevo alternative divertenti e stare a casa nascosto in un armadio non mi garbava, troppo scomodo e ho il torcicollo. Quindi decido di andarci davvero per una volta, sedermi in fondo ad osservare come il cameramen in un documentario sulle bestie della savana…capire in cosa credono quegli altri lì che in fondo, se ci penso, credere sul serio sarebbe bello e comodo anche per me.
Nel trucco dell’apparire ci cado appena entrato, subito a puntare la figa nel coro mentre maledico la mia barba incolta, i capelli non rasati e i vestiti da barbone tossico. Arriva il momento delle offerte e io tiro fuori il portafoglio ma dentro ho solo trenta centesimi e i rimasugli di una SIM. Le vecchie attorno intanto sventolano buste e bigliettoni, sembrano brooker all’apertura di Wall Street, mentre io non so che fare con la mia evidente indigenza quindi, mi creo un piano subdolo con cui possa cavarmela senza passare in quei terribili secondi in cui sei l’unico che non butta dentro monete e guardi in basso fingendoti distratto o peggio…addormentato.
Il trucco che escogito sta nell’infilare la mano dentro il buco sulla stoffa che copre il cestino e ‘lanciare’ le monete nell’angolo più buio. Faranno casino rimbalzando sul resto di quella riserva di Nickel. Sembrerà che abbia gettato una manciata d’oro e l’omino delle offerte non vedrà nulla…che quello lì se lo osservi bene sta sempre a guardare in basso, verso la fossa dei soldi, scannerizzandoti il bilancio bancario con due occhiate.
Eccolo che arriva appunto, completo grigio, leggera protuberanza addominale, camicia azzurrina, occhiali e occhi che osservano. Tutti buttano dentro qualcosa…ed ogni volta mi sembra di notare nell’omino un leggero “Si Si” di approvazione severa fatto con la testa. Quando me lo trovo di fianco uso la mossa dello scorpione…così l’ho chiamata…e lancio le monete.
Forse sarà la più grande dimostrazione dell’esistenza di un Dio burlone della mia vita…non so…sta di fatto che le lancio non so come sopra il cestino…e cadono sulla stoffa. Tutti vedono, tutti fanno ’10 + 20…30′. L’omino non lo guardo in faccia ma di sicuro ha stampato un ghigno di sdegno e scomunica.Raccolgo dalla stoffa e butto dentro…pure il ‘tin’ è misero.Con vergogna passo in rassegna gli errori fatti con ‘lo scorpione’ ma qua la fisica non c’entra nulla, semplice beffa divina che comincio a capire il perché gli altri alla fine ‘credono’…certe cose non te le spieghi.Il problema è che me ne dovrei fregare, fare come la vecchina povera al tempio al tempo di Gesù con l’unico obolo distesa per terra, che mica è di queste cose che devi preoccuparti, fottitene e passa oltre che la vita può finire in un attimo. Una fuga di gas ed esplode tutto, kamikaze iracheni musulmani che entrano con autobomba dalla sacrestia oppure una laserata di onde gamma e plasma che arrivano da una supernova.

A questo non avevate mai pensato eh? Cadere dalle scale…incidente in macchina…ma supernova mai vero?

Una sera di due settimane fa, non so come, sono finito a parlare di cosmologia avanzata con un mio compare. “Tanto la terra sparisce fra cinque miliardi di anni…inglobata dal Sole che diventerà gigante rossa…” gli dico, fiero e saggio.

Il mio amico ride a squarciapalle…si lo so che si scrive crepapelle…bhe comunque ride e risponde

“Ma te sei folle…a parte che ci saremo già estinti o saremo diventati delle robe alte tre metri senza palle…senza cazzo…senza peli e che si autoriproducono…ma sicuramente prima o poi arriverà qualche cazzo di onda d’urto cosmica di raggi gamma e neutrini che ti riducono tipo Plasmon liofilizzati tempo dodici secondi…”

Si insomma…tu sei li con la tua morosa sulla spiaggia di notte che vuoi trombare mentre lei è li che fantastica dolcemente sul cielo stellato che è vecchio di qualche milione di anni…come vedere diapositive di vent’anni fa…e ti arriva questo fascio di particelle cazzute che ti riduce in carbone e non ti sei manco abbassato la zip.

E’ successo che da qualche parte cinque minuti fa, all’angolo tra la 5° strada stellare e Alpha Centauri una stella è esplosa e nessuno lo poteva sapere. Fuga di gas cosmica. Tutto finito.

C’è da andare in giro spaventati altroché…ti becchi uno davanti che ti vuole rapinare “Dammi tutto quello che hai!” ed ha una pistola in mano. Ci sarebbe da rispondergli “Ma che cazzo fai con quel pistolino…ma non sai che magari ci sta arrivando una pallottola di radiazioni a 800.000° gradi e fra due secondi siamo morti?” Gli prendi la pistola dalle mani e lo abbracci.

Ecco perché sta cosa dell’apparire alla fin fine è davvero una perdita di tempo, un vero spreco. Pensiamo un po’ più semplice.

Ritorno dal viaggetto cosmico di nuovo sulla terra. La messa è alla fine, la figa del coro canta insieme con le altre.

“E quando il sol si spegnerà e quando il sol si spegnerà o Signor come vorrei che ci fosse un posto per me…”

Che vi dicevo? Un Dio burlone.

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187° giorno – Cuor di zucca

Dura un’istante e poi più nulla o quasi. La gente apre la bocca come pesci sott’acqua, le macchine si muovono silenziose come altalene al vento. C’è solo un fruscio lontano, come un gatto che fa le fusa in un’altra stanza.

Dura poco…la mia segretaria mi strattona e sono obbligato a togliermi quella fantastica magia dalle orecchie. Le macchine riprendono a sferragliare come treni impazziti, la gente vomita insulti, battute e bestemmie, il fruscio lontano diventa il tremendo “VOOOAMMM” della terrificante nuova macchina Omega che fa più casino di un Airbus in decollo con attaccati sopra quattro capodogli imbizzarriti.

“Che c’è…” chiedo quasi in lacrime. La testa è un concerto House-tribal.

Mi vuole la Capa di sopra a quanto pare. Passo di fianco all’Omega, che sbuffa, vibra e tenta di battere ogni record di rumore esistente e abbattere i muri del capannone a suon di gigahertz. Salgo le scale ed entro nell’ufficio del Faraone, dove prendo nuove consegne come uno scriba. Noto che non contemplano il tempo inutilizzabile causa festa dei morti, dei santi, domeniche, weekend e il fatto che io debba andare alla presentazione di una fiera per la ditta a inizio settimana.

Secondo i miei calcoli avrò circa 4 ore di tempo per fare il lavoro di una settimana.

Prima di uscire chiedo una penna…che ormai di sotto sono costretto a scrivere con il carboncino o con lo sporco negli angoli dell’officina. Non uso il sangue solo perché le zanzare tigre sono ancora vive e vegete nel microclima unico di quest’azienda, ore 16:30 e quelle escono puntuali come uno squadrone Royal Air Force in ricognizione.

“Tieni due penne…anche se ne ho comprati due pacchi tre giorni fa e sono già sparite tutte…”

E’ un fenomeno incredibile questo. Vengono comprati chili e chili di penne e tempo due giorni…nulla. Le cerchi nei portapenne…non ci sono. Le cerchi nei tavoli degli altri, nei cassetti delle scrivanie…non ci sono. Nella spazzatura pure…non ci sono, come se venissero smaterializzate e trasferite in un reparto di tracheotomia del terzo mondo di colpo. Scendo nel sottomarino pensando tra me e me che devo indagare su sta cosa, trovare il colpevole e capire cosa succede a quell’ammasso di inchiostro intubato. Noto intanto che la Omega sta facendo impazzire tutti…si tengono la testa tra le mani, capillari rossi negli occhi, facce distrutte.

Io mi siedo e riappallottolo i miei tappi magici arancioni per evitare che quell’attacco di involontari subwoofer meccanici mi demolisca la sottile corazza di umanità che mi differenzia dalle bestie che ho attorno.

I tappi sono pure in tinta con le zucche di Halloween, che è una festa che non mi dice mai un cazzo ma a quanto pare è una moda di quelle che ogni anno tira di più. Qualche istante e mi si riempono i padiglioni di soffice nanostruttura gommosa fonoisolante.

Arancione zucca.

Penso al pan di zucca a casa, che lo spezzi e dentro è giallo giallo e lo mangi ed è dolce dolce che quasi ti penti se sopra ci metti marmellata o Nutella che non apprezzi il gusto semplice che ha, lo perdi da quanto è delicato.

Poi penso a tanti anni fa, una giornata a giocare da un amico, appena sotto il castello del paese e l’invito a cena e io tutto gasato gasato ed ecco, nel piatto zucca cotta che assaggio e la trovo davvero tremenda tremenda e mi vergogno a non mangiarla che tutti pare la gradiscono un sacco, è il piatto della casa che a casa mia invece è la pizza del Venerdì e pure il mio amico ne va pazzo anche se non ha la faccia di uno che ama mangiare zucca ma la pizza semmai, come me.

Sua madre un po’ dispiaciuta e io che non ricordo nemmeno cosa le dico, forse che non sto bene.

Scivola l’ultima ora nel silenzio della ditta…prima virtuale, poi vero, che sono le 18:15 e ormai son da solo. Chiudo e spengo tutto, prendo e torno a casa che ho voglia di mangiare pan di zucca.

All’entrata, la solita trafila di movimenti in cui svuoto le tasche di quei pantaloni larghi da chiavette usb, chiavi, hard disk portatili, auricolari, altre chiavi.

Ci sono anche tre penne dentro la tasca sinistra. Non ho portapenne…chissà perché…quindi vado in cucina e apro il cassetto del mobile grande dove butto dentro tutto quello che non ha un posto dove stare nel resto della casa…una specie di orfanotrofio o centro profughi per gli oggetti.

Dentro, ce ne sono almeno altre dodici uguali di penne, tutte nuove di zecca, tutte con lo stesso tappo lucido blu.

Le metto li, insieme alle altre e chiudo il cassetto.

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186° giorno – Family

Se devi scrivere un pezzo breve, che non hai voglia e sei stanco, devi puntare alla frase d’effetto, stile Oscar Wilde o Bacio Perugina quindi mi sento già spacciato.

Riesco solo a pensare alla torta che sta ancora cuocendo in forno, che non è per me, che non potrò manco assaggiare ma che inonda di profumo la casa.

Il bello della famiglia é questo, anche se a sto giro rimango in bianco. Torni a casa, dopo 12 ore di lavoro, occhi come due palle da bowling rosso lucido e brillantini e ti trovi due pezzi di carne in padella…non devi stare a pensare ancora a come sopravvivere dopo che ci hai provato il resto del giorno. Ci sono pizze, torte e tutta quella roba buona di cui non sapresti manco dire gli ingredienti. C’è il letto fatto, riscaldamento pagato, magliette e pantaloni stirati, profumati, perfettamente stoccati dentro i miei magazzini armadi. Hai qualcuno con cui dire due frasi a voce alta, senza stare a pensare tra te e te, parlare da solo come un folle. Poi magari manco ascolti e nemmeno ti importa dell’argomento…ma non è quello che conta.

Non sono un bamboccione eh…mica del tutto. Vorrei provarci…a vivere da solo dico…problematico nella mia condizione di lavoratore vagabondo schiavo senza futuro certo, con quei prezzi che ti ci compri stock di organi di ricambio, tasse, stress e la pazzia maniaco-depressiva sempre in agguato dietro angoli bui o lavatrici comprate in offerta o mobili Ikea in saldo. Tocca andarci cauti, come quei cartelli sull’autostrada…sopra c’è disegnata la carreggiata, nuvole grigie ciccione per simulare la nebbia.

“Se vedete cosi velocità 40km/h”

Non so…mi mancano tante cose…dentro e fuori. Non ho amore, la pazzia sta sempre all’uscio, soffro di distrazione cronica, i documenti importanti mi causano sonnolenza. Ho trenta strade davanti, venti dietro…alberi e cespugli…mi sembra di non vederci bene per nulla come in un vicolo buio…ancora fatico ad imparare le cose fondamentali, manco di lucidità, serenità e un sacco di altre cose che finiscono in ‘ità’.

Quindi me la tengo stretta,la famiglia, che mi serve davvero…per adesso.

Almeno finché non sarò grande abbastanza da andare in giro da solo di notte…al buio.

185° giorno – Il colore dell’odio

“…e quindi pensavo di scrivere una lettera ai vigili…ma in tono educato…non solo insulti…però poi ci scrivo anonimo…aggiungendo che altrimenti stronzi come sono mi verrebbero a prendere a casa per farmela pagare…”

“Buona idea Teo…” rispondo, anche se non ho ben capito il perché della lettera…sempre che esista un perché.

Ma sono distratto, potrei non aver sentito, cosi preso dal lavoro…distratto dal cazzeggio di routine insomma. Ho di fronte un video fatto con una fotocamera da 30 euro che mi sta facendo parecchio incazzare. L’ho infilato dentro un software da 13.000 euro crackato che ci hanno pure fatto Avatar e quello mi restituisce una schermata bianca e io non capisco cosa stia succedendo. Lotto tra formati, importazioni, filtri ma invece di bombole, ingranaggi e macchine in azione continuo a vedere una simulazione della Siberia in inverno.

Rimango in ditta un’ora in più, esco che sono da solo nel capannone, rispetto a ieri mi sento meglio. Voglio tornare a casa, prendere l’iPod, andare ad allenarmi. Mi preparo con la solita robaccia addosso, prendo il lettore.

Schermo bianco. Cazzo me ne ero dimenticato. Lo resetto quattro volte, lo schiaccio, lo sbatto per terra, lo insulto e lo picchio ma nulla…schermo bianco. Sembra una maledizione.

Aspetto la cena, abbastanza nervoso. Essendo nervoso devo mangiare qualcosa. Per forza. Mi ricordo delle arance in frigo. La sbuccio, sembra gustosa ma quella pellicina attorno alla polpa è come mastice. La tiro e mi distrugge ogni spicchio…il tavolo sembra una sala operatoria. Quando non riesco a staccarla o mi stufo la mangio insieme alla polpa ma è amara al limite del fastidio.

Ancora più nervoso. Dannata pellicina…pellicina bianca.

Che colore del cazzo.