221° giorno – Verso la fine del mondo

Pare una coincidenza, Sorella che vuole vedere un film con un qualche virus letale che spazza via l’umanità e un’amica che mi racconta di un conoscente che professa la religione dei cavalieri dell’apocalisse, qualunque cosa essa sia. Ieri poi, io che di notte, chiacchiero con un amico di poli che si invertono, campi magnetici, eruzioni solari, fine del mondo e gente vaporizzata. Gli dico che se fossi un vecchio probabilmente vorrei portare con me più gente possibile, che da amante del futuro se non lo posso vedere io allora che non lo veda nessuno. Lui mi dice che non lo saprei nemmeno, cosi incenerito all’istante ma non son d’accordo…son più propenso ad una roba graduale…due tre giorni di fuoco e fiamme e stare tra gli ultimi, godermi l’ultimo terribile show.

L’ho sognata diverse volte…la fine…cielo rosso e nero, nuvole massicce, scintille e meteoriti infuocate, magma, gente sui tetti. Guardo dalla finestra le montagne che si sgretolano e poi, sfere nere enormi, che bucano le nubi lentamente e si accendono con venature rosse. Una scende dritta sulla mia casa, poi nulla.

Nel film intanto parlano del complesso di Cassandra, profeti apocalittici…mi serve una tregua. Mi alzo e vado in cucina, prendo una coppa.

Per niente colma dell’ira di Dio, solo camomilla stavolta.

220° giorno – Lago dentro

Le undici passate sul lungolago nel buio, una passerella tremolante…un posto spettrale anche di giorno, con il freddo che congela i pensieri dando tregua ai neuroni rimasti.

Penso siano stanchi…in questi giorni turni anche di notte che il sonno non arriva finché l’ultima parola non è stata pensata, scomposta, analizzata. Osservo e penso ogni istante. Tipo…passavo di fronte alla cucina stasera, mio padre seduto al tavolo con la testa appoggiata sulle braccia, stanco…e mi son detto che non ricordo una volta che l’ho abbracciato o che mi sia interessato davvero, profondamente a quello che passa, ai patemi, stanchezze, gioie e forse, mai gli ho detto “ti voglio bene”. Entro e chiedo come va, se è stanco e lui mi risponde “si un po’” alzando la testa guardandomi “ora vado a letto” aggiunge e magari, penso, è contento che glielo abbia chiesto…che in fondo siamo molto simili anche se non l’ho mai capito davvero. Io spesso quando sto male vorrei che gli altri lo capissero per venire più vicino senza spiegazioni o domande…che sia anche per lui cosi…come per me?

Spesso è difficile dire troppo…lo fai quando proprio esplodi ma di solito tieni dentro, fingi anche un po’, metti le facciate ben dipinte tutte in fila mentre sotto sotto è tutto un bel problema, due lacrime nell’angolo ed un lago dentro.

Come prima, che ti pensavo anche se tutto sembrava che niente fosse…

Sai quanto male che mi fai…e tu, nemmeno lo sai…

219° giorno – Asociale

Esco dal cancello e trovo un uomo nero infilato in un furgone bianco di una qualche marca coreana del cazzo. Lo fisso e lui mi fissa per qualche istante, distogliendo gli occhi da una cartellina con bloccafogli in plastica nera. Ha un cappellino ridicolmente colorato giallo e rosso, maglietta dagli stessi colori e sembra vagamente un corriere espresso penso, e mentre cammino per andare a lavoro pure in leggero anticipo penso anche che magari deve consegnare un pacco a qualcuno tra le quattro famiglie della mia reggia beige. Svolto a sinistra costeggiando il meccanico dei camion, sempre pensando e pensando a mille cose, anche che io un pacco lo aspettavo davvero e probabilmente quell’uomo nero cercava proprio me ora che ci penso. Cazzo.

A lavoro entro e timbro…ho fatto un casino con questo foglietto, sarà impossibile fare il calcolo. Vedete, stamattina volevo starmene a casa e sistemare due questioni con il fisco italiano davvero stupide…roba di rimborsi che sarebbero risolvibili con una chiamata e io che gli do un codice IBAN e invece no…tutto deve essere firmato in quattro copie, certificato, registrato, classificato in un preciso edificio della mia grigia città. Quindi, sto li nel letto che mi godo un insolito 8:43 sotto le coperte quando ecco un flash…

“La conferenza!”

Cazzo, mi stavo completamente dimenticando che la Capa ha buttato il mio nome su una mail di ‘conferma partecipazione’ ad una conferenza online su marketing blablabla, solita roba con guru tecno-sciamani, cercatori di Digital-oro, personal trainer della motivazione. Mi alzo, mangio e mi lavo a 402 Megaparsec al secondo, mi fiondo a lavoro mentre la mente si chiede “era alle nove? Alle dieci?”

Timbro alle 9:13, sulla tastiera la mail dell’evento stampata…’ore 14:00′ leggo. Potevo farmi i cazzi miei in tranquillità a quanto pare ma tant’è, me lo merito. Rimango a lavoro fino all’una poi torno a casa, sgranocchio pizza avanzata, ri-esco, uomo nero, pensieri, ditta di nuovo, conferenza.

Inizio a seguirla 20 minuti dopo perché al solito, le cose organizzate in cui “è facilissimo partecipare”, come scrivono i mercanti di fumo, non funzionano mai come si deve. Ti dicono “basta cercare questo e ti compare quello e clicchi play” e tu lo fai però, stranamente, ti ritrovi solo con link che rimandano ad un video parodia di Miley Cyrus e ad uno con un’orca assassina ripresa in un parco acquatico. Grossi dubbi su entrambi.

Partono chiamate su chiamate, risponde gente che dice che quello è in pausa, che lascerà detto, che tra dire il fare c’è di mezzo il mare rosso di sera bel tempo si spera chi troppo vuole poi…nulla stringe. Recupero un tizio in un ristorante che stava al dessert che mi fa girare da un cinese una mail con un link quindi mi collego anche se nel frattempo la mia postazione è circondata da bancari che discutono con la Capa discutendo di fatturati e bilanci, bevendo caffe, sgranocchiando i pistacchi che di solito rubo a manciate. Mi faccio largo, mi siedo di fianco ad un ex-brooker, infilo gli auricolari, mi isolo ad ascoltare tecno-cazzate di un ingegnere del marketing per due ore.

La cosa mi distrugge, quando mi alzo e torno giù senza salutare nessuno, spero di starmene tranquillo nella mia storta-postazione per un paio di ore. Mi ritrovo il laser acceso che butta gas plastici puzzolenti sotto la mia sedia. Il portone è aperto e la temperatura supera a stento i -243 dello spazio profondo.

Sto li fermo in piedi per qualche istante, poi mi rivolgo a Teo.

“Adesso lo spegni vero?”
“Ne devo fare altri cinque fogli”
“Mi levo dal cazzo ciao”

Timbro alle 16:13 ed esco, non saluto nessuno. Torno a casa, guardo dentro la cassetta delle lettere. C’è un fogliettino giallo e rosso, con il mio nome sopra anche se la ‘S’ è scritta al contrario. Mi informa che il tizio nero aveva davvero un pacco per me…che forse passeranno domani, che se ci pensavo un attimo in più a tutta la situazione non ci sarebbe stato bisogno di sprecare un quadratino di cellulosa adesiva.

Avrei potuto avvicinarmi e chiedere se cercava qualcuno…domani in casa non ci sarà nessuno…non avrò mai quel pacco.

Avrei potuto chiedere. Invece no.

Mi sa che le persone non mi piacciono.

218° giorno – Apatia

Mi infilo a letto più per combattere il freddo che per reale stanchezza. Il fantastico sistema di riscaldamento centralizzato mantiene la temperatura a 20 gradi ma la mia stanza è come uno stato a parte…il termosifone è a malapena tiepido, ce ne saranno 15 qua dentro, entrare nelle altre stanze è come fare un viaggio ai tropici. Ho gettato i vestiti a caso sulla sedia…ho problemi a piegare le cose, soprattutto le magliette…sembrano dei fazzoletti sporchi post influenza e poi, rimettere tutto dentro un armadio, sembra una partita a Tetris che finisce male…le cose non si incastrano quindi preferisco accumulare su ogni superfice di legno a cui darei fuoco volentieri oggi, che fuori c’è il ghiaccio e cerca di entrare nella stanza e poi nelle ossa.

Tenterò di dormire, sono sopraggiunti pensieri quest’ultima mezz’ora, pensieri del tipo che ti rovinano la serata, ti fan passare anche la voglia di accumulare caratteri su fogli virtuali…lo so che si nota, non posso farci nulla. Avevo scritto quattro inizi diversi, qualche riga su ognuno…ma ho cancellato tutto quanto…mancava tutta la parte di mezzo, figuratevi arrivare ad un finale.

Almeno adesso ce l’ho in mente la fine. Io che spengo la Tv, butto il cellulare nel cassetto tra mutande e magliette, mi giro dalla parte dell’orecchio mezzo sordo, pancia in giù e che provo a dormire.

Non riuscendoci.

217° giorno – Fase REM #4

Si alza mio padre di notte, ieri, ed è una cosa tipica sua gettare un occhio nei vani della casa, una specie di scanning umano per vedere se tutto va bene. Mi becca cellulare acceso che scrivo un pezzo…saranno state le due e mezza…mi intima di spegnere che non è possibile di notte stare appresso a cellulari, tastiere e ‘ticchettacche’. Fingo di farlo fino al termine della ronda, poi termino il pezzo e provo a dormire davvero.

Stessa situazione oggi, anche se la ronda ancora non è iniziata e il cibo giapponese che macera nello stomaco si trasforma in sonnifero, occhi pesanti ed ecco che il limite tra i due mondi si sgretola e mi trovo davanti una torre in mattoni blu con una scimmia incoronata sulla sommità, bianchissima, enorme ma allungata, muso quasi da cane, corona rosso e oro. Nuvole ambra si intrecciano a X lungo l’altezza con enormi corvi neri con una zampa che ghermiscono teste e volano intorno alla costruzione…

…che si sgretola quando sento mio padre che si alza e pure io allora tiro su la testa per provare ad essere piu sveglio. Mio padre mangia qualcosa e conclude la ronda mentre ogni mio battito di ciglia diventa più lungo del precedente e le immagini piu precise…una banconota da un dollaro con bordi in pizzo…la tira fuori un giapponese pelato in una pagoda classica. Lui è un famoso avvocato, parla e ride vestito in un completo nero lucido con spalline pronunciate che vestono male la sua figura magra. Macchie della pelle sul cranio. In mezzo alla stanza un cilindro con la sommità tagliata in obliquo, fatto di giada…ci metto qualche istante a capire che è un orologio. Sfere d’oro incastonate al posto di numeri…bacchette di ferro nero come lancette.

Riesco ancora per qualche istante ad intravvedere all’esterno scale sospese che scendono e salgono, che si proiettano dal corpo della pagoda senza senso apparente e che incrociano finestre gialle e nere.

Poi tutto diventa notte e nebbia.

216° giorno – Quattro mezzi non fanno due interi

È tutto il giorno che controllo se ho in spalla lo zaino…e dire che non ne metto uno da un miliardo di anni eppure…sento che manca qualcosa, mentre aspetto il bus.

Giornata da mezzi pubblici, oggi mi odiano. L’ autobus è puzzolente, non accetta i miei soldi come se derivassero da affari sporchi quando in realtà non sono poi così sporchi. Sedile sghembo, densità di popolazione di otto persone a metro, accessibilità dei pulsanti per prenotazione fermata nulla. Ad ogni stop, famiglie con passeggini, borse della spesa e scatole, aria cosi viziata che quasi preferirei essere nella penultima fila, quella davanti al motore, rumore, biossido di carbonio, asfissia, perdita del gusto e della vista, può avere effetti collaterali anche gravi. Di fermata in fermata, snocciolo santi come alla Via Crucis ma riesco piano piano, lottando con gente in trasloco e fan dei supermercati, ad avvicinarmi all’uscita.

Quando scendo, vorrei ringraziare il Signore ma attendo…tocca alla stazione.

Fila di gente alla cassa che invece di chiedere biglietti si fa consegnare moduli da compilare…e vogliono la penna…e spiegazioni…e i fogli da sotto il vetro non passano comodi, si stropicciano e devi farli passare lentamente…uno per uno e il tempo passa…e i ringraziamenti di prima ora sono bestemmie. Una tizia prende i moduli e si mette sul fianco, turno del tipo davanti, basso e scuro. Sembra uno che punta al sodo…un tipo da andata-ritorno e via ed infatti “vorrei i moduli per l’abbonamento” e vabbè altri dieci minuti, manco si sposta a sinistra e quando finisce nemmeno usa la corsia d’uscita, deve per forza tornare indietro da dove è venuto, sbatterci contro, mostrarci uno scorcio di stupidità ad ogni costo.

Il viaggio fino a Milano lo passo isolandomi il più possibile da una scolaresca eccitata al piano di sotto, in piedi come uno scemo vicino all’unica presa di corrente funzionante del treno che il cell è già scarico e oggi si fa serata ma si sa…qualcosa la devo dimenticare sempre. Se mi siedo sul sedile di fronte, il filo si tende cosi tanto che sembro il PR di una gara di limbo e devo abbassare il cellulare a livello pavimento ogni volta che c’è uno stronzo che deve scendere o passare di lì e quindi “No grazie”, sto in piedi da scemo e guardo il soffitto e quel ciuffo di capelli incastrato sotto una bacchetta di metallo, disgustosi ma resi affascinanti dal mistero irrisolvibile e la domanda inevitabile che uno deve porsi:

“Come cazzo ci sono arrivati lì?”

In stazione dopo un’ora ma per poco visto che mi infilo in un carro bestiame sotterraneo più stipato del cugino ciccione dopo il pranzo di Natale, gente che combatte per un pezzo di cilindro sudicio a cui aggrapparsi o che lotta per uscire nella sua fermata sfigata…che colpa ne ha se ci vive solo lui e si trova incastrato tra turisti cinesi e l’ascella di un bodybuilder alto tre metri. Per fortuna tutto quel circo dura solo qualche minuto perché di nuovo in superficie, mi rilasso a fare lo scemo con un amica fino a che diventa quasi ora di cena…l’accompagno al tram, castello sullo sfondo, lei sopra vicino alla porta, io sotto che per una volta son serio e cerco di formulare discorsi con un senso, artistici e complessi…e quasi arrivo al dunque quando ecco che mi scorre davanti del vetro ricurvo, e plastica e luci riflesse e poi tutto silenzioso si muove inaspettato come il trucco della tovaglia strappata via dove sul tavolo restano immobili piatti e vasi con fiori…rimango li con il castello, il mio discorso a metà, un cappellino in mano, lei portata via e freddo…tanto freddo.

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215° giorno – L’uomo del monte

Ero lì che sentivo recitare poesie sul palchetto, bottiglia di sconosciuta acqua tonica sottomarca in mano, cannuccia nera che fa tanto sfigato…non so perché non hanno capito la parte ghiaccio-limone-limone sotto, cosi chiaro e semplice discorso che scandisco a parole slow-motion come quando si incontra uno straniero…parli nella tua lingua tre parole al minuto come se esprimersi lentamente lo aiutasse davvero a capire discorsi in un idioma non suo, anche se non è questo il caso…il barista è del mio circondario, medesima regione, stesso stato, probabili amicizie in comune, all’occhio coetanei, soffriamo entrambi di capelli con eccesso di attrazione gravitazionale verso il centro della terra e peluria facciale, due padiglioni uditivi per ricevere le mie onde sonore scandite con energia e cortesia ma nulla…guarda torvo, parvenza di simpatia ottimamente celata, mi fissa e mi allunga un cilindro…la bottiglia…etichetta old-style ipotizzo ‘Liberty italiano anni ’30 fatta male’ con su scritto Acqua Tonica e io accetto, malvolentieri ma accetto.

Accetto la sottomarca, la bottiglietta, la cannuccia, l’etichetta umidiccia old-style style ipotizzo ‘Liberty italiano anni ’30 fatta male’ ma la fiducia…la fiducia si, per la fetta di limone risicata al 5% di polpa e ghiaccio chimico in un bicchiere…limone sotto…la fiducia si…almeno in quello, c’era.

“Chi conduce la serata” mi chiedo e subito mi rispondo…gothic girl ossigenata con dipendenze dall’alcol e odio per le parole pronunciate bene, meno comprensibile di Sandra Bullock, attrice classe 1964, Arlington, Virginia, vista poco prima e poco propensa a parlare in italiano corretto soprattutto in un film proiettato in lingua originale al piano di sopra, entrati dieci minuti dopo quindi in ritardo anche se dipende sempre da dove le cose si guardano perché dalla nostra, eravamo in anticipo si, su quel ‘noveemezzadaiandiamo’ pronunciato con troppa sicurezza. C’era l’inghippo, tutta colpa della mia generosità che se c’è scritto nove mi sento in dovere di regalare sempre qualcosa e quindi ‘noveemezzadaiandiamo’ e banchetto vuoto, sala buia e sei euro a testa con un film “iniziato da dieci minuti” ci dice un vecchio. Ma va bene lo stesso, che tanto noi siamo in anticipo, in anticipo sul ritardo.

Ero li dicevo, dopo la Sandra e i suoi detriti spaziali e ascoltavo strofe e pensavo. Pensavo che spesso suonano bene le parole incastrate l’una nell’altra e che formano frasi…come una distesa di rifiuti, ruderi, rottami, reperti, raschiature-di-barili che si aggrovigliano nel centro di un Maelstrom, mischiando fibre colorate di plastica a cadaveri di pesci, calzettoni e mutande di naufragi, assi di legno macchiate e spazzatura uniti assieme che quasi ci vedi un disegno del destino, un super tessuto divino cucito a maglia all’insegna del riciclo, arte vorticosa. Subisci tutto il fascino di vederli ruotare e finire in fondo agli abissi e i versi son lo stesso, cosi aggrovigliati, sembrano complessi e intelligenti.

“Trachiotomia-dell’anima-branchiale”

“Sinapsidi-ultraconnesse-dell’io-apocrifo”

“Semicoscienza-sinusoidale-del-mio-essere-umano-pittorico”

Ero li quindi, e tra i concetti poetici di qualche interesse, ritrovavo queste frasi oscure dal bel suono e nemmeno ti fermi a pensare…non hai scritte davanti…la poesia recitata va tutta a memoria e non ti fermi per capire quello che hai ascoltato, vai avanti, suona bene, basta cosi, non ti fare domande, basta arrivare alla fine come nelle canzoni in inglese che potrebbero dire tutto a volte…che tua madre lavora di notte negli angoli…che sia giusto sputare in faccia ai barboni…che forse è meglio idolatrare Satana come suoi adepti preferiti… ma tanto non ti importa, l’importante è che tutto suoni bene, che tutto fili, che tutto abbia una melodia di base, che il tuo ciuffo penda alla giusta inclinazione in gradi e che il montone sia vero montone, la macchina lucida, conto in banca a sei zeri, scarpe griffate come la maglietta con nomi in evidenza e brillantinati, scintillanti sotto i riflettori della disco nuova aperta in periferia, 30.000 chilometri quadrati underground, ricavata da una fabbrica che confezionava cibi per cani, laser, strobo-sfere, fumi tossici sparati sulle folle, azoto, cocktails e ombrellini, acqua tonica di marca, ghiaccio di marca, fette di limone di marca, serigrafie dell’uomo del monte che a nessuno importa più quello che dice ormai, che abbia detto si, che abbia detto no, non importa, ricorda…basta che suoni bene.

214° giorno – Hystéresis

C’è una cosa che mi hanno spiegato mentre si lavorava sul Pulser, un mostro ciucciaolio con ventole di un Cesna, che martella pezzi di plastica 50 volte al secondo. Una cosa che si chiama Isteresi.

Non ha nulla a che fare con la gente che si uccide dopo i crolli in borsa o che entra in panico negli ascensori o per lo scoppio di un incendio, é una cosa che in pratica c’è in ogni sistema dove spesso, la reazione arriva in ritardo rispetto all’input che uno gli dà e quel suo ritardo è anche in relazione con tutti gli stimoli che ha ricevuto prima della causa scatenante.

Tipo…siamo in un pub gonfi di Guinness e Fish&Chips…vieni verso di me…mi spingi.

Logica vuole che ti levi i denti a testate ma poi ci penso e faccio il conto delle volte che le ho prese in una rissa e le volte che sono finito a dover dare spiegazioni a gente in divisa quindi aspetto qualche secondo e valuto se partire con il destro.

Isteresi.

La cosa che mi affascina in questa magico incontro fra ‘fisica da ingegneri’ e ‘genere umano’, è che a ripensare al tempo perso, alla mancanza di reazioni di orgoglio, al non volerci provare memore dei fallimenti passati, al non voler rischiare per non perdere tutto e quindi svegliarsi dopo anni di sonnolenza… in ritardo, un vagabondo in stazione bhe…direi che si possa senz’altro concludere che dire isteresi e dire paura sia la stessa cosa, una specie di equazione dell’ansia.

Ora…immaginate il mio shock quando ho realizzato di soffrire di isteresi termodinamica come la mia caldaia…e pure senza controllo annuale che per quanto la ami…e in questo periodo la stra-adoro, mi ritengo un gradino sopra nella scala evolutiva, ho una testa per pensare alla mia vita quindi, mi metto li carta e penna cerebrale e inverto le formule della mia Isteresi termodin-anima scomponendo i fattori, dividendo i dividendi, sottraendo i sottraenti-ci-vi-si per scomporre gli elementi base.

“I ricordi sono una merda” è la conclusione.

Io mi immagino un sacco di gente che in questo momento chiude la pagina ma quando penso a tutte le volte che mi sono bloccato per paura a causa di “No grazie” e due di picche, incidenti in auto o magliette troppo sudate o ossa rotte e polsi doloranti cazzo, perdo il conto.

“Tutta esperienza!” urlano dal fondo

Bravi bravi….

Banale. Pure l’esperienza è una merda, utile solo a rendere gente ingenua e spontanea…bella, in burattini grigi, impauriti, succubi e che non hanno la minima idea di quello che stanno perdendo, tormentati da lezioni imparate, come un bambino che si scotta con il fuoco.

“Ma ti hanno nutrito a latte e calci in testa? Ma si…buttiamo nel cesso millenni di storia…”

Ecco…vedete, per quanto sia il più grande fan della Storia e adori collezionare i carrarmatini della seconda guerra mondiale con le uscite DeAgostini, è roba che fa solo male al mondo…la Storia è ancora più merda…la merda delle merde.

Ricordo una discussione…tempo fa. Una tizia parlava dell’importanza del giorno della memoria, l’importanza di ricordare, come monito.
“Ma anche no” dissi.

Putiferio.

“Ma pensaci…un ebreo vede la cerimonia e pensa che uno sporco nazista del cazzo ha ammazzato suo nonno…dall’altra parte i cinesi odiano i giappo per lo stesso motivo e poi c’è quello che è negro…zingaro…polacco…armeno…juventino…quello è frocio…quello mi ha scopato la ragazza sul cofano del furgone…nessuno dimentica…tutti ricordano…tutti con i coglioni girati per qualche motivo invece di mettere corone di fiori in testa alla gente…”

Non capiscono.

Non capiscono che vorrei un’amnesia collettiva nel mondo, per re incontrare chi mi ha spezzato il cuore e ricominciare come se nulla fosse, svegliarmi in una città che non ho mai visto senza chiedermi che popolo mi stia attorno, non avere pregiudizi o freni mentali, come quelli che di colpo si riscoprono pianisti ma non sanno nemmeno il loro nome, non importa, l’importante è suonare il piano e vivere senza nessun rancore o lotta o follia di gruppo, vendette, resoconti, rabbia condensata tra i padiglioni auricolari, riassunti frettolosi delle tragedie di giornata dopo la sigla in 3d di un telegiornale, la bionda che sorride…”30 morti in un attentato” dice. Sorride.

Via tutto.

Liberi.

213° giorno – Controvento

Mi ritrovo tutto il giorno a smanettare su una macchina che mi sbuffa aria in faccia da un ventolozzo gigante, in totale noncuranza della mia influenza, tosse e starnuti.

Ne faccio tre di fila che quasi vomito i polmoni, sento la leggera febbre che galoppa mentre il lavoro rallenta…e rallenta ed ho sempre più freddo. Mi vado a sedere sulla mia poltrona monca…lo schienale è ormai scardinato, la mia morta già la dipingo…la testa aperta sullo spigolo del laser alle mie spalle, tutto quel ben di Dio, le idee e l’amore che avrei potuto dare, sparpagliato per terra.

Chissà poi chi ci verrebbe al funerale, se magari viene su anche qualche carovana, se il prete mi dipingerebbe al mondo come il classico giovane pieno di vita e ottimista verso il mondo, infarcendo il commiato di cazzate totalmente false cosi…per farmi fare bella figura. Dico che devo lasciare un appunto da qualche parte con l’epitaffio, qualcosa di intelligente, comico quasi dissacrante, senza prendersi troppo sul serio li, sotto tre metri di terriccio e ghiaia.

Io alla morte ci penso spesso…è come quando ti immagini l’infinito e non arrivi a nessuna conclusione. Vecchio a volte proprio non riesco a vedermi, a volte si. Incerto sulle gambe e sereno non mi sembra possibile…in un bar a Marrakech a settant’anni steso sul bancone magari…più che in un letto d’ospedale.
Sono pensieri incerti e costanti…mi dicono che è perché trasudo ansia e impazienza, mi perdo il presente temendo per il futuro, temendo la vecchiaia, la morte, la solitudine…sensazione figlia dell’insoddisfazione costante che stai li a pensare di non avere più tempo per provare e sbagliare, che le chance le puoi contare sulle dita di una mano monca e quando vedi gente sulla sessantina che sorride ti chiedi come sia possibile.

“Ma che cazzo ti ridi…”

So che è sbagliato, tutto sbagliato…faccio il doppio della fatica ad avere una vita normale cosi, solo perché non ci ho mai capito un cazzo. Mai saputo prendere le strade semplici.

Smetto di pensarci…forse è meglio che a stare seduto qua con il freddo nelle ossa…mi sento già mezzo morto…ma credo non sia ancora la mia fine…è solo che questa cazzo di stufetta messa al massimo non contrasta gli spifferi e il gelo dell’officina e poi son da solo…quasi le sette, i Robur che sbuffano aria sono spenti da un po’, metà delle luci sono in pausa…si sente solo il vento fuori che urla.

Metto la giacca…la macchinetta oblitera un’altra giornata da zero a zero. Fuori il mondo é nero e gli alberi sono irrequieti. Prima delle luci di casa mia, 340 metri di inverno, tutti controvento.

212° giorno – Il titolo

Ho un titolo in testa da giorni e vorrei usarlo…non ci riesco.

“È normale che dopo duecento giorni le idee scarseggino…ci sta…”
“Si lo so…”

Me lo dice il mio amico, quello delle ‘cose a caso’, quello di ‘che è da fuori che si vede’…un tipo pacato e saggio, mezzo scrittore come me e quindi le cose da scrittore come le crisi, il voler chiudere tutto, bruciare fogli…le vive pure lui. Mi chiama anche la mia sorella samurai, mi dice che è stanca, che si allontana dagli altri, che vuole imparare il Kung Fu. Io le dico che ultimamente la mia vita è come moltiplicare per uno, non cambia un cazzo e benedette le fiacche sulla lingua e i numeri alti sul termometro cosi…per cambiare i fattori dell’equazione. Le dico ‘Ciao’ e aspetto il suo ‘Ciao-cia-ciao’.

“Ciao-cia-ciao…”

Sgranocchio cioccolato e nocciole…dovevo eliminarli da oggi i dolci, i grassi, le porcate…ma è tutto come quel titolo, bellissimo alla pari con i buoni propositi…ma quando c’è da prendere in mano la penna poi, non fai nulla.

Idiota.