210° giorno – Meglio di ieri

Secondo giorno da mezzo influenzato…le cose migliorano, l’uovo di struzzo ‘sceso’ e digerito, bombardamento di farmaci che mi ha reso il mal di testa e il mal di gola sopportabile o forse sono le radiazioni dei film a catena continua che metto in TV che mi desensibilizzano il cranio mentre mi faccio del male tormentandomi la bollicina che sta sulla punta della lingua.

Mi sono sparato qualcosa come 4-5 film di fila e per concludere, per parlare di germi, ‘L’esercito delle 12 scimmie’ ora scorre nel suo genio e follia sul tubo catodico Philips anno 1998.

“I germi non esistono, sono soltanto un’invenzione creata apposta per vendere disinfettanti e saponi.”

Sarò breve, non ho voglia di scrivere fuori dal letto, in balia di spifferi provenienti dal cassone della tapparella, dimora di ragni e bestiacce e vento continuo, voglio solo sbomballarmi nel letto e davanti alla TV che oggi ho pure fallito con il tentativo di uscire fuori…c’erano sconti e grosso shopping da fare che per uno come me è motivo di giubilo e di grande carica ma nulla, collassato. Esco solo stamattina, c’era da andare in posta per forza…roba di lettere da inviare urgentemente…mi accompagnano in macchina, prendo freddo giusto qualche minuto e già mi basta per iniettarmi dolore nelle vene del cervello, fitte lancinanti. Poi subito il muro caldo della posta appena oltrepasso la porta a spinta, vecchi che si lamentano, un bambino che gioca con la cordicella di una penna, la tizia allo sportello che senza fare rumore dice e ridice “Non ce la faccio più”…lo leggo dal labiale. Io tossisco e spargo germi di questa nuova malattia nell’aria aspettando il mio turno. Dovranno sicuramente mandare qualcuno dal futuro per fermarmi prima che per il mondo sia troppo tardi, l’epidemia inizierà da qua. Pago 70 centesimi allungando una banconota che a proposito di germi e schifezze, sono la cosa più sporca che esista, sia come igiene che come morale. Mi allontano da vecchi, bambini e sportelli POSTAMAT elettronici, fuori freddo e subito nel Lupo con Sorella che mi aspetta sull’uscio sgasando.

A casa inizio con il pianeta delle scimmie…quello vecchio…dovrei radermi pure io a vedere tutti quei peli farlocchi. Poi continuo con Matrix e cosi via…non misuro la febbre ma credo di averla. Come arriva la sera si sa, sembra sempre peggiorare la situazione…la tosse si fa un po’ più forte, ricevo due chiamate e la mia voce pare uscita dall’oltretomba. Io tutto sommato mi sento anche bene non fosse per la testa pesante, diciamo che ne approfitto…nessuno mi fa domande…nessuno mi rompe il cazzo con lavori…posso starmene schiantato orizzontale una volta tanto…non me lo concedo spesso.

Ora basta…ho Bruce Willis sullo schermo e questa sedia mi ha stancato…devo anche prendere lo sciroppo per la tosse…mi irrita la gola.

Germi del cazzo…anche se non esistono.

207° giorno – Nuovo documento.docx

Decido da prima di scrivere un bel pezzo. Ci penso la mattina quando esco nel freddo e anche davanti allo schermo in 8 ore di meritato quasi-far nulla.

Non riesco a scrivere niente, nemmeno il titolo, nemmeno il numero del giorno, duecentosettesimo che qualche augurio per aver superato il duecento mi è pure arrivato per quanto serva al mio attuale morale ovvero, nulla…non fa quasi differenza.

Eppure di solito la cosa funziona…ma è evidente che anch’io sia soggetto ai periodi e ai fogli bianchi di word che salvi come ‘Nuovo documento.docx’ che nemmeno un nome per il file ti viene in mente…quando sono giorni che non fai altro che dirti di alzare l’asticella, che ogni pezzo dev’essere di qualità anche se lo scrivi alle tre di notte con il sonno e il primo degl’incubi notturni che già bussa da dietro le palpebre. Mi credevo un genio. Mi sveglio che sento di esserlo, la sera mi ritrovo nel cesso della mediocrità. Devo arrendermi al fatto che in molti giorni i pensieri attraversano la gelatina e arrivano deboli e molli e c’è da arrampicarsi sugli specchi. Quando rileggo il mio creato ben impaginato su libro digitale butterei via metà delle parole. Gli altri scrivono immensamente meglio, gli altri hanno le storie e mondi, vanno a parare da qualche parte. Io parlo di fogli bianchi e di qualche macchia di sporco che ci butto sopra quando scrivo seduto sulla tazza del bagno.

“Io mi levo dal cazzo…”
“Mi sa che vengo pure io” rispondo a Teo.

Ci vado. Costeggio il muro della ditta per andare sul retro, sorpasso il Caterpillar giallo parcheggiato come un’utilitaria e mi infilo in macchina…meno strada da fare con le scarpe umide e il vento contro, meno freddo sullo stomaco, meno stress articolare e consumo di asfalto e suole, strofinamento di pieghe di stoffa per andamento cinetico degli arti.

Voglio tornare a casa prima.

Cado sul letto, blu scuro fuori, tic-tac dei tasti del cellulare, traccia melodica-elettronica indefinibile nei padiglioni acustici…chiedo ad una rossa riccia per la terza o quarta volta, non ricordo, di uscire…è una fissa, una cosa che voglio ma stavolta non mi risponde e non mi risponderà…quindi mi metto al pc e riprendo a trasformare i ricordi in 4:3 di Berlino con fare stanco mentre sticomitie iperveloci di Gilmore Girls si intromettono a frequenze ultrasoniche oltrepassando la barriera del fastidio. Odio quella serie, i dialoghi in cui tutti sembrano dannatamente brillanti e simpatici rispecchiando un mondo teatrale e falso. Odio la cuoca cicciona e la sua farlocca stizza e modi di fare da procione con ghianda in mano. Odio la ragazza giovane e la sua madre vacca più vecchia. Odio la madre-nonna e i suoi vestiti-armatura di seta e la casa…con mobili antichi pitturati crema e tessuto alle pareti. Sopporto il locandiere perché sembra Stallone, il nonno da quando ha i baffi, il pazzo squilibrato che somiglia ad Edward Norton ma con l’insegnante di sostegno…ho sempre tifato per gli sfigati e gli scorbutici, i brutti. Io sono brutto, sfigato e scorbutico e ho sempre desiderato qualcuno che facesse il tifo per me.

Non riesco a vederne più di otto minuti con l’audio attivo ma pare faccia bene al recupero di salute di Sorella, messa a letto da influenza e mal di pancia e curata a pasta bianca, Busco Pan pastiglie, tachipirine da sciogliere, Oki e Tv…Masterchef Usa, Italia, Uk, Algeria e tutto il resto dei paesi e Gilmore Girls appunto. Purtroppo.

Visto che sono già in postazione chiedo a qualcuno che ne sa…Wikipedia, e vado a leggere il finale. La giovane delle ‘girls’ finisce con il biondino e va a fare la giornalista mentre la madre se ne gira trecento o cento volte i soliti tre e dimostra che un po’ troia lo era davvero alla fine.

Mai avuto dubbi.

 

205° giorno – L’importanza di sapersi togliere un maglione in pubblico

C’è una voce al telefono…dice qualcosa del tipo “disattivare il servizio di disabilitazione per poter effettuare la chiamata” senza aggiungere nulla, non un sito o un numero da chiamare che comunque non potrei contattare non avendo disattivato il servizio di disabilitazione.

Forse devo urlare qualcosa verso il cielo, forse è uno scherzo, forse devo implorare l’aiuto di Super Telecom con mantello rosso, forse non so cosa sto facendo, forse posso convincere i miei che il telefono non serve e che piccioni e fumo e pony express sono meglio ma sotto sotto, prego Dio che la regola inglese della doppia negazione venga applicata anche al resto della vita e che ‘disattivare’ e ‘disabilitare’ si annullino…magari già da domani si, appena sveglio.

Ne sono convinto, dico a Madre che risolverò tutto domani, che ho un piano il che è quasi una cosa vera e che consiste nello schiantarmi sul letto, dormire e sperare che una qualche sorta di magia operi nei cavi o un folletto operoso che lavora di notte si accorga di anomalie e che sistemi tutto smanettando su tastiere a velocità Jessica Fletcher su macchina da scrivere…ricordate no? Nella sigla della Signora in Giallo dico…all’inizio credo, con la canzoncina che faceva “Dan-Dan-Dan-Dan-Dan…Dan-Dan-Dan…Dan-Daaa..” che poi, quando penso alla Jessica, più che la sfiga che si porta dietro…a volte mi pare di vedere uno scheletro con la falce dietro di lei…mi vengono in mente le vecchie con i capelli cotonati. Da dietro sembrano tutte uguali e tutte sistemate dallo stesso parrucchiere che a sto punto dev’essere milionario visto che le fa in serie peggio degli scaffali IKEA. Hanno questi boccoli e forme cespugliose con colori da mezzo piccione sporco che io mi dico che sarebbero meglio come quelli di mia nonna a sto punto, bianchissimi e pure mezzi-punk. Quello si che era stile.
Ora, io dal giro del parrucchiere mi sono tolto da un po’ e la cosa che mi stupisce, e qua le cose si incastrano in maniera meravigliosa, è che l’altro giorno mio padre mi fa…

“Figlio…orsù prendimi un appuntamento per metà ora dopo la terza di meriggio dal tosatore di chiome”

…e io subito, sul telefono di casa, ancora lontano dal dramma della disattivazione di disabilitazione, con memoria e velocità digito il numero “20-22-64” che forse è l’unico numero fisso che sono riuscito a ricordarmi ed ecco il vecchio parrucchiere dell’ormai infanzia, Massimo, lì che mi parla al telefono e mi chiede cosa faccio, cosa combino e no…non ce l’ho la ragazza..eh in paese non ci sono quasi mai…si la fotografia qualche soddisfazione la tira fuori finalmente.

Lo saluto che alla fin fine lo conosco da vent’anni abbondanti e fa sempre piacere, mi passo una mano sulla testa rasata in memoria dei giorni dei capelli sugli occhi o del gonfiore post-phon o del che bello era tirarseli indietro. Ormai essere pelato non è più un problema, ormai non mi importa ed è incredibile invece, quanti altri mille altri problemi del cazzo mi sono creato per sostituire l’ansia del pelato con mille altre micro ansie da minorato mentale che mi rendono insicuro come un tavolo a due gambe.
Tipo, ieri ero in un locale gonfio di gente e ragazze e drink e simpatia e ipocrisia e vedo un mio amico che si toglie con disinvoltura un maglione.
Ma tu sai quanto volte penso ai vari passaggi quando mi devo togliere un maglione…assicurarmi che la maglietta sia dentro i pantaloni che altrimenti tiri su tutto, mi incastro e mi innervosisco e sudo e porto via tutti quegli elementi di cui mi arredo il corpo tipo catenine-bracciali-orologi e magari hai sotto la camicia e sembro un babbeo del cazzo con una specie di tenda incastrata sul cranio se me lo tiro via e…

…continua cosi a ritmo continuo mentre soffro il caldo e subisco il disagio e il maglione rimane appiccicato sul busto per il resto della serata…e dire che non mi posso neppure spettinare i capelli.

Il mio amico invece…che è pure uno che con gente uomini e donne ci sa fare mica ci pensa, mentre io si…che cazzata.

Cioè, perché stare a pensare due ore come fare quando fare e perché fare certe cose? Se hai problemi a toglierti un maglione in pubblico tanto vale che stai a casa a piangere in un angolo dico,figurati che succede con le cose serie.

A meno che non sia quello il trucco di chi ci sa fare davvero…togliersi il maglione in pubblico è la prova definitiva…non il modo di fare o le parole o i sorrisi, passa tutto dal maglione da sfilare che diventa una specie di interruttore di superpersonalità stile cappellino di Sylvester Stallone in ‘Over the Top’…diceva che quando si girava il cappellino gli si accendeva una specie di interruttore e diventava una macchina da braccio di ferro.

Vabbhè basta.

Che pensieri del cazzo.

Mi spoglio e vado a letto.

191° giorno – Delle canzoni canto solo le parolacce…

…e forse un po’ lo è inopportuno, che spesso ti ritrovi concentrato ad aspettarla la parolaccia nel testo e quasi non ti accorgi che forse se sei ad una fermata del pullman, l’ennesima della tua vita…circondato da vecchie, ragazzi con gli zaini che ci provano, facendo i finti maneschi, con ragazze con gli zaini…non ci fai una bella figura se ti leggono “Fanculo” sul labiale, sentono “Motherfucker” sussurrato e sibili “Cazzo” e “Merda” come un serpente.

Non sta più bene fare figure, sembrare lo sciroccato del quartiere, quando vai in giro in un primo pomeriggio e di nuovo la pioggia fitta e quell’ombrello che attacco su ogni pezzo di metallo riservando una parte di cervello al ricordo della sua posizione, per non perderlo e farlo finire nel cimitero degli ombrelli perduti che chissà che fine fanno e quante storie potrebbero raccontare i miei ombrelli persi, adesso in mano a ragazze bellissime, a immigrati, killer, barboni, ristoratori cinesi o ragazzini come me da giovane, cartellette sotto le braccia, occhiali, capelli che ti infastidiscono per quanto sono folti e lunghi…una scocciatura che rimpiangerai, o si che la rimpiangerai.

Vorrei due mani ausiliarie per riuscire a controllare tutto simultaneamente…cellulare, libro di Charles con ragazza stilizzata nuda a gambe larghe, rosa messa tatticamente proprio “li” che a proposito di figure chissà che pensano le vecchie, e i ragazzi che ci provano con le ragazze facendo i maneschi per finta quando intravedono quella copertina e la giacca lunga e la faccia e il cappuccio…losco figuro a proposito di figure, come dicevo.

Capita tante volte poi e anche oggi, che mi ritrovi a camminare in giro su marciapiedi sconnessi e neri con il desiderio di essere da solo infilato in una città nuova, scoprire e memorizzare gli angoli nuovi che incontro e tardare agli appuntamenti o proprio non andarci o fare giri più lunghi circumnavigando sobborghi, palazzi e parchi, starmene in giro con musica e parolacce soffiate mentre le macchine cercano di evitarti o di prenderti.

L’essere meditavagabondo è molto simile al sentirsi solo e malinconico, che vedi cartelloni di pubblicità e pensi a quando tutte quelle persone, che su quel cartone di tanti metri per tanti metri di grandezza stanno in riva al mare caricando una macchina di oggetti, saranno scomparse nel nulla e nessuno si ricorderà di quell’immagine e di quel cartellone e di quella macchina. L’essere meditavagabondo è stare ad osservare i volti alle finestre invece di guardare per terra dove metti i piedi, che in questo periodo ci trovi di tutto…i serpenti e gli altri animali escono dai tombini e le persone dormono sui cigli in mancanza di quattro mura…nemmeno quelle di cartone che le scatole delle lavatrici vanno a ruba pure tra i ricchi.

Vedo una ragazza sui trentacinque con i capelli rossi affacciata alla finestra che fuma con lo sguardo triste e penso all’infinità di giorni passati ad affacciarsi su una vista di cemento, asfalto bagnato da pioggia continua, platani morenti e quasi mi viene da piangere. Vago tra concessionarie di auto di lusso in riallestimento e macellerie e cinema chiusi passando tra gente che si arrabbia quando cerco di immortalare un frammento della loro vita in una foto, insultandomi come se facessi un torto nel trovare qualcosa di interessante in un’esistenza che si basa sul mangiare, dormire, riprodursi al minimo sindacabile, acquistare beni, sacrificare sentimenti, stare lontano dal mare, dall’arte, dalle risate…come la loro.

“Scusate” dico “…scusate se vi ritroverete un giorno appesi in un istante del vostro passaggio nell’universo in muri di case lussuose o musei o carta patinata ammirati da tutti…elevando la vostra vita normale che non rimarrà scritta in nessun libro ma solo in ricordi che finiranno nel nulla…scusate se vi voglio rendere immortali…pregate il vostro Dio allora se ne avete uno…”

Meditovagabondovaneggio schivando scrosci dal basso e dall’alto per diversi decametri. Un posto asciutto…entro e incontro una conoscente non amica cicciona che è solita attaccare sul posto di lavoro e sugli armadi foto dei figli e del marito ed è tantissimo felice del suo isolotto di sabbia calda e acqua tranquilla che a me sembra tanto bello a pensarci ma se poi vedo una nave pirata mi ci voglio arruolare. A proposito di figure mi chiedo se le faccio quando degli auricolari tolgo solo il destro mentre l’altro rimane appeso che cosi è più comodo…non devo stare ad arrotolare e srotolare sciogliere nodi imprecando e ripetendo a memoria tutte quelle parolacce che sento nei testi delle canzoni. “Sembrerò maleducato” mi dico, “Si sentirà la musica” mi dico mentre le parlo, li appoggiato ad una mensola in ciliegio finto infilata in mezzo ad anfratti cubici di muratura bianca. Questo mi dico.

Però lei sorride e mi chiede se prendo ancora il pullman per fare foto agli sconosciuti.

“Si” rispondo…e un po’ sono sorpreso…non ricordavo nemmeno di averle raccontato una roba del genere l’ultima volta che l’ho vista…e sarà un anno fa.

Poi chiacchero e dico cose e lei sorride, chiacchera e mi dice altre cose…niente di importante…io le dimenticherò al secondo piano di scale in discesa stavolta, verso l’uscita. Lei se le ricorderà per la prossima volta che ci vedremo.

Ed esco…ed è già tutto dimenticato però sono un po’ più contento per quella piccola sorpresa…di qualcuno quasi sconosciuto che si ricorda una tale inezia della tua vita, come quando io faccio foto a persone normali che quasi non sembrano lasciare traccia nel mondo ma che per me sono come piccoli oggetti importanti da tenere da parte…e ammetto che essere quasi sorpreso-contento da meditavagabondo è una cosa nuova per me. Sento quasi, forse…che potrei provare a migliorare un po’ questo mondo triste, cominciando da quella fermata del bus li in fondo, con una tizia che avrà trent’anni, bionda e piccola con lo sguardo triste.

Cerco di non urlare le parolacce che sento in cuffia e cammino verso di lei e adesso siamo sotto la stessa tettoia e la guardo, a meno di un metro di distanza e anche lei mi guarda.

No…niente…pur contento, ad incrociare uno sguardo sconosciuto e poi sorridere…non riesco.

Beh…come si fa con le diete…inizierò a migliorare il mondo da domani.

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190° giorno – Tornare indietro

Ho periodi in cui devo allontanarmi da ciò che amo…passioni, persone, cibi e bevande addirittura.

Forse è paura che tutto diventi routine…che la costanza riduca tutto il fuoco in cenere e cosi sarei costretto a cercare nuove cose, ricominciare da capo, ricostruire tutta quella voglia di fare e creare.

Invece con queste pause di riflessione in cui mi distacco, mi disincanto, mi ritrovo svogliato, incapace, apatico, inadatto, perso…solo…ecco…la brace comincia ad ardere di nuovo, pian piano riscopro che tutto quello che stavo abbandonando è una parte troppo importante per me…sono vivo grazie a queste, mi tengono attaccato alla parte buona di me, quella allegra, che a volte sorride pure.

Ho ricominciato a scattare, camminare tra l’umanità, riprenderla nella mia arte, sorridere quando faccio una foto o quando esploro gli angoli della città. Ho ricominciato a saltare, graffiarmi le braccia, scivolare su muschio e ferro arrugginito, tornare a casa senza riuscire nemmeno a stringere i pugni dalla stanchezza…e mi rende felice.

Smetterò anche di scrivere prima o poi…ma sarà un bluff. Tornerò…perché mi serve, è troppo importante, anche quello parte dell’equazione che risolta è uguale alla mia anima.

Smetterò e tornerò indietro.

Sempre.

185° giorno – Il colore dell’odio

“…e quindi pensavo di scrivere una lettera ai vigili…ma in tono educato…non solo insulti…però poi ci scrivo anonimo…aggiungendo che altrimenti stronzi come sono mi verrebbero a prendere a casa per farmela pagare…”

“Buona idea Teo…” rispondo, anche se non ho ben capito il perché della lettera…sempre che esista un perché.

Ma sono distratto, potrei non aver sentito, cosi preso dal lavoro…distratto dal cazzeggio di routine insomma. Ho di fronte un video fatto con una fotocamera da 30 euro che mi sta facendo parecchio incazzare. L’ho infilato dentro un software da 13.000 euro crackato che ci hanno pure fatto Avatar e quello mi restituisce una schermata bianca e io non capisco cosa stia succedendo. Lotto tra formati, importazioni, filtri ma invece di bombole, ingranaggi e macchine in azione continuo a vedere una simulazione della Siberia in inverno.

Rimango in ditta un’ora in più, esco che sono da solo nel capannone, rispetto a ieri mi sento meglio. Voglio tornare a casa, prendere l’iPod, andare ad allenarmi. Mi preparo con la solita robaccia addosso, prendo il lettore.

Schermo bianco. Cazzo me ne ero dimenticato. Lo resetto quattro volte, lo schiaccio, lo sbatto per terra, lo insulto e lo picchio ma nulla…schermo bianco. Sembra una maledizione.

Aspetto la cena, abbastanza nervoso. Essendo nervoso devo mangiare qualcosa. Per forza. Mi ricordo delle arance in frigo. La sbuccio, sembra gustosa ma quella pellicina attorno alla polpa è come mastice. La tiro e mi distrugge ogni spicchio…il tavolo sembra una sala operatoria. Quando non riesco a staccarla o mi stufo la mangio insieme alla polpa ma è amara al limite del fastidio.

Ancora più nervoso. Dannata pellicina…pellicina bianca.

Che colore del cazzo.

180° giorno – Fuga?

A scrivere il numero, a scrivere ‘giorno’, a mettere il trattino ci sono arrivato…è già qualcosa.

Non basta.

Ho sullo schermo il film di Vallanzasca…non lo sto guardando…ha delle buone musiche, la recitazione mi sembra cosi cosi…ci sono un sacco di belle ragazze dentro…lo so perché quando sento una voce di donna alzo lo sguardo e vedo com’è. Tutte belle.

Le musiche però sono invadenti, te ne accorgi soprattutto quando i film non li stai guardando, senti le melodie che soffocano le parole, troppo alte…e poi urlano tutti, sia buoni che cattivi, mi sembrano tutti incazzati nonostante le donne, i soldi, le macchine, le droghe, la musica nei club.

Ma ci sta, lo siamo tutti incazzati…credo. Un sacco di gente si giustifica ogni giorno, perché ha sbagliato, perché ha perso la testa, perché non sa come comportarsi e combina disastri…perché sono incazzati. Uno che mi dice “no ti spiego…” anche se non mi interessa, una che manco mi risponde e quindi mi incazzo pure io. Sono il primo ad arrabbiarmi. Con gli altri. Con me. Arrabbiato per la donna che non mi vuole, per il conto in banca in picchiata, per le pedine che non si smuovono, per le parole che su carta, quando le rileggi, non sanno di nulla e ti credi davvero sopravvalutato da quel gran sopravvalutato di te stesso. Arrabbiato come tutti gli altri, ricchi, poveri, stronzi, bravi, preti, perbenisti, vicini di casa, invidiosi, ladri come Vallanzasca.

Sta su una nave, millesima volta che lo catturano che io lo capisco a sto punto, che gli rimanga solo la rabbia…é un bello stress. Non so come ma fugge da un oblò prendendo in giro cinque carabinieri, indossa un giacchetto da operaio, si finge parcheggiatore, fugge nel nulla di un porto.

Nelle fughe sono esperto anch’io…ma tanto è inutile…se il problema è la rabbia…quella te la porti ovunque tu vada.

Ma forse c’è da andare davvero lontano.

Non ci sono mai andato davvero lontano.

178° giorno – Weber

Da qualche giorno ho paura dell’acqua calda. Mi siedo nella vasca, in bagno, prendo il soffione e apro l’acqua, facendola scorrere lontana da me. Invece di innaffiarmi come Dio comanda tentenno dubbioso, come se fosse acqua gelata…mi serve prendere un respiro profondo, quasi chiudere gli occhi e puntarmi addosso il getto. Fisicamente mi dà fastidio, sento brividi sulla pelle, spilli emotivi, disagio.

Esco dalla doccia dopo tutte le varie fasi acqua, sapone, risciacquo, seconda passata, asciugamano. Mi metto una maglietta della Weber.

Detta così pare un marchio di lusso, roba di nicchia, da calciatori, da gente coi soldi. La metto perché devo uscire magari…vita sociale, donne, facendo il figo con la maglia Weber.

“Cazzo…maglia Weber…tu si che vai bene…”

In realtà, la Weber fa materiale per l’edilizia…vernici, colle, prodotti di quel genere, per sistemarti la facciata di casa e organizzare cantieri raggruppa-vecchi. È una specie di canottiera con le maniche giallo limone e la scritta ‘Weber Saint Gobain’ sul petto, roba che non terrei nemmeno nel cassetto di un armadio abbandonato in discarica…figurarsi addosso, ma d’altronde, ho finito tutte le altre magliette da letto, che mi hanno detto che alla salute fa male starsene a torso nudo.

“Va bene…ma perché…che mi succede…”

“Fa male…”

“Ok…”

Così, vestito chic, vado in cucina che mi sono ricordato dal nulla che in frigo forse ci sono ancora mandarini. Ci sono…li mangio. Poi metto su Jurassic Park, che quando fuori piove ne ho sempre voglia anche se fa un sacco di rumore Jurassic Park, è un continuo smanettare sul telecomando per fare montagne russe con il volume anche se adesso, forse, la pioggia fuori fa ancora più casino del film.

Oggi, ad allenamento, ho ‘preso’ un sacco di acqua fredda a proposito…con le mani tra pozzanghere e fango, dita rigide su sbarre viscide, la felpa zuppa, piedi fradici, gente che ti guarda come un alieno o meglio, una disgustosa e umida creatura degli abissi.

Bello però, mi è piaciuto…e sempre meglio dell’acqua calda, comunque.

173° giorno – Alpha

Inizio a scrivere forse in terza o quarta superiore, era un tema…il commento ad una poesia, il mio primo grosso lamento su carta. Quattro facciate di protocollo, tre righe di commento standard e altre ottantasette sul come mi sentivo quando mi guardavo allo specchio e non mi riconoscevo, di come vedevo riflesso qualcun altro e se parlavo…non ero io a farlo, chissà da dove veniva fuori quella voce.

Torno a casa, a mia madre dico “è andato male”

Quattro giorni dopo prendo nove e i complimenti pubblici della prof., un paio di compagne che mi chiedono di poterlo leggere e io penso che forse è la prima volta che credono che abbia davvero qualcosa di profondo da dire oltre alle battute, alle cazzate, a fare il simpatico…anche se è sempre stato tutto li dentro, fin da piccolo…è sempre stato cosi.

“Posso?”

“E’ un po’ personale…”

“Beh se non vuoi…”

“No dai…tieni…”

Leggo Norvegian Wood di Murakami, passo giornate a parlare con gente virtuale, le uscite con gli amici, inizio a scrivere pensieri, leggo ‘L’Alchimista’ di Coelho dopo un’adolescenza a coltivare sogni di avventure con Cussler, Crichton, Tolkien. Amore…prendo e perdo. Amici…prendo e perdo, come perdo anche occasioni…e perdo colpi…e cado e mi rialzo, ricado, mi rialzo, cado ancora e non mi rialzo più. Stanco, mi infilo in una gabbia di paura e timidezza dove scrivo poesie…un disastro…melense, piene di metafore, immagini figurate, unte e bisunte, grasse, farcite, disgustose. Scrivo cose terribili, sperimento l’andare giù e sentirsi un vero alieno, non esco con nessuno, non rispondo a nessuno, invento scuse, bugie, cazzate e sto nella gabbia, al buio, a lamentarmi, a mangiare ed ingrassare finché dalla porta non riesco nemmeno più ad uscire e scrivere…smetto anche con quello, mangio e ingrasso e basta, ancora e ancora…

Poi mi addormento.

Mi sveglio quando sento che le sbarre mi lasciano segni e fa male, mi rialzo e cerco di uscire ma ci vuole tempo. Aspetto. Ancora tempo. Aspetto ancora e intanto reinizio a scrivere finché la porta non si allarga o forse sono io a stringermi ed esco di nuovo e recupero gli amori, gli amici, la bella scrittura, il mare, le giornate di sole, correre finché il cuore non scoppia, risate, marmellata alle arance, figure di merda, lavoro, università, sbronze, cotte estive, ragazze che pensi siano troppo belle, la gente di merda, le giornate in cui lasci l’ombrello a casa e ti becchi il diluvio e a te non te ne frega un cazzo che l’importante è che ci sia la musica.

Cresco, ormai uomo o almeno credo o almeno cosi mi dicono e continuo a cadere, rialzarmi, cadere di nuovo finché non imparo che cadere e rialzarsi è il succo della vita…è cosi, sarà sempre cosi. Quando mi rialzo lotto, vinco e perdo, conquisto persone e cose, rido, piango, soffro, amo allo sfinimento e mi incazzo, bugie e troppa sincerità, faccio lo stronzo, sono troppo buono, intrattabile, solare, meschino, pazzo, folle, energico, sudato, positivo, a volte in piedi, a volte a terra…in piedi…a terra…in piedi…a terra…ma ormai ho capito la lezione mi dico, le cose cambiano anzi, sono cambiate…d’altronde le strade portano sempre da qualche parte…o almeno credo, o almeno cosi mi dicono.

Poi un giorno rientri in casa, più di dieci anni dopo, stesso specchio di quel tema e non ti riconosci…il riflesso è quello di qualcun altro, parli e quella voce non è tua e quindi, nonostante quello che credo, nonostante quello che mi dicono…cosa è cambiato?

170° giorno – Manichino

Avevo già scritto sedici righe di pezzo…le ho cancellate tutte, facevano cagare.

Oggi è una giornata del cazzo e ci sta quando le cose non vanno come ti aspetti e ancora di più quando vanno proprio come ti aspettavi ma un po’ ci credevi si, che fosse diverso.

Non mi stupisco, non più ed è il vantaggio dell’abitudine, se te lo aspetti manco fa cosi male.

Quindi, abbiamo una giornata del cazzo, freddo a lavoro e freddo in casa e l’unica cosa davvero al caldo sono le gambe sullo scaldotto elettrico che ho acceso tutti e tre i bottoni del potere, rotella rossa a manetta e ventola che sbuffa placida e fa rimbalzare quel monsone artificiale tra le pareti della scrivania, arrostendomi i jeans.

Vestito da lavoro…a lavoro, come dire vestito da barbone. Sulla porta della ditta, riflettente al cinquantapercento, ogni volta che arrivo riesco ad intravedere la mia forma che cammina storta e sgraziata con pantaloni larghi, scarpe con pianta sagomata in cui si infilano fra fessure, tagli e crepe tutti i sassolini di un parcheggio sterrato, felpa con cappuccio cha fa una strana punta in pancia, anche se la pancia non c’è ma quella punta si appunto, che si forma per pieghe inspiegabili causate dal mio non essere un tipico manichino perfetto su cui tutto sta bene. A loro sta bene tutto, ai manichini perfetti…loro hanno capelli con tagli alla moda, a loro le rughe non deformano il volto, sembrano sempre simpatici ed intelligenti.

Da manichino imperfetto invece, tutti i vestiti mi si incastrano addosso, le magliette si sfilano ed entra il freddo, polsini e maniche troppo strette che lasciano il segno, i maglioni ti fanno soffocare e mi agito in continuazione, in disagio. Le rughe accentuano i difetti e gli specchi sempre più spesso dicono solo la verità, parli con qualcuno di nuovo, e sembra che ti voglia dire

“Ora…sappi che ogni tua parola verrà sezionata e analizzata…se viene ascoltata ovviamente… e diventa una specie di esame…ultima chance da subito….”

Mi prendo uno yoghurt alla banana e ci spezzo dentro 5 macine. Non dovrei. Poi anche un pezzo di Asiago dentro il panino. Non dovrei. Prendo mi sdraio, non rispondo ad un paio di messaggi, ignorandoli apposta…eh si non dovrei. Sempre più spesso sono incoerente, senza nessuna voglia di fare parte di una categoria per cui tu sei bello, brutto, operaio, falegname, pericoloso, violento, simpatico, sfigato, utile, unico, braccia rubate all’agricoltura. Non ne ho voglia, ma alla fine credo che il disegno dietro sia troppo grande, mi verrà…la voglia o mi costringeranno.

Rimarrò un manichino.

Imperfetto pure.