124° giorno – C’è la crisi…

Prime commissioni da fare post-rientro. In mattinata visto che ho deciso di non andare a lavoro per grossi problemi, appuntamenti importanti, questioni di duro risolvimento, tutti riassumibili in un “non avevo nessuna cazzo di voglia di lavorare”. Prima tappa Vodafone Store che ho una gran voglia di finanziare produttori di cellulari recentemente. Vedete, il mio attuale intelligentofonino sta passando una mezza crisi, roba di violenza domestica in cui ammetto di avere colpe. Lo picchio, lo lancio, lo avvolgo in nastri adesivi per coprire le cicatrici che gli causo da bravo marito bastardo. La nostra relazione è finita da mesi.

Esco di casa con Sorella, vincolati ai soliti tempi stretti e limitati tipici di questo inferno. Nel viaggio di andata, scherzo sull’utilità di quel posto messo nel mezzo di quel cesso di paese in cui viviamo. Un progetto pretenzioso ma d’altronde  io tifo sempre per i poveri, i pazzi, i romantici, anche se finiscono male e il tizio era un mezzo hippy tranquillo e spaesato con capelli a caso e montatura improbabile.

L’ultima volta, prima di partire, mi ha pure regalato due cover.

“Mi sta simpatico…” anche se “magari lo troviamo chiuso” dico a Sorella, ridendo.

Lo troviamo chiuso. Dentro, rifiuti buttati a caso e il tavolino sbilenco con il simbolo Vodafone mezzo staccato. Serranda abbassata, vetri luridi con ancora le promozioni di agosto attaccate sopra. Sembra il risultato di uno scambio di opinioni post-G8 tra black block e polizia violenta. Controllo pure il pavimento alla ricerca di sagome fatte con il gesso e cartellini con i numeri sopra ma trovo solo pezzi di stand e rottami. Più che un negozio appena chiuso sembra un regolamento di conti con mazza da baseball per contorno. Roba di racket, roba di mafia.

Ci rimango male.

“Vabbe Elo, andiamo a prendere i cartelli” dico a Sorella, dopo 5 minuti di ‘rimanercimale’ con sguardo fisso.
“Che cartelli?”
“Ci servono due cartelli vendesi”

Di nuovo in macchina in mezzo alla giungla urbana umida lombarda ma per fortuna il negozio è vicino. Tempo due minuti parcheggiamo e andiamo verso “Targhe & Timbri” che di queste cose ne è sempre pieno. Subito di fronte al negozio infatti, sulla vetrina, ecco due cartelli vendesi, come quelli che cercavo.

“Per cessata attività” c’è scritto, nello spazio bianco.

Questa crisi ha rotto le palle.

123° giorno – La passerella

La gente si raggruppa come squali corallo attorno a due ballerini impegnati ad agitarsi su note brasicubanospagnole estive in rapida successione. Nei due secondi di pausa tra un tormentone e l’altro la gente applaude, la gente fa video, la gente balla.

Mi chiedo perché non se ne stiano seduti a pensare a cosa lasciano dietro, a dove stanno andando, a cosa ci sarà da fare domani. Mi chiedo perché ridono, perché sembrano in vacanza, perché mangiano gelati tutti rilassati mentre la vita è quella che è in un mondo che è quello che è,  una specie di passarella traballante affacciata sull’oceano. Ma sopra quel legno che oscilla ci sono solo io a quanto pare perché sembra evidente che sulle navi siano tutti felici. Tranne me.

“Vorrei dormire” dico ad un cane dall’aria assonnata ma quello si gira dall’altra parte. Forse anche lui vuole dormire. La sua padrona è sdraiata che prende il sole, addormentata. È bella e mi metto a guardarla per un po’ che tanto mancano ancora tre ore e mezza di ventosa navigazione e qua, la gente, non ha nessuna intenzione di smettere di divertirsi e di essere felice. La felicità altrui un po’mi nausea ultimamente e finisce che mi ritrovo con il mal di mare per la prima volta nella vita.

“Un’ondata anomala di felicità” dico tra me e me

“Che succede ragazzo…non ti piace la festa?” mi chiede  il capitano sceriffo con cappello da cowboy e stella sul petto. Stivali in coccodrillo, pipa in bocca e pizzetto. Non l’ho nemmeno sentito arrivare.

“Non so cosa voglia dire…sono solo depresso” rispondo

“Bhe, è meglio che ti fai tornare il sorriso ragazzo, non voglio problemi sulla mia nave, è tutto tranquillo e voglio che così rimanga, mi hai capito sì?”

Accarezza le due pistole sul fianco con i palmi della mano, roteandoli sui calci. “Ding” fanno gli speroni sul tacco.

Annuisco ma non capisco.

Un battito di ciglia ed eccomi sulla passerella della vita affacciata sull’abisso del mondo. Il ponte della Megaexpress three, la gente, il cane e la ragazza…tutto sparito.

Sotto la trave, tra la schiuma, è pieno di squali e il legno scricchiola e si muove, ondeggia per il vento. Aspetto che qualcuno mi ordini di camminare, di andare verso il bordo o che mi infili tre millimetri di acciaio formato spada nella schiena per “incoraggiarmi”ad andare avanti ma non sento nessuno. Strano, non è così che vanno le cose. La gente cattiva ci gode in situazioni simili.

Provo a girarmi, pronto a vedere le orde di pirati di cui sono prigioniero che iniziano a ridere e che mi spingono giù insultandomi e facendo scommesse ma li non c’è nessuno. Aguzzo la vista e li vedo, lontani, al centro del ponte del vascello, vele gonfie sopra di loro. Davanti a tutti c’è lo sceriffo che li fronteggia, mentre quella ciurmaglia di manigoldi sta in file ordinate. Sembra che rispondano a dei saluti militari impartiti dal capitano sceriffo ma non riesco a decifrarli e da qua non sento nemmeno che dicono.

Mi chino sulla passerella molto delicatamente e a gattoni raggiungo il muro di dritta gonfio di acqua e scrostato da sale e tagli d’accetta. Mi faccio largo tra barili di Grog e sartiame, sempre chinato ma ora sul ponte in legno nero che puzza da fare schifo e che mi unge mani e ginocchia.

Faccio attenzione mentre oltrepasso due mozzi ubriachi e svenuti e raggiungo l’albero maestro, alle spalle dei pirati, nascondendomici dietro, sporgendomi solo un attimo per osservarli e capire.

Butto un occhio oltre quel cilindro enorme. Li sento,li vedo.

Stanno ballando la macarena.

121° giorno – Alfabeto

La casa è stata denudata di ogni presenza umana e sembra pronta da affittare con armadi vuoti, comodini sgombri, materassi nudi. C’è un gran silenzio al posto dei miei oggetti, di Sorella, di mia madre, mio padre. Un silenzio che sgranocchia i mobili e fa cadere l’intonaco dai muri, corrode i fili elettrici, scrosta le persiane mentre della mia presenza rimane solo un terzetto di magliette da stirare, due pantaloni e uno spazzolino con dentifricio affianco, sapete no, per prevenire l’attacco degli acidi, entro trenta minuti dai pasti.

Luci tutte spente, anche quando mi faccio la doccia, bollente come al solito, ma soprattutto oggi che fuori piove e anche un po’dentro di me. Saluto la tendina trasparente opaca a pois colorati, lo specchio troppo poco generoso con le mie sconfitte estive, la porticina pieghevole. Saluto i salotti immacolati e il frigorifero, la scala e la vetrata gialla e le stampe sui muri, i miei “Topolino” i giornali d’auto di milioni di anni fa. Saluto casa mia.

Stupida la vita. Credo che sia un diritto dell’uomo vivere e iniziare a morire dove vuole il cuore ed invece non mi è possibile solo perché devo inseguire banconote stampate, persone più infelici di me e vivere all’ombra di palazzi e ciminiere, immerso nelle cento nuove malattie della grande città.

Ma perché “Sopravvivere” deve venire prima di “Amare” ?

Non funziona così l’alfabeto…

120° giorno – Surf

Mi reco sul mediterraneo per una giornata marina con contest surfistico annesso che pare portatore di giubilo e ilarità.

Posiziono il telo da mare sulla sabbia, mare e vento che accarezzano il volto in attesa di fisicati cavalcatori di spumosi cavalloni ondosi con una spiaggia gremita di giovani, tatuaggi, tette, tavole da surf, granite, ragazze denudate da ormoni impazziti.

Gli abili surfatori pagaiano tranquilli e amabili nelle mosse acque mediterranee. Un grosso drappo purpureo adornato da un infausto teschio, esplicita agli avventori spiaggiofoli che è certamente portatore di periglio l’avventurarsi nel tumultuoso mare.

Sono in attesa di questa sfida fra cavalieri marini quando una giovane puledra mi si para innanzi.

Sa il fatto suo, bella e sconcia, capelli rossicci e lentiggini, maglietta bianca, costume ultra mini. Passa quattro ore a piegarsi per raccogliere oggetti inesistenti, fare pose sexy, strusciarsi e imitare fasi di accoppiamento con il ragazzo, l’amico del ragazzo, la ragazza dell’amico del ragazzo. Ogni tanto lancia un’occhiata indietro per accertarsi che gli stiamo misurando il culo con il goniometro mentale o che ipotizziamo l’inserimento di carte bancomat nelle chiappe, decisamente un punto di forza, che mette in mostra in quarantacinque pose diverse di cui trenta del kamasutra. Si mette magliette, se le toglie. Si abbassa il costume, se lo tira su. Si passa le mani ovunque come se si spalmasse crema abbronzante addosso. Non ha creme in mano. Poi inizia a saltare addosso a tutti, imitando cavalcate selvagge ed effusioni, sempre a tre centimetri dalla mia faccia tra il basito e l’interessato. Il ragazzo pare non essere turbato dall’atteggiamento da zoccolona della partner che cattura le attenzioni di venti maschi tutti attorno anzi, ne approfitta per infilare mani ovunque e lingua, ovunque.

Sono le otto quasi, alla fine il contest è finito. Tutti se ne vanno e anche la giuvenca. Mi dicono che c’era pure il campione del mondo, che forse ha vinto lui.

Io mi accorgo di non aver visto un cazzo, non una surfata, non una caduta.

Ricordo solo un paio di chiappe.

119° giorno – Fase Rem

Scorrono insulsi minuti di un’insulsa giornata in cui penso pateticamente che potrei fare qualcosa da solo ogni tanto, che prima ci riuscivo a tenermi compagnia abbastanza bene ed invece adesso mi sembra di no.

Ho un lettore di brani musicali digitali carico, una macchina fotografica carica, un carico di sogni e angosce quindi la cosa giusta da fare sarebbe prendere e agire, bello carico e uscire, correre carico, scattare foto ai muri e saltarli carico ascoltando rock che carica ma mi sento inchiodato e quindi allenarmi no, fare foto no. Potrei scrivere ma no.  Scarico.

Non è che sono depresso o meglio, lo sono ma non è uno di quei giorni a tinte scure, telefono che squilla e non rispondi, ti parlano ma non ascolti e rispondi “Si dopo” a qualsiasi domanda.

No non è così.

Sento una mia amica. “Mare?” “No”

Sento una mio amico. “Mare?” “No”

Rimango sdraiato. Forse oggi il mio letto mi piace più del solito e il mio corpo mi sta ordinando di non alzarmi. Chiudo gli occhi e mi ritrovo un’odalisca bionda che mentre ondeggia il culo denso di pizzo e perline, chiede i soldi a qualcuno seduto ad una scrivania. Un uomo grasso, con i baffi grigi, gilet da pescatore in pelle chiara, camicia a righine e occhiali da vista polarizzati. Comanda questo mercantile con timone a vista tutto chiazzato bianco e nero come fosse una mucca e dentro la stiva c’è una festa con tanto di palla dance oldstyle. Neanche il tempo di ambientarmi che parte la scazzottata immediatamente. Mancanza di humor degli invitati, un classico. Un tizio alto e stempiato si alza di scatto da una sedia da giardino pieghevole bianca, rovescia bicchieri da un tavolino e mi urla “ma che cazzo vuoi!” e mi tira un destro in faccia.

“Ma non è che sono apatico e asociale?” chiedo a Sorella, mezza addormentata.
“No…” risponde con voce tra fase rem e rabbia.
“Ma quando non sto giù con voi…con gli altri…e me ne sto qua…neanche in quel caso?”
“Non ti si vede da sei mesi…mi sa di si allora…”

Deve essere così, perché questo letto non è che mi piaccia poi così tanto. Ci sto tipo stretto, le braccia le devo tenere tutte piegate, la schiena fa male perché sul materasso c’è un fosso. Credo lo noti anche questo melone con i bocca e baffi da messicano che ho di fronte. Sembra Mr. Potatoe ma con il sombrero. Lo vedo dal basso, come se mi calpestasse continuamente passo dopo passo, in salita, mentre porta uno zaino enorme in spalla che occupa tutta la visuale. Digrigna i denti e suda, gocce perfette e irrealistiche da fumetto. “Mi sa che sto dormendo” mi dico mentre dormo.

“Potrei provare a stare sdraiato da basso quando ci sono gli altri, sul divano..ma anche quello non è che mi piaccia così tanto. Sento che non potrei alzarmi neanche impegnandomi ecco la verità…ma non è che sono apatico e asociale?”. Sto parlando di nuovo a Sorella. Saranno passate due ore, mi sembra ci sia meno luce. Da stamattina non so nemmeno che tempo faccia nella stanza affianco.

Sorella non risponde, dorme.

“Certo che sei proprio apatica e asociale…” le dico mentre cerco una posizione comoda per dormire. Ma non ci riesco, non riesco ad addormentarmi.

“Non è che questo letto mi piaccia così tanto” dico al melone gigante messicano.

118° giorno – Cactus

Avevo questo cactus da un euro a casa, che ho chiamato “Cactus Killer”. Il corpo era lungo e due braccia sporgevano dai fianchi, girate verso l’alto come Rocky sulle scale di Philadelphia. Era verde scuro con spine rosso-nere scurissime e lunghe.

Mi hanno detto che è morto perché gli ho dato troppa acqua, anche se a me non sembrava. Dopo un momento in cui credevo di averlo perso, si era ripreso e stavano pure uscendo altre braccia verde acceso, tutte in giro. Poi, qualche giorno dopo, il verde è diventato giallo, poi marrone, poi grigio. Poi è morto.

Quando dai il nome a qualcosa ti dispiace sempre quando lo perdi, o muore anche se si tratta solo di un cactus. Dentro la stessa serra, due anni dopo, stessi gatti dormienti e stessa condensa da afa. Stessi vecchi proprietari cotti dal lavoro e dal sole. Sono alla ricerca di un sostituto per “Killer”. Impiego un’ora buona a trovarne uno della stessa specie, nella stessa posa. È più ciccione e le braccia sono più esili ma è un grandioso sostituto. Il vecchio me lo strappa dalla terra e me lo infila in un vasetto arancione, mi mette terra nuova, mi consiglia di non bagnarlo. Eccomi con in mano “Cactus Killer Il”.

Mezz’ora dopo, sono lontano dalla serra. Ho davanti a me un uomo anziano. Quando parla con mio padre, che gli tiene la mano, dice frasi senza senso

“Le vedi, in file, erano lì”

Non riesce a fare un discorso comprensibile. Conosce mio padre da quarant’anni ma è come se fosse un estraneo.
Mio padre lo rassicura, gli racconta fatti di alcuni anni fa che lui non si ricorda più. Continua a fissare un punto indistinto del selciato, indica le crepe sul cemento, ripete “rosso, rosso, rosso”. È grigio. Tutta l’intelligenza svanita. È fermo immobile, è assente.

L’ho conosciuto. Fino a due anni fa era ancora un pozzo d’energia, di conoscenza, con le braccia in alto, come Rocky sulle scale di Philadelphia. Ora è magro, denti consumati, vestito pesante in pieno agosto.Vedo la moglie che quasi piange e la figlia, che nemmeno riconosce più, “scusi signora” le dice.

Niente serra per loro, nessun sostituto.

È tutto molto triste.

117° giorno – Silenzi

Di tutte le domande che rivolgo agli oggetti inanimati della mia camera in penombra, neanche una riceve risposta. Di certo può sembrare stupido che un essere umano grande e grosso come me finisca a parlare con delle cose, rintanato su di un letto troppo piccolo. Non mi importa.

Ho la nausea, forse sbaglio a stare sdraiato, ma non so che fare, sono stanco. Le gambe non rispondono bene e anche se mi alzassi non saprei dove andare, vorrei solo spostarmi in un altro punto dove sdraiarmi nauseato. La nausea…
Sarà il panino? O il dolce? O il secondo viaggio dell’estate tra scatole alla ricerca di un sogno? È l’ansia? È questo vento di pioggia che entra dalla finestra?

C’è vento e vento. Quello che rumoreggiava nella Peugeot 206 celeste, questa mattina, era caldo e violento sapete, la velocità. Ora invece c’è quest’aria fredda e sommessa che si insinua tra le persiane e che porta rumori leggeri. Una saracinesca che si muove, vestiti stesi ad asciugare, porte che sbattono. Forse è davvero colpa del vento la nausea anche se ormai, la vivo ogni giorno. Ai miei amici oggetti piace questo vento, li sento che confabulano sommessamente, si scambiano opinioni, scherzano. Sono simpatici i miei amici “cose” anche se non parliamo molto. Sono tutti simpatici tranne lui, il ventilatore.

Sta alla mia destra ed è quello che sta più zitto di tutti. Il grande lampadario giallo ha delle piccole frange che sbattono leggermente, il vecchio letto cassapanca scricchiola, l’armadio muove le ante. Per non parlare della porta, sempre al centro dell’attenzione. Solo il giovane con le pale rimane muto, come quando un bambino cambia scuola, entra in una nuova classe e sta zitto. Quando gli altri parlano, sta in classe da solo durante la ricreazione, torna a casa a piedi in silenzio, con la testa giù mentre gli altri scherzano e saltano nelle pozzanghere.

“Dimmi qualcosa, qualsiasi cosa…” gli chiedo, per spronarlo a socializzare con gli altri.

Niente.

Ma forse è meglio, ogni tanto, stare un po’ in silenzio.

Quasi quasi, chiudo anche gli occhi.

116° giorno – “Outside”

Non ricordo che nome abbia l’indice del piede. Mi sembrava di saperlo, me lo ha detto qualcuno, da qualche parte. Ce l’ho sotto l’occhio, testa bassa mentre tengo una mano appoggiata sulle piastrelle bianche, acqua scrosciante sul cervello e pensieri. La doccia sulla testa mi piace anche se mi sento strano. Anzi no, mi sento incazzato.

Navigo in una specie di periodo oscuro che a volte vedo meno nero, a volte di più. Un po’come la mia mano sulle piastrelle bianche.

“Oggi è molto abbronzata”

Mi chiamo Emanuele, ho quasi trent’anni e sono incazzato e molto abbronzato. Devo ancora perdere qualche chilo ma sono muscoloso, sono pelato, ho la barba, sembro un tipaccio, sono solo, non so comportarmi, mi lamento, non so come si chiama il dito indice del piede, mi sfogo su quelli che mi vogliono bene, non uso profumi, sono complicato, non so fare un granché.

“Ti vedo da fuori, sbagli” mi dice un mio caro amico al telefono. Mi ha chiamato perché oggi mi ha chiesto quanto nero era il nero e io gliel’ho spiegato.

“Nero nero, anche sui bordi”

Di solito sui bordi c’era l’alone.

Mi dice che io sbaglio, non è che sono sbagliato, sbaglio, Emanuele, trent’anni, incazzato e sbaglio, non sono sbagliato.

“Devi cambiare, cambiare come ti approcci al mondo perché fidati, da dentro è diverso è da fuori che si vede e io lo vedo. Te la ricordi quella volta? ”

Me la ricordavo quella volta. Da dentro era diverso.

Mi fa arrabbiare. Ancora.

Prima della doccia, ero vicino a delle sbarre in un parco e tutto mi faceva male, non potevo continuare. Schiena, spalla, braccio, ginocchio, cuore. Ho iniziato a prendere a pugni i sostegni di legno delle sbarre, ‘tum-tum’

“…è da fuori che si vede…”

‘TUM-TUM’

Mi sono un po’ rovinato le nocche sul legno, tirando quei pugni. Ora, oltre ad essere Emanuele, trent’anni, incazzato, ho anche le nocche che fanno male. Quando torno e mi lavo, sapone liquido bianco docciaschiuma, mano abbronzata nera sulle piastrelle e le nocche bianche, mi brucia tutto.

“…e si vede da fuori…”

Magari è dagli occhi o dalla bocca, o dalle nocche sbucciate che si vede come sono, chi sono io…Emanuele…trent’anni… nocche sbucciate…molto abbronzato. Incazzato anche quando mi asciugo, con ancora qualche chilo di troppo, abbronzati anche quelli. Incazzato alle poste.Incazzato quando stritolo biscotti frollini dentro la tazza di latte. Incazzato mentre ordino una pizza. Incazzato quando scrivo i pezzi. Incazzato quando non faccio nulla, e sono sdraiato e non penso e non dovrei esserlo, incazzato.

Ora che mi asciugo, molto abbronzato, di fronte al mio specchio, con la ciccia, i muscoli, la pelata e la barba e gli occhi arrabbiati che mi guardano da dentro me lo chiedo, che aspetto abbia da fuori, chi sono io da fuori, cosa faccio io da fuori.

Che è da fuori che si vede…

115° giorno – Non così comico

Sono sul cesso che leggo un Topolino del 1996, in attesa di mettermi sotto la doccia che per un motivo o per l’altro, oggi arriva in ritardo per il malcontento del mio corpo sotto sale.

1996 significa diciassette cazzo di anni fa e non dieci come continuo a pensare quando leggo anni ’90.

Ho davanti Sansone, un alano gigante spalmato su delle vignette che non fanno ridere. Il suo padrone è alto con i baffi, sua moglie bionda con i capelli impostati stile ficus bonsai, un po’ da vecchia.

E mentre sono qui sul cesso, ad aspettare non so cosa visto che non sto cagando, ne commettendo atti impuri sessualmente soddisfacenti, mi ritrovo a pensare che adesso, diciassette anni dopo, Sansone l’alano sarà bello che schiattato. Marito e moglie avranno comprato un cane più piccolo oppure niente. Lui avrà 65 anni ad occhio, lei 60. Se non ricordo male hanno un figlio, che sarà grande ormai. Magari gli ha dato dei dispiaceri e non è più “il loro piccolo”, come quando c’era Sansone. Ora si droga, ha una ragazza tossicodipendente che ruba libri in biblioteca per rivenderli. Il padre è molto preoccupato e questo aggrava le condizioni del suo cuore. Ah già! Ha il bypass e mancano ancora tre anni alla pensione. La moglie trova soddisfazioni solo nella torta che prepara per il banchetto della Chiesa, è triste. Sansone è sepolto in giardino, quando vedono la loro tomba gli si stringe il cuore. Quelli si che erano bei tempi, ora invece…giornate grigie, capelli grigi, niente prati verdi ma muri grigi. È finito tutto.

Chiudo il Topolino e lo appoggio sul mobile del bagno.

Accidenti sono tristissimo.

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114° giorno – Made in China

Se per due volte in un giorno ti trovi dentro “China City”…bhe, non sarà una giornata memorabile.

Il commesso ha il busto a “S”, che sta per “storto come un ginepro” e si fa i cazzi suoi con un iPod e cuffie cinesi nelle orecchie. Ha una maglietta blu con grafica fumettosa frontale deformata dalla panza. Non capisco perché abbia la panza, non ce lo vedo a bere birra. Ha la fossetta sul mento, gli occhi piccoli e sembra un ritardato. I suoi fastidiosissimi mocciosi credo cinesi sono sdraiati scomposti su due sedie credo cinesi e guardano cartoni animati credo cinesi su due portatili sicuramente cinesi.

La scenografia è notevole, pare un hangar per dirigibili e poi file e file di prodottacci e vestiti con marche dai nomi del cazzo che sembrano presi da una puntata di Dragonball. Tra pantaloni HRUIITT e ventilatori senza pale di cui dubito il funzionamento, una distesa di porcate in plastica technicolor sicuramente pieni di coloranti e materiali plastici dannosi. Non si capisce come ma sembra la facciano fottutamente apposta a fare del male agli altri, negando l’evidenza. A volte ho la sensazione che sappiano cose che noi ignoriamo o penso che abbiano avuto un Mose ma cinese sceso dal monte Chullalla di sto cazzo con dieci comandanti da trogloditi come “incendiate le foreste” e “fottete il prossimo”.  Di solito però, sono semplicemente convinto che siano dei ritardati.

Ha un non so che di fascinoso muoversi tra quei filari di spazzatura con atmosfera anni settanta. Calcolatrici stile iphone, scarpe da sera, occhiali da sole, coltelli da cucina, giocattoli di dubbio interesse, vestiti e strumenti per il giardinaggio. Tutto ammassato senza alcuna logica sopra scaffali chilometrici.

Inutile dire, che volendo comprare un regalo bruttissimo a mia sorella (visto che sono qui…) ho solo l’imbarazzo della scelta e la questione è decidere quali “leve” toccare.

Simpatia? Disgusto? Fastidio?

Passo in rassegna nuovamente tutto il ciarpame e riesco a restringere il campo a tre elementi.

1° – Palla di vetro della natività, dotata di sfera storta con dentro Gesù, Giuseppe e Maria che sembrano usciti dall’urlo di Munch. Fisionomie allungate e distorte, pitturate nei dettagli probabilmente con un pennello Cinghiale a setole dure da venti pollici, un pastrugno di colori incomprensibile. Giuseppe è quello che se la passa peggio, la faccia sembra la maschera di Scream. All’esterno, a fare da base, bue ed asinello paiono due carcasse mutanti fuse con il pavimento dopo una guerra nucleare.

2° – Riduttore di tavoletta del cesso per bambini, morbida, in plastica. Decorazione floreale, anche se i fiori sembrano stellette ninja, su sfondo verde fogna. Ma c’è anche con gli animali volendo. Il cuscino pare seriamente intenzionato a provocarti irritazioni e colorarti il culo di verde.

3° – Uccellino in gabbia finto, da montare. C’è un campione fuori, per mostrarlo intero, già montato. L’uccellino è caduto dalla base come se fosse morto, anche se è di plastica. Mi fa ridere. Strani ideogrammi e immagini rivelano che con la magia delle pile canta e balla anche se a me, a vederlo steso, sembra il risultato di un’esecuzione con la sedia elettrica. È davvero brutto ma non so perché, mi sembri rispecchi a pieno i proprietari di questo posto del cazzo. Ah! L’uccellino ha il ciuffo.

Ci ragiono un attimo. Alla fine opto per il tocco nostalgico dell’uccellino, che mi costa anche due euro in meno della natività.
Alla cassa, il ginepro cinese parla per la prima volta.

“Cinque euro, dieci per cento di sconto, due euro e settanta” esclama trionfante nel suo italiano stentato dopo aver trafficato con la sua calcolatrice cinese. Che ha grossi problemi con le percentuali evidentemente, oppure, è come dico io: questo è scemo.

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