148° giorno – Palude

Faccio una camminata per il mio paese sotto un cielo coperto che mi risparmia da un sole ancora estivo. “Mio”…un aggettivo decisamente esagerato. Non mi sento parte di questo buco grigio, come il rapporto tra un agente commerciale e le mille stanze di Motel in cui dorme lungo le autostrade. Una stanza sconosciuta ecco cos’è, da due stelle, carta da parati orrenda, vista sulla provinciale 76, il frigobar…non si apre.

Squarciato a metà da una ferita senza fine che lo divide in due, una strada di rottami e ghiaia che lo attraversa, barriere di cemento ai lati, senso di desolazione e disastro. Dovrebbero esserci binari e treni e gente che sale e scende e che si incontra, si innamora e si ama, ragazzi che deturpano muri con graffiti e spaccano gli schermi della stazione ed invece ghiaia e desolazione e ponti sospesi e sgraziati che attraversano tutto, una Venezia di terra e rifiuti. Dicono che non ci sono soldi e che ogni mattina gli svizzeri si svegliano, vanno nel cantiere e aspettano che arriviamo anche noi, giorno dopo giorno, anno dopo anno. Dicono che negli antri bui di quei tunnel sommersi da acque scure ci sia arsenico e i veleni dell’uomo e che ora è tutta una palude maledetta. Piena di mostri.

La ferita non ha cambiato nulla, tonnellate di roccia e terra sollevati ma nemmeno una pietra spostata negli animi con la gente continua a non uscire e a non salutarsi, a vivere in loculi protetti da siepi e cancelli e chiavistelli su porte e finestre blindate che accidenti, rubano anche di giorno e stuprano di notte e le parole sono fredde come il ghiaccio e i pensieri quelli veri sono in codice indecifrabile. Mancano le piazze e le feste sguaiate, i mercatini, le mamme con i passeggini e i vecchi negozi di una volta con i vecchi grassi e simpatici. Rimangono ferite sull’asfalto e verde umido e selvaggio.

Passo sotto i portici e i cartelli vendesi attaccati sulle vetrine di locali abbandonati sono scoloriti che tanto chi compra ormai, sembra tutto un oratorio abbandonato e tutta la gente dentro l’unico posto con vita dentro, il bar, è grigia e storta.

Non so, non ricordo se sia sempre stato così, se da bambino era diverso, se c’era la gente in giro. Non ricordo se ti segnalavano come individuo sospetto quando uscivi con la nebbia, se fosse normale che i nomi dei vicini nemmeno li conosci adesso. Parchi e aiuole tristi e non ci sono panchine, nemmeno.

Non mi fido di un posto senza posti interessanti in cui sedersi quindi torno a casa. Fra poco pranzerò. Appena finito, penserò sul da farsi ma non credo uscirò di nuovo.

Non ne ho voglia.

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118° giorno – Cactus

Avevo questo cactus da un euro a casa, che ho chiamato “Cactus Killer”. Il corpo era lungo e due braccia sporgevano dai fianchi, girate verso l’alto come Rocky sulle scale di Philadelphia. Era verde scuro con spine rosso-nere scurissime e lunghe.

Mi hanno detto che è morto perché gli ho dato troppa acqua, anche se a me non sembrava. Dopo un momento in cui credevo di averlo perso, si era ripreso e stavano pure uscendo altre braccia verde acceso, tutte in giro. Poi, qualche giorno dopo, il verde è diventato giallo, poi marrone, poi grigio. Poi è morto.

Quando dai il nome a qualcosa ti dispiace sempre quando lo perdi, o muore anche se si tratta solo di un cactus. Dentro la stessa serra, due anni dopo, stessi gatti dormienti e stessa condensa da afa. Stessi vecchi proprietari cotti dal lavoro e dal sole. Sono alla ricerca di un sostituto per “Killer”. Impiego un’ora buona a trovarne uno della stessa specie, nella stessa posa. È più ciccione e le braccia sono più esili ma è un grandioso sostituto. Il vecchio me lo strappa dalla terra e me lo infila in un vasetto arancione, mi mette terra nuova, mi consiglia di non bagnarlo. Eccomi con in mano “Cactus Killer Il”.

Mezz’ora dopo, sono lontano dalla serra. Ho davanti a me un uomo anziano. Quando parla con mio padre, che gli tiene la mano, dice frasi senza senso

“Le vedi, in file, erano lì”

Non riesce a fare un discorso comprensibile. Conosce mio padre da quarant’anni ma è come se fosse un estraneo.
Mio padre lo rassicura, gli racconta fatti di alcuni anni fa che lui non si ricorda più. Continua a fissare un punto indistinto del selciato, indica le crepe sul cemento, ripete “rosso, rosso, rosso”. È grigio. Tutta l’intelligenza svanita. È fermo immobile, è assente.

L’ho conosciuto. Fino a due anni fa era ancora un pozzo d’energia, di conoscenza, con le braccia in alto, come Rocky sulle scale di Philadelphia. Ora è magro, denti consumati, vestito pesante in pieno agosto.Vedo la moglie che quasi piange e la figlia, che nemmeno riconosce più, “scusi signora” le dice.

Niente serra per loro, nessun sostituto.

È tutto molto triste.