174° giorno – Sogno #2

I computer sono quattro o addirittura cinque, tutti messi in fila sopra un bancone di metallo verniciato verde acqua, chiazzato di ruggine, polveroso. I terminali sono vecchi, stile IBM anni ottanta con schermo piccolo e bombato e dentro, scintillanti caratteri ambra.

Sono a lavoro e anche se quella non è la mia ditta, so che si tratta del mio posto di lavoro. Non ha senso? In realtà ne ha…

C’è un ‘open day’, lo capisco dalle scolaresche che mi passano sulla destra ed entrano nella porta che sta nel muro alle mie spalle. Sembra che arrivino da un punto indistinto li davanti, dove la luce è più chiara, prima di quelle colonne martoriate da segni, con ferri arrugginiti che fuoriescono, vernice color crema che si ferma a seicento millimetri dal suolo e quei graffiti che coprono il resto del cemento bianco che sembra vecchio di secoli.
Il pavimento è lurido e nero, le finestre gialle e piccole alla mia sinistra, li in alto…sporche anche quelle. Sono dei piccoli quadrati, disposte su tre file, una dopo l’altra e con lunghezza che sembra interminabile. Da fuori, la stessa luce ambrata dei caratteri ma molto più intensa, filtrata solo dalla patina di tempo e di sporco che copre il vetro.

Noto che di fronte a me, dall’altro lato, ci sono altri computer. Noto anche delle persone di fianco ma sono scure, come se fossero delle ombre o delle presenze che avverti con la visione periferica e non sembrano nemmeno umani ma dei dipinti antropomorfi fatti con rapide pennellate blu e nere. Nel mio terminale, il testo continua a scorrere ma non riesco a decifrare i caratteri. Non ricordo dove ho sentito dire che nei sogni non riesci a leggere da un libro o da un cartello…beh…forse è vero…non ci riesco.

Mio padre.

Compare dal nulla, seduto di fianco a me e stavolta il terminale ce l’ho alle spalle, come quando ti giri sulla sedia a cinque rotelle dell’ufficio per parlare con il collega o per farti un po’ di cazzi tuoi. Non parliamo, credo che nemmeno si accorga della mia presenza anche perché ora dubito di esistere davvero…è troppo vicino il volto di mio padre…è come se fossi un obiettivo di un fotocamera puntata sul suo profilo migliore e ancora, quella luce ambra dalle finestre che stavolta è di fronte e vedo gli angoli neri di quei quadrati di vetro, come se ci fosse del terriccio accumulato sopra.
Arriva un uomo, si avvicina a mio padre…si avvicina sempre più e ora sono guancia contro guancia…ha dei baffetti grigi, capelli selvaggi, gli prende la testa con le mani. Comincia a parlare, vicino al suo orecchio sinistro…no…in realtà è come se fosse un canto.

“Se scoprissero cosa c’è qua dentro un sacco di preti appoggerebbero il cappello sul letto…se scoprissero cosa c’è qua dentro un sacco di preti appoggerebbero il cappello sul letto…se scoprissero cosa c’è qua dentro un sacco di preti appoggerebbero il cappello sul letto…”

Quando sento quel canto immagino mani che appoggiano bombette blu su un letto bianco, intravedo anche un cappotto lungo blu, scarpe lucide…un sogno nel sogno.
Quando svanisce quell’immagine, vedo che nella mano dell’uomo che canta c’è una piccola ampolla non più lunga di cinque-sei centimetri, stretta, con una punta in metallo e dentro, una spirale che sembra quasi una molla e che rilascia riflessi verdi e oro sul vetro tondo del recipiente.

Arriva una ragazza…perché non c’è sogno che merita di essere ricordato che non abbia una ragazza dentro…i capelli corti e neri come gli occhi taglienti, il rossetto scuro. Magra, indossa un vestito rosso tenuto su da due esili spalline e che accentua il pallore della pelle e una serie di tatuaggi che le partono dalle spalle e continuano orizzontali fino alla base del collo, sembrano fiori e foglie. La vedo passare davanti a quel muro che all’inizio era alle mie spalle, il volto teso e selvaggio. Anche senza chiedere, so che lei è l’accompagnatrice dei ragazzi dell’open day.
Le parlo ma non ricordo cosa le dico, la saluto. Ora sono io a camminare, per la prima volta in questo sogno, costeggiando sempre quel muro, verso la porta di cui vedo già lo stipite in legno.

Inciampo.

Vedo l’ampolla che mi cade e si infila in una borsa buttata li per terra, vicino alla porta. Nera e con cuciture color pelle a vista, è grande, quasi uno zaino ed è piena di oggetti. Comincio a frugare, mettendo le mani tra oggetti di ogni forma e dimensione ma arriva anche la ragazza…è sua la borsa. Ho paura che si arrabbi ma non dice nulla.

“Mi è caduta una cosa dentro…lascia faccio io…”

“La borsa è mia…so dove sono le cose…” mi dice

Non so perché ma alzo lo sguardo, sempre mentre frugo nella borsa e vedo i terminali dal basso e anche la gente che ci lavora sopra e vedo i bambini che emergono schiamazzando da quel chiarore li in fondo, da quel colore ambra cosi caldo e sale la curiosità di vedere com’è li fuori.

Di colpo cominciano ad entrare bambini anche da sinistra, sempre di più, con altri accompagnatori e tutti camminano in fretta, quasi correndo. La gente che lavora sui terminali si alza e adesso anche loro hanno un volto e mentre io sono sempre chinato a terra, tutti vanno verso la porta nel muro.

Sono sveglio.

Mi alzo e in casa non c’è nessuno…le 7:34…in ritardo di più di mezz’ora…nessuno mi ha svegliato ma d’altronde…non c’è un’anima viva. Colazione, pane nero e marmellata di arance amare, cereali, latte e caffè senza zucchero.

Doccia, nel silenzio della casa. Mi vesto, nel silenzio della casa.

Quando esco dalla porta mi chiedo se troverò qualcuno quando tornerò.

173° giorno – Alpha

Inizio a scrivere forse in terza o quarta superiore, era un tema…il commento ad una poesia, il mio primo grosso lamento su carta. Quattro facciate di protocollo, tre righe di commento standard e altre ottantasette sul come mi sentivo quando mi guardavo allo specchio e non mi riconoscevo, di come vedevo riflesso qualcun altro e se parlavo…non ero io a farlo, chissà da dove veniva fuori quella voce.

Torno a casa, a mia madre dico “è andato male”

Quattro giorni dopo prendo nove e i complimenti pubblici della prof., un paio di compagne che mi chiedono di poterlo leggere e io penso che forse è la prima volta che credono che abbia davvero qualcosa di profondo da dire oltre alle battute, alle cazzate, a fare il simpatico…anche se è sempre stato tutto li dentro, fin da piccolo…è sempre stato cosi.

“Posso?”

“E’ un po’ personale…”

“Beh se non vuoi…”

“No dai…tieni…”

Leggo Norvegian Wood di Murakami, passo giornate a parlare con gente virtuale, le uscite con gli amici, inizio a scrivere pensieri, leggo ‘L’Alchimista’ di Coelho dopo un’adolescenza a coltivare sogni di avventure con Cussler, Crichton, Tolkien. Amore…prendo e perdo. Amici…prendo e perdo, come perdo anche occasioni…e perdo colpi…e cado e mi rialzo, ricado, mi rialzo, cado ancora e non mi rialzo più. Stanco, mi infilo in una gabbia di paura e timidezza dove scrivo poesie…un disastro…melense, piene di metafore, immagini figurate, unte e bisunte, grasse, farcite, disgustose. Scrivo cose terribili, sperimento l’andare giù e sentirsi un vero alieno, non esco con nessuno, non rispondo a nessuno, invento scuse, bugie, cazzate e sto nella gabbia, al buio, a lamentarmi, a mangiare ed ingrassare finché dalla porta non riesco nemmeno più ad uscire e scrivere…smetto anche con quello, mangio e ingrasso e basta, ancora e ancora…

Poi mi addormento.

Mi sveglio quando sento che le sbarre mi lasciano segni e fa male, mi rialzo e cerco di uscire ma ci vuole tempo. Aspetto. Ancora tempo. Aspetto ancora e intanto reinizio a scrivere finché la porta non si allarga o forse sono io a stringermi ed esco di nuovo e recupero gli amori, gli amici, la bella scrittura, il mare, le giornate di sole, correre finché il cuore non scoppia, risate, marmellata alle arance, figure di merda, lavoro, università, sbronze, cotte estive, ragazze che pensi siano troppo belle, la gente di merda, le giornate in cui lasci l’ombrello a casa e ti becchi il diluvio e a te non te ne frega un cazzo che l’importante è che ci sia la musica.

Cresco, ormai uomo o almeno credo o almeno cosi mi dicono e continuo a cadere, rialzarmi, cadere di nuovo finché non imparo che cadere e rialzarsi è il succo della vita…è cosi, sarà sempre cosi. Quando mi rialzo lotto, vinco e perdo, conquisto persone e cose, rido, piango, soffro, amo allo sfinimento e mi incazzo, bugie e troppa sincerità, faccio lo stronzo, sono troppo buono, intrattabile, solare, meschino, pazzo, folle, energico, sudato, positivo, a volte in piedi, a volte a terra…in piedi…a terra…in piedi…a terra…ma ormai ho capito la lezione mi dico, le cose cambiano anzi, sono cambiate…d’altronde le strade portano sempre da qualche parte…o almeno credo, o almeno cosi mi dicono.

Poi un giorno rientri in casa, più di dieci anni dopo, stesso specchio di quel tema e non ti riconosci…il riflesso è quello di qualcun altro, parli e quella voce non è tua e quindi, nonostante quello che credo, nonostante quello che mi dicono…cosa è cambiato?

172° giorno – Stomaco in subbuteo

Mia sorella mangia quanto Microchippy, il mio canarino. Hanno entrambi due foglie di lattuga nel piatto solo che Chippy almeno, come contorno, sgranocchia semi di girasole.

Io ritorno dall’allenamento, dove ho recuperato un “ciao” dalla mia bionda cameriera e dopo, me ne rimango sdraiato dieci minuti su tre metri di cemento a guardare il vapore acqueo che sale verso quell’unico puntino di luce li sopra, una stella credo anche se sembra che si muova, anche se sembra che sia un aereo. Improbabile, anche se sembra.

Quando mi incammino, con una spalla sinistra che brucia, incrocio un tizio con pantaloni rossi e cappellino rosso…mi guarda e mi supera con il tipico passo accelerato che ha anche mia madre, che quando è di fretta mi devo mettere a correre per starle dietro. Sembra quasi fisicamente impossibile.

Comincio a seguire l’uomo, che nota la mia ombra ed accelera.

Quindi accelero.

Aumenta ancora il passo della camminata.

Quindi accelero.

Arriviamo ad un punto in cui ci dobbiamo dividere, io gli sono dietro di un metro al massimo, lui continua a guardarmi con la coda degli occhi. Vado a destra continuando a guardarlo, costeggiando la frattura che divide il mio paese. Lui, fa finta di osservare i jersey di cemento e i blocchi di plastica e le linee gialle per terra. Io lo fisso e cammino.

Altri venti metri.

Il tizio si gira e mi guarda, io pure. Ci guardiamo per altri cinque metri poi, una costruzione ci nasconde, io continuo verso casa, costeggio ancora il fossato che sogno di riempire d’acqua…e gondole…e fare terminare tutto in una cascata, li, dove la roccia finisce e inizia il ponte di ferro. Oltre, la strada che si stringe e case abitate. Oltre, costruzioni mai finite e distese di asfalto sempre nuovo e poi casa mia.

Primo piano, scarpe via, felpa da supereroe via, dritto in cucina, acqua. Mia sorella sgranocchia una foglia di lattuga, come Microchippy.

“C’è del pollo…”

“No grazie…ho lo stomaco in subbuteo…”

“Subbuteo?”

Già…subbuteo?

Non ci ho mai giocato al subbuteo. Non so neanche come si gioca, al subbuteo. Non so nemmeno se esiste ancora il subbuteo. E chissà perché si chiama cosi…

Subbuteo.

No, mai messo mano su un subbuteo.

Avrei voluto.

171° giorno – Stanco

Alle dieci di sera mi sono già addormentato tre volte, mia sorella che mi sveglia. Sono stanco?

Non ho fatto nulla, a lavoro nemmeno. Quando entro dalla Capa che non ho un cazzo da fare non ha tempo per me, è incazzata con il Faraone, mi manda via. Mi schianto sulla sedia a temporeggiare, inutile, è da un po’ che è inutile. Creo sculture di stagno, mi annoio.

“C’è solo un vero amore nella vita” mi dicono mentre attendo sonnecchiante l’orario di uscita. Perché ne parliamo? Non ne voglio parlare, mai e poi…ne parlo sempre.

“Vero amore…” mentre faccio una croce di stagno.

E se avessi già usato il jolly, sprecandolo?

Io mi sento un po’ innamorato in questo periodo…forse lo sono, ma è tutto cosi confuso e strano che quasi voglio guarire e scappo, scappo lontano. Sono bravo a scappare, un po’ meno a guarire.

E se fosse questo il jolly? Adesso. Lo sto sprecando?

Gioco?

“Non pensarci…”

Ora dormo. Mia sorella mi sveglierà ancora una volta. Poi lascerà perdere.

170° giorno – Manichino

Avevo già scritto sedici righe di pezzo…le ho cancellate tutte, facevano cagare.

Oggi è una giornata del cazzo e ci sta quando le cose non vanno come ti aspetti e ancora di più quando vanno proprio come ti aspettavi ma un po’ ci credevi si, che fosse diverso.

Non mi stupisco, non più ed è il vantaggio dell’abitudine, se te lo aspetti manco fa cosi male.

Quindi, abbiamo una giornata del cazzo, freddo a lavoro e freddo in casa e l’unica cosa davvero al caldo sono le gambe sullo scaldotto elettrico che ho acceso tutti e tre i bottoni del potere, rotella rossa a manetta e ventola che sbuffa placida e fa rimbalzare quel monsone artificiale tra le pareti della scrivania, arrostendomi i jeans.

Vestito da lavoro…a lavoro, come dire vestito da barbone. Sulla porta della ditta, riflettente al cinquantapercento, ogni volta che arrivo riesco ad intravedere la mia forma che cammina storta e sgraziata con pantaloni larghi, scarpe con pianta sagomata in cui si infilano fra fessure, tagli e crepe tutti i sassolini di un parcheggio sterrato, felpa con cappuccio cha fa una strana punta in pancia, anche se la pancia non c’è ma quella punta si appunto, che si forma per pieghe inspiegabili causate dal mio non essere un tipico manichino perfetto su cui tutto sta bene. A loro sta bene tutto, ai manichini perfetti…loro hanno capelli con tagli alla moda, a loro le rughe non deformano il volto, sembrano sempre simpatici ed intelligenti.

Da manichino imperfetto invece, tutti i vestiti mi si incastrano addosso, le magliette si sfilano ed entra il freddo, polsini e maniche troppo strette che lasciano il segno, i maglioni ti fanno soffocare e mi agito in continuazione, in disagio. Le rughe accentuano i difetti e gli specchi sempre più spesso dicono solo la verità, parli con qualcuno di nuovo, e sembra che ti voglia dire

“Ora…sappi che ogni tua parola verrà sezionata e analizzata…se viene ascoltata ovviamente… e diventa una specie di esame…ultima chance da subito….”

Mi prendo uno yoghurt alla banana e ci spezzo dentro 5 macine. Non dovrei. Poi anche un pezzo di Asiago dentro il panino. Non dovrei. Prendo mi sdraio, non rispondo ad un paio di messaggi, ignorandoli apposta…eh si non dovrei. Sempre più spesso sono incoerente, senza nessuna voglia di fare parte di una categoria per cui tu sei bello, brutto, operaio, falegname, pericoloso, violento, simpatico, sfigato, utile, unico, braccia rubate all’agricoltura. Non ne ho voglia, ma alla fine credo che il disegno dietro sia troppo grande, mi verrà…la voglia o mi costringeranno.

Rimarrò un manichino.

Imperfetto pure.

167° giorno – Tempesta dentro

Ieri la natura ci ha preso a schiaffi sconvolgendo la civiltà dal mio paese tutta la sera e la notte, lasciandomi a pregare per delle lampade ad olio mentre gli alberi venivano spazzati via, le mie persiane picchiate come in un interrogatorio. Una festa di luce e frastuono.

Sono riuscito a cenare grazie a piccoli scampoli di elettricità che riuscivano ad alimentare il forno quel tanto che bastava per riscaldare il cibo, sono riuscito a vedere dove stava il mio spazzolino da denti grazie alle energie luminose residue di un cellulare vecchio e stanco, mi sono infilato a letto, alle 22:37, esasperato dal buio e dai quei ritorni di lampi ed eco di tuoni che non permettevano nessuna delle mie abitudini standard, che fosse leggere, annoiarmi di fronte ad una tv o fissare un muro bianco illuminato da luce artificiale. Mi sono sentito sconfitto, senza idee, mutilato.

Turbolento fuori e turbolento dentro, con sogni dei più variopinti fino a quello finale, io che dentro un bunker buio, dai grandi archi larghi in pietra rossa, intravedo una bellissima ragazza bionda, prima vestita con una camicia militare verde e capelli lunghi tenuti dietro poi, sopra di me, leggera e sensuale, nuda e dai seni piccoli e la vita stretta, sempre più attaccata al mio corpo perché la stringo e ascolto il respiro accelerato, la bacio e la tocco finché non mi fermo. Apre gli occhi, abbassa la testa e mi guarda in silenzio, delusa. Non capisce ma a me non importa…guardo in basso e c’è una ferita dai contorni bianchi che si propaga e mi spaventa vederla cambiare forma, sempre più grande. Sento freddo poi, noto qualcosa, una presenza. Guardo di fianco e ci sono i miei, seduti assieme su un divano come quando guardano la tv la sera e ora fissano qualcosa, assieme. Non guardano me, non guardano noi, ma un angolo ancora più buio, in fondo, dove non riesco a girare lo sguardo. Mi alzo e scosto la bionda che rimane nuda a fissarmi, seduta a terra su un pavimento di pietra grossolano e pieno di crepe e fughe irregolari. Le volto le spalle, giro oltre il pilastro che sta dietro di me, arrivo ad una porta…

Sveglio.

Il vaso in bronzo dorato dove teniamo gli ombrelli e che spesso uso da cestino è ribaltato sul sentiero, un ombrello giallo volato via che se ne sta cadavere sul prato, l’asfalto disseminato di rami, foglie e aghi di pino. Milioni di aghi di pino, come se anche per i ‘sempreverdi’ fosse arrivato l’inverno. Il cielo però, oggi è sereno e non c’è più nulla del viola dei lampi, nulla dell’elettricità e del vento senza controllo che arriva da tutte le direzioni massacrando case, macchine, ma anche animali e piante, come se fosse una punizione per essersi fatti corrompere, infilati in cuccie, case, giardini ed aiuole.

Esco all’una di pomeriggio per la pausa e il sole splende in un cielo ciano. In macchina, mentre torno a casa, una cavalletta verde brillante si appoggia sul parabrezza e cammina incurante delle frenate, del muro d’aria, del coefficiente di penetrazione aerodinamica, delle spazzole del tergicristallo che cercano di allontanarla e schiacciarla.

“No lascia…” faccio a Teo

La natura ha fatto pace, inutile provocarla.

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165° giorno – Il mio lato positivo

A dirti che il tempo una merda, che mi sono svegliato nel bel mezzo della notte e che il cuore è sempre più freddo mi sono stancato, non te ne voglio parlare. Ti parlo della banca quindi, con quell’entrata anni sessanta e porta a vetri con su scritto “SPINGERE” e io spingo.

Ne approfitta un vecchio storto, una donna occhialuta dalla faccia larga e riccioli brutti, una mamma di colore e bambino, di colore pure lui guarda un po’. Tutti si infilano nel varco lasciato aperto dal mio possente braccio che tiene aperta la porta. Si infilano tutti e nessuno che chieda grazie. 

Stronzi.

Il passo successivo è la cella criogenica. Premi un pulsante e una superfice tonda fa “Swoooosh!” e si apre. Entri e quella fa “Swoooosh!” e si chiude alle tue spalle. Nella mia vecchia banca che era più nuova, c’era anche una vocina femminile metallica che ti ricordava di “lasciare ogni speranza e oggetti metallici o io che entravo” cosa che ovviamente non facevo. La porta si apriva lo stesso, pure quella con un “Swoooosh!” molto uguale ma con qualche “o” in più. Nella nuova banca che è vecchia invece la voce non c’è e la porta si apre lo stesso, forse anche se portassi con me una Desert Eagle nella manica. Fa “Swoooosh!” e si spalanca.

Dentro non si capisce mai dove cazzo bisogna andare. Entri e tutti i cartelli appesi al soffitto che dovrebbero illustrare le varie zone di competenza sono coperti da pilastri cosi enormi che sembrano debbano tenere su un ponte. In più è una giungla, non solo piante basse, ma alberi veri e propri che mischiati con il marrone dei muri e dei tavoli fa sembrare il locale il set del Libro della giungla remake. Le casse sono le uniche zone visibili e io mi aggiro tra cordoni separa folla, cinesi imprenditori e cartelloni pubblicitari finché non mi trovo in mezzo ad un locale pieno di scrivanie e gente seduta dietro. “FAMILY ROOM” c’è scritto e in effetti c’è una tizia che potrebbe essere mia mamma, uno che potrebbe essere mio fratello sfigato e un altro che potrebbe essere lo zio cattivo. Non posso che andare dallo zio cattivo. Non sorride, sembra incazzato, ciccione e capelli bianchi lunghi tirati indietro, sguardo cattivo e doppio mento, cattivo pure lui.

Forse è qui che posso risolvere il mio problema, ho buone sensazioni. Sapete i vantaggi dell’home banking no? Fare tutto senza alzare il culo dalla sedia e spostare lo sguardo dallo schermo con porno in streaming ridotto ad icona. Beh, nella mia estrema pigrizia avevo trovato qualcosa che inseriva le password al posto mio, quelle della banca comprese. Quindi, in nome della sicurezza, potevo sbizzarrirmi con password complicate gonfie di codici e da 470 caratteri e inserirle in questo software russo. Fatto tutto quel casino sarebbe bastato inserire solo la password del software e quello avrebbe pensato automaticamente ad inserire tutti i caratteri nei posti giusti, evitandomi sforzi di memoria causa siti che ti chiedono di infilare caratteri egizi, numeri e aforismi famosi tra i caratteri delle parole di sicurezza. 

Sembrava un colpo di genio, una sola password per tutte le password, una specie di anello del potere di Sauron digitale.

L’ho persa quella password.

“Si? Che c’è?” mi chiede lo zio malvagio. Mi ha visto titubante nei suoi pressi ed ha preso l’iniziativa. Io non ne avevo il coraggio. 
Bravo.

“Vorrei annullare il PIN del conto…”
“Azzerare….”
“Si quello…”
“Numero di conto?”
“Ah si, lo cerco”

Tiro fuori un plico pieno di carte. Dentro ci trovo la mia scheda di valutazione lancio per il Bungee Jumping, il programma in francese del torneo di tennis di Parigi Bercy del 2011, scontrini, fogli di università e qualche straccio piegato della banca. Dovete sapere che l’IBAN ce l’ho segnato sempre da qualche parte e in questo momento quel “qualche parte” è il mio vecchio borsellino, che anche lui sta da qualche parte. Ravano confuso in quel disastro, strappo fogli e mi copro di ridicola goffaggine.

Sbuffa. “Faccio io…nome?” mi chiede

“Emanuele Toscano….” gli rispondo, e sembro un bambino in punizione che si vergogna. Mi chiedo perchè non me l’abbia chiesto appena visto il mio raccoglitore in plastica trasparente.

Smanetta per qualche minuto come nei film quando c’è il tizio che fa l’hacker e scrive a duemila all’ora sulla tastiera e compaiono menu segreti, codici, teschi e messaggi di pericolo lampeggianti di rosso. Ogni tanto smette per segnarsi dei numeri su un foglio di carta. Una volta disegna un triangolo con la matita, lo calca con violenza e lo colora tutto all’interno con perizia. Mi chiedo cosa c’entri con il mio conto.

“Gli illuminati…”
“Cosa?”
“Nulla nulla…”
“Mmmh…”

Ricomincia ad armeggiare a velocità warp e io inizio a curiosare con lo sguardo tra le sue carte. Davanti ha un foglio molto complicato con sopra frecce fatte in evidenziatore blu e una grande scritta, sempre dello stesso colore, ovviamente girato al contrario dal mio punto di vista…devo ruotare il collo e spostarmi sulla sedia per leggerlo meglio.

“Copiare la ‘qualcosa’ x5”. Quel qualcosa inizia con la ‘C’ di ‘Copiare la ‘qualcosa’ x5′. 
“Cavolo? Casa? Cavallo? Cedrata?” Più leggo quella scritta meno riesco a capirla.
“Ma che fa?” dice mio zio malvagio. Il ticchettio era finito, colto in fragrante mentre sbircio nei cazzi degli altri.
“No…nulla…non capivo cosa ci fosse scritto lì…prima di x5”
“Perchè? E’ roba sua…?”
“No no…era cosi…per distrarmi…”
“Si eh?”
“Si…ma ha per caso annullato il pin?”
“Azzerato…si…fatto…”
“Ah bhe…è tutto si..posso andare…”
“Si…vada…”
“Mmmh…”
“Desidera altro?”
“Non è che mi dice cosa c’è scritto prima di x5?”
“Cedola…c’è scritto cedola…”
“Cedola…grazie mille”

Sorrido e mi allontano. Emergo dalla giungla, affronto la seconda stanza criogenica e stavolta TIRO ed esco, entro nel Lupo e torno verso casa. Passando di fianco al cinema Nuovo vedo che trasmettono “Il lato positivo” stasera, alle nove. 

“Quasi quasi…poltroncine in velluto rosso…il posto te lo scegli te…schermo grande…tutto tranquillo, relax…quasi quasi…”

Chiamo una ragazza. “Lo vuoi vedere il MIO lato positivo vero?” le dico.

“Eh? Cosa?”
“Si…il lato positivo…il film..ci vieni con me? Stasera alle nove…”
“Devo andare dal parrucchiere…”
“Non andarci, sei bella lo stesso…”

Preferisce il parrucchiere. Ci andrò da solo. Forse. 

Forse perché visto che mi sono svegliato nel bel mezzo della notte, sono stanco e il tempo è una merda e il cuore è sempre più freddo. 

Ma questo non dovevo dirtelo.

164° giorno – Il gatto d’oro

Quel gatto dorato agita il braccio e credo che se continuassi a guardarlo mentre saluta, vomiterei per terra.

Il ristorante cinese da fuori sembra un Briko dismesso e forse lo era, non ci sono nemmeno le insegne e non l’ho mai visto prima di oggi. E si che ci sono passato davanti mille volte. Dentro, la classica sensazione “qualcosa non quadra” che da fuori non te lo immagini così grande, così vuoto e pieni di tavoli e cinesi e porcherie ed invece lo è grande, bianco, nero, lungo, largo. Faccio un mischione, unisco pollo, patate, pesce, riso, salse, crostate, gamberi in un sacca, cospargo tutto di vino bianco e rosso e acqua. Sacca agitata prima e dopo l’uso.

A lavoro è un problema, sento gli occhi che quasi si chiudono, lo stomaco che scoppia e lo scaldotto che riscalda e il monitor che bombarda di radiazioni. Riesco a trascinarmi fino alle 17, in qualche modo, per poi uscire, ed è sereno il cielo per una volta in tre settimane. Centro commerciale, 18 passate. Sono dentro per comprare cose ed osservare, come il resto dell’umanità che tanto critico ma da cui non mi riesco ad allontanare. Fallisco negli intenti, non compro nulla e scivolo via da quella folla e quel posto che mi sembrano strani…che anche il mio amico dice “oggi è tutto strano e triste” e non gli chiedo il perché, non serve, non si spiega certa roba. Ci infiliamo nervosi nel bar della piazza, dove mi alleno. La cameriera stavolta è vicina, ci scherzo, ci parlo, noto l’anello nella mano…peccato…forse non è libera. Beviamo e pago. Non le chiedo il nome, dimentico sempre un passaggio.

La storia finisce in un altro ristorante. Nessun gatto ma tavoli di lusso, camino acceso, profumo di qualcosa di indefinito e nostalgico. Sono qua per ordinare una pizza da portare via, anche se non sembra il posto giusto ma d’altronde bisogna pur campare, si sono adattati.  Anche qua, come dai cinesi, è tutto vuoto. Quello che entra a prendere l’ordinazione lo conosco e mi è sempre stato sul culo anche se non ci ho mai scambiato una parola. Mi stava sulle palle per come camminava, per come andava in giro per Varese, per come si vestiva. Me lo ritrovo davanti super professionale con completo elegante e voce gentile, molto cortese, non pensavo lavorasse ma che vagasse nel nulla senza scopo, infelice e stronzo, debole e vuoto. Forse invece è la persona più buona del mondo, è felice, porta avanti quello che ama mentre io…forse sono io la merda.

Quando usciamo con la pizza è tutto molto insolito.

C’è l’odore del pomodoro e del basilico in macchina, e piccoli pezzi colorati in cielo e le sensazioni di quel ristorante, il legno e il camino, le luci soffuse, il buio sulle pareti piene di bottiglie e i tavoli vuoti, cinesi e italiani, il tipo e il gatto d’oro.

Mi sento pieno di spazio e tavoli vuoti, vecchi odori, sedie polverose e un silenzio malinconico.

Mi sento un po’ solo.

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163° giorno – Diario di un pesce fuor d’acqua

Sento freddo e oggi qualcosa non ha funzionato nel mio orologio interno: sono le 7:32, sono in ritardo. Avrò minuti da dover recuperare a lavoro, un po’ qua un po’ là. Spero non più di venti. Eppure questa notte l’orologio, in mezzo ad un sogno tormentato, mi ha fatto alzare per andare a pisciare e mi ha rotto il sonno alle 4:52, puntuale come al solito, perfettamente funzionante e io sveglio, in apnea e senza branchie.

Freddo dicevo, tempo di abbandonare le lenzuola leggere e mettere sopra qualcosa in più, almeno uno strato di canottiera e non nudo come mamma mi ha fatto. Tempo di accendere anche lo scaldotto a lavoro, elettrico e da infilare in mezzo alle gambe “cosi diventi sterile…” come dice la mia Capa…e sono le 8:12, meno di venti minuti da recuperare mentre il Senior oggi, pare un inglese di mezza età in procinto di andare a pescare. Quasi tutto beige..gilet beige, maglia beige, pantaloni beige ma cappellino scuro stile basco ma non proprio basco. Non ricordo come si chiama…quel tipo di cappello dico perché lui, il Senior, si chiama Lorenzo, “come Il Magnifico”. Lo dice ogni volta, “Lorenzo…come Il Magnifico!”

“Ma vai a fare in culo…”. Lo penso ogni volta, “A…Fare…In…Culo”

L’altro ‘nuovo’, lo chiamo ‘Warren W.’ perché cosi è scritto sulla felpa, dietro, sulle spalle, ricamata in bianco su sfondo blu, circondata da loghi, bandiere, numeri. Appariscente anzi no…brutta. Sembra il cartellone di un gioco in scatola senza regole. Quando entro, lo trovo stravaccato su una poltroncina a giocare con il suo cellulare e so che andrà avanti cosi fino alle 10 o le 11. Poi, farà finta di chiamare qualche fornitore, perché c’è la Capa in giro e non gli pare bello. Non che faccia male eh…d’altronde è qua da una settimana e nessuno gli ha ancora detto il perché sia stato assunto e non vedo cos’altro potrebbe fare se non vagare come uno spettro nullafacente per la ditta, bere caffè, controllare l’estratto conto gonfio di 30 euro in più ogni ora, andare su Facebook, chiaccherare con qualche vacca. Ha sempre questo cazzo di mezzo sorriso sul viso che lo capisci anche senza conoscerlo che dentro c’è il DNA di una faina. Non ha voglia di fare un cazzo.

Lo odiano tutti.

Alle 12:06 me lo trovo davanti che si mette la giacca. Sta zitto qualche secondo, io lo fisso e lui mi fissa.

“Io faccio quello che se ne và…” mi dice, tirando su il mento, mezzo sorriso verso destra.

“Ecco bravo…vai pure..vai a fare in culo pure te.”

Non glielo dico, ma rispondo “Buon appetito” invece. Esce e rimango da solo…per fortuna.

Innervosito…oggi sto stretto. Sto stretto tutto. Oggi il mondo mi sta stretto. Tutto. E le persone e le relazioni che ho, strette. Tutte. E voglio più spazio, voglio allargarmi, voglio di più. Più largo. Voglio amare tutte le donne che conosco. Tutte. E spendere tutti i soldi che ho. Tutti. Correre in macchina fino al limitatore e radiatore in fiamme poi scendere e sentire il ‘TA-TAC’ del motore che si raffredda. Freddo. Più movimento, più emozioni, “Citior Altior Fortior” come i latini…più veloce, più alto, più forte. Di più. Più ‘più’, che oggi tutto è stretto. Tutto. Stretto, dal mondo alle donne, fino ai vestiti. Mi sta stretta questa felpa nera da lavoro e stanno stretti i jeans due taglie più grandi, stretti che li sento appiccicati addosso e io mi sento un ciccione, la pancia larga, il petto largo e sto stretto dentro il mio loculo lavorativo, piccolo come l’abitacolo di una Formula 1 anni ’40 con anche lo scaldotto adesso, infilato li in mezzo con i suoi bottoni, le sue rotelle e il suo calore che non si riesce mai a regolare decentemente. Stretto come un pesce in una boccia di vetro.

Si, mi sento un pesce ora, un pescione…una cernia. Stretto.

“Chissà come si fa saltare a fuori” mi chiedo, ora che sono pesce.

“Anche se ci riesco…” penso “…c’è sempre il problema di respirare…mi risveglierei pesce e desidererei i polmoni…”

“E anche se respiro poi che cazzo faccio…con quelle pinne ridicole…viscido…non mi sposto da dove cado…”

Sono pesce da nemmeno un minuto e già mille problemi, vorrei essere qualcos’altro…e dire che da umano ci ho messo quasi trent’anni a desiderarlo. Ora che sono pesce e nuoto lungo quella curva trasparente, cagando fili, scuotendo pinna e coda, raggiungo il nirvana e mi accorgo che invece di pesce vorrei essere rospo.

“Da rospo potrei balzare dalla boccia e una volta fuori tento la fuga…potrei saltare in giro respirando ossigeno e poi come va va…magari mi becco la principessa con la bocca di pesca e bacio facile. Troia. Oppure tossici leccatori di dorsi. Drogati. O coccodrilli affamati. Probabile…”

Il rischio vale la candela? Avevo vent’anni quando Dave Matthews in Big Eyed Fish cantava di un pesce che saltava fuori dall’acqua perché voleva di più, voleva volare, diventare un uccello.

“Look at this big eyed fish swimming in the sea. Oh how it dreams he wants to be a bird, swoopin’, divin’ through the breeze so one day, caught a big old wave up on to the beach, now he’s dead you see, beneath the sea is where a fish should be…”

Il pesce fa un salto, saltando sopra un onda, ma finisce sulla spiaggia. Muore. Il succo è che per Dave c’è da guardare per bene il verde del nostro giardino che non fa cosi schifo, che è colorato pure quello.

“But oh God under the weight of life…things seem brighter on the other side…”

E chi lo sa chi ha davvero ragione….magari Dave. Magari io. Magari dipende.

Io so solo che quando esco e cammino…con la pioggia che scende e tutto attorno è fango e acqua e non c’è sole, non c’è luce, a casa non c’è nessuno e per mangiare ti dovrai arrangiare e le gambe sono stanche ma domani si ricomincia comunque…ecco…in questi momenti penso che non si ami mai abbastanza, non si osservi mai abbastanza e non si viva mai abbastanza e quello che hai non può bastare..non basta mai…ti sta stretto.

Forse è solo un’illusione della mente, una piccola allucinazione…ma quando in queste giornate penso a queste cose e guardo li in fondo, verso l’orizzonte, noto una specie di curva che sale in alto e l’immagine del cielo un po’ si distorce e anche la luce sembra che si attenui, diventa più opaca e le nuvole sembra che si fermino.

Provo a seguire quei leggeri riflessi e comincio a girare tutto il collo e poi anche il corpo perché quella curva quasi trasparente corre continua e ora la vedo ovunque, distintamente, tutta attorno, circondato.

“Una boccia…”

162° giorno – È FINITA

Vuoto. In testa almeno perché nel resto…un mix di polenta, brasato, pizza e Coca Cola fa su e giù. Tutto il giorno che provo a scrivere di qualcosa, con l’intenzione di parlare di quella foto, quel cartello li sotto “E’ FINITA”. Avevo aspettative, grosse. Ora che attendo in un parcheggio che l’ispirazione scenda su di me come lo Spirito Santo, credo di aver scherzato con il destino.

Il cartello era sopra un negozio in chiusura, drammatico, l’invito ad un banchetto per gli avvoltoi. Sembra che abbiano svenduto anche la mia ispirazione stamattina, devo averla fatta cadere tra le cornici e le pentole a pressione credo. Ricordo di essermi chinato ad allacciarmi le scarpe, le cornici in argento a sinistra, pentole a destra. È scivolata fuori.

Dal cielo non scende niente, altroché, forse quando cade per sempre non torna più indietro, non ti dà seconde chance. Sintonizzo su Virgin mentre il parabrezza si appanna, non si sa mai che la musica risvegli qualcosa, che un cantante se ne esca con una frase-scintilla che inneschi la testa anche se sono qua dentro fermo da dieci minuti. Attendo qualche minuto, con il cellulare in mano ma nulla quindi inizio a scrivere di non riuscire a scrivere, descrivo quello che sto facendo, un vecchio trucco e so benissimo che alla fine sembrerà un pezzo, andrò a parare da qualche parte, è logico, darò l’illusione di aver parlato davvero di qualcosa ma ve lo dico…non mi piace così. Sono una merda, è una merda un pezzo così, mi sembra di fare il burattinaio del me stesso burattino, una matrioska. Mando un paio di messaggi a due amiche e ad una che mi piace e accendo il Lupo…tornerò verso casa. Forse la strada in movimento risveglierà qualcosa li dentro, dove tutto è vuoto. Voi fatevi un giro intanto, metterò degli asterischi adesso, equivalgono a circa 5 minuti di macchina, strade bagnate, semafori gialli, tergicristallo a bassa velocità, un paio di stop. Voi prendete qualcosa da bere, pensate all’uomo o donna che amate, oppure contate fino a 300 poi, ricominciate a leggere.

***

Apro il forno di casa, l’una di notte. Dentro c’è ancora mezzo sformato alle verdure che mangio. Insaziabile oggi che forse l’ispirazione sta dentro lo stomaco, è un tappo per il cibo e ora il corpo reagisce. Mi accorgo che neanche la strada mi ha aiutato, nonostante la gara a distanza con una polo bianca. Non ho nulla da dire, ho la nausea a pensare di finire questo pezzo…è un’agonia.

Voglio buttare tutto.

Mi chiedo cosa succederebbe se anche domani fosse così, e poi il giorno dopo ancora. D’altronde…cos’è l’ispirazione? So che non è controllabile, arriva e se ne va o cade per terra in negozi in bancarotta, sta nello stomaco forse. Se la perdi, rimani solo con il talento, che usi per riempire gli spazi lasciati dalla creatività con parole e discorsi senza importanza, finendo con lo scrivere stupide telecronache.

Che palle, mi dispiace. Ho sonno. Chiuderò questo pezzo in fretta. Sono stanco. Sono deluso.

Forse quel cartello è stato davvero profetico. Magari domani smetterò di scrivere.

Ultima pentola venduta, si chiude il negozio.

È FINITA.

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