161° giorno – Voglie

Mia madre ancora mi fa questioni per come mi vesto in queste occasioni, dice “perché quei jeans da barbone, quella giacca da barbone e le scarpe da barbone ?”. Vorrei dirle che davvero, non me ne frega più un cazzo di questi eventi in famiglia in cui poi sono costretto a fare le foto “che tu sei bravo con la fotografia…le fai te”.

Si, ho talento, sono bravo, ma faccio street, si chiama arte e io sono artista, odio fotografare bambini, gente con sorrisi abbaglianti, soffi di candeline, tagli di torte, baci. Non me ne frega un cazzo…lo odio…vi odio, ogni scatto che mi costringete a fare, io muoio un po’.

Dentro la bella e linda e formalmente perfetta casetta del parente ora, per la festa di compleanno dei bimbi, preparata nei minimi dettagli. Cristo, io mi sono già isolato da tutti, seduto sulla sedia più lontana, che osservo la famiglia in gran completo che si dà un gran da fare a consegnare i regali ai due bimbi festeggiati, in una specie di gara di piscia in lungo.

“Io ho il pacco più grosso”

“Io duro di più” mi viene da dire. Vedo bicchieri in cristallo con spumante costoso, torta formalmente perfetta con piatti e posate formalmente perfette. Mi chiedo se un bambino il suo compleanno lo vorrebbe davvero così  o se sono i genitori a festeggiare il loro ma il giorno sbagliato, tornando un po’ bambini ma puntando a fare comunque bella figura. Sembra un ricevimento, una serata di gala, non c’è nulla di divertente e mi sa che nemmeno i bambini si divertono, ordinati e vestiti per bene a casa loro. Io mi sentirei in prigione.

La torta non ha sentimenti. Decorazione a forma di rosa in cioccolato bianco, ghirigori, merletti, roba che pare uscita da una sartoria gay. Dove sono i robottoni, le moto, i mostri? Un bambino non dirai mai “bella!”. Spegnerà le candeline perché costretto, come dentro la gabbia di uno zoo, per la gioia di spettatori paganti che applaudono.

Ma si, tiriamogli delle noccioline…

Io voglio pizzette e focacce, salatini e bicchieri di plastica alle feste dei bambini. Voglio altri bambini che fanno macello e i bottiglioni di Coca Cola, Sprite. Aranciata, non Brut secco. Voglio la musica dei cartoni animati e magliette sudate non camicie e completi con cravatta da nani. Sulla torta ci devono essere cannoni di cioccolato, alieni di gelatina, smarties, noccioline, di tutto. Qua invece, ogni fetta è formalmente perfetta, pare tutta un’equazione differenziale fatta con la calcolatrice. Cerco sul soffitto anche l’indicatore con scritto APPLAUSI per capire quando esprimere dei sentimenti ma non lo trovo. Sembro l’unico che trova tutto questo show una commedia malriuscita.

“Sto esagerando…che cazzo pensi”

Mah…seduto, aspetto che finisca tutto, con il sonno che avanza. Sono anche cinico e nervoso oggi, che mancano le pizzette, che non le mangio mai e se ne avessi voglia forse non sarei nemmeno troppo sicuro di dove comprarle.

Me le aspettavo, le volevo, unico motivo perché sono qui, senza vestiti da barbone, che alla fine mi sono cambiato tutto e ora le scarpe mi grattugiano il mignolo. Le volevo, le pizzette.

Sono intenzionato, quasi, a fare casino per le pizzette.

Sbattermi a terra, rotolarmi, strillare come un bambino, fare i capricci. Sarei l’unico vero bambino presente in questa festa per bambini ora che ci penso.

Il nervosismo cresce.

Sono un bambino. L’unico. È la mia festa.

Le voglio le pizzette.

160° giorno – Ritorno

Ci metto 40 minuti a capire che sono scomodo, appallottolato per leggere su un sedile bordo corridoio, chinato alla monaco shaolin in preghiera o barbone ubriaco, downtown di L.A.

Senza ragione. La persona più vicina è una culona, quattro sedili dietro e sono isolato da 45 km almeno. Mi sento un ritardato, la camicia inglobata con maglione, giacca, borsa, pantaloni…e ho dodici posti liberi attorno. Mi sposto, mi svacco. Mi sento meno ritardato.

Vicino al finestrino le cose vanno meglio, ho un gradino su cui lanciare la gamba allungandola senza stile, ho un lurido posacenere su cui posare l’ipod, ho un finestrino da cui osservare in fast forward il mondo troppo reale che leggo sui libri di Charles.

Non so perché ma mi viene in mente una storia che non ho mai scritto e di cui volevo fare un corto, ovviamente finita in quella pila di pensieri sprecati, nascosti sotto brutti tappeti che tornano fuori sempre…spigolosi quando ci cammini sopra.

L’attore era un mio grande amico, che in mezzo ad un sacco di gente in una di quelle vecchie carrozze a due piani, sedili in pelle finta marrone, apertura porte con maniglia, si ritrova a parlare della propria vita con un mostro con la faccia da mosca gigante che sapeva tutto su di lui.  Parlavano i due, con salti di camera continui tra primi piani, in una discussione in cui tutte le fragilità dell’uomo venivano fuori. Le paure, lo schifo. Solo alla fine si capiva che era tutto un parto della mente, si alzava urlando con la gente attorno sconvolta e di fronte, un posto vuoto. Più penso alla storia, più mi ritornano in mente i dialoghi, i costumi, la situazione in cui tirai fuori l’idea. Tempi di università, treno verso Bovisa e caldo allucinante, gente grigia attorno che immaginavo come tristi comparse di un film sceneggiato da me. Anche allora avevo l’illusione di capire il mondo molto meglio degli altri. Mi è rimasta, ma si sta trasformando in una superba certezza e ci rimarrò male, credo, quando capirò che sapere o non sapere è uguale quando le montagne vivono milioni di anni, le stelle miliardi e tu non arrivi al secolo.

Quando arrivo a Varese, e la culona scende e dal piano sopra invece arriva una bellissima ragazza su cui fantastico prima di scendere pure io, mi sento stranamente più piccolo e basso.

Ci sono viaggi in treno positivi, altri meno e questa credo sia una grande verità personale, succede davvero. Tutti quei pensieri sulla verità e sulla gente ti fanno sentire diverso, un osservato speciale e la tua mente reagisce. A volte scendi e ameresti alla follia ogni culona o donna che vedi. Altre volte ti senti la persona più sola e infreddolita del mondo. Altre coraggioso, o forte, o figo da morire, immortale. Oggi basso e molto incerto.

Domani forse, mostro con la faccia da mosca.

159° giorno – Oggi mi sono svegliato e desideravo le branchie…

Seduto sulla tazza, leggo da una bacheca altrui un altro aneddoto di un professore che fa giochetti con i suoi studenti, il tipico “dovete guardare la luna mica il dito”.

Coglioni.

Non so voi, ma io, ogni volta che leggo una di queste storielle, mi chiedo sempre se sia davvero accaduto, se sia sempre il solito professore che le racconta e se esistono davvero professori che fanno ste robe stile “cogli l’attimo”. Cioè, cosa insegnano? Lettere? Filosofia? Il mio professore preferito la insegnava filosofia e sapete cosa faceva? Spiegava. Poi, quando mi interrogava, si esaltava se arrivavo ai pensieri giusti, gridando “Bravo Emmanuel!” come Kant mentre quando dicevo puttanate stava zitto, guardandomi fisso da dietro gli occhiali tondi, con quella sua testa piena di barba inclinata verso il basso. Quando finivo “Non ci siamo Emmanuel…” come Kant “…stai dicendo una marea di cazzate…” diceva.

Storielle tutte uguali e inutili, una con la sabbia grossa e fine e il vaso, una con il foglio bianco e la macchia nera, una con il bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto e ve ne creo altre mille o diecimila o diecimila milioni se voglio, usando le foglie delle siepi o le tessere di un mosaico, la vicina zoccola e le suore, le pagliuzze nell’occhio altrui, Indiana Jones e l’ultima crociata, partite di calcio e stadi pieni di pazzi ultras ultraviolenti, sole e raggi ultravioletti, pesci grandi in stagni piccoli o nel mare con banchi di sardine e squali, rane, scorpioni, insetti, formicai, atomi, protoni, elettroni, quark, particelle di Dio, gas perfetti. Vostra madre.

Inutili si, ma alla gente piace sta roba, le piace sentire metafore su cose che conoscono benissimo e che non possono cambiare perché di farlo…beh…non gliene frega un cazzo a nessuno. Storie lunghe o corte e barocche, piene di fronzoli e frasi che suonano bene e noi ‘scrittori’, anche se forse ‘scrittore’ è esagerato per un tipo come me, siamo Re e Regine supremi di questa disciplina e a volte, credo che se la carta parlasse potrei fare l’agente di commercio pure io, che a fottere la gente a ‘parole sonore’ invece, non sono un granché.

Io per dirvi che soffro d’amore scrivo un romanzo quando la realtà è che tutti soffrono d’amore, non dico nulla di nuovo ma dovrei uscire invece, e andarlo a confessare a chi di dovere. Figurati. Io per dirvi che sono stanco e nervoso parlo di strade asfaltate, giardini e ambienti di lavoro opprimenti. Io per dirvi che oggi fa freddo parto dai pinguini e dal rovente vulcano Samalas in Indonesia, che nel 1247 Avanti Cristoiddio ha dato via libera alla piccola era glaciale, caldo e freddo, Yin e Yang, bianco e nero, donna e uomo. Uno scrittore difficilmente dirà le cose come stanno in maniera diretta, farà dei cazzo di giri allucinanti, prendendola larga come un cieco alla guida, farcendovi di pillole narcolettiche peggio di un medico, usando termini che non capirete e che non capiscono nemmeno loro, tipo ‘IO subcosciente’ o ‘Verità’. Potreste avere qualche chance solo se lo beccate dal vivo, davanti ad una bistecca e una botte di lambrusco dolce e frizzante vuota per due terzi e tre quarti di terzo, depurato da tutta quella merda ma su carta…Non.Avete.Speranza.Alcuna.

Lo notate anche da questo pezzo dai…righe e righe di lamenti riassumibili in una frase e tanta ipocrisia su questa moda del “Carpe Diem”, che io, quello figo anticonformista, ci sono cascato e ci casco ancora. Sempre. Oh…lo ammetto, anzi, ammettiamolo tutti noi ‘scrittori’…riuscire a trovare significati e lezioni di vita banali con frasi e situazioni complicate che non c’entrano nulla è bello ed inutile, un esercizio stilistico che se poi azzecchi pure il finale con frasi ad effetto quasi quasi ci spariamo una sega. Storielle, racconti, aneddoti per far vivere meglio (ahahaha) o accendere il cervello della gente (ahahahaha!) scrivendo di utopistici stili di vita ideali. Ala fine a noi va bene cosi, a TUTTI va bene cosi, perché soffrire un po’ ci piace o almeno, a ME piace e anche fantasticare su una vita migliore MI e VI piace e finiamo nel cercare una morale anche nella lista della spesa.

“Vedo che hai preso la Nutella…forse è carenza d’affetto e vuoi spalmare quella piccola puntina di dolcezza che tieni sul freddo coltello della vita reale…che punta alla tua serenità come spada di Damocle….sopra la vasta superficie del tuo cuore spezzato…”

“No…è che mi piace quella cazzo di Nutella brutto idiota…”

Tipo, ora vi racconto che stanotte mi sono svegliato alle 4:48 che accidenti, sta diventando un appuntamento fisso che mi dà sui nervi, mi sveglio affannato, controllo l’ora e mi dico “bene, ho altre due ore da dormire” ma la realtà è che tutto comincia a diventare scomodo. La spalla è scomoda e te la vorresti togliere, poi il gomito diventa scomodo, le palle e il pisello pure, via anche quelli e la gamba con quel ginocchio dolorante e il malleolo che tocca dentro il bordo del letto, via! Poi togli il busto che non respiri bene, sembri in apnea sott’acqua e desidereresti le branchie e ti accorgi che alla fine quelle due ore le dormiresti con solo la testa ghigliottinata dentro una cesta di vimini rivoluzionaria, dopo la presa della Bastiglia.

“Bonne nuit!”

“Dovrei prenderla una pastiglia…sonnifero…” penso, e sono le 5:32. Prima, sognavo di una stanza con gente deforme, gobba, sformata e mutante che mi toccava e mi cingeva continuamente, portandomi a spasso con le loro braccia multiple, bocche multiple, nasi deformi, bubboni, corpi devastati con carne a vista ed ero fin troppo sicuro che mi avrebbero contagiato con la loro grottesca apparenza, facendomi diventare brutto a mia volta, deforme e con le branchie, ancora, come loro…come se la parte più nascosta e reale che tengo dentro in sacche piene di acido gastrico cucite sottopelle venisse fuori, rivoltato come un calzino o un K-Way double-face o “dublefas!” che fa tanto francese; di nuovo me stesso, libero da barriere, brutto come sono davvero, cappello a cilindro, bastone, sorriso storto davanti allo specchio del bagno, orrendo ma vestito elegante, pronto a presentarmi di nuovo al mondo.

“Bonne soirée!”

Quando mi alzo, dopo quelle due ore di non-sonno passate a rigirarmi in un talamo scomodo con tutte quelle parti di corpo di colpo inutili, penso solo al cibo, con la speranza che i cereali siano davvero finiti per concedermi gustosi biscotti inzuppati nel latte, con gocce di cioccolato che si sciolgono, roba che in regime di allenamento estremo viene abolita ma se non c’è altro da mangiare d’altronde…magari…no…niente…ci sono invece…eccoli…il recipiente è stracolmo di fiocchi, si erge come un silos marchiato Kellogs sulla tovaglia a fiori che la odio quella plastica decorata, troppi girasoli.

Nel bagno dopo, deluso per i fiocchi d’avena, con la luce accesa e il buio fuori e il freddo leggermente percettibile, mi lavo, mi asciugo. Accendo il vecchio Caldobagno, che funziona ancora perfettamente nonostante l’età, sempre pronto ad aiutarmi nei momenti di parziale ipotermia, con quella sua sembianza da Darth Vader poco rassicurante.

Mi ci piazzo davanti, le mani sul volto e per un po’ gli occhi li tengo chiusi. Poi, comincio a guardare attraverso la fessura che ho lasciato tra le due mani, fissando la luce rossa accesa su quel bottone di plastica, con i bordi delle dita tutti sfuocati, ringraziando di avere un rovente e vulcanico Caldobagno trattato bene e che ‘funziona ancora perfettamente nonostante l’età’, sapendo che da ora in avanti i secondi, i minuti, i giorni, le settimane, i mesi e gli anni saranno sempre più freddi, come una nuova piccola era glaciale.

Sto lì, in quella posizione, ancora qualche istante…

Beh? Quindi? Qual è la morale?

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158° giorno – “Come non detto…” (Senior #2)

Ve lo raccontavo no? Qualche giorno fa…del nuovo collega di lavoro dico…

Sembrava strano a tutti che potessimo aver assunto un individuo normale, educato, per bene, per quanto malvestito, asociale e dimesso.

Infatti, “come non detto”

Quando arrivo e lo vedo in postazione, c’è qualcosa di strano. Si è rasato i capelli, la bocca sembra corrucciata, pare pure dimagrito anche se mi chiedo come sia possibile visto che era già uno stecco. Lo saluto e lui mi saluta con una voce un po’ più profonda del solito, anche se scrivere ‘solito’ è un’esagerazione visto che parlava si, ma solo se interpellato e nemmeno sempre.

Qualcosa non torna ma si siedo ed inizio a farmi i cazzi miei, come al solito.

Noto che la felpa se l’è cambiata, ora c’è scritto davanti FIAT ed è bicolore, una metà rossa e una blu. Orrenda. Noto che i pantaloni assomigliano vagamente ad un capo d’abbigliamento normale e non ad una tenda Quechua fatta in jeans. Noto che si è messo un orologio enorme al polso sinistro, peserà duecento chili.
Inizia subito a discutere con Teo che ha l’espressione di un deportato appena svegliato con degli idranti. Parlano di un progetto ma appena l’assonnato Teo dice qualcosa lui risponde “Si lo so!”. Ad ogni nozione, appunto o battuta detta per sbaglio la risposta è sempre la stessa: “Si lo so!”.
Si lamenta del metodo di lavoro, dei file, del programma 3D, dell’aria fredda, delle zanzare e delle mosche, del rumore, dello schermo del PC che non deve rimanere acceso, dell’angolazione dello stesso, dell’altezza irregolare fuori norma della scrivania ma che in realtà non è una vera scrivania, della stampante, della mancanza di rete internet, del fatto che Teo mangi i taralli alle 11:32.

“Perchè mangi i taralli?” chiede in tono cattivo

“Perchè ho fame!”. Il “CAZZO!” è sottinteso, lo sguardo assassino a palle sgranate di Teo esprime dieci bestemmie contemporanee.

Se la prende quando scopre che li mangia soprattutto perché non ha fatto colazione.

“Non va bene, non va bene per niente” dice, scuotendo la testa.

In una ditta dove lavorava 22.4 anni fa le cose erano diverse e migliori ma sarebbe comunque difficile trovare qualcosa che lui non abbia fatto meglio in passato o in un’altra vita e\o universo parallelo. Critica, parla e “Si lo so!”. “Fai cosi, fai cosà” e “Si lo so!”. Quando Teo gli fa presente due cose da cambiare per non incorrere nell’ira del Faraone risponde scocciato esclamando “ci penso io…glielo dico io al fresatore di fare i pezzi cosi…cazzo!”

Sembra il gemello cattivo della pecorella smarrita di settimana scorsa…da dove esce fuori questa personalità ? Cos’è questo scambio Clark Kent – Superman Malvagio?

“Se le felpe FIAT fanno questo effetto ne compro tre paia” penso. Poi la guardo bene. Dio se è brutta.

Passano un paio di ore e dietro i monitor lo scambio di opinioni continua, con Teo che Santo dopo Santo scandisce un rosario di ingiurie silenziose, guardando il soffitto appena Mister Sotuttoio riprende fiato, prima di riattaccare a parlare. Nonostante le bestemmie però, la benevolenza di Dio fa si che come un angelo arrivi la moglie del Faraone, la mia diretta superiore, la vice-capo supremo.

“La presento agli altri le va?” gli dice, sorridendo.

‘Eh? Cosa? Ma che vuol dire?’

Io non ci capisco più un cazzo. Vedo il tizio che si alza e mi da la mano, ed è tutto un tremendo deja vu, ma non di quelli immaginari…è reale, tutto è già successo esattamente sei giorni fa, solo che lui aveva addosso dei pantaloni ridicoli e capelli più lunghi.

“Lui è Emanuele, designer, grafico blablabla” . La Capa mi presenta.

“Un po’ di tutto…” rispondo, sorridendo nervoso.

Mi porge la mano, gliela stringo, non capisco e credo si noti dalla faccia.

“Si lo so!” mi sembra di sentirgli dire. Poi si allontana con la Capa.

Mi guardo con Teo, lui bestemmia digrignando i denti. Si alza e mi dice: “P******* lo odio…ora gli tiro un pugno…ma a me questo già mi sta sui coglioni…mi ha scassato trequarti di minchia P******* che oggi ho le madonne facili sapientone di merda simpatico come la merda…mi sta sul cazzo P******* che sta qua da un giorno e già si prende il merito degli altri P******* che mò gli pianto il calibro nel muso cosi si dà una cazzo di regolata P******* che adesso gli sputo in faccia P******* ******* *******!”

“Ma che succede? Pare il gemello cattivo sto qua, ma che gli è preso?”

“E’ venuto a lavorare il gemello infatti…M***********! ” risponde Teo, appena si ricompone.

“Cosa? Ma che cazzo vuol dire, uno fa la prova e invia il gemello? Cazzo è…la guerra dei cloni? Stai scherzando?”

Teo si avvicina e sottovoce mi spiega

“Non scherzo un cazzo P*******…questo arriva sabato mattina in ufficio e si presenta con il gemello dicendo che è quello dei due più adatto al lavoro…che tanto basta che lavori uno dei due…che tanto vivono insieme…cioè…ti rendi conto?”

“Dio mio….cazzo se è strana sta roba…mica mi pare normale…”

“Già…solo che questo P******* non lo sopporto…almeno l’altro stava zitto…questo è simpatico come un dito nel culo moltiplicato per cinque…”

“Una mano…”

“No no…solo le dita…ma tenute larghe D*** ****!”

“Mha…”

Tutto mi sembra cosi estremamente privo di senso…è la prima volta che mi ritrovo a lavorare con un vero gemello cattivo.
Alla macchinetta del caffè nel pomeriggio, prosciugati e disperati, discutiamo di Mister Sotuttoio, che non ci lascia in pace un solo secondo, e della gente che viene assunta qua dentro, come al solito pazza, criminale e ambigua. Come il nuovo esperto elettronico, che ci passa davanti proprio in quel momento, già disperso per la ditta senza scopo ne meta, con le mani in tasca e maglioncino fashion, resosi subito protagonista di un audace parcheggio con il suo fuoristrada che in un colpo solo ha eliminato 5 posti auto per la gioia di tutti.

Lo guardiamo passare con il cellulare in mano.

“Io ho fiducia…credo che prima o poi qualcuno sano di mente arriverà anche qua” dico, mentre bevo il solito cappuccino al cioccolato. Ci credo quasi sul serio, con la faccia di uno che attende il messia o il supereroe di turno.

Poi mi giro e noto l’elettricista che vicino ad una macchina da cablare, imita con le braccia il battito d’ali del Condor americano, facendo strani versi. Io e Teo ci guardiamo in faccia, in un misto di ilarità e rassegnazione.

“Come non detto…”

157° giorno – Il cimitero delle macchinine

Cammino come un gatto nella piazza deserta con solo la cameriera del bar che impila sedie e le trascina dentro, prima della chiusura. Mi piace, è molto carina e si muove in un modo che mi affascina quindi ogni tanto, mi concedo uno sguardo distraendomi dal noioso reticolo di mattoni grigi e rossi che mi fanno andare dritto.

Alla quarta distrazione, sento un profondo dolore nel palmo sinistro, come di una lama che si conficca nella carne. Un sasso, o un vetro penso ed invece è un oggetto quadrato, bianco e nero.

“Un alettone…”

Si, un alettone di una macchinina, una formula 1, un dramma che comprendo fin troppo bene…la disperazione di un bimbo che si ritrova un giocattolo monco…un alettone poi, una cosa fondamentale per una vettura da corsa.

Le macchinine e i modellini che si rompono o vanno persi, sono piccole tragedie che si trascinano negli anni. Io, a trent’anni quasi, ancora ricordo tutte le tragiche perdite dell’infanzia: la Fiat 131 Mirafiori arancione persa nel divano di mia zia Erminia, la Peugeot 406 Dakar distrutta nel salone dell’asilo, con le ruote divelte oppure, il mio F16 cangiante, che diventava blu se messo in freezer e rosso sotto l’acqua calda, con le ali leggermente sbeccate all’insu, come le terribili squadrette d’alluminio del liceo o il mio bellissimo trattore fatto di lego con motore a vista…

Tutti ricordi tristi, anche se il peggiore rimane Commander alias Optimus Prime dei Trasformers, un vero camion robottone con rimorchio apribile, accessoriato con altri Trasformers e che poteva diventare base di supporto con lanciamissili a molla. Il sogno di tutti i bambini, con l’adesivo degli Autobot che si colorava se ci alitavi sopra e lo sfregavi e poi…che bello tutto chiuso, rosso fuoco con rimorchio grigio metallo. Comprato un’estate di gioia e sparito l’agosto successivo, volatilizzato.

Dramma.

A volte me lo sogno e ancora, da grande, controllo tutti gli scatoloni in soffitta, per trovarlo.

Io ancora ci spero…

156° giorno – Il costume

Bhe, direi che ci siamo.

Mentre tutto il resto d’Italia si è goduta l’ultima settimana di estate e sole, qua da me è tutto molto chiaro da tempo ed oggi, comincia anche a fare freddo sul serio, che lo senti nelle mani e nel petto, quando esci la mattina in felpa e ti accorgi che non basta più. Tempo venti minuti e sarò ad allenarmi nella solita piazza, ma nei tavolini del bar non ci sarà nessuno, le piastrelle in roccia rossa saranno gelide, l’altalena bagnata e ad ogni trazione, un litro di acqua mi entrerà nel colletto costringendomi a brutte imprecazioni. Circondato da sbarre più scivolose di un’anguilla addormentata e muretti viscidi, con i piedi zuppi per ogni fottuta pozzanghera nascosta dietro l’angolo.

Ho tirato fuori la felpa grigia con cappuccio per il primo vero allenamento autunnale, un’occasione speciale. Ci sto dentro tre volte ed è la stessa con cui ho iniziato a correre quando ero 107 kg di ciccia e che continuo ad usare trenta chili e tre anni dopo. Mi hanno detto mille volte di buttarla, visto che quando ce l’ho addosso sembro una tenda da campeggio afflosciata , ma non ci riesco. La vedo e mi ricordo gli inverni passati a correre sotto la neve e l’impegno e la fatica di ogni santo giorno, con i talloni distrutti, il fiato che spariva dopo un minuto e una specie di katana nella milza. Ma tre anni dopo, che tutto è cambiato, mi ricorda anche che se ce l’ho fatta da depresso ciccione del cazzo posso farcela sempre o almeno provarci, in qualsiasi cosa, sempre.

Si insomma, mi fa sentire forte questa felpa, anche se è larga ed entra aria fredda in mille punti diversi, anche se non è di calzamaglia e non è blu con una S davanti, anche se ha solo un cappuccio ma nessun mantello rosso.

Un costume per supereroi sobri.

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155° giorno – Domenica

Scrivo del cliché della domenica pomeriggio passata sdraiato da qualche parte. Ci cado pure io oggi, Cristo.  La mattina, mal di testa nell’angolo sinistro, stomaco in subbuglio e shopping compulsivo per cercare di farmi passare i disturbi e poi perché invece di drogarmi come ogni buon giovane in carriera preferisco comprare vestiti. Una felpa per la testa, una maglietta per lo stomaco ma nulla, l’attesa in fila per pagare e una tizia che canta “…this night we should be more than friends…”.aggiungono peso alla situazione e ai pensieri del cervello. Che poi, mi accorgo dell’errore, che la maglietta ci sta ma la felpa la potevo evitare, ma quando Sorella mi dice che qualcosa che scelgo le piace, non posso fare a meno di comprarla. E poi è verde, verde mica c’è l’avevo. Dentro al Lupo ora, verde pure lui e le gocce che cominciano a sbattere sul parabrezza che prefigurano una giornata chiuso in casa. Calcio in tv e pesce impanato di sale a pranzo e poi dormo e quando  mi sveglio sento Sorella che dice “Ti devo ricordare tutte le domeniche pomeriggio passate a guardare quel programma dove gli aerei si schiantano?”
La domenica è un problema largamente diffuso, la tv vomita inutilità più del solito e si finisce sempre a soffrire di malinconia dalle 17 in poi, in attesa della nuova settimana, schiantati da qualche parte. Un sacco di gente la vive così e anche a me ogni tanto tocca.

A dirla tutta, visto che di parla di cliché, il lunedì non è nemmeno così terribile secondo me.

Lo preferisco, alla domenica.

153° giorno – Pasqua

Stravaccato su una poltroncina con rotelle e tessuto verde mentre attendo che la stampante RICOH multi-accessoriata con scanner, caricatori multiformato, tamburi e slot colori singoli ad innesto rapido sputi fuori risposte cartacee ai miei input annoiati.

“Sai perchè ti sei sempre infilato in situazioni impossibili e complicate? Perchè hai paura di innamorarti davvero di una persona facile da raggiungere…è una cosa inconscia la tua” mi dice la segretaria con voce severa

“Sarà…magari è quello…e poi chissà se mi sono mai innamorato davvero…” rispondo, mentre gioco con una chiavetta USB piena di pezzi della mia vita.

“…quando ci penso…non ne sono davvero sicuro…” continuo.

Stravaccato su una poltroncina con rotelle e tessuto verde nel terzo giorno di pigrizia di fila, con un po’ di dubbi e di pensieri mentre gioco con puzzle a tinta unita che mi fanno uscire di testa. Devo concedermeli ogni tanto, tre giorni cosi, come faccio per l’insonnia che mi distrugge l’esistenza. Capita, a fine mese, che per tre giorni dorma come tutti gli esseri normali. Capita che dopo un mese di allenamento intenso, mangi pizza per tre giorni di fila. Capita e mi tiene sano di mente ricordarmi che a volte la forza di volontà, l’impegno, la sicurezza, le idee chiare si ritrovino disperse in un banco di nebbia, perse in un bosco, per tre giorni.

Negli ultimi istanti di lavoro, stavolta di giù, lontano dalla super stampante, fisso lo schermo svogliato e uccido un po’ di zanzare tigre. Mi passo la mano destra sui capelli da tagliare, sulla barba incolta e sento quel dolore che morsica il polpaccio. Penso che tanto manca poco alla mezzanotte e che da domani si ricomincia con un paio di pile nuove, cancellando le ultime settantadue ore e i lamenti dei muscoli e i puzzle e i pensieri.

Si, tre giorni di fragilità vanno bene.

Se li è concessi anche Gesù.

152° giorno – Letargo

Questa pagina di diario oggi sarà corta per scelta e non per pigrizia anche se lo ammetto, negli ultimi due giorni pigro lo sono eccome che non mi alleno, non esco, ozio e guardo tv sotto luci ambrate mezzo addormentato sul divano mentre rinvio appuntamenti, declino inviti. Mi viene quasi voglia di andare a dormire presto, mi viene voglia di escludere il resto del mondo, mi viene voglia di darmi malato ad ogni compito, domanda, impegno che mi riguarda. Forse sono malato davvero, mononucleosi tipo. Oppure, quel mal di pancia e quella tosse si stanno per trasformare in qualcosa che mi farà dormire e dormire, piano piano, sempre più ore e una volta sveglio, sarà già tempo mare. Letargo, il che sarebbe un peccato, che la vita è così breve.

Come questo pezzo, ma più interessante.

150° giorno – Toilette lounge

Due mostri meccanici mi fanno da scorta appena esco dal cancello. L’odore del catrame è così forte e penetrante che quasi riesco a sentire le singole particelle che perforano i polmoni. Trattengo il respiro finché posso mentre esco al sole e mi avvicino al Lupo.

In macchina, con la frizione così consumata che anche la partenza in piano è un problema. Quando arriviamo al palazzetto, una folla di quindicenni dal culo perfetto di cui potrei essere il padre, ragazzini mal vestiti di cui potrei essere il padre e nessuno che potrebbe essere mio padre a parte un tizio alto con barba bianca, capelli da Einstein e un cartello “COMPRO BIGLIETTI” appeso al collo. Cammina con le braccia dietro la schiena tra le bancarelle piene di materiale contraffatto e ha l’aria di uno che di biglietti non saprebbe che farsene. ‘Vuole una poltrona e un telecomando’ penso, dovrebbe cambiare cartello.

All’entrata, scanner analizzano il mio biglietto  che fa “DEEENG” e non “BLIIIP” come quelli buoni e già sono pronto alla beffa ma dopo tre tentativi andati al male mi fanno entrare lo stesso. Non hanno voglia. Prendo posto vicino al palco con gli altri e andiamo in bagno a turno per non lasciare spazio ai nemici. Dentro la toilette maschile, porte rosse, lavandini scassati e la tipica trafila di gente. C’è chi si lava le mani prima e dopo, chi solo dopo, chi mai. Sto lontano dagli ultimi mentre io sono uno di quelli che se li lava solo dopo che tanto, nel tragitto che porta fino al cesso sei costretto a toccare tanta di quella roba che sei fortunato a non morire. Invece all’uscita, se sei bravo, puoi sfruttare rubinetti lasciati aperti e soffioni caldi poco sfruttati e ridurre al minimo il contagio.

Torno dagli altri, e la cronaca delle successive sei ore di festa si riassume in noi in piedi che ascoltiamo musica, fighe troppo giovani che mi ballano addosso e una gran stanchezza finale, magliette sudate, amori fast-food e fischi nelle orecchie.

Ritorno, uscita da un parcheggio con gente che combatte come se avesse le bighe alla Ben Hur. Noi siamo disidratati come patate del McDonalds perché nessuno si è ricordato di portare acqua o cibo e quindi dopo 42 km finiamo nel Vulcano, autogrill di lusso con i soliti costosissimi panini insapori e commesse scorbutiche. Mi riempo di liquidi e mangio un panino che dall’aspetto prometteva molto meglio. Cotoletta, pomodori ed insalata tutti con lo stesso sapore ma di colore diverso. Prima di provare a tornare a casa però, c’è da visitare la toilette lounge, tanto reclamata sui muri del locale. Immaginatevi una sala moderna, tutta corian, piastrelle di lusso e pannelli verdi lucidi semitrasparenti che fanno tanto bagni aziendali a Manhattan. C’è un sensore che spruzza il sapone, uno che spruzza acqua e per ogni lavandino uno spruzza-aria super sensoriale, tutto sopra piani simil-pietra e vasche disegnate dal progettista dell’Enterprise che fa sembrare tutto molto costoso. Mi attendo l’addetto delle pulizie in frac. Dentro il loculo per le cosacce, attendo che un sensore mi abbassi la zip ma non succede nulla, c’è solo quello dello sciaquone che si attiva al minimo movimento. Ancora non mi sono avvicinato che si è già attivato cinque volte, in sfregio ad ogni norma anti spreco. Mi chiedo che bisogno ci sia di fare dei bagni così, in realtà. Si, belli, ma secondo me al mondo c’è davvero troppa poca gente che si lava le mani, che usa acqua e sapone. Dovrebbero fare un bagno con degli alberi e delle siepi ecco.

Arrivo a casa con questa idea geniale in testa, una “Toilette Nature” dove pisci dietro arbusti pieni di sensori. Tra un film mentale e la pubblicità mentale però, noto che in queste dodici che manco da casa, hanno tappato il giardino zen con asfalto fresco per tutta la via. Le colate d’olio arrivano fino al cancello e ancora, l’odore di catrame pungente. Chissà ogni boccata di questa puzza a quante sigarette equivalgono.

Apro il cancello, sgombro dai titani di metallo e vado in casa. Trovo nel forno una insolita frittata con le patate. La mangio. C’è dell’acqua. La bevo. Mi lavo i denti, con il mio rubinetto senza sensori che butta fuori acqua. Sento nelle gambe questa mezza giornata fuori casa, lo ammetto.

Tossico, anche oggi niente farmacia.

Non vorrei che sia colpa del catrame.

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