167° giorno – Tempesta dentro

Ieri la natura ci ha preso a schiaffi sconvolgendo la civiltà dal mio paese tutta la sera e la notte, lasciandomi a pregare per delle lampade ad olio mentre gli alberi venivano spazzati via, le mie persiane picchiate come in un interrogatorio. Una festa di luce e frastuono.

Sono riuscito a cenare grazie a piccoli scampoli di elettricità che riuscivano ad alimentare il forno quel tanto che bastava per riscaldare il cibo, sono riuscito a vedere dove stava il mio spazzolino da denti grazie alle energie luminose residue di un cellulare vecchio e stanco, mi sono infilato a letto, alle 22:37, esasperato dal buio e dai quei ritorni di lampi ed eco di tuoni che non permettevano nessuna delle mie abitudini standard, che fosse leggere, annoiarmi di fronte ad una tv o fissare un muro bianco illuminato da luce artificiale. Mi sono sentito sconfitto, senza idee, mutilato.

Turbolento fuori e turbolento dentro, con sogni dei più variopinti fino a quello finale, io che dentro un bunker buio, dai grandi archi larghi in pietra rossa, intravedo una bellissima ragazza bionda, prima vestita con una camicia militare verde e capelli lunghi tenuti dietro poi, sopra di me, leggera e sensuale, nuda e dai seni piccoli e la vita stretta, sempre più attaccata al mio corpo perché la stringo e ascolto il respiro accelerato, la bacio e la tocco finché non mi fermo. Apre gli occhi, abbassa la testa e mi guarda in silenzio, delusa. Non capisce ma a me non importa…guardo in basso e c’è una ferita dai contorni bianchi che si propaga e mi spaventa vederla cambiare forma, sempre più grande. Sento freddo poi, noto qualcosa, una presenza. Guardo di fianco e ci sono i miei, seduti assieme su un divano come quando guardano la tv la sera e ora fissano qualcosa, assieme. Non guardano me, non guardano noi, ma un angolo ancora più buio, in fondo, dove non riesco a girare lo sguardo. Mi alzo e scosto la bionda che rimane nuda a fissarmi, seduta a terra su un pavimento di pietra grossolano e pieno di crepe e fughe irregolari. Le volto le spalle, giro oltre il pilastro che sta dietro di me, arrivo ad una porta…

Sveglio.

Il vaso in bronzo dorato dove teniamo gli ombrelli e che spesso uso da cestino è ribaltato sul sentiero, un ombrello giallo volato via che se ne sta cadavere sul prato, l’asfalto disseminato di rami, foglie e aghi di pino. Milioni di aghi di pino, come se anche per i ‘sempreverdi’ fosse arrivato l’inverno. Il cielo però, oggi è sereno e non c’è più nulla del viola dei lampi, nulla dell’elettricità e del vento senza controllo che arriva da tutte le direzioni massacrando case, macchine, ma anche animali e piante, come se fosse una punizione per essersi fatti corrompere, infilati in cuccie, case, giardini ed aiuole.

Esco all’una di pomeriggio per la pausa e il sole splende in un cielo ciano. In macchina, mentre torno a casa, una cavalletta verde brillante si appoggia sul parabrezza e cammina incurante delle frenate, del muro d’aria, del coefficiente di penetrazione aerodinamica, delle spazzole del tergicristallo che cercano di allontanarla e schiacciarla.

“No lascia…” faccio a Teo

La natura ha fatto pace, inutile provocarla.

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166° giorno – Business

“I furgoni dei corrieri espresso sono il futuro! Lo fermiamo con una scusa…facciamo scendere il tipo e lo massacriamo di legnate e lo scarichiamo nella ‘rungia’…te arrivi con un altro furgone…carichiamo tutto e scappiamo che di sicuro hanno il gps e dobbiamo lasciarlo li…e poi vediamo quello che abbiamo raccattato…”

“Per carità…il piano mi sembra anche buono ma ci sono un po’ troppi rischi Teo…”

Mi alzo per sgranchirmi il corpo dopo quello scambio di opinioni e faccio due passi, raggiungendo la zona dei cartoni che da due giorni è ‘off limits’ perché siamo stati sgridati di brutto.

Dicono che facciamo casino, come maiali.

“Avete rotto il cazzo con questi cartoni e scatole piccole gettate in giro mi state sentendo?” ci dicono un paio di giorni prima, noi zitti.

“Stai lontano da quei cazzo di cartoni!” mi urlano per rievocare quel momento buio.

“Andate al diavolo” rispondo, dito medio alzato.

Sopra scatole giganti di motori, piccoli di pulsanti da cablare e cartacce, rotoli e confezioni senza marchi, c’è il cartone di una pizza.

Ci sono due peperoncini gay con tanto di ciuffo biondo e una cipolla mutante e deforme, marrone e vecchia che ballano e festeggiano con delle fette di pizza storte. “Amici per la pizza” c’è scritto, anche se più che l’amicizia mi vengono in mente cose come Chernobyl o un gay pride brasiliano. Decisamente una delle confezioni più brutte che abbia mai visto.

Ma perché non hanno fatto come gli altri pizzaioli mi chiedo, con il loro utilizzo ignobile di supereroi, mascotte, personaggi famosi in chiave pizzeria?

C’è quello che usa Super Mario che sforna una margherita mentre Luigi serve ai tavoli, uno Scooby Doo con collare con scritto “i love pizza” e lo sfigato che lo segue, vestiti entrambi da fattorini con pizza in mano. C’è Captain America con una pizza invece dello scudo, Olivia e Baccio di Ferro in cucina che condiscono un calzone, le tartarughe ninja con Napoli sullo sfondo e non parliamo di Babbo Natale, Shrek con quattro stagioni in mano, Lilly e il Vagabondo che ne mangiano assieme una al salame e cosi via.

Ora, probabilmente se fossi uno sgherro di una cavolo di multinazionale in possesso di un qualche diritto di sfruttamento d’immagine o copyright potrei farle chiudere quasi tutte queste pizzerie. Accidenti, potrebbe essere un business…potrei farmi un falso tesserino di una fantomatica divisione italiana della Paramaount che protegge i diritti su Splinter ed Iron Man ad esempio e chiedere il pizzo.

Chiedere il pizzo sulla pizza.

“Mi paghi e io alla Paramount non dico nulla e puoi continuare a cucinare e pagare il tuo aiutante egiziano in nero” dico al pizzaiolo.

Quello paga, io rimetto via il tesserino nel cappotto lungo che fa tanto FBI.

Contento io, contento te, contenti tutti, la Paramount non saprà nulla.

E’ un’idea geniale. Mi giro verso Teo.

“Ho una cazzo di idea geniale…ti piace la pizza?”

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165° giorno – Il mio lato positivo

A dirti che il tempo una merda, che mi sono svegliato nel bel mezzo della notte e che il cuore è sempre più freddo mi sono stancato, non te ne voglio parlare. Ti parlo della banca quindi, con quell’entrata anni sessanta e porta a vetri con su scritto “SPINGERE” e io spingo.

Ne approfitta un vecchio storto, una donna occhialuta dalla faccia larga e riccioli brutti, una mamma di colore e bambino, di colore pure lui guarda un po’. Tutti si infilano nel varco lasciato aperto dal mio possente braccio che tiene aperta la porta. Si infilano tutti e nessuno che chieda grazie. 

Stronzi.

Il passo successivo è la cella criogenica. Premi un pulsante e una superfice tonda fa “Swoooosh!” e si apre. Entri e quella fa “Swoooosh!” e si chiude alle tue spalle. Nella mia vecchia banca che era più nuova, c’era anche una vocina femminile metallica che ti ricordava di “lasciare ogni speranza e oggetti metallici o io che entravo” cosa che ovviamente non facevo. La porta si apriva lo stesso, pure quella con un “Swoooosh!” molto uguale ma con qualche “o” in più. Nella nuova banca che è vecchia invece la voce non c’è e la porta si apre lo stesso, forse anche se portassi con me una Desert Eagle nella manica. Fa “Swoooosh!” e si spalanca.

Dentro non si capisce mai dove cazzo bisogna andare. Entri e tutti i cartelli appesi al soffitto che dovrebbero illustrare le varie zone di competenza sono coperti da pilastri cosi enormi che sembrano debbano tenere su un ponte. In più è una giungla, non solo piante basse, ma alberi veri e propri che mischiati con il marrone dei muri e dei tavoli fa sembrare il locale il set del Libro della giungla remake. Le casse sono le uniche zone visibili e io mi aggiro tra cordoni separa folla, cinesi imprenditori e cartelloni pubblicitari finché non mi trovo in mezzo ad un locale pieno di scrivanie e gente seduta dietro. “FAMILY ROOM” c’è scritto e in effetti c’è una tizia che potrebbe essere mia mamma, uno che potrebbe essere mio fratello sfigato e un altro che potrebbe essere lo zio cattivo. Non posso che andare dallo zio cattivo. Non sorride, sembra incazzato, ciccione e capelli bianchi lunghi tirati indietro, sguardo cattivo e doppio mento, cattivo pure lui.

Forse è qui che posso risolvere il mio problema, ho buone sensazioni. Sapete i vantaggi dell’home banking no? Fare tutto senza alzare il culo dalla sedia e spostare lo sguardo dallo schermo con porno in streaming ridotto ad icona. Beh, nella mia estrema pigrizia avevo trovato qualcosa che inseriva le password al posto mio, quelle della banca comprese. Quindi, in nome della sicurezza, potevo sbizzarrirmi con password complicate gonfie di codici e da 470 caratteri e inserirle in questo software russo. Fatto tutto quel casino sarebbe bastato inserire solo la password del software e quello avrebbe pensato automaticamente ad inserire tutti i caratteri nei posti giusti, evitandomi sforzi di memoria causa siti che ti chiedono di infilare caratteri egizi, numeri e aforismi famosi tra i caratteri delle parole di sicurezza. 

Sembrava un colpo di genio, una sola password per tutte le password, una specie di anello del potere di Sauron digitale.

L’ho persa quella password.

“Si? Che c’è?” mi chiede lo zio malvagio. Mi ha visto titubante nei suoi pressi ed ha preso l’iniziativa. Io non ne avevo il coraggio. 
Bravo.

“Vorrei annullare il PIN del conto…”
“Azzerare….”
“Si quello…”
“Numero di conto?”
“Ah si, lo cerco”

Tiro fuori un plico pieno di carte. Dentro ci trovo la mia scheda di valutazione lancio per il Bungee Jumping, il programma in francese del torneo di tennis di Parigi Bercy del 2011, scontrini, fogli di università e qualche straccio piegato della banca. Dovete sapere che l’IBAN ce l’ho segnato sempre da qualche parte e in questo momento quel “qualche parte” è il mio vecchio borsellino, che anche lui sta da qualche parte. Ravano confuso in quel disastro, strappo fogli e mi copro di ridicola goffaggine.

Sbuffa. “Faccio io…nome?” mi chiede

“Emanuele Toscano….” gli rispondo, e sembro un bambino in punizione che si vergogna. Mi chiedo perchè non me l’abbia chiesto appena visto il mio raccoglitore in plastica trasparente.

Smanetta per qualche minuto come nei film quando c’è il tizio che fa l’hacker e scrive a duemila all’ora sulla tastiera e compaiono menu segreti, codici, teschi e messaggi di pericolo lampeggianti di rosso. Ogni tanto smette per segnarsi dei numeri su un foglio di carta. Una volta disegna un triangolo con la matita, lo calca con violenza e lo colora tutto all’interno con perizia. Mi chiedo cosa c’entri con il mio conto.

“Gli illuminati…”
“Cosa?”
“Nulla nulla…”
“Mmmh…”

Ricomincia ad armeggiare a velocità warp e io inizio a curiosare con lo sguardo tra le sue carte. Davanti ha un foglio molto complicato con sopra frecce fatte in evidenziatore blu e una grande scritta, sempre dello stesso colore, ovviamente girato al contrario dal mio punto di vista…devo ruotare il collo e spostarmi sulla sedia per leggerlo meglio.

“Copiare la ‘qualcosa’ x5”. Quel qualcosa inizia con la ‘C’ di ‘Copiare la ‘qualcosa’ x5′. 
“Cavolo? Casa? Cavallo? Cedrata?” Più leggo quella scritta meno riesco a capirla.
“Ma che fa?” dice mio zio malvagio. Il ticchettio era finito, colto in fragrante mentre sbircio nei cazzi degli altri.
“No…nulla…non capivo cosa ci fosse scritto lì…prima di x5”
“Perchè? E’ roba sua…?”
“No no…era cosi…per distrarmi…”
“Si eh?”
“Si…ma ha per caso annullato il pin?”
“Azzerato…si…fatto…”
“Ah bhe…è tutto si..posso andare…”
“Si…vada…”
“Mmmh…”
“Desidera altro?”
“Non è che mi dice cosa c’è scritto prima di x5?”
“Cedola…c’è scritto cedola…”
“Cedola…grazie mille”

Sorrido e mi allontano. Emergo dalla giungla, affronto la seconda stanza criogenica e stavolta TIRO ed esco, entro nel Lupo e torno verso casa. Passando di fianco al cinema Nuovo vedo che trasmettono “Il lato positivo” stasera, alle nove. 

“Quasi quasi…poltroncine in velluto rosso…il posto te lo scegli te…schermo grande…tutto tranquillo, relax…quasi quasi…”

Chiamo una ragazza. “Lo vuoi vedere il MIO lato positivo vero?” le dico.

“Eh? Cosa?”
“Si…il lato positivo…il film..ci vieni con me? Stasera alle nove…”
“Devo andare dal parrucchiere…”
“Non andarci, sei bella lo stesso…”

Preferisce il parrucchiere. Ci andrò da solo. Forse. 

Forse perché visto che mi sono svegliato nel bel mezzo della notte, sono stanco e il tempo è una merda e il cuore è sempre più freddo. 

Ma questo non dovevo dirtelo.

164° giorno – Il gatto d’oro

Quel gatto dorato agita il braccio e credo che se continuassi a guardarlo mentre saluta, vomiterei per terra.

Il ristorante cinese da fuori sembra un Briko dismesso e forse lo era, non ci sono nemmeno le insegne e non l’ho mai visto prima di oggi. E si che ci sono passato davanti mille volte. Dentro, la classica sensazione “qualcosa non quadra” che da fuori non te lo immagini così grande, così vuoto e pieni di tavoli e cinesi e porcherie ed invece lo è grande, bianco, nero, lungo, largo. Faccio un mischione, unisco pollo, patate, pesce, riso, salse, crostate, gamberi in un sacca, cospargo tutto di vino bianco e rosso e acqua. Sacca agitata prima e dopo l’uso.

A lavoro è un problema, sento gli occhi che quasi si chiudono, lo stomaco che scoppia e lo scaldotto che riscalda e il monitor che bombarda di radiazioni. Riesco a trascinarmi fino alle 17, in qualche modo, per poi uscire, ed è sereno il cielo per una volta in tre settimane. Centro commerciale, 18 passate. Sono dentro per comprare cose ed osservare, come il resto dell’umanità che tanto critico ma da cui non mi riesco ad allontanare. Fallisco negli intenti, non compro nulla e scivolo via da quella folla e quel posto che mi sembrano strani…che anche il mio amico dice “oggi è tutto strano e triste” e non gli chiedo il perché, non serve, non si spiega certa roba. Ci infiliamo nervosi nel bar della piazza, dove mi alleno. La cameriera stavolta è vicina, ci scherzo, ci parlo, noto l’anello nella mano…peccato…forse non è libera. Beviamo e pago. Non le chiedo il nome, dimentico sempre un passaggio.

La storia finisce in un altro ristorante. Nessun gatto ma tavoli di lusso, camino acceso, profumo di qualcosa di indefinito e nostalgico. Sono qua per ordinare una pizza da portare via, anche se non sembra il posto giusto ma d’altronde bisogna pur campare, si sono adattati.  Anche qua, come dai cinesi, è tutto vuoto. Quello che entra a prendere l’ordinazione lo conosco e mi è sempre stato sul culo anche se non ci ho mai scambiato una parola. Mi stava sulle palle per come camminava, per come andava in giro per Varese, per come si vestiva. Me lo ritrovo davanti super professionale con completo elegante e voce gentile, molto cortese, non pensavo lavorasse ma che vagasse nel nulla senza scopo, infelice e stronzo, debole e vuoto. Forse invece è la persona più buona del mondo, è felice, porta avanti quello che ama mentre io…forse sono io la merda.

Quando usciamo con la pizza è tutto molto insolito.

C’è l’odore del pomodoro e del basilico in macchina, e piccoli pezzi colorati in cielo e le sensazioni di quel ristorante, il legno e il camino, le luci soffuse, il buio sulle pareti piene di bottiglie e i tavoli vuoti, cinesi e italiani, il tipo e il gatto d’oro.

Mi sento pieno di spazio e tavoli vuoti, vecchi odori, sedie polverose e un silenzio malinconico.

Mi sento un po’ solo.

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163° giorno – Diario di un pesce fuor d’acqua

Sento freddo e oggi qualcosa non ha funzionato nel mio orologio interno: sono le 7:32, sono in ritardo. Avrò minuti da dover recuperare a lavoro, un po’ qua un po’ là. Spero non più di venti. Eppure questa notte l’orologio, in mezzo ad un sogno tormentato, mi ha fatto alzare per andare a pisciare e mi ha rotto il sonno alle 4:52, puntuale come al solito, perfettamente funzionante e io sveglio, in apnea e senza branchie.

Freddo dicevo, tempo di abbandonare le lenzuola leggere e mettere sopra qualcosa in più, almeno uno strato di canottiera e non nudo come mamma mi ha fatto. Tempo di accendere anche lo scaldotto a lavoro, elettrico e da infilare in mezzo alle gambe “cosi diventi sterile…” come dice la mia Capa…e sono le 8:12, meno di venti minuti da recuperare mentre il Senior oggi, pare un inglese di mezza età in procinto di andare a pescare. Quasi tutto beige..gilet beige, maglia beige, pantaloni beige ma cappellino scuro stile basco ma non proprio basco. Non ricordo come si chiama…quel tipo di cappello dico perché lui, il Senior, si chiama Lorenzo, “come Il Magnifico”. Lo dice ogni volta, “Lorenzo…come Il Magnifico!”

“Ma vai a fare in culo…”. Lo penso ogni volta, “A…Fare…In…Culo”

L’altro ‘nuovo’, lo chiamo ‘Warren W.’ perché cosi è scritto sulla felpa, dietro, sulle spalle, ricamata in bianco su sfondo blu, circondata da loghi, bandiere, numeri. Appariscente anzi no…brutta. Sembra il cartellone di un gioco in scatola senza regole. Quando entro, lo trovo stravaccato su una poltroncina a giocare con il suo cellulare e so che andrà avanti cosi fino alle 10 o le 11. Poi, farà finta di chiamare qualche fornitore, perché c’è la Capa in giro e non gli pare bello. Non che faccia male eh…d’altronde è qua da una settimana e nessuno gli ha ancora detto il perché sia stato assunto e non vedo cos’altro potrebbe fare se non vagare come uno spettro nullafacente per la ditta, bere caffè, controllare l’estratto conto gonfio di 30 euro in più ogni ora, andare su Facebook, chiaccherare con qualche vacca. Ha sempre questo cazzo di mezzo sorriso sul viso che lo capisci anche senza conoscerlo che dentro c’è il DNA di una faina. Non ha voglia di fare un cazzo.

Lo odiano tutti.

Alle 12:06 me lo trovo davanti che si mette la giacca. Sta zitto qualche secondo, io lo fisso e lui mi fissa.

“Io faccio quello che se ne và…” mi dice, tirando su il mento, mezzo sorriso verso destra.

“Ecco bravo…vai pure..vai a fare in culo pure te.”

Non glielo dico, ma rispondo “Buon appetito” invece. Esce e rimango da solo…per fortuna.

Innervosito…oggi sto stretto. Sto stretto tutto. Oggi il mondo mi sta stretto. Tutto. E le persone e le relazioni che ho, strette. Tutte. E voglio più spazio, voglio allargarmi, voglio di più. Più largo. Voglio amare tutte le donne che conosco. Tutte. E spendere tutti i soldi che ho. Tutti. Correre in macchina fino al limitatore e radiatore in fiamme poi scendere e sentire il ‘TA-TAC’ del motore che si raffredda. Freddo. Più movimento, più emozioni, “Citior Altior Fortior” come i latini…più veloce, più alto, più forte. Di più. Più ‘più’, che oggi tutto è stretto. Tutto. Stretto, dal mondo alle donne, fino ai vestiti. Mi sta stretta questa felpa nera da lavoro e stanno stretti i jeans due taglie più grandi, stretti che li sento appiccicati addosso e io mi sento un ciccione, la pancia larga, il petto largo e sto stretto dentro il mio loculo lavorativo, piccolo come l’abitacolo di una Formula 1 anni ’40 con anche lo scaldotto adesso, infilato li in mezzo con i suoi bottoni, le sue rotelle e il suo calore che non si riesce mai a regolare decentemente. Stretto come un pesce in una boccia di vetro.

Si, mi sento un pesce ora, un pescione…una cernia. Stretto.

“Chissà come si fa saltare a fuori” mi chiedo, ora che sono pesce.

“Anche se ci riesco…” penso “…c’è sempre il problema di respirare…mi risveglierei pesce e desidererei i polmoni…”

“E anche se respiro poi che cazzo faccio…con quelle pinne ridicole…viscido…non mi sposto da dove cado…”

Sono pesce da nemmeno un minuto e già mille problemi, vorrei essere qualcos’altro…e dire che da umano ci ho messo quasi trent’anni a desiderarlo. Ora che sono pesce e nuoto lungo quella curva trasparente, cagando fili, scuotendo pinna e coda, raggiungo il nirvana e mi accorgo che invece di pesce vorrei essere rospo.

“Da rospo potrei balzare dalla boccia e una volta fuori tento la fuga…potrei saltare in giro respirando ossigeno e poi come va va…magari mi becco la principessa con la bocca di pesca e bacio facile. Troia. Oppure tossici leccatori di dorsi. Drogati. O coccodrilli affamati. Probabile…”

Il rischio vale la candela? Avevo vent’anni quando Dave Matthews in Big Eyed Fish cantava di un pesce che saltava fuori dall’acqua perché voleva di più, voleva volare, diventare un uccello.

“Look at this big eyed fish swimming in the sea. Oh how it dreams he wants to be a bird, swoopin’, divin’ through the breeze so one day, caught a big old wave up on to the beach, now he’s dead you see, beneath the sea is where a fish should be…”

Il pesce fa un salto, saltando sopra un onda, ma finisce sulla spiaggia. Muore. Il succo è che per Dave c’è da guardare per bene il verde del nostro giardino che non fa cosi schifo, che è colorato pure quello.

“But oh God under the weight of life…things seem brighter on the other side…”

E chi lo sa chi ha davvero ragione….magari Dave. Magari io. Magari dipende.

Io so solo che quando esco e cammino…con la pioggia che scende e tutto attorno è fango e acqua e non c’è sole, non c’è luce, a casa non c’è nessuno e per mangiare ti dovrai arrangiare e le gambe sono stanche ma domani si ricomincia comunque…ecco…in questi momenti penso che non si ami mai abbastanza, non si osservi mai abbastanza e non si viva mai abbastanza e quello che hai non può bastare..non basta mai…ti sta stretto.

Forse è solo un’illusione della mente, una piccola allucinazione…ma quando in queste giornate penso a queste cose e guardo li in fondo, verso l’orizzonte, noto una specie di curva che sale in alto e l’immagine del cielo un po’ si distorce e anche la luce sembra che si attenui, diventa più opaca e le nuvole sembra che si fermino.

Provo a seguire quei leggeri riflessi e comincio a girare tutto il collo e poi anche il corpo perché quella curva quasi trasparente corre continua e ora la vedo ovunque, distintamente, tutta attorno, circondato.

“Una boccia…”

162° giorno – È FINITA

Vuoto. In testa almeno perché nel resto…un mix di polenta, brasato, pizza e Coca Cola fa su e giù. Tutto il giorno che provo a scrivere di qualcosa, con l’intenzione di parlare di quella foto, quel cartello li sotto “E’ FINITA”. Avevo aspettative, grosse. Ora che attendo in un parcheggio che l’ispirazione scenda su di me come lo Spirito Santo, credo di aver scherzato con il destino.

Il cartello era sopra un negozio in chiusura, drammatico, l’invito ad un banchetto per gli avvoltoi. Sembra che abbiano svenduto anche la mia ispirazione stamattina, devo averla fatta cadere tra le cornici e le pentole a pressione credo. Ricordo di essermi chinato ad allacciarmi le scarpe, le cornici in argento a sinistra, pentole a destra. È scivolata fuori.

Dal cielo non scende niente, altroché, forse quando cade per sempre non torna più indietro, non ti dà seconde chance. Sintonizzo su Virgin mentre il parabrezza si appanna, non si sa mai che la musica risvegli qualcosa, che un cantante se ne esca con una frase-scintilla che inneschi la testa anche se sono qua dentro fermo da dieci minuti. Attendo qualche minuto, con il cellulare in mano ma nulla quindi inizio a scrivere di non riuscire a scrivere, descrivo quello che sto facendo, un vecchio trucco e so benissimo che alla fine sembrerà un pezzo, andrò a parare da qualche parte, è logico, darò l’illusione di aver parlato davvero di qualcosa ma ve lo dico…non mi piace così. Sono una merda, è una merda un pezzo così, mi sembra di fare il burattinaio del me stesso burattino, una matrioska. Mando un paio di messaggi a due amiche e ad una che mi piace e accendo il Lupo…tornerò verso casa. Forse la strada in movimento risveglierà qualcosa li dentro, dove tutto è vuoto. Voi fatevi un giro intanto, metterò degli asterischi adesso, equivalgono a circa 5 minuti di macchina, strade bagnate, semafori gialli, tergicristallo a bassa velocità, un paio di stop. Voi prendete qualcosa da bere, pensate all’uomo o donna che amate, oppure contate fino a 300 poi, ricominciate a leggere.

***

Apro il forno di casa, l’una di notte. Dentro c’è ancora mezzo sformato alle verdure che mangio. Insaziabile oggi che forse l’ispirazione sta dentro lo stomaco, è un tappo per il cibo e ora il corpo reagisce. Mi accorgo che neanche la strada mi ha aiutato, nonostante la gara a distanza con una polo bianca. Non ho nulla da dire, ho la nausea a pensare di finire questo pezzo…è un’agonia.

Voglio buttare tutto.

Mi chiedo cosa succederebbe se anche domani fosse così, e poi il giorno dopo ancora. D’altronde…cos’è l’ispirazione? So che non è controllabile, arriva e se ne va o cade per terra in negozi in bancarotta, sta nello stomaco forse. Se la perdi, rimani solo con il talento, che usi per riempire gli spazi lasciati dalla creatività con parole e discorsi senza importanza, finendo con lo scrivere stupide telecronache.

Che palle, mi dispiace. Ho sonno. Chiuderò questo pezzo in fretta. Sono stanco. Sono deluso.

Forse quel cartello è stato davvero profetico. Magari domani smetterò di scrivere.

Ultima pentola venduta, si chiude il negozio.

È FINITA.

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161° giorno – Voglie

Mia madre ancora mi fa questioni per come mi vesto in queste occasioni, dice “perché quei jeans da barbone, quella giacca da barbone e le scarpe da barbone ?”. Vorrei dirle che davvero, non me ne frega più un cazzo di questi eventi in famiglia in cui poi sono costretto a fare le foto “che tu sei bravo con la fotografia…le fai te”.

Si, ho talento, sono bravo, ma faccio street, si chiama arte e io sono artista, odio fotografare bambini, gente con sorrisi abbaglianti, soffi di candeline, tagli di torte, baci. Non me ne frega un cazzo…lo odio…vi odio, ogni scatto che mi costringete a fare, io muoio un po’.

Dentro la bella e linda e formalmente perfetta casetta del parente ora, per la festa di compleanno dei bimbi, preparata nei minimi dettagli. Cristo, io mi sono già isolato da tutti, seduto sulla sedia più lontana, che osservo la famiglia in gran completo che si dà un gran da fare a consegnare i regali ai due bimbi festeggiati, in una specie di gara di piscia in lungo.

“Io ho il pacco più grosso”

“Io duro di più” mi viene da dire. Vedo bicchieri in cristallo con spumante costoso, torta formalmente perfetta con piatti e posate formalmente perfette. Mi chiedo se un bambino il suo compleanno lo vorrebbe davvero così  o se sono i genitori a festeggiare il loro ma il giorno sbagliato, tornando un po’ bambini ma puntando a fare comunque bella figura. Sembra un ricevimento, una serata di gala, non c’è nulla di divertente e mi sa che nemmeno i bambini si divertono, ordinati e vestiti per bene a casa loro. Io mi sentirei in prigione.

La torta non ha sentimenti. Decorazione a forma di rosa in cioccolato bianco, ghirigori, merletti, roba che pare uscita da una sartoria gay. Dove sono i robottoni, le moto, i mostri? Un bambino non dirai mai “bella!”. Spegnerà le candeline perché costretto, come dentro la gabbia di uno zoo, per la gioia di spettatori paganti che applaudono.

Ma si, tiriamogli delle noccioline…

Io voglio pizzette e focacce, salatini e bicchieri di plastica alle feste dei bambini. Voglio altri bambini che fanno macello e i bottiglioni di Coca Cola, Sprite. Aranciata, non Brut secco. Voglio la musica dei cartoni animati e magliette sudate non camicie e completi con cravatta da nani. Sulla torta ci devono essere cannoni di cioccolato, alieni di gelatina, smarties, noccioline, di tutto. Qua invece, ogni fetta è formalmente perfetta, pare tutta un’equazione differenziale fatta con la calcolatrice. Cerco sul soffitto anche l’indicatore con scritto APPLAUSI per capire quando esprimere dei sentimenti ma non lo trovo. Sembro l’unico che trova tutto questo show una commedia malriuscita.

“Sto esagerando…che cazzo pensi”

Mah…seduto, aspetto che finisca tutto, con il sonno che avanza. Sono anche cinico e nervoso oggi, che mancano le pizzette, che non le mangio mai e se ne avessi voglia forse non sarei nemmeno troppo sicuro di dove comprarle.

Me le aspettavo, le volevo, unico motivo perché sono qui, senza vestiti da barbone, che alla fine mi sono cambiato tutto e ora le scarpe mi grattugiano il mignolo. Le volevo, le pizzette.

Sono intenzionato, quasi, a fare casino per le pizzette.

Sbattermi a terra, rotolarmi, strillare come un bambino, fare i capricci. Sarei l’unico vero bambino presente in questa festa per bambini ora che ci penso.

Il nervosismo cresce.

Sono un bambino. L’unico. È la mia festa.

Le voglio le pizzette.

160° giorno – Ritorno

Ci metto 40 minuti a capire che sono scomodo, appallottolato per leggere su un sedile bordo corridoio, chinato alla monaco shaolin in preghiera o barbone ubriaco, downtown di L.A.

Senza ragione. La persona più vicina è una culona, quattro sedili dietro e sono isolato da 45 km almeno. Mi sento un ritardato, la camicia inglobata con maglione, giacca, borsa, pantaloni…e ho dodici posti liberi attorno. Mi sposto, mi svacco. Mi sento meno ritardato.

Vicino al finestrino le cose vanno meglio, ho un gradino su cui lanciare la gamba allungandola senza stile, ho un lurido posacenere su cui posare l’ipod, ho un finestrino da cui osservare in fast forward il mondo troppo reale che leggo sui libri di Charles.

Non so perché ma mi viene in mente una storia che non ho mai scritto e di cui volevo fare un corto, ovviamente finita in quella pila di pensieri sprecati, nascosti sotto brutti tappeti che tornano fuori sempre…spigolosi quando ci cammini sopra.

L’attore era un mio grande amico, che in mezzo ad un sacco di gente in una di quelle vecchie carrozze a due piani, sedili in pelle finta marrone, apertura porte con maniglia, si ritrova a parlare della propria vita con un mostro con la faccia da mosca gigante che sapeva tutto su di lui.  Parlavano i due, con salti di camera continui tra primi piani, in una discussione in cui tutte le fragilità dell’uomo venivano fuori. Le paure, lo schifo. Solo alla fine si capiva che era tutto un parto della mente, si alzava urlando con la gente attorno sconvolta e di fronte, un posto vuoto. Più penso alla storia, più mi ritornano in mente i dialoghi, i costumi, la situazione in cui tirai fuori l’idea. Tempi di università, treno verso Bovisa e caldo allucinante, gente grigia attorno che immaginavo come tristi comparse di un film sceneggiato da me. Anche allora avevo l’illusione di capire il mondo molto meglio degli altri. Mi è rimasta, ma si sta trasformando in una superba certezza e ci rimarrò male, credo, quando capirò che sapere o non sapere è uguale quando le montagne vivono milioni di anni, le stelle miliardi e tu non arrivi al secolo.

Quando arrivo a Varese, e la culona scende e dal piano sopra invece arriva una bellissima ragazza su cui fantastico prima di scendere pure io, mi sento stranamente più piccolo e basso.

Ci sono viaggi in treno positivi, altri meno e questa credo sia una grande verità personale, succede davvero. Tutti quei pensieri sulla verità e sulla gente ti fanno sentire diverso, un osservato speciale e la tua mente reagisce. A volte scendi e ameresti alla follia ogni culona o donna che vedi. Altre volte ti senti la persona più sola e infreddolita del mondo. Altre coraggioso, o forte, o figo da morire, immortale. Oggi basso e molto incerto.

Domani forse, mostro con la faccia da mosca.

159° giorno – Oggi mi sono svegliato e desideravo le branchie…

Seduto sulla tazza, leggo da una bacheca altrui un altro aneddoto di un professore che fa giochetti con i suoi studenti, il tipico “dovete guardare la luna mica il dito”.

Coglioni.

Non so voi, ma io, ogni volta che leggo una di queste storielle, mi chiedo sempre se sia davvero accaduto, se sia sempre il solito professore che le racconta e se esistono davvero professori che fanno ste robe stile “cogli l’attimo”. Cioè, cosa insegnano? Lettere? Filosofia? Il mio professore preferito la insegnava filosofia e sapete cosa faceva? Spiegava. Poi, quando mi interrogava, si esaltava se arrivavo ai pensieri giusti, gridando “Bravo Emmanuel!” come Kant mentre quando dicevo puttanate stava zitto, guardandomi fisso da dietro gli occhiali tondi, con quella sua testa piena di barba inclinata verso il basso. Quando finivo “Non ci siamo Emmanuel…” come Kant “…stai dicendo una marea di cazzate…” diceva.

Storielle tutte uguali e inutili, una con la sabbia grossa e fine e il vaso, una con il foglio bianco e la macchia nera, una con il bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto e ve ne creo altre mille o diecimila o diecimila milioni se voglio, usando le foglie delle siepi o le tessere di un mosaico, la vicina zoccola e le suore, le pagliuzze nell’occhio altrui, Indiana Jones e l’ultima crociata, partite di calcio e stadi pieni di pazzi ultras ultraviolenti, sole e raggi ultravioletti, pesci grandi in stagni piccoli o nel mare con banchi di sardine e squali, rane, scorpioni, insetti, formicai, atomi, protoni, elettroni, quark, particelle di Dio, gas perfetti. Vostra madre.

Inutili si, ma alla gente piace sta roba, le piace sentire metafore su cose che conoscono benissimo e che non possono cambiare perché di farlo…beh…non gliene frega un cazzo a nessuno. Storie lunghe o corte e barocche, piene di fronzoli e frasi che suonano bene e noi ‘scrittori’, anche se forse ‘scrittore’ è esagerato per un tipo come me, siamo Re e Regine supremi di questa disciplina e a volte, credo che se la carta parlasse potrei fare l’agente di commercio pure io, che a fottere la gente a ‘parole sonore’ invece, non sono un granché.

Io per dirvi che soffro d’amore scrivo un romanzo quando la realtà è che tutti soffrono d’amore, non dico nulla di nuovo ma dovrei uscire invece, e andarlo a confessare a chi di dovere. Figurati. Io per dirvi che sono stanco e nervoso parlo di strade asfaltate, giardini e ambienti di lavoro opprimenti. Io per dirvi che oggi fa freddo parto dai pinguini e dal rovente vulcano Samalas in Indonesia, che nel 1247 Avanti Cristoiddio ha dato via libera alla piccola era glaciale, caldo e freddo, Yin e Yang, bianco e nero, donna e uomo. Uno scrittore difficilmente dirà le cose come stanno in maniera diretta, farà dei cazzo di giri allucinanti, prendendola larga come un cieco alla guida, farcendovi di pillole narcolettiche peggio di un medico, usando termini che non capirete e che non capiscono nemmeno loro, tipo ‘IO subcosciente’ o ‘Verità’. Potreste avere qualche chance solo se lo beccate dal vivo, davanti ad una bistecca e una botte di lambrusco dolce e frizzante vuota per due terzi e tre quarti di terzo, depurato da tutta quella merda ma su carta…Non.Avete.Speranza.Alcuna.

Lo notate anche da questo pezzo dai…righe e righe di lamenti riassumibili in una frase e tanta ipocrisia su questa moda del “Carpe Diem”, che io, quello figo anticonformista, ci sono cascato e ci casco ancora. Sempre. Oh…lo ammetto, anzi, ammettiamolo tutti noi ‘scrittori’…riuscire a trovare significati e lezioni di vita banali con frasi e situazioni complicate che non c’entrano nulla è bello ed inutile, un esercizio stilistico che se poi azzecchi pure il finale con frasi ad effetto quasi quasi ci spariamo una sega. Storielle, racconti, aneddoti per far vivere meglio (ahahaha) o accendere il cervello della gente (ahahahaha!) scrivendo di utopistici stili di vita ideali. Ala fine a noi va bene cosi, a TUTTI va bene cosi, perché soffrire un po’ ci piace o almeno, a ME piace e anche fantasticare su una vita migliore MI e VI piace e finiamo nel cercare una morale anche nella lista della spesa.

“Vedo che hai preso la Nutella…forse è carenza d’affetto e vuoi spalmare quella piccola puntina di dolcezza che tieni sul freddo coltello della vita reale…che punta alla tua serenità come spada di Damocle….sopra la vasta superficie del tuo cuore spezzato…”

“No…è che mi piace quella cazzo di Nutella brutto idiota…”

Tipo, ora vi racconto che stanotte mi sono svegliato alle 4:48 che accidenti, sta diventando un appuntamento fisso che mi dà sui nervi, mi sveglio affannato, controllo l’ora e mi dico “bene, ho altre due ore da dormire” ma la realtà è che tutto comincia a diventare scomodo. La spalla è scomoda e te la vorresti togliere, poi il gomito diventa scomodo, le palle e il pisello pure, via anche quelli e la gamba con quel ginocchio dolorante e il malleolo che tocca dentro il bordo del letto, via! Poi togli il busto che non respiri bene, sembri in apnea sott’acqua e desidereresti le branchie e ti accorgi che alla fine quelle due ore le dormiresti con solo la testa ghigliottinata dentro una cesta di vimini rivoluzionaria, dopo la presa della Bastiglia.

“Bonne nuit!”

“Dovrei prenderla una pastiglia…sonnifero…” penso, e sono le 5:32. Prima, sognavo di una stanza con gente deforme, gobba, sformata e mutante che mi toccava e mi cingeva continuamente, portandomi a spasso con le loro braccia multiple, bocche multiple, nasi deformi, bubboni, corpi devastati con carne a vista ed ero fin troppo sicuro che mi avrebbero contagiato con la loro grottesca apparenza, facendomi diventare brutto a mia volta, deforme e con le branchie, ancora, come loro…come se la parte più nascosta e reale che tengo dentro in sacche piene di acido gastrico cucite sottopelle venisse fuori, rivoltato come un calzino o un K-Way double-face o “dublefas!” che fa tanto francese; di nuovo me stesso, libero da barriere, brutto come sono davvero, cappello a cilindro, bastone, sorriso storto davanti allo specchio del bagno, orrendo ma vestito elegante, pronto a presentarmi di nuovo al mondo.

“Bonne soirée!”

Quando mi alzo, dopo quelle due ore di non-sonno passate a rigirarmi in un talamo scomodo con tutte quelle parti di corpo di colpo inutili, penso solo al cibo, con la speranza che i cereali siano davvero finiti per concedermi gustosi biscotti inzuppati nel latte, con gocce di cioccolato che si sciolgono, roba che in regime di allenamento estremo viene abolita ma se non c’è altro da mangiare d’altronde…magari…no…niente…ci sono invece…eccoli…il recipiente è stracolmo di fiocchi, si erge come un silos marchiato Kellogs sulla tovaglia a fiori che la odio quella plastica decorata, troppi girasoli.

Nel bagno dopo, deluso per i fiocchi d’avena, con la luce accesa e il buio fuori e il freddo leggermente percettibile, mi lavo, mi asciugo. Accendo il vecchio Caldobagno, che funziona ancora perfettamente nonostante l’età, sempre pronto ad aiutarmi nei momenti di parziale ipotermia, con quella sua sembianza da Darth Vader poco rassicurante.

Mi ci piazzo davanti, le mani sul volto e per un po’ gli occhi li tengo chiusi. Poi, comincio a guardare attraverso la fessura che ho lasciato tra le due mani, fissando la luce rossa accesa su quel bottone di plastica, con i bordi delle dita tutti sfuocati, ringraziando di avere un rovente e vulcanico Caldobagno trattato bene e che ‘funziona ancora perfettamente nonostante l’età’, sapendo che da ora in avanti i secondi, i minuti, i giorni, le settimane, i mesi e gli anni saranno sempre più freddi, come una nuova piccola era glaciale.

Sto lì, in quella posizione, ancora qualche istante…

Beh? Quindi? Qual è la morale?

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158° giorno – “Come non detto…” (Senior #2)

Ve lo raccontavo no? Qualche giorno fa…del nuovo collega di lavoro dico…

Sembrava strano a tutti che potessimo aver assunto un individuo normale, educato, per bene, per quanto malvestito, asociale e dimesso.

Infatti, “come non detto”

Quando arrivo e lo vedo in postazione, c’è qualcosa di strano. Si è rasato i capelli, la bocca sembra corrucciata, pare pure dimagrito anche se mi chiedo come sia possibile visto che era già uno stecco. Lo saluto e lui mi saluta con una voce un po’ più profonda del solito, anche se scrivere ‘solito’ è un’esagerazione visto che parlava si, ma solo se interpellato e nemmeno sempre.

Qualcosa non torna ma si siedo ed inizio a farmi i cazzi miei, come al solito.

Noto che la felpa se l’è cambiata, ora c’è scritto davanti FIAT ed è bicolore, una metà rossa e una blu. Orrenda. Noto che i pantaloni assomigliano vagamente ad un capo d’abbigliamento normale e non ad una tenda Quechua fatta in jeans. Noto che si è messo un orologio enorme al polso sinistro, peserà duecento chili.
Inizia subito a discutere con Teo che ha l’espressione di un deportato appena svegliato con degli idranti. Parlano di un progetto ma appena l’assonnato Teo dice qualcosa lui risponde “Si lo so!”. Ad ogni nozione, appunto o battuta detta per sbaglio la risposta è sempre la stessa: “Si lo so!”.
Si lamenta del metodo di lavoro, dei file, del programma 3D, dell’aria fredda, delle zanzare e delle mosche, del rumore, dello schermo del PC che non deve rimanere acceso, dell’angolazione dello stesso, dell’altezza irregolare fuori norma della scrivania ma che in realtà non è una vera scrivania, della stampante, della mancanza di rete internet, del fatto che Teo mangi i taralli alle 11:32.

“Perchè mangi i taralli?” chiede in tono cattivo

“Perchè ho fame!”. Il “CAZZO!” è sottinteso, lo sguardo assassino a palle sgranate di Teo esprime dieci bestemmie contemporanee.

Se la prende quando scopre che li mangia soprattutto perché non ha fatto colazione.

“Non va bene, non va bene per niente” dice, scuotendo la testa.

In una ditta dove lavorava 22.4 anni fa le cose erano diverse e migliori ma sarebbe comunque difficile trovare qualcosa che lui non abbia fatto meglio in passato o in un’altra vita e\o universo parallelo. Critica, parla e “Si lo so!”. “Fai cosi, fai cosà” e “Si lo so!”. Quando Teo gli fa presente due cose da cambiare per non incorrere nell’ira del Faraone risponde scocciato esclamando “ci penso io…glielo dico io al fresatore di fare i pezzi cosi…cazzo!”

Sembra il gemello cattivo della pecorella smarrita di settimana scorsa…da dove esce fuori questa personalità ? Cos’è questo scambio Clark Kent – Superman Malvagio?

“Se le felpe FIAT fanno questo effetto ne compro tre paia” penso. Poi la guardo bene. Dio se è brutta.

Passano un paio di ore e dietro i monitor lo scambio di opinioni continua, con Teo che Santo dopo Santo scandisce un rosario di ingiurie silenziose, guardando il soffitto appena Mister Sotuttoio riprende fiato, prima di riattaccare a parlare. Nonostante le bestemmie però, la benevolenza di Dio fa si che come un angelo arrivi la moglie del Faraone, la mia diretta superiore, la vice-capo supremo.

“La presento agli altri le va?” gli dice, sorridendo.

‘Eh? Cosa? Ma che vuol dire?’

Io non ci capisco più un cazzo. Vedo il tizio che si alza e mi da la mano, ed è tutto un tremendo deja vu, ma non di quelli immaginari…è reale, tutto è già successo esattamente sei giorni fa, solo che lui aveva addosso dei pantaloni ridicoli e capelli più lunghi.

“Lui è Emanuele, designer, grafico blablabla” . La Capa mi presenta.

“Un po’ di tutto…” rispondo, sorridendo nervoso.

Mi porge la mano, gliela stringo, non capisco e credo si noti dalla faccia.

“Si lo so!” mi sembra di sentirgli dire. Poi si allontana con la Capa.

Mi guardo con Teo, lui bestemmia digrignando i denti. Si alza e mi dice: “P******* lo odio…ora gli tiro un pugno…ma a me questo già mi sta sui coglioni…mi ha scassato trequarti di minchia P******* che oggi ho le madonne facili sapientone di merda simpatico come la merda…mi sta sul cazzo P******* che sta qua da un giorno e già si prende il merito degli altri P******* che mò gli pianto il calibro nel muso cosi si dà una cazzo di regolata P******* che adesso gli sputo in faccia P******* ******* *******!”

“Ma che succede? Pare il gemello cattivo sto qua, ma che gli è preso?”

“E’ venuto a lavorare il gemello infatti…M***********! ” risponde Teo, appena si ricompone.

“Cosa? Ma che cazzo vuol dire, uno fa la prova e invia il gemello? Cazzo è…la guerra dei cloni? Stai scherzando?”

Teo si avvicina e sottovoce mi spiega

“Non scherzo un cazzo P*******…questo arriva sabato mattina in ufficio e si presenta con il gemello dicendo che è quello dei due più adatto al lavoro…che tanto basta che lavori uno dei due…che tanto vivono insieme…cioè…ti rendi conto?”

“Dio mio….cazzo se è strana sta roba…mica mi pare normale…”

“Già…solo che questo P******* non lo sopporto…almeno l’altro stava zitto…questo è simpatico come un dito nel culo moltiplicato per cinque…”

“Una mano…”

“No no…solo le dita…ma tenute larghe D*** ****!”

“Mha…”

Tutto mi sembra cosi estremamente privo di senso…è la prima volta che mi ritrovo a lavorare con un vero gemello cattivo.
Alla macchinetta del caffè nel pomeriggio, prosciugati e disperati, discutiamo di Mister Sotuttoio, che non ci lascia in pace un solo secondo, e della gente che viene assunta qua dentro, come al solito pazza, criminale e ambigua. Come il nuovo esperto elettronico, che ci passa davanti proprio in quel momento, già disperso per la ditta senza scopo ne meta, con le mani in tasca e maglioncino fashion, resosi subito protagonista di un audace parcheggio con il suo fuoristrada che in un colpo solo ha eliminato 5 posti auto per la gioia di tutti.

Lo guardiamo passare con il cellulare in mano.

“Io ho fiducia…credo che prima o poi qualcuno sano di mente arriverà anche qua” dico, mentre bevo il solito cappuccino al cioccolato. Ci credo quasi sul serio, con la faccia di uno che attende il messia o il supereroe di turno.

Poi mi giro e noto l’elettricista che vicino ad una macchina da cablare, imita con le braccia il battito d’ali del Condor americano, facendo strani versi. Io e Teo ci guardiamo in faccia, in un misto di ilarità e rassegnazione.

“Come non detto…”