248° giorno – Scadenze universali

L’acqua di questa casa non è buona, quando scorre mi torna in mente l’odore dolciastro della saldatura con una punta di acido che non distinguo, non riesco a capire. Oltre la mezzanotte, c’è una bottiglia morta sul portico, dissanguata nell’urto, lampi e tuoni sferici dai fortini-abitazioni che ci circondano…dovremmo tipo essere nel nuovo anno, dovrei scrivere tipo auguri o tipo dovrei redigere una lista dei cambiamenti-fioretti-appuntamenti con il destino per il nuovo anno tipo. Beh, penso al sapore dell’acqua e al nido di rondini che vedo tra le travi, penso che non so fare i cerchi di fumo quando gli altri mi passano del tabacco arrotolato…penso che il fianco mi duole sulla destra e me lo trascino da tempo anche se oggi la borsa della Fuji l’ho messa dall’altro lato e di colpo mi sono sentito meglio…penso alle mancanze ma non è una novità…penso alle novità ma quelle mancano, penso che il caffè grattugiato nel mascarpone non l’avevo mai provato ed è molto buono…ci inzuppo dentro il pandoro quando torno dentro e butto la giacca sul divano, il bicchiere con il mio nome scritto in pennarello lo appoggio sul tavolone di legno…quercia credo, bello, lo vorrei in casa mia, penso a Lei come ogni giorno.

Tutti prendono queste date penso…ed eventi, tasselli nel tempo precisi come viatico, punto d’inizio o di fine e sapete bho…io non ci credo più a questa storia dei cicli e del tempo…roba che ha poco senso nel nero dell’universo, giganti rosse e orizzonti degli eventi dai confini labili con fotoni risucchiati nel nulla e Proxima Centauri che si tinteggia di rosa, supernovae esplodono, a questo penso. Di decisioni personali e fioretti, bilanci…discussioni con me stesso…ne ho sempre fatte mille e c’ero anch’io nella lista di quelli che dicevano “dal primo Gennaio” o “da Lunedi io…”. Poi ho deciso di non volere pietre miliari o scadenze, se vuoi impegnarti lo fai da subito, rimandare non ha senso, dopo un discorso serio meglio iniziare con le idee chiare, anima sporca, cuore pesante, il culo che rode, a questo penso e vedo dalla finestra il cocker, fuori che piange…penso al pensiero più complesso che possa formulare un cane, se quando comunica con gli altri cani si facciano domande e si rispondano a vicenda, se si facciano domande a loro stessi anche, magari da vecchi, come questo. Di fioretti, impegni, auguri da fare, obiettivi nella mente…niente davvero…niente…vorrei
dell’altro pandoro, a questo penso adesso, si, mentre parte Outside degli Staind, un buon inizio musicale quest’anno, penso.

246° giorno – Come il Gino

Quando arriviamo ieri sera c’è Gino che ci aspetta, lampadato maestro di sci vestito sportivo brizzolato ‘bene’ di 45 anni, sorriso facile con giacca figa e Timberland scure molto belle che ci da le chiavi della reggia anche se “solo il piano sotto…da quando mamma è morta la affitto e a volte diventa pure Bed&Breakfast”…mille stanze, mille letti con specchi da chiavata e muri doppia tonalità con i brillantini, mobili di legno vero, vasi verdi e luci soffuse, un albero di natale trash, videoregistratore anacronistico marchiato Sony con la scritta ‘smart engine’ in oro e un cocker…uno di quei cani coi boccoli e l’aria malinconica da vecchia signora…se ne sta di fuori nei 5.000 metri di giardino ma in casa non può entrare ci dice Gino prima di andarsene sempre sorridendo sulla sua Audi station wagon sportiva e sci già caricati sopra il tetto metallizzato tinta personalizzata.

Prima tappa supermercato Rossetto, altamente consigliato dal Gino…”andate dal Rossetto…ve lo consiglio” e sorride, anche se lui lavora nella grande distribuzione e forse qualche interesse mi sa che sotto sotto c’è…forse forse sorride per quello. Sulla strada, prima del Re dei discount, ci sono un paio di altri posti praticamente deserti senza macchine nel parcheggio…in uno c’è pure una scritta vendesi sui vetri frontali…l’altro aveva un nome impronunciabile mentre il ‘Rossetto’ ha insegne giganti flash, porte scorrevoli automatiche luminose e parcheggio pieno…visto che il resto del paese è deserto mi sa che son tutti qua. Non so voi…non so perché…credo sia per la teoria delle stringhe ma ogni supermercato pare un universo a parte…incredibile come i settori siano come spostati…trovo l’acqua frizzante ma quella naturale sta in un angolo oscuro…che ci siano mille articoli mai visti come carbonara pronta e pesci mai visti in una pescheria e credo manco in mare. Anche alla cassa è diverso, non ci chiedono carte, sacchetti di tre tipi diversi “ma non prendete quelli verdi che si rompono” ci dice la cassiera mentre sorride…sorride come il Gino e visto che prendiamo quelli più costosi mi sa che sono in combutta e Gino ride e ride mentre conta gli zeri del conto sulla sua Audi colore personalizzato.

A casa ci si sceglie il proprio letto visto che chi prima arriva meglio alloggia anche se siamo scapoli e arriveranno le coppie da accontentare e si sa che la vita di single è dura…si passa in secondo piano ma tanto ci siamo abituati ormai, non son più sacrifici. Brescia poi, oggi…e non è male anche se pare un gioco facile quando hai un castello…i castelli piacciono a tutti e poi questo ha i merletti, i parchi, dislivelli con scale e torri e tetti panoramici sopra la città e pure un ponte levatoio e una locomotiva dentro un recinto…insomma, c’è carne anche se il centro è il classico miscuglio di archi e palazzi di altra epoca mischiati con portici e scatole cubiche moderne, un orologio con lancette strane ed un sacco di gente che vaga fitta in tre-quattro direzioni. Noi giriamo un po’ anche se poi sale la voglia di rilassarci un secondo, sedersi, bere qualcosa ma pare incredibile, son tutti negozi o quasi e ci mettiamo un po’ a trovarne uno fico e non per menu esotici o arredamento etnico e musica di livello ma più per la barista mulatta dal sorriso perfetto e capelli ricci, uno di quegli amori che durano una giornata e poi spariscono nel nulla e in quella mezz’ora siamo stati fidanzati sposati bambini al seguito le peggio cose sporche pure in pubblico tipo quella volta, cofano di una Golf blu di chissà chi, dopo il concerto dei Pearl Jam mi pare…ed il brutto è che le bariste, come il mio amore segreto al Carducci di Varese, son bravissime a farti sentire il più simpatico e figo ed esci che sei sicuro che la prossima volta che entrerai lì verrai riconosciuto, avrai margine di manovra, primo mattone di una storia d’amore vera ma non è cosi…è un gioco…crudelissimo per chi ha dei veri sentimenti come me, saranno sempre falsi sguardi di interesse e “ma questo me lo ricordo…si si è lui” mentre dovrei non farmi film ed essere più pronto al gioco, come farebbe Gino, lampadato e sorridente e con l’Audi.

Eh si…dura vita per un genuino come me…come noi…meglio tornare nella nostra nuova casa, preparare cibo, aspettare il quarto e pensare a tutti quei micro-teorie-problemi quasi divertenti del tipo “fra tre giorni arrivano gli altri cinque e io penserò che questa è già un po’ casa mia che io mi affeziono in fretta ai posti…più che alle persone e so già che quando qualcuno si siederà sulla poltroncina lì nell’angolo a sinistra che l’ho sistemata con cura certosina sorriderò nervoso quasi incazzato che quella è mia e la casa è mia e voi siete solo ospiti…graditi ma ospiti”.

Che poi andrà bene, non ci penserò più, come ogni volta e i pensieri finiranno in un qualche punto del passato molto oscuro e dimenticato e sorriderò di questo e alle battute degli altri, come Gino anche se non cosi abbronzato e senza sci e senza Audi.

243° giorno – Silenzio

Ero nella parte più profonda di una caverna quando ho sperimentato il buio e il silenzio più assoluto per la prima volta. Abbiamo spento le luci, seduti su un pezzo di roccia gelida e sentivo il sangue muoversi nelle vene. Il nero e il silenzio riempono…riempono perchè sono cose a cui non siamo abituati quindi non è ‘nulla’ o ‘assenza’ ma sensazioni nuove che si infilano nella mente…il nero cosi assoluto che sembra quasi fisico, il silenzio che rende le orecchie ovattate e rumori minimi che non avevi mai sentito come il battito, il tuo cuore, il tuo ‘Tum-Tum’ nelle orecchie…non è piacevole…preferisco avere il rumore, quando devo concentrarmi, pensare, tentare di dormire…una macchina che passa, ronzii sommessi di macchinari per purificare-riscaldare-raffreddare aria…dio quanto dormo bene nelle cabine delle navi e il suono del condizionatore…o le estati con il ciclico fruscio del ventilatore…il brusio di un soffione che rilascia acqua ad alta pressione nella mia vasca preferita…un po’ più in alto…un po’ più in basso come un’astronave in partenza o che sta spegnendo i motori…e la luce poi…i fari delle auto, la luce che si infrange nelle persiane e le lame ambra sul soffitto di casa…sempre sognato di una camera d’albergo con i neon fuori e lampi verdi e rossi sulle pareti e sugli specchi.

Ieri non riuscivo a prendere sonno. Ero da basso…non ci dormo mai…e c’era silenzio…la lavatrice era spenta, spine, ciabatte, attacchi…tutti staccati…nessun fruscio elettrico-elettronico…sono stato sveglio ore fissando il gioco di ombre delle lampade che reagivano alla debole luce dei lampioni del giardino, finchè non si sono spenti, poi troppo buio e troppo silenzio. Stamattina, senza dire nulla, ho attaccato il frigorifero. Dentro non c’è nulla…quindi totale spreco di watt, volts, energia e petrolio ma almeno stanotte, avrò un brusio amico nella testa.

236° giorno – Futuro, universo e ‘Una poltrona per due’

Sapete no, il tam-tam sulla TV per i classici film di Natale, bombardati in ogni palinsesto dal tempo degli Egizi e che parte qualche giorno prima cosi da preparare le famiglie agli stessi dialoghi che si sanno a memoria da generazioni e colonne sonore con Carol e Jingle Bells. Ehy, parlo solo di quelli ‘belli’ però e non le tristezze da TV pomeridiana con il protagonista che deve aiutare Babbo Natale o che è il fratello di Babbo Natale o che deve impersonificare Babbo Natale perché quello vero sta in coma etilico.

C’è ‘Miracolo sulla 4-8-15-16-23-42-34° strada’ con il Santa Claus-John Hammond di Jurassic Park, c’è ‘Mamma ho perso l’aereo’ con quel tossico di ‘Meccoulicolchin’ e Buzz…mia sorella mi scambiava per lui da piccola e infine, il mitico ‘Una poltrona per due’, impareggiabile e indiscusso re del palinsesto panettoniano, che tu esci con gli amici e il discorso tranquilli che parte sempre…

“Ho visto che fanno una poltrona per due su Italia Uno…mi fa morire quando..” tipo, e gli altri “Oh si! E quando…con Eddie Murphy che…” e poi “Ahahahaha si si…mitico…ogni Natale appuntamento fisso..”

…e tutti ridono e tutto sembra bello e natalizio, tutti con maglioni della nonna con le renne ricamate sopra e la neve che scende pure in casa e gli alberi con sotto i regali, dolci sul tavolo, datteri, statue semoventi con assorbimento elettrico 400W, slitte, pupazzi di neve di stoffa, plaid, copertine, pandori, crema al mascarpone, gente che canta e tutto questo grazie a quel film che, per inciso, io non ho mai visto.

Si, non ho mai visto ‘Una poltrona per due’.

Lo ripeto…

“Non ho mai visto una poltrona per due”

Ogni volta che parte quel discorso…quello undici righe sopra, mi sento un estraneo. Come se entrassi in una compagnia nuova, le battute non le capisci, non puoi…e i discorsi e i riferimenti, “Ma di che cazzo parlano”…e ti chiedi che cazzo ci fai li, sorridi nervoso in pieno imbarazzo, guardi per terra, muovi il piede facendo cerchi, attendi che tutto finisca senza qualcuno che ti faccia domande e si…lo so che è colpa mia, che lo fanno ogni anno, strombazzato cosi tanto che ci mancano solo gli speciali di Studio Aperto e probabilmente la mia infanzia a sto punto è stata un disastro e si capiscono mille cose ma no…non ho mai visto ‘Una poltrona per due’.

Digressione pseudo-scientifica ora, tranquilli, ha un senso, credo.

Vedete, io ho una specie di teoria sull’universo un po’ alternativa rispetto a quella col tizio barbuto e i fulmini in tasca che semina vita a sua immagine e somiglianza…e sono contrario pure all’idea che ci sia sta cosa che non inizia e non finisce come una .GIF di Star Trek con l’iperspazio in loop…o lo screensaver di windows con le finestre volanti. Io sono tipo fermamente credente nella teoria degli universi alternativi…quando faccio una scelta, una cazzata madornale o qualsiasi altra cosa più o meno importante, dal rasarmi le ascelle allo scrollarmi il bigolo una volta in meno in un cesso pubblico, si crea un universo alternativo da qualche parte…cioè…tipo…l’altro giorno ho dimenticato il cappello sul treno ad esempio…e son sicuro che in giro tra un quasar e un buco nero esiste un universo alternativo in cui io il cappello non l’ho perso perché son rimasto dentro quel treno invece di scendere in preda alla follia a Saronno. Ti succede una roba cosi e tac! UNIVERSO ALTERNATIVO e poi siano più o meno uguali o più o meno simili non importa, esiste.

“Che dici…lo mettiamo qua? Vicino alla Nebulosa testa di cavallo?”
“Ma si che tanto c’è spazio…non lo nota nessuno”

…che tanto pure il 3D non basta più in questo mondo, ho visto pure un cinema 5D al Luna Park, stava scritto in rosso tutto stampatello…’5D’…un adesivo appiccicato sopra una specie di nave spaziale di plastica. Tu ci entri dentro e ti proiettano roba negli occhialini…viaggi tra montagne e cunicoli a velocità supersonica…e quell’astronave si muove tutta e vibra e fa rumori strani…e son convinto che se cinque dimensioni stanno dentro un baraccone da Fiera per quattroeuroecinquanta figurati nello spazio profondo…nemmeno si contano tutti gli ‘D’.

Ora…parlando di questo film, il fatto che non l’abbia mai visto la vedo come ‘grossa cosa’ e ogni anno ci penso al punto che se decidessi di vederlo, la vigilia di Natale, sento che la mia vita cambierebbe radicalmente, si creerebbe una scissione di quelle significative, un universo alternativo da tenere in considerazione, roba grossa con una sua identità specifica, del tipo che vederlo o non vederlo trasformerebbe il mio futuro e quello del mondo in maniera radicale, un universo importante e non da buttare, che io son anche sicuro che ci sia un team di pulizia spaziale per tutte quelle copie e modelli di universo…analizzano e controllano e quelli inutili li fanno sparire in qualche buco nero per la raccolta differenziata delle galassie o robe cosi…d’altronde, se si fa per i listini delle auto e i vestiti nell’armadio mi pare giusto che il discorso si affronti un po’ dappertutto.

Adesso comunque, importante…devo decidere che fare, se guardarlo dopo trent’anni quasi esatti dall’uscita e vedere che ne penso, se qualcosa cambia, se divento più buono o una merda, se il giorno dopo esco e becco l’amore della mia vita oppure continuare a lasciare perdere, trovarmi un impegno la sera della vigilia tipo uscire a fare gli auguri a qualcuno o portare il cane a pisciare anche se un cane non ce l’ho…ecco, andare a comprare un cane magari.

E’ un grosso bivio con una sola scelta da fare, ‘Si’ o ‘No’, bianco o nero, Yin o Yang, Eddie Murphy o Dan Aykroyd.

Che il futuro non è mica come la poltrona del titolo, c’è spazio solo per uno.

Flying_Windows_95_Screensaver_by_purplepuke

235° giorno – Dovrei smettere…

Un mio caro amico, quello “che è da fuori che lo vedi” ( * ) mi invita a cliccare mi piace su una pagina…è di un tizio che scrive un diario, ogni giorno e tiene pure un sito…leggo i primi pezzi e fanno cagare, lo stile è pessimo per non dire inesistente, sembra che non abbia idea di come iniziare…ha qualche picco ogni tanto ma si contraddice…è un po’ ipocrita, scostante nelle parole e nei pensieri, uno sbandato e pure la pagina non è pure tenuta granché bene… link automatizzati senz’anima incollati da super-server calcolatori, nessun confronto e nessun dialogo…nessun commento che a sto punto la domanda me la faccio…chissà se legge davvero…la gente…se davvero legge questa roba….la mia roba.

Scrivere ogni giorno è uno schifo. Complicato, perché come dice Charles, si scrive quando stai molto bene o molto male e io spesso mi ritrovo nel mezzo o un poco sopra…o un poco sotto…quindi mi costringo…cosa può uscire di buono da questo? Logorante, i pensieri si moltiplicano e gli occhi appena svegli vanno a scandagliare ogni cosa per immagazzinare che non si sa mai….se va male e alle 23 fissi il soffitto, col vuoto dentro tutti i tuoi spazi, puoi usare il cadavere di quell’insetto morto sul vetro per scrivere di qualcosa, o parlare di quel vecchio caduto dalle scale o il fatto che ami qualcuno di impossibile, sempre che sia di ‘qualcuno’ che tu sia innamorato e non di un ‘qualcosa’ o un ‘perché’ o solo di un ‘quando’. L’ossessione per raffinare lo stile e distinguerti…ti mangia il cervello…vai in giro e leggi e chiunque scriva un po’ bene diventa un nemico, parti con la conta delle righe altrui, media degli articoli, conteggio dei giorni manco avessi il ciclo…come se dovesse fottermene molto di questi, di inesistenti concorrenti…per cosa poi…che premio? Soldi? Folle urlanti? Groupies da monta? Non c’è nulla da conquistare, è solo pura ossessione. Ossessione. Per verbi e ripetizioni, ossessione per licenze poetiche, ossessione per sinonimi e contrari, ossessione su argomenti e giochi di parole, ossessioni per ‘e’ accentate nel modo giusto. Tentativi di tenersi alla larga dei cliché, obbligo di calibrarti per chi ti legge…

“Ci sono sia amici che sconosciuti quindi mai nomi…o dire cose troppo vere o troppo false ma mentire sempre e comunque in un modo o nell’altro”

…tra le ossessioni e i pezzi di carta, che uno pensa che sia la via di fuga perfetta…la carta e la penna, scudo e spada…ma son pareti lisce…senza porte…che poi, tutto sommato, è un po’ com’è la mia vita davvero…pareti, carta e cartone, bianco e vuoto in giro…normale che la scrittura lo rifletta…che se viene da qualche parte lì in fondo, dove nasce tutto questo non è che ci puoi fare molto a meno di non inventarti storie false, di successi che non ci sono, di posti mai visti, persone che non esistono, romanzi mai scritti e amori poi, che manco ci credi all’amore.

Esagero lo so…tranquilli, succede quando non sono nemmeno costretto a stare attento a dove metto i piedi e posso anche solo guardare fisso in avanti finché la macchina non si ferma a destinazione, uno, due minuti dopo…la mente corre e crea catene su catene prendendo il peggio…ci rimbalzo periodicamente in queste serate da insofferenza e quella diventa nervoso e il nervoso fame ed entrando in casa già si mischia con la rabbia…Madre è ancora malaticcia ma come ogni sera prepara da mangiare orgogliosa, saluto e me ne vado di là che sento il diavolo che vuole lamentarsi e dire “cavolo speravo fosse pronto…ho fame cazzo” ma mi trattengo, sarebbe ingiusto ed è una cosa che sto riuscendo a combattere…il buttare addosso gli altri i momenti di estremo me stesso dico, quando divento odioso…quando sono una merda. Mi concentro sulla fame, che a sto punto della storia umana ancora uccide meno della rabbia e dell’ignoranza e penso che voglio la pizza, anche a pranzo era cosi, e a ragionarci, ora che il futuro è il nuovo presente, basta una manciata di numeri e me la porterebbero pure in camera e “Buon appetito monsieur sono seieuroecinquanta”…chissà perché poi, quando penso a qualcuno che parla francese ha sempre il frac, papillon e baffetti del cazzo, anche se fa il fattorino per un pizzaiolo egiziano e viene in motorino, ha una scatola gialla dietro e la gente tenta di investirlo.

“Se volete è pronto!” urlano da di là, che più o meno significa ‘salsiccia con contorno di roba verde e caraffa d’acqua in tavola’ e quest’ultima a proposito, in questi giorni ha un sapore strano del tipo roccia sgretolata, polvere …chissà che ci fanno in quell’acquedotto…è sempre stata buona l’acqua ma d’altronde si può dire pure di persone e amori e vestiti, “son sempre stati buoni-cari-utili prima ed adesso son degli stronzi-merde-stracci”. Mangio, ma senza gusto…eppure tutto è sano, fresco e l’insalata e il maiale c’avevano il GPS, ai piani alti sanno quando sono nate le foglie e quando gli si è arricciato la prima volta il codino alla bestia, sanno che forbici hanno usato per sradicare il fusto e con che cosa hanno tagliato il collo al maialino…è tutto schedato e certificato e “Stanne certo…lo curavamo da tempo quel maiale e quella lattuga…non c’è nulla di strano in quella roba”

Bhe allora sono io. Io che non esco nemmeno stasera. Io che non trovo nessuno che mi entusiasmi. Io che non entusiasmo nessuno. Io che ieri stavo bene e oggi forse penso che fingevo. Io che non avevo fame “mi bastano due cracker” e che adesso “ordino una pizza”…franco-egiziana. Io carico, io depresso. Io confuso ma talentuoso. Io certo di non avere nulla di speciale. Io che non dormo e oggi un’ora di ritardo a lavoro. Io che credo di poter dare ancora tanto ma la sera “dentro non c’è nulla”. Io che scrivo perché amo farlo e io che vorrei cancellare tutto e maledico Murakami, Dick, Asimomov, Bukowski e quella agenda, la penna nera, il web, le poesie…io che vorrei vivere di pensieri semplici e matematica base…i conti facili…senza giochetti, trucchi, segreti, ossessioni, occhi, bozze, fogli di brutta, psicosi da storia, finali da ricercare in ricordi dimenticati, dialoghi, intelligenza, brillantezza…lasciare tutto…smettere di scrivere. Io che vorrei tornare a me…tornare a “Io…”.

( * ) : 116° giorno – Outside

232° giorno – Quando il bagnoschiuma mi sembra un grattacielo

Oggi mi sono svegliato e desideravo una lavagna, desiderio che mi porto dietro nella presunta realtà dall’unico frammento di sogno che mi ricordo di questa notte tormentata. Ci sono io, dentro il letto, che guardo me stesso in piedi con i vestiti da malato addosso mentre scrivo qualcosa su di una lastra appesa lì sul muro, bordo di legno e ardesia bella nera, e so per certo che quei segni sono una trama, ci sono i nomi e i pezzi di storia che non ho mai scritto tutti collegati da frecce bianco-gessetto e appunti e capisco che ho ragione quando ‘sento’ che mi serve un calendario con su scritte le cose da fare, appiccicato sul portone di casa in modo da vederlo ogni volta che esco per una nuova giornata…ed ho ragione quando penso che per certe cose…importanti – IN scadenza – INconcluse – che sento INfinite – per la mia IMpotenza ”cause I’M not just a man with these broken dreams” cantavano gli Hollywood Undead…dovrei rivestire ogni giacca di post-it gialli, arancioni, verdi, rossi, cobalto e cadmio e cosi via, un colore per ogni dannato giorno della settimana.

In mente, adesso, ho tutto il catalogo delle lavagnette più o meno utili che mi sono passate per le mani e pure quelle più o meno magiche…un quadrato di plastica bianca forato, due-trecento fori, ci si infilava questi funghetti di colore diversi per creare scritte e disegni…e quella con lo sfondo tipo carta carbone poi, aveva una penna di plastica agganciata con una cordicella e levetta che cancellava all’istante i capolavori che ci pasticciavo, orrendi segni grigio chiaro su grigio scuro…e la mia preferita, il classico mezzo sogno proibito da bimbo…sarà che stava appesa in alto nella cucina di mia zia…metallo pitturato di bianco, bordo rosso e ripiano con cancellino e indelebile nero che già da piccolo sapevo che da sniffare era gran roba e da usare per pasticciare oggetti bianchi ancor di più.

Ho un piano, ora, ma il computer personale sopra-scrivania ormai ci mette dai venti ai trenta minuti per diventare operativo, sembra sempre in dopo-sbronza ed è inutile starsene li seduto, che il freddo è come l’acqua e le radici delle piante, trova anfratti e interstizi e si infila nella finestra, poi nel cassone della tapparella, scende lungo il vetro gelido e si tuffa nel colletto della mia felpa, canottiera, pori della pelle IMpercettibilmente aperti, carne, sangue e crepe nelle ossa e allora sto in giro piuttosto, vestito di grigio con cappuccio e blu con striscia laterale viola che fa tanto profugo, ne approfitto per fare da infermiere a Madre, che la mia eredità del weekend è una bella dose di virus e germi e febbre e in qualche modo devo sdebitarmi, chiedo cosa serve e “Si! Preparo il Thé…” anche se poi la sto a chiamare mille volte che chissà dove si trovano limone, vassoio, tazza, bustine da infusione e quella medicina del cazzo di cui non ricordo mai il nome ma comunque preparo, accudisco, rimbocco coperte amorevolmente, cronometro minuti per i test di dilatazione del mercurio, lavo piatti e do una parvenza di sistemata anche se per un occhio esperto son sicuro che possa equivalere a buttare lo sporco sotto il tappeto ma accontentatevi, che alla fine “…I’M just a man…my will is so strong…when I’ve got plans…i close my eyes to the pain…” cantavano gli INXS.

Bacio della buonamattinata a Madre che tenta di dormire…un’ora è passata e ritorno ai miei piani rifugiandomi nel mondo virtuale alla ricerca di una lavagnetta, ufficialmente diventata la chiave del successo futuro della mia vita anche se SICURO che si riducerà all’ennesima porcata comprata per sprecare carta-banconota, accatastata in uno tra le centinaia di cassetti stipati delle cose non-utili della mia esistenza. Ora, di fronte lo schermo e a destra la finestra con il mio più recente animale domestico, una cazzo di mosca gigante intrappolata tra vetro e zanzariera…non so come sia entrata ma non ho intenzione di renderle facile la vita che tentare di farla scappare comporterebbe aprire la finestra e lasciare campo al gelo, staccare un lembo di rete e indirizzare in qualche modo la bestia nella breccia ma queste cose funzionano solo con i Persiani mentre in questo caso la legge di Murphy farebbe di tutto affinché la mosca si opponga, vada da altre parti o tenti di entrarmi in bocca e quindi che se ne stia in gabbia, per adesso temporeggio e cerco di non distrarmi ogni volta che uno strano puntino nero sfocato entra in conflitto con la mia visione periferica.

Vedo che onlINe c’è pure una mia amica…l’ho conosciuta dopo aver scoperto il nome con interrogatori e minacce a persone e cose causa un mezzo colpo di fulmine per la sorella sua…che dopo un anno ancora non sono riuscito a conoscere. Le chiedo se per caso è stata a Dubai anche se so benissimo che è stata a Dubai ma il giochetto della domanda del cazzo ti evita sempre tutto il discorso introduttivo in stile “Ho visto che sei stata a Dubai, raccontami un po’…” che è troppo lungo e formale quindi meglio ‘domande ovvie del cazzo’ e via. Lei ovviamente dice di si, e io chiedo un po’…se il Kalifa da quasi un chilometro l’ha visto e lei mi manda un po’ di foto di Dubai e mi racconta di Dubai e io mi ritrovo che voglio andarci a Dubai e come per magia, la storia della lavagnetta quasi non la ricordo più e quando mi infilo in doccia, per togliermi l’odore di chiuso e malattia per la sesta volta in due giorni, comincio a pensare ai viaggi da fare e sogni, infranti e non e a Dubai e manco fossi pieno di LSD fino al midollo, tutto si trasforma e la ceramica della vasca diventa sabbia e tutti i flaconi si trasformano in hotel e torri dal chilometro facile e finestre luci, acqua, isole artificiali e fontane, uomini ricchi e poveri, io in giro che faccio foto, strisce luminose dei fari rossi ed esposizione lunga, acquari dentro hotel, ristoranti e squali, limousine, povertà e ricchezza, cibi strani, lingue straniere, check-in, gate closed, valige, scoprire bar, specialità della casa, vestiti strani e turbanti, l’acqua diversamente salata, fusi orari, persone nuove, storie, sogni di qualcun’altro…che alla fine è cosi che son fatto, ad innescarmi l’immaginazione ci si mette pure troppo poco, due righe, due foto, due ipotesi e mi accendo…ci sto sempre un po’ stretto nella mia vita, la scappatoia per cambiare le carte in tavola la cerco sempre…e contateci che sarà la mia rovina…e la madre di tutte le mie insoddisfazioni…e di tutte le depressioni ma che ci posso fare…d’altronde “I’M just a man…and every night I shut my eyes…so I don’t have to see the light” cantavano i Faith No More.

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227° giorno – Virus

Era un casino stamattina con l’invasione finlandese, che te l’immagini con macchine da rally, alito allo xilitolo, tre metri tutti biondi e squadrati e invece sfere di carne, pelati, ricci dai capelli neri e che si strafogano di Lindor dall’irresistibile scioglievolezza. Faraone e Capa sembrano felici il che significa che sta qua è gente che assume altra gente per contare gli zeri del conto in banca e spiega moltissimo-benissimo la tiratura a lucido del mondezzaio solito, che mi son trovato sorpreso a scoprire della gomma gialla sui tavoli da lavoro, di solito pieni di ogni robaccia metallico-plastica esistente…non l’avevo mai visto il ripiano.

“Tu?” faccio a Teo
“Qualche anno fa…” risponde

Macchine tutte accese e funzionanti, immagino le luci degli alberi di Natale del quartiere che vanno a mezzo servizio, ordine e pulizia, tutti che fanno finta di lavorare meglio del solito e pure io, anche se nel sottomarino poi ci sto ben poco, vado spesso su in ufficio a controllare l’ultima buffonata, una fiera virtuale a cui partecipiamo assieme a gente che a ste cose non sono avezzi per niente, vanno in giro con i loro pupazzi camminando all’indietro, ruotando su se stessi tra gli stand 3d ed è tutto orrendo e pittoresco, pare una raccolta di casi gravi di esorcismo, una baracconata dell’orrore. Attorno a me, la gente vera corre e sbraita, che la felicità e la tranquillità sono solo una facciata per il nobile stato della Finlandia ma in verità qua dentro è la solita guerra.

Quando ridiscendo in plancia, succede poi che qualcosa scatena la furia del Faraone, nonostante le mille macchine che i nordici ci comprano per la felicità di tutti. Pare che ci sia in giro un Virus. Comparso dal nulla sulle nuove macchine e subito parte la lotta all’infestazione software, le bestemmie volano mentre si forma il Gran Tribunale delle Colpe. Chiavette analizzate che ti senti come all’aeroporto di Baghdad ed è la sesta volta che i sensori suonano, speri che non sia la tua.

Io ne ho tre. Rischio.

Passo in consegna al softwerista, sudore freddo e intanto stai a pensare se sia possibile che si sia infilato qualche ospite e quando…magari quel giorno che ti serviva quel crack li, per quel programma illegale la…e stai a rimuginare per mille neuro-istanti quando poi, tempo venti secondi e il verdetto è servito.

“Sei pulito”

Sospiro di sollievo. Dieci minuti dopo, tra le tensioni della gente, che si guardano come ne ‘La Cosa’, salta fuori che un pc in mezzo alla ditta, denominato “la puttana” è un lebbrosaio e non ci si spiega come. Quando esco, che pomeriggio ho roba da fare, sta partendo il gioco più vecchio del mondo, lo ‘scaricabarile’.

Mi allaccio la giacca e penso a quanto andrà avanti questa spy story. Magari parte pure la rissa.

E domani c’è pure la cena aziendale…

226° giorno – Sessanta minuti

Fra un’ora il freddo, acqua sulla faccia, specchio, istanti a fissarmi, difetti, dialoghi solitari, aria calda ed occhi chiusi, vestiti gelidi, quattro mandate e l’aria dell’inverno, il borsellino nella tasca, chiavi a destra, la giacca che sembra gonfia, aria-spanna-vetro-quasi-bianco, primi metri a passo di lumaca, Lupo di tredici anni che non ama gli strappi a freddo, playlist diciassette tracce, equalizzatore “nessuno” poi repeat all, livellamento audio ON, cavo attorcigliato, volume livello ventuno, cellulare incastrato tra schienale e seduta, curve del Lupo ad alti G, cambi di marcia, rotonda…scala, rallenta, quarta traccia playlist, rewind, rallenta…metti la freccia, attendi il verde, piedi occupati, ora accelera, dai un’occhiata dietro, dopo il passaggio a livello a destra, piano…il muro è vicino, una piazza morta con mille cadaveri di acciaio, treni e rotaie, luci di semafori, luce rossa sulla portiera, asfalto, rumore di auto, strada umida di ghiaccio, sottopasso e graffiti, barboni, cibo per terra, neon rotti e gialli, piastrelle verdi e bianche, alberi secchi dentro cerchi di metallo, pietre rosse per terra, sguardi, sguardi severi, sguardi curiosi, porta di vetro, struttura in ferro nero, gradino di pietra, afa improvvisa, bancone, fretta, bicchieri…sbadiglio, testa pulsante, stanchezza, un drink, maledire l’insonnia, resto di quattro euro e cinquanta centesimi, due da uno, una da due, niente scontrino, “Vodka Lemon”, vetro ghiacciato come nel Lupo, playlist disco-dub-step dispersa tra le voci, gente come il traffico, in fila, attorno a rotonde di polimetilmetacrilato trasparente, in scatola, ansia collettiva, esistenze intrecciate, amori, tradimenti, playlist masterizzate su cd estivi, cuori disegnati con indelebili…lo odori e poi chiudi il tappo, lavori inutili mascherati da ambizioni e miserie, dubbi, malattie, malinconia, aspettative, “che cosa mi metto?” “mi ama?” “non so se dirglielo” “voglio un figlio” “cosa ci faccio qui..” che rimbalzano in quei crani, un sacco di confusione, che genera rumore, rumore, rumore, rumore, rumore.

Ma prima, almeno per un’ora…silenzio.

215° giorno – L’uomo del monte

Ero lì che sentivo recitare poesie sul palchetto, bottiglia di sconosciuta acqua tonica sottomarca in mano, cannuccia nera che fa tanto sfigato…non so perché non hanno capito la parte ghiaccio-limone-limone sotto, cosi chiaro e semplice discorso che scandisco a parole slow-motion come quando si incontra uno straniero…parli nella tua lingua tre parole al minuto come se esprimersi lentamente lo aiutasse davvero a capire discorsi in un idioma non suo, anche se non è questo il caso…il barista è del mio circondario, medesima regione, stesso stato, probabili amicizie in comune, all’occhio coetanei, soffriamo entrambi di capelli con eccesso di attrazione gravitazionale verso il centro della terra e peluria facciale, due padiglioni uditivi per ricevere le mie onde sonore scandite con energia e cortesia ma nulla…guarda torvo, parvenza di simpatia ottimamente celata, mi fissa e mi allunga un cilindro…la bottiglia…etichetta old-style ipotizzo ‘Liberty italiano anni ’30 fatta male’ con su scritto Acqua Tonica e io accetto, malvolentieri ma accetto.

Accetto la sottomarca, la bottiglietta, la cannuccia, l’etichetta umidiccia old-style style ipotizzo ‘Liberty italiano anni ’30 fatta male’ ma la fiducia…la fiducia si, per la fetta di limone risicata al 5% di polpa e ghiaccio chimico in un bicchiere…limone sotto…la fiducia si…almeno in quello, c’era.

“Chi conduce la serata” mi chiedo e subito mi rispondo…gothic girl ossigenata con dipendenze dall’alcol e odio per le parole pronunciate bene, meno comprensibile di Sandra Bullock, attrice classe 1964, Arlington, Virginia, vista poco prima e poco propensa a parlare in italiano corretto soprattutto in un film proiettato in lingua originale al piano di sopra, entrati dieci minuti dopo quindi in ritardo anche se dipende sempre da dove le cose si guardano perché dalla nostra, eravamo in anticipo si, su quel ‘noveemezzadaiandiamo’ pronunciato con troppa sicurezza. C’era l’inghippo, tutta colpa della mia generosità che se c’è scritto nove mi sento in dovere di regalare sempre qualcosa e quindi ‘noveemezzadaiandiamo’ e banchetto vuoto, sala buia e sei euro a testa con un film “iniziato da dieci minuti” ci dice un vecchio. Ma va bene lo stesso, che tanto noi siamo in anticipo, in anticipo sul ritardo.

Ero li dicevo, dopo la Sandra e i suoi detriti spaziali e ascoltavo strofe e pensavo. Pensavo che spesso suonano bene le parole incastrate l’una nell’altra e che formano frasi…come una distesa di rifiuti, ruderi, rottami, reperti, raschiature-di-barili che si aggrovigliano nel centro di un Maelstrom, mischiando fibre colorate di plastica a cadaveri di pesci, calzettoni e mutande di naufragi, assi di legno macchiate e spazzatura uniti assieme che quasi ci vedi un disegno del destino, un super tessuto divino cucito a maglia all’insegna del riciclo, arte vorticosa. Subisci tutto il fascino di vederli ruotare e finire in fondo agli abissi e i versi son lo stesso, cosi aggrovigliati, sembrano complessi e intelligenti.

“Trachiotomia-dell’anima-branchiale”

“Sinapsidi-ultraconnesse-dell’io-apocrifo”

“Semicoscienza-sinusoidale-del-mio-essere-umano-pittorico”

Ero li quindi, e tra i concetti poetici di qualche interesse, ritrovavo queste frasi oscure dal bel suono e nemmeno ti fermi a pensare…non hai scritte davanti…la poesia recitata va tutta a memoria e non ti fermi per capire quello che hai ascoltato, vai avanti, suona bene, basta cosi, non ti fare domande, basta arrivare alla fine come nelle canzoni in inglese che potrebbero dire tutto a volte…che tua madre lavora di notte negli angoli…che sia giusto sputare in faccia ai barboni…che forse è meglio idolatrare Satana come suoi adepti preferiti… ma tanto non ti importa, l’importante è che tutto suoni bene, che tutto fili, che tutto abbia una melodia di base, che il tuo ciuffo penda alla giusta inclinazione in gradi e che il montone sia vero montone, la macchina lucida, conto in banca a sei zeri, scarpe griffate come la maglietta con nomi in evidenza e brillantinati, scintillanti sotto i riflettori della disco nuova aperta in periferia, 30.000 chilometri quadrati underground, ricavata da una fabbrica che confezionava cibi per cani, laser, strobo-sfere, fumi tossici sparati sulle folle, azoto, cocktails e ombrellini, acqua tonica di marca, ghiaccio di marca, fette di limone di marca, serigrafie dell’uomo del monte che a nessuno importa più quello che dice ormai, che abbia detto si, che abbia detto no, non importa, ricorda…basta che suoni bene.

212° giorno – Il titolo

Ho un titolo in testa da giorni e vorrei usarlo…non ci riesco.

“È normale che dopo duecento giorni le idee scarseggino…ci sta…”
“Si lo so…”

Me lo dice il mio amico, quello delle ‘cose a caso’, quello di ‘che è da fuori che si vede’…un tipo pacato e saggio, mezzo scrittore come me e quindi le cose da scrittore come le crisi, il voler chiudere tutto, bruciare fogli…le vive pure lui. Mi chiama anche la mia sorella samurai, mi dice che è stanca, che si allontana dagli altri, che vuole imparare il Kung Fu. Io le dico che ultimamente la mia vita è come moltiplicare per uno, non cambia un cazzo e benedette le fiacche sulla lingua e i numeri alti sul termometro cosi…per cambiare i fattori dell’equazione. Le dico ‘Ciao’ e aspetto il suo ‘Ciao-cia-ciao’.

“Ciao-cia-ciao…”

Sgranocchio cioccolato e nocciole…dovevo eliminarli da oggi i dolci, i grassi, le porcate…ma è tutto come quel titolo, bellissimo alla pari con i buoni propositi…ma quando c’è da prendere in mano la penna poi, non fai nulla.

Idiota.