241° giorno – Il mio turno

Oh bene…vigilia di Natale quindi e non ci sono più abituato alla casa, alle relazioni interpersonali, la TV mi annoia e i videogiochi mi annoiano e le luci ad intermittenza mi annoiano, avrei solo voglia di dormire ma non si può, “non fare l’associale cazzo” che ci sono parenti in visita e devi condividere gioia e canzoni di Natale, panettoni e pandori, dolci e calorie, calorie, calorie ma alle sei esco comunque, ci riesco con buon motivo, mi getto nella mischia, recuperare due regali dell’ultimo momento, la cosa peggiore che si possa fare, tipico di chi si trova una festa in mezzo alle palle e manco se n’è accorto.

Sto nel settore dei pupazzi quando “Scusa…secondo te queste piante vanno bene per un regalo?” mi chiede un ragazzo, rasato con cresta centrale, tre centimetri di spazzola tinteggiata di verde con codino posteriore, sorride di gusto quando mi ferma, quando mi fa la domanda, quando si gira a guardare i suoi amici…uno stangone con occhiali rettangolari e giacca rossa, l’altro una specie di nano barbuto a cui manca l’ascia.

“Bhe dipende…a chi lo devi regalare?”
“I genitori della mia ragazza…che ti sembrano?”

Una ha foglie larghe, rosse con macchie nere e strani tentacoli gialli, sembra una pianta carnivora marcia…l’altra è tipo una palma nana che non sta bene, “Questa mi sembra una pianta carnivora marcia…l’altra una palma nana che non sta bene” gli dico. I ragazzi ridono e pure a me viene da ridere.

“Dio son tremende…ma una stella di Natale?” continuo
“Cazzo le avevano finite…”
“A sto punto cerca una serra…”
“E no..” interviene l’amico alto “sono tre ore che metto giù e su ste cazzo di piante che non vanno mai bene…”
“Allora no via…bene cosi…si fottano i genitori della tua tipa” dico

Pare decidano cosi, mi salutano e li saluto, mi metto in fila alla cassa…davanti ho una vecchia incappottata di beige e capelli biondo sporco, occhiali del tipo un po’ snob…sottili e appuntiti con cordicella…e mi guarda, girata verso di me anche se la sua spesa sul nastro va dalla parte opposta, sembra che attenda qualcosa ecco…poi, prende quel triangolo di plastica che sta sul bordo e lo mette tra me e lei, tira su un muro nero con su scritto ‘il vostro turno’ e mi sta sul cazzo perché accidenti, ho lasciato due metri dal tuo ultimo articolo…pensi davvero che te li possa far pagare…che non me ne accorga…o che qualcuno si sbagli…io, te o la cassiera…uno di noi capirà cosa è tuo e cosa è mio credo, non potrebbe mai succedere nulla e si, tu lo pensavi, ammettilo stronza che mi guardavi e aspettavi che lo facessi io, che mettessi quel triangolo ma no, io ho messo lo spazio, mi fido di tutti qua dentro che è quasi Natale e se mi chiedessi dei soldi io te li presterei pure sai? Ma non te…no…te costruisci barriere invece di essere più buona, vecchia del cazzo.

Se ne va pagando il suo e mi lascia il posto, ‘il vostro turno’ appunto, pago comprando anche due sacchetti di plastica biodegradabili sovrapprezzati, attraverso un po’ pensieroso il vialone del centro commerciale tra gente che scommette la pensione su grattaeperdi e schedina, mangia pizzette e compra smartphone e fuori piove, gli alberi di natale sono scintillanti ma plastificati e tutto mi sembra falso e non meritevole di festeggiamento…devono essere gli strascichi del mio compleanno e dei miei ultimi trent’anni di pensieri…mi incupisco. Poi però, incontro di nuovo i tre tipi di prima, mi sorridono e mi salutano, in mano non hanno più le piante

“Facevano cagare cazzo…” dice il nano
“Ma no dai…certo…non erano adatte al Natale ecco..ma la pianta carnivora era fica…”
“Si si…quella era fica…vediamo che troviamo in giro…Buon Natale”

Li saluto, il centro commerciale è in chiusura…c’è una voce robotica che intima tutti quanti a sloggiare. Ora me ne tornerò a casa, ci saranno carboidrati sulla tavola, poi del pesce, poi qualcos’altro…aspetterò le nove e guarderò ‘Una poltrona per due’ per la prima volta nella mia vita scindendo l’universo in tanti micromondi alternativi ma sono ottimista…si dai…la gente simpatica esiste ancora come i tre tizi della pianta…e poi esiste il pandoro e le luci colorate e le poltrone comode…perché no…proviamoci…Buon Natale.

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240° giorno – Circolo di confusione

Circolo di confusione…il più piccolo cerchio che l’occhio umano riesce a distinguere ad una determinata distanza…roba di fotografia, ottica, leggi fisiche che parlano di luce, puntini sfocati nello sfondo di foto con modelle nude e ci penso mentre esploro le camere, non trovo gli occhiali “dove sono…li avete visti?” “Devo andare a lavoro dove sono” dico ma la gente mi abbraccia e mi dice “stai diventando vecchio” “trent’anni son tanti” e messaggi di testo digitali segnalati dai mille ‘TA-TLAN’ del telefono arrivano continui, come sirene anti nebbia , volume 28/30, pensieri confusi ancor più da quando ormai non ho più un ‘2’ davanti, “forse son di cordoglio o forse di auguri” penso, chissà. Come regalo personale esco mezz’ora in ritardo…a lavoro tutti sanno del cambio di numero davanti, forse per passaparola, non so la fonte, non lo scopro, pacche sulle spalle, “Auguri!” “Stasera fai bordello cazzo!” “Cavolo ti portiamo al Corona con le puttane strafighe” dolci sirene “palpeggiamo tocchiamo si divertiamo ce la spassiamo” gambe lunghe e lisce. “Chissà come l’hanno saputo” mi dico “di quel 3 davanti”…le date son sparite anche dai social network da anni ed è rimasta roba privata tra me e quelli vicini davvero e che si ricordano anche se, pensieri da appena sveglio, avrei preferito che nemmeno loro calcassero la mano su quel nuovo numero della mia vita, ‘3’…per carità poi, non vuol dire nulla, “solo un numero” si dice, non cambia le prospettive anche se il mondo vuole convincerti di si, posti di lavoro in cui cominci ad essere nel margine esterno, la gente ti pressa in attesa del tuo definitivo exploit o la consacrazione del tuo fallimento, pronti con chiodi e martello che nella bara tanto ti ci sei messo da solo ed hai pure appoggiato il coperchio, nonostante tu da dentro gridi ancora “son giovane! son giovane!” che non è che la schiena di colpo fa male o non distingui più i piccoli cerchi e la vista si appanna come i vetro di un bar d’inverno, che l’occhio umano ha dei limiti sapete? Al di sotto di un certo diametro non riesce a distinguere un cerchio, ci vedrà solo un punto e se prendete un foglio e una penna e disegnate un punto e provate a guardarlo da vicino…non è un punto ma un piccolissimo cerchio…circolo di confusione. 

La vasca è stracolma di acqua bollente, ma nessuna schiuma, sul bordo liscio non c’è nessun bagnoschiuma “Cristoiddiosantissimo ma sarà mai possibile…che non esiste vasca se non esiste bagnoschiuma e sapone” e mi alzo, frugo nudo e bagnato tra gli sportelli, recupero brodaglia verde inscatolata in un cilindro di plastica trasparente con indicazione di Ph, la appoggio sul bordo ma quella scivola e “PAFF!” cade e si riempe di acqua, schizzi e acqua ovunque sulle piastrelle old-style e per terra e capisco che c’era un motivo per l’assenza di recipienti e bottiglie…se una madre fa qualcosa c’è una ragione e chi sono io che non so fare nulla per dimostrare il contrario, andare contro lucida logica. Sono fatto male e devo pentirmi, chiedo ammenda e ringrazio il destino per una famiglia che ha costruito quattro mura calde ed un tetto, che ha inserito caldaie e tubi con l’aiuto delle anime di idraulici vecchi e ubriachi, acqua che scorre calda a fiumi, un miracolo vero. Esco caldo e grato con la pioggia che scende, scorre sulla testa e i pensieri, sugli appuntamenti spostati , “la città è l’inferno!” dice un’amica quando entro in macchina, il mondo è alla fine, la gente è in panico e va di corsa, si accalca in casse, consegna sacchi di soldi per mercanzia di plastica nella solita gara annuale per comprare il sorriso del prossimo mentre io, con la saggezza del ‘3’ davanti penso solo che non andrò al Carducci, niente cameriera dai capelli di rame, sorriso timido e silenzioso, gambe magre e lunghe, occhi che incrociano i miei ogni qualvolta che tento di vedere se c’è, se lavora, se è dietro il bancone mentre io fuori che passo davanti nella strada e la sua polvere, come John Fante e la sua Camilla dagli occhi selvaggi…

…ho finito il suo libro proprio oggi…mentre mi farciscono di crema una torta al limone e mettono candeline e segnali luminosi io mi isolo da tutto per stare con Camilla nel deserto, seduto con il culo sulla poltrona comoda ma con la mente nella povertà e nell’amore di Los Angeles, nel dramma, tra il patetico e il tragico fino all’ultima pagina bianca e la copertina, la fine di quella storia, l’ambizione, il nulla e la polvere, il deserto, orme sulla sabbia e la fine di un giovane come me si, che vuol diventare scrittore di nome come me si, anch’io con la mia Camilla dai capelli di rame anche se per John quello è l’epilogo…deserto e morte e tristezza mentre io credo nei cerchi, alla ‘fine’ come ‘nuovo inizio’, pur se sfocato, piccolo, insignificante, confuso ma pur sempre un cerchio, non solo un punto, non ancora…non ancora.

239° giorno – Vita e scrittura

Mi sentivo abbastanza carico oggi, anche se stasera…Dio…sto crollando dal sonno e la testa ciondola mentre tutta la famiglia e gli zii stanno di là, e parlano e ridono tutti assieme mentre io di fronte al portatile, che sbadiglio, che in pratica dormo sulla tastiera. Mi sono bruciato mezzo libro di John Fante in treno, mentre seguivo i passi di una ragazza bellissima che ho incrociato stamattina alle 11:16 e pure alle 17:36, stesso treno, stessa carrozza, mi si siede a fianco la sera e io son contento ma poi si alza e se ne va in un’altra carrozza…peccato, gran belle gambe che spariscono da sotto gli occhi ma va bhe, rimango con ‘Chiedi alla polvere’ che è un libro straordinario, ne leggo 30 pagine all’andata e io mi dico che una roba cosi non l’ho mai letta in vita mia e forse non la scriverò mai…scoraggiante all’inizio stimolante poi, quando analizzi nel dettaglio e noti che tutto si basa su vita vissuta…sopravvivenza tra personaggi veri, prostitute, gente buona e gente cattiva, povertà, amore facile, alcool…roba che, nonostante tutte le cose che faccio, rimango un bravo ragazzo troppo ben coccolato e comodo tra le mura di casa per poter parlare di cose cosi vere e credo che se ti chiedi di cosa vuoi scrivere e come vuoi scrivere, nella vita e prima della morte fisica o mentale, c’è da riflettere su come vuoi vivere pure, fare cose per poterle mettere su carta che si, puoi inventare e scrivere di mondi e storie che non esistono ma il mondo reale…quello sprigiona pathos, sudore e sangue vero, follia e odio e amore genuino che anche ad immaginare con vividezza…son solo approssimazioni, sentito dire, la differenza che passa tra un giornaletto porno e la ragazza nuda sul letto. 

Ero a Milano quindi, vagavo perlopiù, bevevo e mangiavo cose, scattavo fotografie a gente quasi sempre ignara e pensavo a John e allo stile, al mio non-stile, alle cose che mi mancano come pezzi di puzzle. Quindi, mi son fatto uno di quei discorsi personali tra me e me ma molto sereno stavolta, senza stare a litigare e come se fosse un compromesso, un patto in comune, mi son deciso a provarci seriamente in tutto quello che è vita vera, senza fermarsi ad osservare le anime perse che mi stanno attorno, troppo blando troppo blando…no no…qua c’è bisogno di amare seriamente, viaggiare e vedere aurore boreali, conoscere gente che puzza da morire, vecchi e giovani, baristi e camionisti, assimilare assimilare assimilare e vedere se poi qualcosa si forma nel cervello per cadere come inchiostro sulla carta, prima o poi, se ne sarò degno soprattutto, se il talento esce dalla pelle, se la penna scrive da sola, stato di trance, creatività pura, scrittura meritevole di essere ricordata.

238° giorno – Amore/2

Torno dalla serata con un’idea profonda in mente, che le notti in più di due e meno di quattro son le migliori per la filosofia semplice, quella che parla di vita, futuro e paure, che il tre è un gran numero pure per gli umani, mica solo per divinità varie ed eventuali soprattutto poi, se discuti con vino vodka e limone in circolo, che è cosi che si fa tra amici. Bhe, dicevo…idea profonda, che nei momenti di pausa, silenzio, riflessione, mi tornano in mente mezze storie d’amore del passato e io pensavo, che se son state solo mezze è perché io i sentimenti li ho sempre urlati troppo, che a far le cose giuste, forse, più la cosa è grande e più la devi ‘chiamare’ sottovoce, con calma, che le cose grandi non sempre son solide, se crollano fanno rumore e basta un filo d’aria a farle oscillare, che con gli animali grossi non sai mai come si comportano, anche con loro c’è da fare piano, muoversi lenti, non urlare, “che hanno più paura loro di te che te di loro” dicono. Sentimenti sussurrati ecco, senza far baccano, per amori interi, senza premura, quando verranno.

237° giorno – Trecento metri stile libero

Faccio trecento metri con l’ombrello aperto da scemo prima di accorgermi che non piove, fin quasi dentro la ditta…che esci e lo dai per scontato ecco il punto…son 3 giorni che la doccia su Varese è aperta e di solito qua, quando inizia, non smette per due o tre mesi ma stavolta no, sorpresa…e quando succedono cose cosi ecco…io mi piglio un po’ male, spesso devo incontrare due tre persone senza ombrello prima di rendermi conto che c’è un motivo sotto e che non stanno tentando di ammalarsi per prendere malattia, come quelli che fottono le assicurazioni. 

Il fatto è che io quando cammino, e qua emerge il problema, penso a tutt’altro. Appena fuori dal cancello, ombrello già spalancato dal vialetto, partono i primi trenta metri dedicati al cellulare, trovare canzoni e playlist e premere play, infilarsi auricolari senza prestare la minima attenzione alle macchine che passano e alle condizioni atmosferiche. Già perso nel nulla, arrivo al pino marittimo sofferente qualche decina di metri dopo e li, con un cambio di scena mentale, ecco che mi torna in mente quel pensiero di cui non sono mai riuscito a parlare in un pezzo…il fatto che subito dopo la neve, ti bagni di più se stai sotto gli alberi che sulla strada…un pensiero sciocco si, ma solo in superficie, come tutte le piccole cose che contano davvero. Il pino fa parte di un giardino privato, dove prima stava il mugnaio, uno degli ultimi o forse dei primi…quando tutto succede in fretta non lo capisci…a mollare il colpo dopo l’arrivo in paese dei supermercati giganti da quaranta corsie, ottanta caselli autostra-casse, tessere fedeltà e amore. Adesso che ha chiuso per sempre, e sono anni ormai, vi giuro che non capisco cosa succeda li dentro…mi ricordo un tricheco che stampava magliette qualche tempo fa, poi una strana società e un gran via vai di Land Rover…adesso ci entra ogni mattina una tizia riccia con cane a seguito. Subito dopo un paio di belle case…uno che abitava in questa, a sinistra, dal giardino grande e gli aceri rossi, se n’è andato in India con un’altra mia vicina di casa. Sulla curva appena dopo, la casa verde con le rose, che in primavera quando sbocciano escono dalla ringhiera e sto li a guardarle ogni volta ma giuro, non ne ho mai presa una.

Ora sono sullo stradone, anche se le barriere che circondano il cantiere della nuova-ormai-vecchia ferrovia, l’hanno ridotto ad un vicolo cieco. Nella prima casa che incontro, abita la ragazza dalla macchina color crema, una specie di angelo sceso in terra che di tanto in tanto rischiara le mattine quando esco in orari inusuali e mi capita di incrociarla. Su di lei i pensieri cadono spesso perché è una di quelle persone che nemmeno conosci ma che vedi ogni tanto e chissà perché, i ricordi son sempre vividissimi…me la ricordo seduta al tavolo da Enzo, il ragazzo della scuola guida nel mio paese che io spesso mi chiedo come faccia a ricordarsi i nomi di tutti noi. Ero entrato a fare lo scemo con gli amici…così, per salutarlo, e lei era li, vagamente divertita…e la ricordo anche sulla banchina del binario 3, stazione di Varese, parlava con una sua amica, era settembre, io aspettavo il treno per andare a Milano, università, lei chissà…ma sorrideva…che sorriso. Union Cafè appena dopo…non un bar ma una di quelle ditte che ricaricano Juke-Box con selettore di brodaglie e più che ‘ditta’ diciamo pure ‘magazzino’ o meglio, diciamo pure ‘magazzino in vendita da 3 anni’ che c’è la crisi, facciata di cemento prefabbricato con sassolini estetici sulla facciata e quella pianta spontanea nell’angolo destro, che emerge proprio dall’incrocio tra asfalto e cemento…erano due foglie un anno fa e ne sta uscendo un alberello piano piano. 

Continuo a camminare, sempre con l’ombrello aperto e nemmeno una goccia, altre case, abitate da vecchi principalmente e micro-uffici sempre bui in cui entrano ed escono persone…mi fan salire quella curiosità genetica che provavo fin da piccolo, quando tornavo mezzo addormentato sulla UNO Sting 45 grigia metallizzato targata VA 995143, testa appoggiata sul vetro e le luci accese della sera e io che avrei voluto vedere quelle famiglie estranee nella loro quotidianità dentro quei blocchi di luce. Villetta della mia maestra delle elementari a destra…ci ho messo vent’anni per capire che eravamo quasi vicini di casa…giro a sinistra, garage-officina di pullman e camion con quel bus strano con scritto ‘Il cammello a tre gobbe’ sul fianco, le tendine bianche, prese d’aria e tubi…sarà pure alto tre metri e la ruggine se lo sta mangiando insieme a tutte le altre carcasse nel piazzale. 

Ora lo stradone va dritto per altri venti metri e siepi e cemento proseguono fino alla strada privata della ditta. Partono i pensieri personali molesti e penso a quella tizia che mi fa dannare, lei e il suo vizio di non rispondere che io non sopporto…vada che è giovane ma io i ‘bambini’ d’oggi li inserirei nel mondo reale battezzandoli a schiaffi, insegnando modi ed educazione e rispetto per tutti, pure per i peggio stronzi figurati per quelli più grandi, che io posso pur sembrare quasi giovincello ma in diverse percentuali e parti son vecchio, la stanchezza la senti di più, le scarpe bagnate danno più fastidio e qualche sera te ne stai pure a casa volentieri. Del tempo che passa me ne accorgo pure dalla ditta ora che sto sul piazzale, la stradina privata tutta erbaccia e pareti di cemento è già alle spalle. Sembra incredibile ma il primo piede qua ce l’ho messo quasi dieci anni fa e le cose stavano diversamente. A destra c’era ancora l’albero storto e aggrappato al vecchio muro…ne erano rimasti 3 metri…mentre adesso non rimane nulla, le auto nel parcheggio son cambiate, quasi tutte nuove e son comparse insegne luminose, cartelli per il parcheggio, cancello elettrico lucido e pure la gente dentro è cambiata, che molti son rimasti ma altri se ne sono andati ed è anche con un po’ di nostalgia che penso che anche per me forse sarà cosi, magari a breve chissà…e l’idea di eliminare questi trecento metri di vasca sovrapensiero, che ormai faccio ogni giorno, e riempire il buco poi, con un nuovo pezzo di vita…non so…strana sensazione…ma ormai lo sapete che sono un tipo malinconico.

236° giorno – Futuro, universo e ‘Una poltrona per due’

Sapete no, il tam-tam sulla TV per i classici film di Natale, bombardati in ogni palinsesto dal tempo degli Egizi e che parte qualche giorno prima cosi da preparare le famiglie agli stessi dialoghi che si sanno a memoria da generazioni e colonne sonore con Carol e Jingle Bells. Ehy, parlo solo di quelli ‘belli’ però e non le tristezze da TV pomeridiana con il protagonista che deve aiutare Babbo Natale o che è il fratello di Babbo Natale o che deve impersonificare Babbo Natale perché quello vero sta in coma etilico.

C’è ‘Miracolo sulla 4-8-15-16-23-42-34° strada’ con il Santa Claus-John Hammond di Jurassic Park, c’è ‘Mamma ho perso l’aereo’ con quel tossico di ‘Meccoulicolchin’ e Buzz…mia sorella mi scambiava per lui da piccola e infine, il mitico ‘Una poltrona per due’, impareggiabile e indiscusso re del palinsesto panettoniano, che tu esci con gli amici e il discorso tranquilli che parte sempre…

“Ho visto che fanno una poltrona per due su Italia Uno…mi fa morire quando..” tipo, e gli altri “Oh si! E quando…con Eddie Murphy che…” e poi “Ahahahaha si si…mitico…ogni Natale appuntamento fisso..”

…e tutti ridono e tutto sembra bello e natalizio, tutti con maglioni della nonna con le renne ricamate sopra e la neve che scende pure in casa e gli alberi con sotto i regali, dolci sul tavolo, datteri, statue semoventi con assorbimento elettrico 400W, slitte, pupazzi di neve di stoffa, plaid, copertine, pandori, crema al mascarpone, gente che canta e tutto questo grazie a quel film che, per inciso, io non ho mai visto.

Si, non ho mai visto ‘Una poltrona per due’.

Lo ripeto…

“Non ho mai visto una poltrona per due”

Ogni volta che parte quel discorso…quello undici righe sopra, mi sento un estraneo. Come se entrassi in una compagnia nuova, le battute non le capisci, non puoi…e i discorsi e i riferimenti, “Ma di che cazzo parlano”…e ti chiedi che cazzo ci fai li, sorridi nervoso in pieno imbarazzo, guardi per terra, muovi il piede facendo cerchi, attendi che tutto finisca senza qualcuno che ti faccia domande e si…lo so che è colpa mia, che lo fanno ogni anno, strombazzato cosi tanto che ci mancano solo gli speciali di Studio Aperto e probabilmente la mia infanzia a sto punto è stata un disastro e si capiscono mille cose ma no…non ho mai visto ‘Una poltrona per due’.

Digressione pseudo-scientifica ora, tranquilli, ha un senso, credo.

Vedete, io ho una specie di teoria sull’universo un po’ alternativa rispetto a quella col tizio barbuto e i fulmini in tasca che semina vita a sua immagine e somiglianza…e sono contrario pure all’idea che ci sia sta cosa che non inizia e non finisce come una .GIF di Star Trek con l’iperspazio in loop…o lo screensaver di windows con le finestre volanti. Io sono tipo fermamente credente nella teoria degli universi alternativi…quando faccio una scelta, una cazzata madornale o qualsiasi altra cosa più o meno importante, dal rasarmi le ascelle allo scrollarmi il bigolo una volta in meno in un cesso pubblico, si crea un universo alternativo da qualche parte…cioè…tipo…l’altro giorno ho dimenticato il cappello sul treno ad esempio…e son sicuro che in giro tra un quasar e un buco nero esiste un universo alternativo in cui io il cappello non l’ho perso perché son rimasto dentro quel treno invece di scendere in preda alla follia a Saronno. Ti succede una roba cosi e tac! UNIVERSO ALTERNATIVO e poi siano più o meno uguali o più o meno simili non importa, esiste.

“Che dici…lo mettiamo qua? Vicino alla Nebulosa testa di cavallo?”
“Ma si che tanto c’è spazio…non lo nota nessuno”

…che tanto pure il 3D non basta più in questo mondo, ho visto pure un cinema 5D al Luna Park, stava scritto in rosso tutto stampatello…’5D’…un adesivo appiccicato sopra una specie di nave spaziale di plastica. Tu ci entri dentro e ti proiettano roba negli occhialini…viaggi tra montagne e cunicoli a velocità supersonica…e quell’astronave si muove tutta e vibra e fa rumori strani…e son convinto che se cinque dimensioni stanno dentro un baraccone da Fiera per quattroeuroecinquanta figurati nello spazio profondo…nemmeno si contano tutti gli ‘D’.

Ora…parlando di questo film, il fatto che non l’abbia mai visto la vedo come ‘grossa cosa’ e ogni anno ci penso al punto che se decidessi di vederlo, la vigilia di Natale, sento che la mia vita cambierebbe radicalmente, si creerebbe una scissione di quelle significative, un universo alternativo da tenere in considerazione, roba grossa con una sua identità specifica, del tipo che vederlo o non vederlo trasformerebbe il mio futuro e quello del mondo in maniera radicale, un universo importante e non da buttare, che io son anche sicuro che ci sia un team di pulizia spaziale per tutte quelle copie e modelli di universo…analizzano e controllano e quelli inutili li fanno sparire in qualche buco nero per la raccolta differenziata delle galassie o robe cosi…d’altronde, se si fa per i listini delle auto e i vestiti nell’armadio mi pare giusto che il discorso si affronti un po’ dappertutto.

Adesso comunque, importante…devo decidere che fare, se guardarlo dopo trent’anni quasi esatti dall’uscita e vedere che ne penso, se qualcosa cambia, se divento più buono o una merda, se il giorno dopo esco e becco l’amore della mia vita oppure continuare a lasciare perdere, trovarmi un impegno la sera della vigilia tipo uscire a fare gli auguri a qualcuno o portare il cane a pisciare anche se un cane non ce l’ho…ecco, andare a comprare un cane magari.

E’ un grosso bivio con una sola scelta da fare, ‘Si’ o ‘No’, bianco o nero, Yin o Yang, Eddie Murphy o Dan Aykroyd.

Che il futuro non è mica come la poltrona del titolo, c’è spazio solo per uno.

Flying_Windows_95_Screensaver_by_purplepuke

235° giorno – Dovrei smettere…

Un mio caro amico, quello “che è da fuori che lo vedi” ( * ) mi invita a cliccare mi piace su una pagina…è di un tizio che scrive un diario, ogni giorno e tiene pure un sito…leggo i primi pezzi e fanno cagare, lo stile è pessimo per non dire inesistente, sembra che non abbia idea di come iniziare…ha qualche picco ogni tanto ma si contraddice…è un po’ ipocrita, scostante nelle parole e nei pensieri, uno sbandato e pure la pagina non è pure tenuta granché bene… link automatizzati senz’anima incollati da super-server calcolatori, nessun confronto e nessun dialogo…nessun commento che a sto punto la domanda me la faccio…chissà se legge davvero…la gente…se davvero legge questa roba….la mia roba.

Scrivere ogni giorno è uno schifo. Complicato, perché come dice Charles, si scrive quando stai molto bene o molto male e io spesso mi ritrovo nel mezzo o un poco sopra…o un poco sotto…quindi mi costringo…cosa può uscire di buono da questo? Logorante, i pensieri si moltiplicano e gli occhi appena svegli vanno a scandagliare ogni cosa per immagazzinare che non si sa mai….se va male e alle 23 fissi il soffitto, col vuoto dentro tutti i tuoi spazi, puoi usare il cadavere di quell’insetto morto sul vetro per scrivere di qualcosa, o parlare di quel vecchio caduto dalle scale o il fatto che ami qualcuno di impossibile, sempre che sia di ‘qualcuno’ che tu sia innamorato e non di un ‘qualcosa’ o un ‘perché’ o solo di un ‘quando’. L’ossessione per raffinare lo stile e distinguerti…ti mangia il cervello…vai in giro e leggi e chiunque scriva un po’ bene diventa un nemico, parti con la conta delle righe altrui, media degli articoli, conteggio dei giorni manco avessi il ciclo…come se dovesse fottermene molto di questi, di inesistenti concorrenti…per cosa poi…che premio? Soldi? Folle urlanti? Groupies da monta? Non c’è nulla da conquistare, è solo pura ossessione. Ossessione. Per verbi e ripetizioni, ossessione per licenze poetiche, ossessione per sinonimi e contrari, ossessione su argomenti e giochi di parole, ossessioni per ‘e’ accentate nel modo giusto. Tentativi di tenersi alla larga dei cliché, obbligo di calibrarti per chi ti legge…

“Ci sono sia amici che sconosciuti quindi mai nomi…o dire cose troppo vere o troppo false ma mentire sempre e comunque in un modo o nell’altro”

…tra le ossessioni e i pezzi di carta, che uno pensa che sia la via di fuga perfetta…la carta e la penna, scudo e spada…ma son pareti lisce…senza porte…che poi, tutto sommato, è un po’ com’è la mia vita davvero…pareti, carta e cartone, bianco e vuoto in giro…normale che la scrittura lo rifletta…che se viene da qualche parte lì in fondo, dove nasce tutto questo non è che ci puoi fare molto a meno di non inventarti storie false, di successi che non ci sono, di posti mai visti, persone che non esistono, romanzi mai scritti e amori poi, che manco ci credi all’amore.

Esagero lo so…tranquilli, succede quando non sono nemmeno costretto a stare attento a dove metto i piedi e posso anche solo guardare fisso in avanti finché la macchina non si ferma a destinazione, uno, due minuti dopo…la mente corre e crea catene su catene prendendo il peggio…ci rimbalzo periodicamente in queste serate da insofferenza e quella diventa nervoso e il nervoso fame ed entrando in casa già si mischia con la rabbia…Madre è ancora malaticcia ma come ogni sera prepara da mangiare orgogliosa, saluto e me ne vado di là che sento il diavolo che vuole lamentarsi e dire “cavolo speravo fosse pronto…ho fame cazzo” ma mi trattengo, sarebbe ingiusto ed è una cosa che sto riuscendo a combattere…il buttare addosso gli altri i momenti di estremo me stesso dico, quando divento odioso…quando sono una merda. Mi concentro sulla fame, che a sto punto della storia umana ancora uccide meno della rabbia e dell’ignoranza e penso che voglio la pizza, anche a pranzo era cosi, e a ragionarci, ora che il futuro è il nuovo presente, basta una manciata di numeri e me la porterebbero pure in camera e “Buon appetito monsieur sono seieuroecinquanta”…chissà perché poi, quando penso a qualcuno che parla francese ha sempre il frac, papillon e baffetti del cazzo, anche se fa il fattorino per un pizzaiolo egiziano e viene in motorino, ha una scatola gialla dietro e la gente tenta di investirlo.

“Se volete è pronto!” urlano da di là, che più o meno significa ‘salsiccia con contorno di roba verde e caraffa d’acqua in tavola’ e quest’ultima a proposito, in questi giorni ha un sapore strano del tipo roccia sgretolata, polvere …chissà che ci fanno in quell’acquedotto…è sempre stata buona l’acqua ma d’altronde si può dire pure di persone e amori e vestiti, “son sempre stati buoni-cari-utili prima ed adesso son degli stronzi-merde-stracci”. Mangio, ma senza gusto…eppure tutto è sano, fresco e l’insalata e il maiale c’avevano il GPS, ai piani alti sanno quando sono nate le foglie e quando gli si è arricciato la prima volta il codino alla bestia, sanno che forbici hanno usato per sradicare il fusto e con che cosa hanno tagliato il collo al maialino…è tutto schedato e certificato e “Stanne certo…lo curavamo da tempo quel maiale e quella lattuga…non c’è nulla di strano in quella roba”

Bhe allora sono io. Io che non esco nemmeno stasera. Io che non trovo nessuno che mi entusiasmi. Io che non entusiasmo nessuno. Io che ieri stavo bene e oggi forse penso che fingevo. Io che non avevo fame “mi bastano due cracker” e che adesso “ordino una pizza”…franco-egiziana. Io carico, io depresso. Io confuso ma talentuoso. Io certo di non avere nulla di speciale. Io che non dormo e oggi un’ora di ritardo a lavoro. Io che credo di poter dare ancora tanto ma la sera “dentro non c’è nulla”. Io che scrivo perché amo farlo e io che vorrei cancellare tutto e maledico Murakami, Dick, Asimomov, Bukowski e quella agenda, la penna nera, il web, le poesie…io che vorrei vivere di pensieri semplici e matematica base…i conti facili…senza giochetti, trucchi, segreti, ossessioni, occhi, bozze, fogli di brutta, psicosi da storia, finali da ricercare in ricordi dimenticati, dialoghi, intelligenza, brillantezza…lasciare tutto…smettere di scrivere. Io che vorrei tornare a me…tornare a “Io…”.

( * ) : 116° giorno – Outside

234° giorno – Me la sono presa a Scart

A lasciare il foglio in bianco ci farei una figuraccia c’è da crederci, ma ho una specie di amnesia e son nervoso e tentato, che mentre trangugiavo spaghetti serali cosi lontani dal mio ideale di dieta, ancora una volta…ma guarda…mi figuravo IO nella medesima posizione in cui mi trovo adesso che trapanavo la tastiera con una storia appena creata in testa, tra un pomodorino e uno spaghetto al dente.

Però adesso niente, forse c’entrava con quel “addormentato in piedi come una carrozza” urlato dal Faraone a chissachi che mi ha fatto ridere a lavoro, forse col fatto che avrei visto Independence Day stasera, che uscire no che costa e c’è da tirare la cinghia e tanto la macchina non c’è, che quella dei miei sta all’ospedale delle auto e il Lupo è in doppio turno quindi.
Solo che Independence Day mica ce l’ho…cioè si, in Blu Ray, cosi che le robe trash si vedono in HD e ti commuovi con l’umanità buona e i clichè e i calcinculo agli alieni ma quello comporta andarmene nel mio regno da basso, con il plasma grosso e divanone. Ma il freddo ne ha preso possesso e non sloggia, lo schermo sta spento da secoli e a sto punto preferisco starmene in camera tranquillo, che la luce è più gialla e non ci sta la brina sui muri…

…Dio…

Il download è lento come pochi. Ci dovevo comunque provare ma qua mi spara un tre settimane e siamo allo 0.00Schifo% quindi spengo tutto e son nervoso, discuto con l’alto dei cieli di un paio di robe ma mi sa che c’è ancora la segreteria e quindi mi metto a scorrere la roba che ho sul server e piazzo un tristissimo “La vendetta dei Sith” che è il meno peggio dei nuovi Star Wars anche se i droidi parlano troppo, ci sono tutte quelle cazzo di vocine fastidiose che han poco senso in dei robot che tentano di ucciderti e farti precipitare con la tua astronave, vocine che dicono “Ahia”…e dicono “Grazie non c’è di che…” coi fucili spianati e che tirano i calcetti alle cose e fanno “Piripì” e “Parapà” e…

…Dio…

Spengo pure lo scatolozzo dei film cosi da togliermi da davanti quella porcata che tanto, comunque, c’è la SCART, acronimo di Stronzo di  un Cane di Attacco sul Retro Traballante, che da qualche sera continua a trasformare ogni film in un vedo-non vedo che a volte temo che qualcuno mi stia pigliando per il culo e che la TV stia attaccata all’intermittenza dell’albero in realtà.

Ora…l’unica cosa che mi tiene lontano dall’andarmene a dormire alle 22:00 è questa merda di portatile e il cellulare…e a pensarci è tutto di una tristezza imbarazzante visto che attorno al Phillips ’98 è pieno zeppo di libri molti nemmeno mai aperti, altri iniziati, altri che dovrei rileggere mentre qua, non c’è nessuno con cui parlare, nessuna donna da sbaciucchiare…e il cinema è morto, la playlist la so a memoria, la digestione è iniziata e forse, Dio nemmeno esiste.

233° giorno – C’è chi c’ha il pane ma…

Mattine che mi sveglio e mi sento il miglior scrittore del mondo, leggo cose in giro su carta-carta e carta-schermo e le trovo tutte zoppe, vecchie, malconce e dalla faccia ch’é un disastro, roba da oblio ad azione rapida. La cosa perdura fino al primo biscotto della colazione della depressione e l’animo si cheta un attimo, divento più lucido e penso che io non ho nemmeno una storia finita, manco una balena monca mezzo-bianca da far fiocinare dall’Achab di turno e so anche che il problema sta tutto nel fatto che ai finali non ci riesco mai a pensare decentemente.

Ero li…sul treno della gente stanca morta delle 19:36 Milano-Varese che abusavo di corrente 220v e mi metto a parlare col mio compare di penna e lui mi dice che c’è un sacco di gente che in giro mette in fila tre parole, due punti ed un verbo e caga fuori libri con copertina rigida illustrata, nome in stampatello e titolone ad effetto e io ho il neurone bibliotecario che va a scandagliare il cerebro-database e salta fuori il ricordo di una cosa o meglio, di una persona.

Ai tempi in cui ero un ciccio scacciafighe con la passione del fantasy, ci si dilettava ogni tanto a giocare a Dungeon&Dragons, caruccia invenzione in cui ti immagini un te stesso alto tre metri, tutto muscoli e spada che massacra mostri. La storia era compito del Master, una specie di direttore d’orchestra…e la persona qua di sopra era l’incaricato di farci divertire. Durò poco…tipo quattro sere, in cui passammo il tempo a parlare con gente che non parlava e che ci spediva da bosco a bosco, taverna a taverna, villaggio del cazzo a villaggio del cazzo.

“Chiedo a quest’elfo dei boschi cosa sta succedendo…”
“Quando arriverete lo saprai risponde l’elfo”
“Ancora? Ma è il quarto elfo del cazzo che risponde uguale…ma cos’è sta merda?”

C’era l’intenzione seria di ribaltare quel cazzo di tavolo. Capitò poi che mi ci misi pure io con la bacchetta da direttore e tutto il resto del porcaio e ricordo che la prima sera tipo furono tutti arrestati e poi evasero e uno per festeggiare andò in un bordello, scopò pure una baldraccona in un ripostiglio ma era un vampiro e si sa che in quelle occasioni uno si incazza che è come prendere l’HIV per cui diede fuoco a tutto e…non ricordo come finì, ma fu un cazzo di spasso mentre con l’altro passammo quattro giorni a bere birra Fantasy nei peggiori Bar delle nostre città Fantasy…Cristo…più palloso della vita reale.

Bhe si…insomma…tutto sto schifo di preambolo da Beautiful per dire che pure sto qua mho c’ha un libro in cu…rriculum, genere che manco ricordo che ho letto solo il primo capitolo e ancora ogni tanto tremo al pensiero. La chiave, é che tanto basta la storia insomma, pure scritta con pupù di cane ma che inizi da A e che da qualche parte arrivi pure strisciando a Z, e a vedere in giro la marea di scene-comi-scritto-ri pare pure facile ed io…che mi sveglio e mi sento un cazzo di genio con stile…cazzo…mi chiedo dove si trova quel cromosoma sbagliato nella mia ispirazione e quindi mi alzo, vado al banco della cola-depressione col tavolo pieno di pane e io….senza zanne.

232° giorno – Quando il bagnoschiuma mi sembra un grattacielo

Oggi mi sono svegliato e desideravo una lavagna, desiderio che mi porto dietro nella presunta realtà dall’unico frammento di sogno che mi ricordo di questa notte tormentata. Ci sono io, dentro il letto, che guardo me stesso in piedi con i vestiti da malato addosso mentre scrivo qualcosa su di una lastra appesa lì sul muro, bordo di legno e ardesia bella nera, e so per certo che quei segni sono una trama, ci sono i nomi e i pezzi di storia che non ho mai scritto tutti collegati da frecce bianco-gessetto e appunti e capisco che ho ragione quando ‘sento’ che mi serve un calendario con su scritte le cose da fare, appiccicato sul portone di casa in modo da vederlo ogni volta che esco per una nuova giornata…ed ho ragione quando penso che per certe cose…importanti – IN scadenza – INconcluse – che sento INfinite – per la mia IMpotenza ”cause I’M not just a man with these broken dreams” cantavano gli Hollywood Undead…dovrei rivestire ogni giacca di post-it gialli, arancioni, verdi, rossi, cobalto e cadmio e cosi via, un colore per ogni dannato giorno della settimana.

In mente, adesso, ho tutto il catalogo delle lavagnette più o meno utili che mi sono passate per le mani e pure quelle più o meno magiche…un quadrato di plastica bianca forato, due-trecento fori, ci si infilava questi funghetti di colore diversi per creare scritte e disegni…e quella con lo sfondo tipo carta carbone poi, aveva una penna di plastica agganciata con una cordicella e levetta che cancellava all’istante i capolavori che ci pasticciavo, orrendi segni grigio chiaro su grigio scuro…e la mia preferita, il classico mezzo sogno proibito da bimbo…sarà che stava appesa in alto nella cucina di mia zia…metallo pitturato di bianco, bordo rosso e ripiano con cancellino e indelebile nero che già da piccolo sapevo che da sniffare era gran roba e da usare per pasticciare oggetti bianchi ancor di più.

Ho un piano, ora, ma il computer personale sopra-scrivania ormai ci mette dai venti ai trenta minuti per diventare operativo, sembra sempre in dopo-sbronza ed è inutile starsene li seduto, che il freddo è come l’acqua e le radici delle piante, trova anfratti e interstizi e si infila nella finestra, poi nel cassone della tapparella, scende lungo il vetro gelido e si tuffa nel colletto della mia felpa, canottiera, pori della pelle IMpercettibilmente aperti, carne, sangue e crepe nelle ossa e allora sto in giro piuttosto, vestito di grigio con cappuccio e blu con striscia laterale viola che fa tanto profugo, ne approfitto per fare da infermiere a Madre, che la mia eredità del weekend è una bella dose di virus e germi e febbre e in qualche modo devo sdebitarmi, chiedo cosa serve e “Si! Preparo il Thé…” anche se poi la sto a chiamare mille volte che chissà dove si trovano limone, vassoio, tazza, bustine da infusione e quella medicina del cazzo di cui non ricordo mai il nome ma comunque preparo, accudisco, rimbocco coperte amorevolmente, cronometro minuti per i test di dilatazione del mercurio, lavo piatti e do una parvenza di sistemata anche se per un occhio esperto son sicuro che possa equivalere a buttare lo sporco sotto il tappeto ma accontentatevi, che alla fine “…I’M just a man…my will is so strong…when I’ve got plans…i close my eyes to the pain…” cantavano gli INXS.

Bacio della buonamattinata a Madre che tenta di dormire…un’ora è passata e ritorno ai miei piani rifugiandomi nel mondo virtuale alla ricerca di una lavagnetta, ufficialmente diventata la chiave del successo futuro della mia vita anche se SICURO che si riducerà all’ennesima porcata comprata per sprecare carta-banconota, accatastata in uno tra le centinaia di cassetti stipati delle cose non-utili della mia esistenza. Ora, di fronte lo schermo e a destra la finestra con il mio più recente animale domestico, una cazzo di mosca gigante intrappolata tra vetro e zanzariera…non so come sia entrata ma non ho intenzione di renderle facile la vita che tentare di farla scappare comporterebbe aprire la finestra e lasciare campo al gelo, staccare un lembo di rete e indirizzare in qualche modo la bestia nella breccia ma queste cose funzionano solo con i Persiani mentre in questo caso la legge di Murphy farebbe di tutto affinché la mosca si opponga, vada da altre parti o tenti di entrarmi in bocca e quindi che se ne stia in gabbia, per adesso temporeggio e cerco di non distrarmi ogni volta che uno strano puntino nero sfocato entra in conflitto con la mia visione periferica.

Vedo che onlINe c’è pure una mia amica…l’ho conosciuta dopo aver scoperto il nome con interrogatori e minacce a persone e cose causa un mezzo colpo di fulmine per la sorella sua…che dopo un anno ancora non sono riuscito a conoscere. Le chiedo se per caso è stata a Dubai anche se so benissimo che è stata a Dubai ma il giochetto della domanda del cazzo ti evita sempre tutto il discorso introduttivo in stile “Ho visto che sei stata a Dubai, raccontami un po’…” che è troppo lungo e formale quindi meglio ‘domande ovvie del cazzo’ e via. Lei ovviamente dice di si, e io chiedo un po’…se il Kalifa da quasi un chilometro l’ha visto e lei mi manda un po’ di foto di Dubai e mi racconta di Dubai e io mi ritrovo che voglio andarci a Dubai e come per magia, la storia della lavagnetta quasi non la ricordo più e quando mi infilo in doccia, per togliermi l’odore di chiuso e malattia per la sesta volta in due giorni, comincio a pensare ai viaggi da fare e sogni, infranti e non e a Dubai e manco fossi pieno di LSD fino al midollo, tutto si trasforma e la ceramica della vasca diventa sabbia e tutti i flaconi si trasformano in hotel e torri dal chilometro facile e finestre luci, acqua, isole artificiali e fontane, uomini ricchi e poveri, io in giro che faccio foto, strisce luminose dei fari rossi ed esposizione lunga, acquari dentro hotel, ristoranti e squali, limousine, povertà e ricchezza, cibi strani, lingue straniere, check-in, gate closed, valige, scoprire bar, specialità della casa, vestiti strani e turbanti, l’acqua diversamente salata, fusi orari, persone nuove, storie, sogni di qualcun’altro…che alla fine è cosi che son fatto, ad innescarmi l’immaginazione ci si mette pure troppo poco, due righe, due foto, due ipotesi e mi accendo…ci sto sempre un po’ stretto nella mia vita, la scappatoia per cambiare le carte in tavola la cerco sempre…e contateci che sarà la mia rovina…e la madre di tutte le mie insoddisfazioni…e di tutte le depressioni ma che ci posso fare…d’altronde “I’M just a man…and every night I shut my eyes…so I don’t have to see the light” cantavano i Faith No More.

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