265° giorno – I pezzi troppo lunghi non li legge nessuno

Ho dimenticato gli occhiali a casa, solo davanti allo schermo del PC di ritorno dalla pausa mi accorgo che manca qualcosa…che manca qualcosa in più delle solite mancanze…mentre per un attimo mi riapproprio della mia vita che da quanto sto pensando non ricordo nemmeno di aver camminato, non ricordo che canzone avevo nelle orecchie…non ricordo su che cosa ho lavorato tutta la mattina… sovrappensiero…come in un’infinita serie di calcoli di un problema quasi impossibile da risolvere. E’ da una vita che sono sovrappensiero. Da una vita.

La giacca è bagnata sulle spalle, l’occasione giusta per parlare della neve sulle strade e della pioggia che scende dagli alberi, che il bianco diventa goccia trasparente e il pino marittimo si diverte per almeno dieci metri a lavarmi con disprezzo mentre nel cielo è pace ed equilibrio ghiacciato. Me ne accorgo solo quando la butto sul mio tavolo-scrivania e la vedo bicolore, quando la tolgo per mostrarmi nel mio solito completo tristezza-lavoro…mi fa sembrare più vecchio e triste e sono cosi sovrappensiero che di sicuro me lo dirà pure Chiara che sembro vecchio e triste.

“Non sono triste…non sono vecchio…sto pensando…”

“E a cosa pensi…”

“A cose…perlopiù confuse…riflessioni su certe persone e certe questioni che questa mattina ho fatto un discorso con un’amica e poi si è evoluto e mi è rimasto in testa in tante forme e colori diversi”

“Dovresti sorridere di più…”

“Non sono triste ho detto…”

“…e trovarti una ragazza..ti servirebbe una ragazza…”

“Si…e a volte mi servirebbe anche un carroattrezzi ma mi arrangio con il cric”

“Vedi? Proprio di questo parlo”

” Se ben ti ricordi…” dico al ‘Me Stesso’ “…c’eravamo dati dei compiti precisi e obiettivi da rispettare…abbiamo preso a martellate la nostra anima di legno per trasformarla in volontà di ferro…anzi…più del ferro che quella non si deve piegare o rompere per nessun motivo…quindi non abbiamo bisogno di niente e di nessuno”

“Menti a te stesso…quindi mi stai mentendo”

“No…sono abbastanza forte…forte il giusto”

“Giusto per cosa?”

“Punti a farmi ripetere mille volte le stesse cose…basta…”

Il trucco…il trucco…com’era il trucco…c’è da interrompere il flusso di pensieri a catena che manda in eccitazione il cervello che così si autoalimenta tirando fuori sempre lo stesso pensiero…dannato ‘Me Stesso’ stavolta ti frego…il trucco…il trucco…il trucco…concentrarsi su un oggetto neutro e tagliare il cordone ombelicale alla mente…le cuffie…le cuffie…le cuffie sono gialle…da lavoro…quando le metto mi stringono troppo la testa ecco perché sono passato ai tappi, quelli arancioni…mi piace appallottolarli…cosi morbidi all’inizio e duri quando li comprimi e mi ricordano il Didò, la pasta modellabile che pare si possa anche mangiare…cioè, si che si può ovvio…ma mi ricordo che quando me lo dissero rimasi quasi stupito stile “Ma no dai che cagata” ma poi se ci pensi quella roba la usano i bambini…vuoi che non la possano mangiare che quelli mettono in bocca di tutto? Io da piccolo finii in ospedale…in bocca nulla ma mi rimase nel naso la testa di un omino lego e ci infilai il dito per tentare di tirarlo fuori e quello che andava sempre più in fondo finché poi non sono andato da mia madre…che idee del cazzo che si hanno da bambini…io poi ero strano, pure sonnambulo…sempre avuto disturbi del sonno…una volta pisciai addosso a mia cugina grande mentre parlavo di autoscontri completamente immerso nel mio universo REM…stare sveglio nella notte era quasi un obbligo, sempre stato cosi, colpa del cervello che gira in moto perpetuo, dovrebbero studiarlo come fenomeno fisico…ci scoprirebbero cose interessanti per la cosmologia astrofisica nucleare particellare medica…lo sezionerebbero come quello di Einstein che l’hanno tenuto trent’anni dentro un cazzo di barattolo per poi affettarlo…scopri che lo spazio non è vuoto ma si piega come lenzuola sopra le curve di una modella e finisci con il cervello in un barattolo, una vita straordinaria dentro un barattolo…la vita è strana e a volte una merda…che tu sia artista o fanullone quella è bella o una merda e finisce in un barattolo, merda in barattolo, vita di artista, merda d’artista in barattolo come Manzoni, l’altro…che era artista e non quello scrittore e che aveva casa a Venezia…”adoro Venezia!” mi dice Indiana Jones in un pezzo di pensiero che compare qua, di fianco alla mia sedia monca da lavoro e “pure io” gli rispondo…”ci volevo tornare…me lo dico sempre…a volte vorrei andarci d’inverno…a volte la sogno con il sole…da solo…a volte in compagnia…sento che mi può fare bene Venezia…sento che è la medicina per qualcosa di cui soffro ma che ancora non capisco e tu…tu mi capisci?” …ma quello è già sparito, spariscono tutti prima o poi e non sai mai come comportarti…se prendere il braccio alla gente e non mollare la presa, obbligarli a restare o andare avanti per la propria strada e aspettare che siano loro ad afferrarti…”Ma tu guarda…’Me Stesso’…alla fine ci sei riuscito stronzo di uno a farmi tornare al punto di partenza…al pensiero fisso di tutta una mattina e a farmi sembrare vecchio e triste e sovrappensiero ancora una volta…a farmi scrivere inutilmente un altro giorno portando avanti questa striscia di pezzi…discorsi…pensieri su carta o come vuoi chiamarli…non importa…quando ieri forse…davanti a quella pizza…se il tuo amico avesse insistito avresti scritto ‘Ho smesso. Punto’ ieri notte…giorno duecentosessantaquattro di diario e sarebbe finita subito…come vorresti davvero…mollando il peso senza più coltivare in segreto il desiderio che chi ti legge un giorno diventi gruppo e poi folla e poi moltitudine e cosi ti sentirai forte davvero anzi…forte il giusto…adorato il giusto…benvoluto il giusto…con le giuste sicurezze economicosentimentalistabilitàemotive per trattenere il braccio di chiunque tu voglia con i mezzi che la tua mente e il tuo fisico e la tua volontà non hanno e mai avranno ma sappilo…sbagli…stai sbagliando tutto…non sembri il più bravo ma solo vecchio e triste e sovrappensiero e speri speri e fai calcoli e pianifichi e ti metti in gioco fingendo sicurezza e credendo di farcela…ma perdi di vista i fatti…riempi fogli bianchi di scritte nere allungando all’inverosimile il tuo pensiero per pagine e pagine per raggiungere pubblico e poi altro pubblico…quando la realtà che nemmeno provi ad osservare e capire e fare tua è che spesso quello che scrivi e quello che pensi e che spalmi in pezzi troppo lunghi…come questo…non li legge nessuno”

233° giorno – C’è chi c’ha il pane ma…

Mattine che mi sveglio e mi sento il miglior scrittore del mondo, leggo cose in giro su carta-carta e carta-schermo e le trovo tutte zoppe, vecchie, malconce e dalla faccia ch’é un disastro, roba da oblio ad azione rapida. La cosa perdura fino al primo biscotto della colazione della depressione e l’animo si cheta un attimo, divento più lucido e penso che io non ho nemmeno una storia finita, manco una balena monca mezzo-bianca da far fiocinare dall’Achab di turno e so anche che il problema sta tutto nel fatto che ai finali non ci riesco mai a pensare decentemente.

Ero li…sul treno della gente stanca morta delle 19:36 Milano-Varese che abusavo di corrente 220v e mi metto a parlare col mio compare di penna e lui mi dice che c’è un sacco di gente che in giro mette in fila tre parole, due punti ed un verbo e caga fuori libri con copertina rigida illustrata, nome in stampatello e titolone ad effetto e io ho il neurone bibliotecario che va a scandagliare il cerebro-database e salta fuori il ricordo di una cosa o meglio, di una persona.

Ai tempi in cui ero un ciccio scacciafighe con la passione del fantasy, ci si dilettava ogni tanto a giocare a Dungeon&Dragons, caruccia invenzione in cui ti immagini un te stesso alto tre metri, tutto muscoli e spada che massacra mostri. La storia era compito del Master, una specie di direttore d’orchestra…e la persona qua di sopra era l’incaricato di farci divertire. Durò poco…tipo quattro sere, in cui passammo il tempo a parlare con gente che non parlava e che ci spediva da bosco a bosco, taverna a taverna, villaggio del cazzo a villaggio del cazzo.

“Chiedo a quest’elfo dei boschi cosa sta succedendo…”
“Quando arriverete lo saprai risponde l’elfo”
“Ancora? Ma è il quarto elfo del cazzo che risponde uguale…ma cos’è sta merda?”

C’era l’intenzione seria di ribaltare quel cazzo di tavolo. Capitò poi che mi ci misi pure io con la bacchetta da direttore e tutto il resto del porcaio e ricordo che la prima sera tipo furono tutti arrestati e poi evasero e uno per festeggiare andò in un bordello, scopò pure una baldraccona in un ripostiglio ma era un vampiro e si sa che in quelle occasioni uno si incazza che è come prendere l’HIV per cui diede fuoco a tutto e…non ricordo come finì, ma fu un cazzo di spasso mentre con l’altro passammo quattro giorni a bere birra Fantasy nei peggiori Bar delle nostre città Fantasy…Cristo…più palloso della vita reale.

Bhe si…insomma…tutto sto schifo di preambolo da Beautiful per dire che pure sto qua mho c’ha un libro in cu…rriculum, genere che manco ricordo che ho letto solo il primo capitolo e ancora ogni tanto tremo al pensiero. La chiave, é che tanto basta la storia insomma, pure scritta con pupù di cane ma che inizi da A e che da qualche parte arrivi pure strisciando a Z, e a vedere in giro la marea di scene-comi-scritto-ri pare pure facile ed io…che mi sveglio e mi sento un cazzo di genio con stile…cazzo…mi chiedo dove si trova quel cromosoma sbagliato nella mia ispirazione e quindi mi alzo, vado al banco della cola-depressione col tavolo pieno di pane e io….senza zanne.

19° giorno – I’m thinking in the rain…

Mi chiedevo il perchè del piede sinistro cosi zuppo, mentre quello destro, nonostante l’alluvione aerea di cui siamo vittime, non se la passava cosi male. Durante i 5 minuti di viaggio di andata, verso il lavoro, sentivo il freddo crescere e il livello dell’acqua salire dentro la scarpa. Forse c’erano anche un paio di pesci.

In pausa pranzo controllo le scarpe: nessun foro, la pelle è la stessa dell’altra eppure, quella scarpa si bagna di più. Altro viaggio, di nuovo a lavoro per il pomeriggio, altro bagno ghiacciato per il mio povero piede, altra estrema procedura di riscaldamento tramite puzzolente stufa elettrica che dio solo sa cosa emana di nocivo appena la si accende, un odore nauseabondo che sa di metallo messo sul fornello con del raid antiscarafaggi spruzzato sopra, per dargli un gusto più saporito.

Ci vogliono 3-4 ore per riuscire a sentire ancora del calore arrivare alla caviglia, mentre io, disperato, pensavo già ad una vita senza arto inferiore sinistro.

Le 17:43, tempo di tornare a casa, fuori, ancora cascate di acqua dal cielo, stesso tragitto, stesse pozzanghere da evitare, ma con qualcosa di diverso.

Perchè finalmente capisco…tengo l’ombrello sempre con la destra ma più al centro.

Guardacaso, le scarpe adesso si bagnano allo stesso modo.