182° giorno – Leone e Gazzella (Sei mesi dopo)

Siamo a sei mesi giorno più giorno meno. Ho iniziato in un piccolo paesino immerso nel gelo, disseminato di vecchi, preti e pozzanghere di un campo da calcio preso in prestito dal Vietnam.

Sei mesi dopo sono a fare la spesa per la famiglia con Sorella che ogni tanto tocca, ogni tanto devo lasciare perdere gli impegni che mi tengono ancorato ad un barlume di futura vita felice per dedicarmi a cose più utili per la sanità familiare come girare con carrelli e cestini e Benedetta Parodi che pare invecchiata molto male, cosi stampata su quel cartone gigante, che tiene un pollo in mano, che vuole che le compri un libro…circondato da culi vecchi e grassi e donne giovani di altri che desidero senza sentirmi obbligato alla confessione e giornali, affettati, prodotti, detersivi, luci artificiali.

Prendo a cuore le piccole missioni di Sorella….”trova questo…trova quello” cosi…allegramente. Torno da lei, consegno, riparto con auricolari infilati nei timpani per stare più lontano possibile dall’umanità che mi sta attorno come i vecchi, le coppie, le donne con borse originali, le promoter di 85 anni che ti guardano storto quando di rimando gli sbatti di fronte la tipica espressione ‘nonmenefregauncazzo’. Questa qua ad esempio, mi fissa con occhi azzurri e bocca cattiva mentre tiene in mano un prodotto per dolci.

La musica aiuta, la gente ti sta lontana e non ti importuna anche se riesco ad infastidirmi lo stesso per lo schermo bianco del lettore, non si legge nulla e non riesco a togliere il repeat, devo navigare tra i menu a memoria ed è un disastro. Sono costretto a sentirmi sempre, solo e comunque la prima canzone in ordine alfabetico che si ripete a ciclo continuo mentre prendo fusilli e pane, bologna e speck e l’ascolto altre tre volte nelle due corse dalla cassa verso scaffali da trovare che “il Purè ce lo siamo dimenticato…e le uova ce le siamo dimenticate e il Bolt 2 in 1 formato convenienza ce lo siamo dimenticato”.

Torno alla cassa per l’ultima volta e ci arrivo sudato. Scarico la roba sul nastro nella solita routine mista partita a tetris in cui incastri articoli su articoli facendo piccole piramidi per lasciare più spazio a quello dietro e metti il cartellino ‘CLIENTE SUCCESSIVO’ e “si ecco la carta Fidaty” e “vuole i 35 centesimi?”. Cassiera, Sorella, vecchi dietro di me, confezioni di dolciumi e caramelle li attorno, cosi che le famiglie con un pargolo parcheggiato nel cestino, per farlo stare zitto dopo l’ottocentesimo “Mi compri le Alpellibe?”, buttano dentro anche 4 chili di dolciumi per la felicità degli acidi della bocca e dei dentisti e della Ferrero.

Sei mesi dopo. Nonostante il resto dell’umanità che mi circonda e che mi innervosisce facendomi pensare troppo, ci sono arrivato a ‘sei mesi dopo’. Mi sento più allegro e più sicuro di me e ho di voglia di fare nonostante i trenta che si avvicinano. Mi dico sempre “è solo un numero” anche se poi tutte le giovani potenziali anime gemelle che incontro ci rimangono male, entrano nella girandola del “è troppo vecchio” inconscio oppure la usano come buona scusa per tagliare il discorso in fretta. Tasto dolente.

Sei mesi dopo il problema rimane l’amore…sempre che esista davvero una roba del genere. Stamattina scrivevo su quel troiaio di Facebook “…ti chiedi sempre dove potresti arrivare se avessi anche l’amore che ti manca…” cosi, per fare il filosofo spiccio e provare a tirare su due donzelle con il fascino del pensatore profondo anche se, a dirla tutta, tra le lenzuola non ne ho mai infilata una con queste frasi. Il discorso è il solito, si ripete sempre…pensi che se avessi pure l’amore esploderesti in tutto il tuo potenziale ma ci sarebbe da scommettere che invece la realtà è tutta il contrario, come in un universo a forma di bilancia perennemente in bilico. Forse ti ritrovi con mille idee, mille cose da fare e progetti per non pensare ai baci d’amore sinceri che non ti ricordi nemmeno che sapore abbiano o gambe nude e affusolate ad un centimetro dalla tua bocca. Per non pensare che non ti fidi di di nessuna, che sempre più raramente una persona ti interessa davvero oppure che ti stai innamorando di quella sbagliata e impossibile…ancora una volta. Sai che ci rimarrai secco.

Evito di pensarci comunque, ci ricasco giusto ogni tanto, fatico pure a parlarne ormai. Cerco più che altro di evitare la felicità altrui, i baci delle coppie, gli abbracci e i discorsi del tipo “mi piacerebbe che blablabla figli blablabla casa con staccionata bianca blablabla “. Mi innervosiscono, mi incazzo, perdo ogni barlume di serenità e finisce che se entro nel discorso mi sembra di parlare di cose che non mi riguardano e non mi riguarderanno, come ripetere nozioni sulla materia che più odiavi, dieci anni dopo il liceo.

“No ma ascolta…parlami un po’ dell’Arte Neoclassica Toscano”

“Mi fanno cagare tutti…spero che Canova al momento sia sotto le cure di un diavolo sodomizzatore…”

Non so cosa dire, non so discutere di prospettive amorose come un agente di borsa. Cosa vorresti sapere? Se mi piacerebbe? Ma è una domanda seria? Certo che mi piacerebbe.

Queste ed altre domande ogni giorno in questi sei mesi…sono un tipo che pensa e ragiona tanto, mi riempo di buchi in quell’ammasso rosa, una specie di banchetto allestito per i miei neuroni. Ho passato sei mesi ad ingrassare il cervello di ambizioni, se sarà un bene o un male ancora non lo so. So che voglio fare ‘questo’ e ‘quello’, voglio il massimo, voglio la più bella, la più dolce, voglio ‘Lei’, voglio il lavoro perfetto, voglio viaggiare, voglio futuri radiosi e ovviamente voglio ‘figli blablabla casa con staccionata bianca blablabla’.

Ma non riesco a risparmiare energie. Non riesco a risparmiare soldi. Non riesco a dormire. Non riesco a pensare a qualcun altro. Non riesco a capire se smettere o continuare, se la scrittura è un binario morto, se la mia fotografia è un binario morto. Non riesco a capire quanto valgo. Non riesco a guardare a lungo termine.

‘Voglio’ ma ‘Non riesco’.

Ma in questi sei mesi sto imparando il concetto di ‘pazienza’, una roba aliena che prima non concepivo, roba alternativa, vecchia filosofia di ‘un passo alla volta’, come un corridore in fisioterapia con la smania dei cento metri lanciati. ‘Piano piano’, che le tartarughe al traguardo ci arrivano sempre, le lepri no. E tartaruga che cammina stavolta, non come prima, mesi e anni fa che facevo la tartaruga sul dorso un giorno e lepre con erbette a pezzi nello stufato l’altro e soprattutto, evitare le trappole di cristallo…scansare la routine e i letti troppo comodi, dire “Si” alle sfide, mettersi alla prova anche se alla fine ti ritrovi in un gioco diverso, magari in una gara di schiaffi, magari a terra sanguinante ma almeno sei te che te la sei cercata e te la sei voluta. Roba importante questa, c’è da riuscirci sempre più spesso, di sei mesi in sei mesi, nonostante l’umore a montagna russa…metterci un po’ d’anima, sentire che dentro quella carne c’è qualcosa che soffia e non un meccanismo ad inerzia perenne che si muove perché appena nati qualcuno ha girato una chiave a molla.

La ricorderete tutti…la pubblicità del leone e della gazzella…”l’importante è correre”…giusto?

Ecco, non serve ad un cazzo essere leone o gazzella o ghepardo o Velociraptor e nemmeno svegliarsi e correre a velocità Shuttle nella prateria…la sola cosa che conta è essere vivi, in qualche modo, e provare ad andare da qualche parte. Da vivi. Si fotta il leone che ha fame o la gazzella sfigata, c’è da svegliarsi e sentirsi vivi, solo questo.

Al diavolo insieme al Canova chi dice che l’importante è correre.

A correre ci riescono tutti, pure i morti.

Se vi guardate in giro, di gente morta che corre ne è pieno il mondo.

181° giorno – Polish

Finisco la giornata a lucidarmi il cellulare con del Polish ultrafine, gli ultimi venti minuti di ‘lavoro’. Strappo un pezzo di panno morbido che probabilmente serve a qualcuno, gli butto sopra quel liquido color cappuccino-bianco e comincio a strofinare fregandomene alla grande di chi e cosa mi circonda, se qualcuno mi guarda, se qualcuno ha qualcosa da dirmi, se c’è ancora qualcuno in ditta.

D’altronde per oggi ho finito…d’altronde quello che andava fatto l’ho fatto…ho inserito animazioni che fanno dire “WOW” alla gente in brutti video, ho smanettato su due foto, ho alzato la pila di cose inutili da dimenticare e che all’umanità non servono, sono andato a reclamare altro lavoro per non stare a grattarmi le palle per tre ore e li, di sopra, nella stanza dei bottoni mi hanno rimbalzato via, che Faraone e Capa hanno da intrattenere danesirussiolandesisvizzeriubriaconidelcazzo con vino, rum, vodka, parole, contratti milionari. Torno nel sottomarino quindi, sconsolato dall’essere pagato per essere inoperoso che in un mondo in crisi è senza senso. Sedia cinque rotelle e monobraccio che l’altro l’ho disintegrato, seduto disfatto come un vecchio stanco, pronto a sprecare altro tempo, lucidando un cellulare nuovo appena comprato magari, eliminare righe e graffi.

Appena comprato…Cristo.

Messo nella giacca, appena comprata pure lei e in giro una giornata quando…due giorni fa, per poi scoprire con orrore che ha fatto l’amore per tutto il tempo con una dannata pietra pomice, li dentro, nella tasca di una giacca mai messa…una pietra pomice del cazzo ruvida, leggera, ultragraffiante, piena di microcrateri come una luna storta o un meteorite arrivato da chissà quale galassia dentro una tasca chiusa di una giacca mai messa. Quando l’ho presa in mano capendo in un istante il perchè degli sbreghi sul culo bianco lucido del mio cellulare, l’ho scagliata con tutta forza dentro un cestino e l’avrei voluta riprendere mille volte per scagliarla sempre più forte fino a disintegrarmi una clavicola, pur conscio che non serve a nulla, come picchiare lo schermo del computer, distruggere un mouse, prendere a calci la ruota della bici o la gomma bucata della macchina.

“Fanculo”

Ieri al cinema, mi guardavo un film e pensavo solo ai tagli, lo tiravo fuori al buio, contento che nell’oscurità il controluce non esiste quasi mai, è tipo una specie di aurora boreale il ‘controluce’ per i folletti del cinema, roba rara. Ci sono dei gradi angolari che non verranno più rivisti dal mio telefonino…la vista di quelle righe stile tris fatto in classe mille volte su un foglio quadrettato fa troppo male. Appena comprato, sotto il sole, a 35° di inclinazione, c’è il reticolo. Controluce del cazzo.

Ma si…è uno stupido cellulare alla fine…ne cambierò altri mille, se per ogni uomo ci sono sette donne ci saranno almeno settanta cellulari credo. Lo scaglierò, lo disintegrerò, lo infilerò in microonde o in tasche inesistenti e cadrà a terra, sopra un pavè rosso vecchio di secolo. Anche se adesso è appena comprato…è solo un oggetto e io sto qua come un cretino a strofinare con quel liquido puzzolente che mi inonda le mani e i pantaloni…un pasticcio mentre mezza ditta che non vede, che non sa e nota solo i movimenti del braccio e la testa giù, può solo pensare che mi stia tirando una sega sotto il tavolo.

Una sega lunghissima e una volta in piedi, con la mano gocciolante di Polish bianchiccio…ne avranno pure la certezza.

174° giorno – Sogno #2

I computer sono quattro o addirittura cinque, tutti messi in fila sopra un bancone di metallo verniciato verde acqua, chiazzato di ruggine, polveroso. I terminali sono vecchi, stile IBM anni ottanta con schermo piccolo e bombato e dentro, scintillanti caratteri ambra.

Sono a lavoro e anche se quella non è la mia ditta, so che si tratta del mio posto di lavoro. Non ha senso? In realtà ne ha…

C’è un ‘open day’, lo capisco dalle scolaresche che mi passano sulla destra ed entrano nella porta che sta nel muro alle mie spalle. Sembra che arrivino da un punto indistinto li davanti, dove la luce è più chiara, prima di quelle colonne martoriate da segni, con ferri arrugginiti che fuoriescono, vernice color crema che si ferma a seicento millimetri dal suolo e quei graffiti che coprono il resto del cemento bianco che sembra vecchio di secoli.
Il pavimento è lurido e nero, le finestre gialle e piccole alla mia sinistra, li in alto…sporche anche quelle. Sono dei piccoli quadrati, disposte su tre file, una dopo l’altra e con lunghezza che sembra interminabile. Da fuori, la stessa luce ambrata dei caratteri ma molto più intensa, filtrata solo dalla patina di tempo e di sporco che copre il vetro.

Noto che di fronte a me, dall’altro lato, ci sono altri computer. Noto anche delle persone di fianco ma sono scure, come se fossero delle ombre o delle presenze che avverti con la visione periferica e non sembrano nemmeno umani ma dei dipinti antropomorfi fatti con rapide pennellate blu e nere. Nel mio terminale, il testo continua a scorrere ma non riesco a decifrare i caratteri. Non ricordo dove ho sentito dire che nei sogni non riesci a leggere da un libro o da un cartello…beh…forse è vero…non ci riesco.

Mio padre.

Compare dal nulla, seduto di fianco a me e stavolta il terminale ce l’ho alle spalle, come quando ti giri sulla sedia a cinque rotelle dell’ufficio per parlare con il collega o per farti un po’ di cazzi tuoi. Non parliamo, credo che nemmeno si accorga della mia presenza anche perché ora dubito di esistere davvero…è troppo vicino il volto di mio padre…è come se fossi un obiettivo di un fotocamera puntata sul suo profilo migliore e ancora, quella luce ambra dalle finestre che stavolta è di fronte e vedo gli angoli neri di quei quadrati di vetro, come se ci fosse del terriccio accumulato sopra.
Arriva un uomo, si avvicina a mio padre…si avvicina sempre più e ora sono guancia contro guancia…ha dei baffetti grigi, capelli selvaggi, gli prende la testa con le mani. Comincia a parlare, vicino al suo orecchio sinistro…no…in realtà è come se fosse un canto.

“Se scoprissero cosa c’è qua dentro un sacco di preti appoggerebbero il cappello sul letto…se scoprissero cosa c’è qua dentro un sacco di preti appoggerebbero il cappello sul letto…se scoprissero cosa c’è qua dentro un sacco di preti appoggerebbero il cappello sul letto…”

Quando sento quel canto immagino mani che appoggiano bombette blu su un letto bianco, intravedo anche un cappotto lungo blu, scarpe lucide…un sogno nel sogno.
Quando svanisce quell’immagine, vedo che nella mano dell’uomo che canta c’è una piccola ampolla non più lunga di cinque-sei centimetri, stretta, con una punta in metallo e dentro, una spirale che sembra quasi una molla e che rilascia riflessi verdi e oro sul vetro tondo del recipiente.

Arriva una ragazza…perché non c’è sogno che merita di essere ricordato che non abbia una ragazza dentro…i capelli corti e neri come gli occhi taglienti, il rossetto scuro. Magra, indossa un vestito rosso tenuto su da due esili spalline e che accentua il pallore della pelle e una serie di tatuaggi che le partono dalle spalle e continuano orizzontali fino alla base del collo, sembrano fiori e foglie. La vedo passare davanti a quel muro che all’inizio era alle mie spalle, il volto teso e selvaggio. Anche senza chiedere, so che lei è l’accompagnatrice dei ragazzi dell’open day.
Le parlo ma non ricordo cosa le dico, la saluto. Ora sono io a camminare, per la prima volta in questo sogno, costeggiando sempre quel muro, verso la porta di cui vedo già lo stipite in legno.

Inciampo.

Vedo l’ampolla che mi cade e si infila in una borsa buttata li per terra, vicino alla porta. Nera e con cuciture color pelle a vista, è grande, quasi uno zaino ed è piena di oggetti. Comincio a frugare, mettendo le mani tra oggetti di ogni forma e dimensione ma arriva anche la ragazza…è sua la borsa. Ho paura che si arrabbi ma non dice nulla.

“Mi è caduta una cosa dentro…lascia faccio io…”

“La borsa è mia…so dove sono le cose…” mi dice

Non so perché ma alzo lo sguardo, sempre mentre frugo nella borsa e vedo i terminali dal basso e anche la gente che ci lavora sopra e vedo i bambini che emergono schiamazzando da quel chiarore li in fondo, da quel colore ambra cosi caldo e sale la curiosità di vedere com’è li fuori.

Di colpo cominciano ad entrare bambini anche da sinistra, sempre di più, con altri accompagnatori e tutti camminano in fretta, quasi correndo. La gente che lavora sui terminali si alza e adesso anche loro hanno un volto e mentre io sono sempre chinato a terra, tutti vanno verso la porta nel muro.

Sono sveglio.

Mi alzo e in casa non c’è nessuno…le 7:34…in ritardo di più di mezz’ora…nessuno mi ha svegliato ma d’altronde…non c’è un’anima viva. Colazione, pane nero e marmellata di arance amare, cereali, latte e caffè senza zucchero.

Doccia, nel silenzio della casa. Mi vesto, nel silenzio della casa.

Quando esco dalla porta mi chiedo se troverò qualcuno quando tornerò.

173° giorno – Alpha

Inizio a scrivere forse in terza o quarta superiore, era un tema…il commento ad una poesia, il mio primo grosso lamento su carta. Quattro facciate di protocollo, tre righe di commento standard e altre ottantasette sul come mi sentivo quando mi guardavo allo specchio e non mi riconoscevo, di come vedevo riflesso qualcun altro e se parlavo…non ero io a farlo, chissà da dove veniva fuori quella voce.

Torno a casa, a mia madre dico “è andato male”

Quattro giorni dopo prendo nove e i complimenti pubblici della prof., un paio di compagne che mi chiedono di poterlo leggere e io penso che forse è la prima volta che credono che abbia davvero qualcosa di profondo da dire oltre alle battute, alle cazzate, a fare il simpatico…anche se è sempre stato tutto li dentro, fin da piccolo…è sempre stato cosi.

“Posso?”

“E’ un po’ personale…”

“Beh se non vuoi…”

“No dai…tieni…”

Leggo Norvegian Wood di Murakami, passo giornate a parlare con gente virtuale, le uscite con gli amici, inizio a scrivere pensieri, leggo ‘L’Alchimista’ di Coelho dopo un’adolescenza a coltivare sogni di avventure con Cussler, Crichton, Tolkien. Amore…prendo e perdo. Amici…prendo e perdo, come perdo anche occasioni…e perdo colpi…e cado e mi rialzo, ricado, mi rialzo, cado ancora e non mi rialzo più. Stanco, mi infilo in una gabbia di paura e timidezza dove scrivo poesie…un disastro…melense, piene di metafore, immagini figurate, unte e bisunte, grasse, farcite, disgustose. Scrivo cose terribili, sperimento l’andare giù e sentirsi un vero alieno, non esco con nessuno, non rispondo a nessuno, invento scuse, bugie, cazzate e sto nella gabbia, al buio, a lamentarmi, a mangiare ed ingrassare finché dalla porta non riesco nemmeno più ad uscire e scrivere…smetto anche con quello, mangio e ingrasso e basta, ancora e ancora…

Poi mi addormento.

Mi sveglio quando sento che le sbarre mi lasciano segni e fa male, mi rialzo e cerco di uscire ma ci vuole tempo. Aspetto. Ancora tempo. Aspetto ancora e intanto reinizio a scrivere finché la porta non si allarga o forse sono io a stringermi ed esco di nuovo e recupero gli amori, gli amici, la bella scrittura, il mare, le giornate di sole, correre finché il cuore non scoppia, risate, marmellata alle arance, figure di merda, lavoro, università, sbronze, cotte estive, ragazze che pensi siano troppo belle, la gente di merda, le giornate in cui lasci l’ombrello a casa e ti becchi il diluvio e a te non te ne frega un cazzo che l’importante è che ci sia la musica.

Cresco, ormai uomo o almeno credo o almeno cosi mi dicono e continuo a cadere, rialzarmi, cadere di nuovo finché non imparo che cadere e rialzarsi è il succo della vita…è cosi, sarà sempre cosi. Quando mi rialzo lotto, vinco e perdo, conquisto persone e cose, rido, piango, soffro, amo allo sfinimento e mi incazzo, bugie e troppa sincerità, faccio lo stronzo, sono troppo buono, intrattabile, solare, meschino, pazzo, folle, energico, sudato, positivo, a volte in piedi, a volte a terra…in piedi…a terra…in piedi…a terra…ma ormai ho capito la lezione mi dico, le cose cambiano anzi, sono cambiate…d’altronde le strade portano sempre da qualche parte…o almeno credo, o almeno cosi mi dicono.

Poi un giorno rientri in casa, più di dieci anni dopo, stesso specchio di quel tema e non ti riconosci…il riflesso è quello di qualcun altro, parli e quella voce non è tua e quindi, nonostante quello che credo, nonostante quello che mi dicono…cosa è cambiato?

167° giorno – Tempesta dentro

Ieri la natura ci ha preso a schiaffi sconvolgendo la civiltà dal mio paese tutta la sera e la notte, lasciandomi a pregare per delle lampade ad olio mentre gli alberi venivano spazzati via, le mie persiane picchiate come in un interrogatorio. Una festa di luce e frastuono.

Sono riuscito a cenare grazie a piccoli scampoli di elettricità che riuscivano ad alimentare il forno quel tanto che bastava per riscaldare il cibo, sono riuscito a vedere dove stava il mio spazzolino da denti grazie alle energie luminose residue di un cellulare vecchio e stanco, mi sono infilato a letto, alle 22:37, esasperato dal buio e dai quei ritorni di lampi ed eco di tuoni che non permettevano nessuna delle mie abitudini standard, che fosse leggere, annoiarmi di fronte ad una tv o fissare un muro bianco illuminato da luce artificiale. Mi sono sentito sconfitto, senza idee, mutilato.

Turbolento fuori e turbolento dentro, con sogni dei più variopinti fino a quello finale, io che dentro un bunker buio, dai grandi archi larghi in pietra rossa, intravedo una bellissima ragazza bionda, prima vestita con una camicia militare verde e capelli lunghi tenuti dietro poi, sopra di me, leggera e sensuale, nuda e dai seni piccoli e la vita stretta, sempre più attaccata al mio corpo perché la stringo e ascolto il respiro accelerato, la bacio e la tocco finché non mi fermo. Apre gli occhi, abbassa la testa e mi guarda in silenzio, delusa. Non capisce ma a me non importa…guardo in basso e c’è una ferita dai contorni bianchi che si propaga e mi spaventa vederla cambiare forma, sempre più grande. Sento freddo poi, noto qualcosa, una presenza. Guardo di fianco e ci sono i miei, seduti assieme su un divano come quando guardano la tv la sera e ora fissano qualcosa, assieme. Non guardano me, non guardano noi, ma un angolo ancora più buio, in fondo, dove non riesco a girare lo sguardo. Mi alzo e scosto la bionda che rimane nuda a fissarmi, seduta a terra su un pavimento di pietra grossolano e pieno di crepe e fughe irregolari. Le volto le spalle, giro oltre il pilastro che sta dietro di me, arrivo ad una porta…

Sveglio.

Il vaso in bronzo dorato dove teniamo gli ombrelli e che spesso uso da cestino è ribaltato sul sentiero, un ombrello giallo volato via che se ne sta cadavere sul prato, l’asfalto disseminato di rami, foglie e aghi di pino. Milioni di aghi di pino, come se anche per i ‘sempreverdi’ fosse arrivato l’inverno. Il cielo però, oggi è sereno e non c’è più nulla del viola dei lampi, nulla dell’elettricità e del vento senza controllo che arriva da tutte le direzioni massacrando case, macchine, ma anche animali e piante, come se fosse una punizione per essersi fatti corrompere, infilati in cuccie, case, giardini ed aiuole.

Esco all’una di pomeriggio per la pausa e il sole splende in un cielo ciano. In macchina, mentre torno a casa, una cavalletta verde brillante si appoggia sul parabrezza e cammina incurante delle frenate, del muro d’aria, del coefficiente di penetrazione aerodinamica, delle spazzole del tergicristallo che cercano di allontanarla e schiacciarla.

“No lascia…” faccio a Teo

La natura ha fatto pace, inutile provocarla.

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163° giorno – Diario di un pesce fuor d’acqua

Sento freddo e oggi qualcosa non ha funzionato nel mio orologio interno: sono le 7:32, sono in ritardo. Avrò minuti da dover recuperare a lavoro, un po’ qua un po’ là. Spero non più di venti. Eppure questa notte l’orologio, in mezzo ad un sogno tormentato, mi ha fatto alzare per andare a pisciare e mi ha rotto il sonno alle 4:52, puntuale come al solito, perfettamente funzionante e io sveglio, in apnea e senza branchie.

Freddo dicevo, tempo di abbandonare le lenzuola leggere e mettere sopra qualcosa in più, almeno uno strato di canottiera e non nudo come mamma mi ha fatto. Tempo di accendere anche lo scaldotto a lavoro, elettrico e da infilare in mezzo alle gambe “cosi diventi sterile…” come dice la mia Capa…e sono le 8:12, meno di venti minuti da recuperare mentre il Senior oggi, pare un inglese di mezza età in procinto di andare a pescare. Quasi tutto beige..gilet beige, maglia beige, pantaloni beige ma cappellino scuro stile basco ma non proprio basco. Non ricordo come si chiama…quel tipo di cappello dico perché lui, il Senior, si chiama Lorenzo, “come Il Magnifico”. Lo dice ogni volta, “Lorenzo…come Il Magnifico!”

“Ma vai a fare in culo…”. Lo penso ogni volta, “A…Fare…In…Culo”

L’altro ‘nuovo’, lo chiamo ‘Warren W.’ perché cosi è scritto sulla felpa, dietro, sulle spalle, ricamata in bianco su sfondo blu, circondata da loghi, bandiere, numeri. Appariscente anzi no…brutta. Sembra il cartellone di un gioco in scatola senza regole. Quando entro, lo trovo stravaccato su una poltroncina a giocare con il suo cellulare e so che andrà avanti cosi fino alle 10 o le 11. Poi, farà finta di chiamare qualche fornitore, perché c’è la Capa in giro e non gli pare bello. Non che faccia male eh…d’altronde è qua da una settimana e nessuno gli ha ancora detto il perché sia stato assunto e non vedo cos’altro potrebbe fare se non vagare come uno spettro nullafacente per la ditta, bere caffè, controllare l’estratto conto gonfio di 30 euro in più ogni ora, andare su Facebook, chiaccherare con qualche vacca. Ha sempre questo cazzo di mezzo sorriso sul viso che lo capisci anche senza conoscerlo che dentro c’è il DNA di una faina. Non ha voglia di fare un cazzo.

Lo odiano tutti.

Alle 12:06 me lo trovo davanti che si mette la giacca. Sta zitto qualche secondo, io lo fisso e lui mi fissa.

“Io faccio quello che se ne và…” mi dice, tirando su il mento, mezzo sorriso verso destra.

“Ecco bravo…vai pure..vai a fare in culo pure te.”

Non glielo dico, ma rispondo “Buon appetito” invece. Esce e rimango da solo…per fortuna.

Innervosito…oggi sto stretto. Sto stretto tutto. Oggi il mondo mi sta stretto. Tutto. E le persone e le relazioni che ho, strette. Tutte. E voglio più spazio, voglio allargarmi, voglio di più. Più largo. Voglio amare tutte le donne che conosco. Tutte. E spendere tutti i soldi che ho. Tutti. Correre in macchina fino al limitatore e radiatore in fiamme poi scendere e sentire il ‘TA-TAC’ del motore che si raffredda. Freddo. Più movimento, più emozioni, “Citior Altior Fortior” come i latini…più veloce, più alto, più forte. Di più. Più ‘più’, che oggi tutto è stretto. Tutto. Stretto, dal mondo alle donne, fino ai vestiti. Mi sta stretta questa felpa nera da lavoro e stanno stretti i jeans due taglie più grandi, stretti che li sento appiccicati addosso e io mi sento un ciccione, la pancia larga, il petto largo e sto stretto dentro il mio loculo lavorativo, piccolo come l’abitacolo di una Formula 1 anni ’40 con anche lo scaldotto adesso, infilato li in mezzo con i suoi bottoni, le sue rotelle e il suo calore che non si riesce mai a regolare decentemente. Stretto come un pesce in una boccia di vetro.

Si, mi sento un pesce ora, un pescione…una cernia. Stretto.

“Chissà come si fa saltare a fuori” mi chiedo, ora che sono pesce.

“Anche se ci riesco…” penso “…c’è sempre il problema di respirare…mi risveglierei pesce e desidererei i polmoni…”

“E anche se respiro poi che cazzo faccio…con quelle pinne ridicole…viscido…non mi sposto da dove cado…”

Sono pesce da nemmeno un minuto e già mille problemi, vorrei essere qualcos’altro…e dire che da umano ci ho messo quasi trent’anni a desiderarlo. Ora che sono pesce e nuoto lungo quella curva trasparente, cagando fili, scuotendo pinna e coda, raggiungo il nirvana e mi accorgo che invece di pesce vorrei essere rospo.

“Da rospo potrei balzare dalla boccia e una volta fuori tento la fuga…potrei saltare in giro respirando ossigeno e poi come va va…magari mi becco la principessa con la bocca di pesca e bacio facile. Troia. Oppure tossici leccatori di dorsi. Drogati. O coccodrilli affamati. Probabile…”

Il rischio vale la candela? Avevo vent’anni quando Dave Matthews in Big Eyed Fish cantava di un pesce che saltava fuori dall’acqua perché voleva di più, voleva volare, diventare un uccello.

“Look at this big eyed fish swimming in the sea. Oh how it dreams he wants to be a bird, swoopin’, divin’ through the breeze so one day, caught a big old wave up on to the beach, now he’s dead you see, beneath the sea is where a fish should be…”

Il pesce fa un salto, saltando sopra un onda, ma finisce sulla spiaggia. Muore. Il succo è che per Dave c’è da guardare per bene il verde del nostro giardino che non fa cosi schifo, che è colorato pure quello.

“But oh God under the weight of life…things seem brighter on the other side…”

E chi lo sa chi ha davvero ragione….magari Dave. Magari io. Magari dipende.

Io so solo che quando esco e cammino…con la pioggia che scende e tutto attorno è fango e acqua e non c’è sole, non c’è luce, a casa non c’è nessuno e per mangiare ti dovrai arrangiare e le gambe sono stanche ma domani si ricomincia comunque…ecco…in questi momenti penso che non si ami mai abbastanza, non si osservi mai abbastanza e non si viva mai abbastanza e quello che hai non può bastare..non basta mai…ti sta stretto.

Forse è solo un’illusione della mente, una piccola allucinazione…ma quando in queste giornate penso a queste cose e guardo li in fondo, verso l’orizzonte, noto una specie di curva che sale in alto e l’immagine del cielo un po’ si distorce e anche la luce sembra che si attenui, diventa più opaca e le nuvole sembra che si fermino.

Provo a seguire quei leggeri riflessi e comincio a girare tutto il collo e poi anche il corpo perché quella curva quasi trasparente corre continua e ora la vedo ovunque, distintamente, tutta attorno, circondato.

“Una boccia…”

159° giorno – Oggi mi sono svegliato e desideravo le branchie…

Seduto sulla tazza, leggo da una bacheca altrui un altro aneddoto di un professore che fa giochetti con i suoi studenti, il tipico “dovete guardare la luna mica il dito”.

Coglioni.

Non so voi, ma io, ogni volta che leggo una di queste storielle, mi chiedo sempre se sia davvero accaduto, se sia sempre il solito professore che le racconta e se esistono davvero professori che fanno ste robe stile “cogli l’attimo”. Cioè, cosa insegnano? Lettere? Filosofia? Il mio professore preferito la insegnava filosofia e sapete cosa faceva? Spiegava. Poi, quando mi interrogava, si esaltava se arrivavo ai pensieri giusti, gridando “Bravo Emmanuel!” come Kant mentre quando dicevo puttanate stava zitto, guardandomi fisso da dietro gli occhiali tondi, con quella sua testa piena di barba inclinata verso il basso. Quando finivo “Non ci siamo Emmanuel…” come Kant “…stai dicendo una marea di cazzate…” diceva.

Storielle tutte uguali e inutili, una con la sabbia grossa e fine e il vaso, una con il foglio bianco e la macchia nera, una con il bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto e ve ne creo altre mille o diecimila o diecimila milioni se voglio, usando le foglie delle siepi o le tessere di un mosaico, la vicina zoccola e le suore, le pagliuzze nell’occhio altrui, Indiana Jones e l’ultima crociata, partite di calcio e stadi pieni di pazzi ultras ultraviolenti, sole e raggi ultravioletti, pesci grandi in stagni piccoli o nel mare con banchi di sardine e squali, rane, scorpioni, insetti, formicai, atomi, protoni, elettroni, quark, particelle di Dio, gas perfetti. Vostra madre.

Inutili si, ma alla gente piace sta roba, le piace sentire metafore su cose che conoscono benissimo e che non possono cambiare perché di farlo…beh…non gliene frega un cazzo a nessuno. Storie lunghe o corte e barocche, piene di fronzoli e frasi che suonano bene e noi ‘scrittori’, anche se forse ‘scrittore’ è esagerato per un tipo come me, siamo Re e Regine supremi di questa disciplina e a volte, credo che se la carta parlasse potrei fare l’agente di commercio pure io, che a fottere la gente a ‘parole sonore’ invece, non sono un granché.

Io per dirvi che soffro d’amore scrivo un romanzo quando la realtà è che tutti soffrono d’amore, non dico nulla di nuovo ma dovrei uscire invece, e andarlo a confessare a chi di dovere. Figurati. Io per dirvi che sono stanco e nervoso parlo di strade asfaltate, giardini e ambienti di lavoro opprimenti. Io per dirvi che oggi fa freddo parto dai pinguini e dal rovente vulcano Samalas in Indonesia, che nel 1247 Avanti Cristoiddio ha dato via libera alla piccola era glaciale, caldo e freddo, Yin e Yang, bianco e nero, donna e uomo. Uno scrittore difficilmente dirà le cose come stanno in maniera diretta, farà dei cazzo di giri allucinanti, prendendola larga come un cieco alla guida, farcendovi di pillole narcolettiche peggio di un medico, usando termini che non capirete e che non capiscono nemmeno loro, tipo ‘IO subcosciente’ o ‘Verità’. Potreste avere qualche chance solo se lo beccate dal vivo, davanti ad una bistecca e una botte di lambrusco dolce e frizzante vuota per due terzi e tre quarti di terzo, depurato da tutta quella merda ma su carta…Non.Avete.Speranza.Alcuna.

Lo notate anche da questo pezzo dai…righe e righe di lamenti riassumibili in una frase e tanta ipocrisia su questa moda del “Carpe Diem”, che io, quello figo anticonformista, ci sono cascato e ci casco ancora. Sempre. Oh…lo ammetto, anzi, ammettiamolo tutti noi ‘scrittori’…riuscire a trovare significati e lezioni di vita banali con frasi e situazioni complicate che non c’entrano nulla è bello ed inutile, un esercizio stilistico che se poi azzecchi pure il finale con frasi ad effetto quasi quasi ci spariamo una sega. Storielle, racconti, aneddoti per far vivere meglio (ahahaha) o accendere il cervello della gente (ahahahaha!) scrivendo di utopistici stili di vita ideali. Ala fine a noi va bene cosi, a TUTTI va bene cosi, perché soffrire un po’ ci piace o almeno, a ME piace e anche fantasticare su una vita migliore MI e VI piace e finiamo nel cercare una morale anche nella lista della spesa.

“Vedo che hai preso la Nutella…forse è carenza d’affetto e vuoi spalmare quella piccola puntina di dolcezza che tieni sul freddo coltello della vita reale…che punta alla tua serenità come spada di Damocle….sopra la vasta superficie del tuo cuore spezzato…”

“No…è che mi piace quella cazzo di Nutella brutto idiota…”

Tipo, ora vi racconto che stanotte mi sono svegliato alle 4:48 che accidenti, sta diventando un appuntamento fisso che mi dà sui nervi, mi sveglio affannato, controllo l’ora e mi dico “bene, ho altre due ore da dormire” ma la realtà è che tutto comincia a diventare scomodo. La spalla è scomoda e te la vorresti togliere, poi il gomito diventa scomodo, le palle e il pisello pure, via anche quelli e la gamba con quel ginocchio dolorante e il malleolo che tocca dentro il bordo del letto, via! Poi togli il busto che non respiri bene, sembri in apnea sott’acqua e desidereresti le branchie e ti accorgi che alla fine quelle due ore le dormiresti con solo la testa ghigliottinata dentro una cesta di vimini rivoluzionaria, dopo la presa della Bastiglia.

“Bonne nuit!”

“Dovrei prenderla una pastiglia…sonnifero…” penso, e sono le 5:32. Prima, sognavo di una stanza con gente deforme, gobba, sformata e mutante che mi toccava e mi cingeva continuamente, portandomi a spasso con le loro braccia multiple, bocche multiple, nasi deformi, bubboni, corpi devastati con carne a vista ed ero fin troppo sicuro che mi avrebbero contagiato con la loro grottesca apparenza, facendomi diventare brutto a mia volta, deforme e con le branchie, ancora, come loro…come se la parte più nascosta e reale che tengo dentro in sacche piene di acido gastrico cucite sottopelle venisse fuori, rivoltato come un calzino o un K-Way double-face o “dublefas!” che fa tanto francese; di nuovo me stesso, libero da barriere, brutto come sono davvero, cappello a cilindro, bastone, sorriso storto davanti allo specchio del bagno, orrendo ma vestito elegante, pronto a presentarmi di nuovo al mondo.

“Bonne soirée!”

Quando mi alzo, dopo quelle due ore di non-sonno passate a rigirarmi in un talamo scomodo con tutte quelle parti di corpo di colpo inutili, penso solo al cibo, con la speranza che i cereali siano davvero finiti per concedermi gustosi biscotti inzuppati nel latte, con gocce di cioccolato che si sciolgono, roba che in regime di allenamento estremo viene abolita ma se non c’è altro da mangiare d’altronde…magari…no…niente…ci sono invece…eccoli…il recipiente è stracolmo di fiocchi, si erge come un silos marchiato Kellogs sulla tovaglia a fiori che la odio quella plastica decorata, troppi girasoli.

Nel bagno dopo, deluso per i fiocchi d’avena, con la luce accesa e il buio fuori e il freddo leggermente percettibile, mi lavo, mi asciugo. Accendo il vecchio Caldobagno, che funziona ancora perfettamente nonostante l’età, sempre pronto ad aiutarmi nei momenti di parziale ipotermia, con quella sua sembianza da Darth Vader poco rassicurante.

Mi ci piazzo davanti, le mani sul volto e per un po’ gli occhi li tengo chiusi. Poi, comincio a guardare attraverso la fessura che ho lasciato tra le due mani, fissando la luce rossa accesa su quel bottone di plastica, con i bordi delle dita tutti sfuocati, ringraziando di avere un rovente e vulcanico Caldobagno trattato bene e che ‘funziona ancora perfettamente nonostante l’età’, sapendo che da ora in avanti i secondi, i minuti, i giorni, le settimane, i mesi e gli anni saranno sempre più freddi, come una nuova piccola era glaciale.

Sto lì, in quella posizione, ancora qualche istante…

Beh? Quindi? Qual è la morale?

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158° giorno – “Come non detto…” (Senior #2)

Ve lo raccontavo no? Qualche giorno fa…del nuovo collega di lavoro dico…

Sembrava strano a tutti che potessimo aver assunto un individuo normale, educato, per bene, per quanto malvestito, asociale e dimesso.

Infatti, “come non detto”

Quando arrivo e lo vedo in postazione, c’è qualcosa di strano. Si è rasato i capelli, la bocca sembra corrucciata, pare pure dimagrito anche se mi chiedo come sia possibile visto che era già uno stecco. Lo saluto e lui mi saluta con una voce un po’ più profonda del solito, anche se scrivere ‘solito’ è un’esagerazione visto che parlava si, ma solo se interpellato e nemmeno sempre.

Qualcosa non torna ma si siedo ed inizio a farmi i cazzi miei, come al solito.

Noto che la felpa se l’è cambiata, ora c’è scritto davanti FIAT ed è bicolore, una metà rossa e una blu. Orrenda. Noto che i pantaloni assomigliano vagamente ad un capo d’abbigliamento normale e non ad una tenda Quechua fatta in jeans. Noto che si è messo un orologio enorme al polso sinistro, peserà duecento chili.
Inizia subito a discutere con Teo che ha l’espressione di un deportato appena svegliato con degli idranti. Parlano di un progetto ma appena l’assonnato Teo dice qualcosa lui risponde “Si lo so!”. Ad ogni nozione, appunto o battuta detta per sbaglio la risposta è sempre la stessa: “Si lo so!”.
Si lamenta del metodo di lavoro, dei file, del programma 3D, dell’aria fredda, delle zanzare e delle mosche, del rumore, dello schermo del PC che non deve rimanere acceso, dell’angolazione dello stesso, dell’altezza irregolare fuori norma della scrivania ma che in realtà non è una vera scrivania, della stampante, della mancanza di rete internet, del fatto che Teo mangi i taralli alle 11:32.

“Perchè mangi i taralli?” chiede in tono cattivo

“Perchè ho fame!”. Il “CAZZO!” è sottinteso, lo sguardo assassino a palle sgranate di Teo esprime dieci bestemmie contemporanee.

Se la prende quando scopre che li mangia soprattutto perché non ha fatto colazione.

“Non va bene, non va bene per niente” dice, scuotendo la testa.

In una ditta dove lavorava 22.4 anni fa le cose erano diverse e migliori ma sarebbe comunque difficile trovare qualcosa che lui non abbia fatto meglio in passato o in un’altra vita e\o universo parallelo. Critica, parla e “Si lo so!”. “Fai cosi, fai cosà” e “Si lo so!”. Quando Teo gli fa presente due cose da cambiare per non incorrere nell’ira del Faraone risponde scocciato esclamando “ci penso io…glielo dico io al fresatore di fare i pezzi cosi…cazzo!”

Sembra il gemello cattivo della pecorella smarrita di settimana scorsa…da dove esce fuori questa personalità ? Cos’è questo scambio Clark Kent – Superman Malvagio?

“Se le felpe FIAT fanno questo effetto ne compro tre paia” penso. Poi la guardo bene. Dio se è brutta.

Passano un paio di ore e dietro i monitor lo scambio di opinioni continua, con Teo che Santo dopo Santo scandisce un rosario di ingiurie silenziose, guardando il soffitto appena Mister Sotuttoio riprende fiato, prima di riattaccare a parlare. Nonostante le bestemmie però, la benevolenza di Dio fa si che come un angelo arrivi la moglie del Faraone, la mia diretta superiore, la vice-capo supremo.

“La presento agli altri le va?” gli dice, sorridendo.

‘Eh? Cosa? Ma che vuol dire?’

Io non ci capisco più un cazzo. Vedo il tizio che si alza e mi da la mano, ed è tutto un tremendo deja vu, ma non di quelli immaginari…è reale, tutto è già successo esattamente sei giorni fa, solo che lui aveva addosso dei pantaloni ridicoli e capelli più lunghi.

“Lui è Emanuele, designer, grafico blablabla” . La Capa mi presenta.

“Un po’ di tutto…” rispondo, sorridendo nervoso.

Mi porge la mano, gliela stringo, non capisco e credo si noti dalla faccia.

“Si lo so!” mi sembra di sentirgli dire. Poi si allontana con la Capa.

Mi guardo con Teo, lui bestemmia digrignando i denti. Si alza e mi dice: “P******* lo odio…ora gli tiro un pugno…ma a me questo già mi sta sui coglioni…mi ha scassato trequarti di minchia P******* che oggi ho le madonne facili sapientone di merda simpatico come la merda…mi sta sul cazzo P******* che sta qua da un giorno e già si prende il merito degli altri P******* che mò gli pianto il calibro nel muso cosi si dà una cazzo di regolata P******* che adesso gli sputo in faccia P******* ******* *******!”

“Ma che succede? Pare il gemello cattivo sto qua, ma che gli è preso?”

“E’ venuto a lavorare il gemello infatti…M***********! ” risponde Teo, appena si ricompone.

“Cosa? Ma che cazzo vuol dire, uno fa la prova e invia il gemello? Cazzo è…la guerra dei cloni? Stai scherzando?”

Teo si avvicina e sottovoce mi spiega

“Non scherzo un cazzo P*******…questo arriva sabato mattina in ufficio e si presenta con il gemello dicendo che è quello dei due più adatto al lavoro…che tanto basta che lavori uno dei due…che tanto vivono insieme…cioè…ti rendi conto?”

“Dio mio….cazzo se è strana sta roba…mica mi pare normale…”

“Già…solo che questo P******* non lo sopporto…almeno l’altro stava zitto…questo è simpatico come un dito nel culo moltiplicato per cinque…”

“Una mano…”

“No no…solo le dita…ma tenute larghe D*** ****!”

“Mha…”

Tutto mi sembra cosi estremamente privo di senso…è la prima volta che mi ritrovo a lavorare con un vero gemello cattivo.
Alla macchinetta del caffè nel pomeriggio, prosciugati e disperati, discutiamo di Mister Sotuttoio, che non ci lascia in pace un solo secondo, e della gente che viene assunta qua dentro, come al solito pazza, criminale e ambigua. Come il nuovo esperto elettronico, che ci passa davanti proprio in quel momento, già disperso per la ditta senza scopo ne meta, con le mani in tasca e maglioncino fashion, resosi subito protagonista di un audace parcheggio con il suo fuoristrada che in un colpo solo ha eliminato 5 posti auto per la gioia di tutti.

Lo guardiamo passare con il cellulare in mano.

“Io ho fiducia…credo che prima o poi qualcuno sano di mente arriverà anche qua” dico, mentre bevo il solito cappuccino al cioccolato. Ci credo quasi sul serio, con la faccia di uno che attende il messia o il supereroe di turno.

Poi mi giro e noto l’elettricista che vicino ad una macchina da cablare, imita con le braccia il battito d’ali del Condor americano, facendo strani versi. Io e Teo ci guardiamo in faccia, in un misto di ilarità e rassegnazione.

“Come non detto…”

153° giorno – Pasqua

Stravaccato su una poltroncina con rotelle e tessuto verde mentre attendo che la stampante RICOH multi-accessoriata con scanner, caricatori multiformato, tamburi e slot colori singoli ad innesto rapido sputi fuori risposte cartacee ai miei input annoiati.

“Sai perchè ti sei sempre infilato in situazioni impossibili e complicate? Perchè hai paura di innamorarti davvero di una persona facile da raggiungere…è una cosa inconscia la tua” mi dice la segretaria con voce severa

“Sarà…magari è quello…e poi chissà se mi sono mai innamorato davvero…” rispondo, mentre gioco con una chiavetta USB piena di pezzi della mia vita.

“…quando ci penso…non ne sono davvero sicuro…” continuo.

Stravaccato su una poltroncina con rotelle e tessuto verde nel terzo giorno di pigrizia di fila, con un po’ di dubbi e di pensieri mentre gioco con puzzle a tinta unita che mi fanno uscire di testa. Devo concedermeli ogni tanto, tre giorni cosi, come faccio per l’insonnia che mi distrugge l’esistenza. Capita, a fine mese, che per tre giorni dorma come tutti gli esseri normali. Capita che dopo un mese di allenamento intenso, mangi pizza per tre giorni di fila. Capita e mi tiene sano di mente ricordarmi che a volte la forza di volontà, l’impegno, la sicurezza, le idee chiare si ritrovino disperse in un banco di nebbia, perse in un bosco, per tre giorni.

Negli ultimi istanti di lavoro, stavolta di giù, lontano dalla super stampante, fisso lo schermo svogliato e uccido un po’ di zanzare tigre. Mi passo la mano destra sui capelli da tagliare, sulla barba incolta e sento quel dolore che morsica il polpaccio. Penso che tanto manca poco alla mezzanotte e che da domani si ricomincia con un paio di pile nuove, cancellando le ultime settantadue ore e i lamenti dei muscoli e i puzzle e i pensieri.

Si, tre giorni di fragilità vanno bene.

Se li è concessi anche Gesù.

150° giorno – Toilette lounge

Due mostri meccanici mi fanno da scorta appena esco dal cancello. L’odore del catrame è così forte e penetrante che quasi riesco a sentire le singole particelle che perforano i polmoni. Trattengo il respiro finché posso mentre esco al sole e mi avvicino al Lupo.

In macchina, con la frizione così consumata che anche la partenza in piano è un problema. Quando arriviamo al palazzetto, una folla di quindicenni dal culo perfetto di cui potrei essere il padre, ragazzini mal vestiti di cui potrei essere il padre e nessuno che potrebbe essere mio padre a parte un tizio alto con barba bianca, capelli da Einstein e un cartello “COMPRO BIGLIETTI” appeso al collo. Cammina con le braccia dietro la schiena tra le bancarelle piene di materiale contraffatto e ha l’aria di uno che di biglietti non saprebbe che farsene. ‘Vuole una poltrona e un telecomando’ penso, dovrebbe cambiare cartello.

All’entrata, scanner analizzano il mio biglietto  che fa “DEEENG” e non “BLIIIP” come quelli buoni e già sono pronto alla beffa ma dopo tre tentativi andati al male mi fanno entrare lo stesso. Non hanno voglia. Prendo posto vicino al palco con gli altri e andiamo in bagno a turno per non lasciare spazio ai nemici. Dentro la toilette maschile, porte rosse, lavandini scassati e la tipica trafila di gente. C’è chi si lava le mani prima e dopo, chi solo dopo, chi mai. Sto lontano dagli ultimi mentre io sono uno di quelli che se li lava solo dopo che tanto, nel tragitto che porta fino al cesso sei costretto a toccare tanta di quella roba che sei fortunato a non morire. Invece all’uscita, se sei bravo, puoi sfruttare rubinetti lasciati aperti e soffioni caldi poco sfruttati e ridurre al minimo il contagio.

Torno dagli altri, e la cronaca delle successive sei ore di festa si riassume in noi in piedi che ascoltiamo musica, fighe troppo giovani che mi ballano addosso e una gran stanchezza finale, magliette sudate, amori fast-food e fischi nelle orecchie.

Ritorno, uscita da un parcheggio con gente che combatte come se avesse le bighe alla Ben Hur. Noi siamo disidratati come patate del McDonalds perché nessuno si è ricordato di portare acqua o cibo e quindi dopo 42 km finiamo nel Vulcano, autogrill di lusso con i soliti costosissimi panini insapori e commesse scorbutiche. Mi riempo di liquidi e mangio un panino che dall’aspetto prometteva molto meglio. Cotoletta, pomodori ed insalata tutti con lo stesso sapore ma di colore diverso. Prima di provare a tornare a casa però, c’è da visitare la toilette lounge, tanto reclamata sui muri del locale. Immaginatevi una sala moderna, tutta corian, piastrelle di lusso e pannelli verdi lucidi semitrasparenti che fanno tanto bagni aziendali a Manhattan. C’è un sensore che spruzza il sapone, uno che spruzza acqua e per ogni lavandino uno spruzza-aria super sensoriale, tutto sopra piani simil-pietra e vasche disegnate dal progettista dell’Enterprise che fa sembrare tutto molto costoso. Mi attendo l’addetto delle pulizie in frac. Dentro il loculo per le cosacce, attendo che un sensore mi abbassi la zip ma non succede nulla, c’è solo quello dello sciaquone che si attiva al minimo movimento. Ancora non mi sono avvicinato che si è già attivato cinque volte, in sfregio ad ogni norma anti spreco. Mi chiedo che bisogno ci sia di fare dei bagni così, in realtà. Si, belli, ma secondo me al mondo c’è davvero troppa poca gente che si lava le mani, che usa acqua e sapone. Dovrebbero fare un bagno con degli alberi e delle siepi ecco.

Arrivo a casa con questa idea geniale in testa, una “Toilette Nature” dove pisci dietro arbusti pieni di sensori. Tra un film mentale e la pubblicità mentale però, noto che in queste dodici che manco da casa, hanno tappato il giardino zen con asfalto fresco per tutta la via. Le colate d’olio arrivano fino al cancello e ancora, l’odore di catrame pungente. Chissà ogni boccata di questa puzza a quante sigarette equivalgono.

Apro il cancello, sgombro dai titani di metallo e vado in casa. Trovo nel forno una insolita frittata con le patate. La mangio. C’è dell’acqua. La bevo. Mi lavo i denti, con il mio rubinetto senza sensori che butta fuori acqua. Sento nelle gambe questa mezza giornata fuori casa, lo ammetto.

Tossico, anche oggi niente farmacia.

Non vorrei che sia colpa del catrame.

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