74° giorno – Smashing Pumpkins

Non dico di essere un amante dei dolci ma li mangio, come ogni persona sana di questo pianeta, con gusto. Mi piacciono, ma non esagero…non sono uno di quelli che si mette a strafogarsi di crostate intere senza ritegno o che si fa fuori quattro cornetti zuppi di ogni sorta di ripieno.

Una fetta. Al massimo due ma con la classica frase preventiva “si ma fammela piccola” e se me la taglio io la seconda è una specie di carta velina mezza trasparente tutta storta e ondulata che ti sembra ridicola da tenere in mano. Di solito è cosi. Di solito.

Mattina, sveglio, ore 7:14…ritardo. Mi alzo un po’ rincoglionito che non ho dormito per la mia insonnia del cazzo e vado in cucina, per iniziare un’altra giornata, del cazzo pure quella. Sul tavolo, una strana forma circolare sotto un telo, alzo leggermente quasi annoiato e vedo subito che non è la classica ciambella che mi stanca dopo tre morsi ma è bassa e tendente all’arancione. Sento quasi un brivido di paura che corre lungo le rigide vertebre della schiena. Sento i muscoli che si irrigidiscono…

“Torta di zucca?” penso con terrore.

Prendo il coltello e ne taglio una fettina minuscola…la assaggio e mi accorgo di aver ragione, il cervello sbarella. Ne taglio subito una fetta un po’ più grande e la divoro in qualche istante. Poi riprendo il controllo perchè so che devo stare calmo, rimetto sopra il tovagliolo di carta e faccio per allontanarmi dal tavolo….

…ma torno indietro e ne mangio un’altra fetta, e un’altra ancora…dopo 10 minuti n’è già sparita più di un quarto ed è solo il ritardo pazzesco per il lavoro che mi ferma.

Ma oggi a casa non c’è nessuno fino a sera, e tornerò alle 13:00 e poi alle 17:00, ancora, e per rimanerci.

Sono fottuto.

10072013-IMG_20130710_210643

72° giorno – Danni

Oggi ho fatto un incidente in macchina, anche se non sono stato io.

Mia madre infatti, ha colpito lo spigolo di un muretto danneggiando un pochino il paraurti e la colpa è solo mia.

Vi ricordate due giorni fa? Non dovreste…ma comunque, ero in casa, con ospiti in arrivo, quindi prendo le due bottiglie di succhi vari ed eventuali e le infilo nel nano-freezer inscatolato dentro lo scaffale metallico blu che sta in garage, una delle posizioni più scomode che potevo trovare.

Odio quando il mondo reale non funziona come in Tetris, che anche quando un pezzo lo metti sbagliato quello se ne sta li.

No, purtroppo il mondo va avanti con le leggi della fisica e le bottiglie hanno la fastidiosa tendenza a scivolare sopra i pezzi di carne ghiacciati o vaschette di gelato fiordilatte-cioccolato, con il risultato che non c’è verso di farle stare ferme.

Lo ammetto, non ho pazienza in queste situazioni…è più forte di me e mi sento quasi civilmente costretto a mettere dentro la bottiglia e chiudere lo sportello alla velocità almeno pari a quella del suono in modo da anticiparne l’inerzia e incastrarla dentro, intrappolata per sempre…o almeno finchè la pepsi non diventi abbastanza fredda. Cosi ho fatto, come sempre. Come è sempre andata bene aggiungerei.

Solo che stavolta quel cilindro si è vendicato del mio sporco trucco…non so come abbia fatto, forse per istinto di sopravvivenza, ma è riuscito a spingere lo sportello fino ad aprirlo e tutti gli animali morti in forma di bistecca che c’erano dentro…bhe…andati persi insieme a dei pezzi di zucca, il gelato che è diventato una poltiglia nocciola e altri elementi di cui non ricordavo l’esistenza prima dell’era glaciale a cui sono stati sottoposti.

Quando mia madre ha notato il risultato della mia noncuranza questa mattina, non ha potuto fare a meno di arrabbiarsi e prestare meno attenzione ai muri che la circondavano, costringendomi tramite lei a fare quel danno alla macchina.

Accidenti, non ho mai preso per bene le misure di quell’auto.

71° giorno – Sacro Graal

Wimbledon prende possesso della TV e tutte le volte che il giudice esclama “15-love” io capisco “fettina” e quell’erba che riempe lo schermo mi sembra un ottimo contorno di insalata.

Ho fame.

Strana sensazione essere malato con 45° gradi fuori. Io che poi nemmeno ricordavo più come ci si sentiva da ammalati. Un gran senso di fame dicevo, un gran sonno, che stanotte non ho mica dormito un granché. Avevo freddo, ma con il lenzuolo sopra avevo caldo quindi ho tenuto giusto mezzo lenzuolo rimanendo mezzo-scoperto con il risultato che il mio raffreddore è pure mezzo-peggiorato, io che non mi ammalo mai ma al massimo mi mezzo-ammalo.

Non dovevo fidarmi della finestra aperta, in questi due giorni in cui tempeste solari si alternano con nuvole e scrosci d’acqua mixando primavera e autunno alla faccia delle mezze-stagioni sparite. Ne sta arrivando uno adesso di temporale, che si fonde con i residui del giorno, la tipica luce dorata che noi fotografi amiamo, creando una sensazione malinconica.

Mi alzo con fatica, con il fisico di un paralitico dopo un incontro di box con Tyson dei tempi d’oro e vado in cucina, dove ascolto in silenzio se il frigorifero è vivo visto che sono tempi duri anche per lui. A volte cade in coma e c’è la forte preoccupazione che le interiora, ovvero il cibo che c’è dentro, vadano in decomposizione. Una cosa antipatica quando la spesa l’hai stata fatta il giorno prima ma per fortuna il ronzio sommesso mi rassicura un attimo, speriamo passi la notte. Dentro il vecchio frigo, un sacco di robe buone che per scelta non posso mangiare per cui comincio a guardare se in giro ci sia qualcosa di accettabile e io mi immagino che dall’esterno possa assomigliare ad un tecnico di CSI alla ricerca di prove.

“Grissom! Qua c’è una fetta di Bologna!”

Affettati, melone, frutta, coppa di cioccolato con dentro la panna, uova, burro, verdure…naaaa, sto quasi accettando il fatto di lasciare perdere e di ritornare sul letto davanti a quella brutta finale di tennis.

Poi, dietro un panetto di burro e una melanzana esageratamente gonfia, noto un dettaglio, qualcosa di estremamente familiare ed infatti, ecco il Sacro Graal dei miei pomeriggi, lo yogurt alla banana.

Sapete quelle scatole di yogurt attaccate le une con le altre, due gusti in fila. Ce ne sono due di albiccocca, due di fragola, due di banana e cosi via. Quello alla banana è il primo che finisco di solito ma ecco che Dio, o la Fortuna, o qualche divinità tentacolare che esiste in abissi mistici, per dimostrarmi la loro esistenza e benevolenza, si manifestano dentro il mio frigorifero puntualmente rifornendomi di uno yogurt alla banana che in teoria non dovrebbe esistere perchè li hai finiti tutti quattro giorni prima ed è impossibile che te ne sia sfuggito uno. Sacro Yogurt alla banana zen.

“Grazie divinità” penso mentre lo mangio

“Grazie per questo dono, ancora una volta!”

Certo, che se adesso queste divinità alzassero il tiro e materializzassero dentro il frigo anche un po’ di soldi o la donna della mia vita lo apprezzerei di più.

Sembra quando lo zio miliardario ti da 5 euro per comprarti il gelato.

Barbone.

68° giorno – Momenti

Quando capisci che stai vivendo un bivio, che devi farti avanti a parlare, perché avverti che sono due esistenze che si incrociano in quel momento, in quell’istante anche se sembra strano, in un cinema e anche il momento sembra sbagliato, e il contesto e le comparse tutte attorno sono fuori luogo…ma tu non fai nulla, stai fermo e lasci che scorra, perché sei un idiota.

Odio quei momenti.

67° giorno – Ferite

Oggi, hanno bucato la strada che porta alla mia casa, anche lei piena di crepe ormai. C’è un solco, un fossato che passa vicino alla mia ringhiera. Lo tapperanno con della terra e credo che domani ci daranno una passata di nero. Però il segno si vedrà comunque e quello squarcio lungo 30 metri me lo ricorderò.

Strada, casa, cuore.

Il mio povero micromondo viene continuamente bersagliato.

04072013-IMG_20130704_170807

19° giorno – I’m thinking in the rain…

Mi chiedevo il perchè del piede sinistro cosi zuppo, mentre quello destro, nonostante l’alluvione aerea di cui siamo vittime, non se la passava cosi male. Durante i 5 minuti di viaggio di andata, verso il lavoro, sentivo il freddo crescere e il livello dell’acqua salire dentro la scarpa. Forse c’erano anche un paio di pesci.

In pausa pranzo controllo le scarpe: nessun foro, la pelle è la stessa dell’altra eppure, quella scarpa si bagna di più. Altro viaggio, di nuovo a lavoro per il pomeriggio, altro bagno ghiacciato per il mio povero piede, altra estrema procedura di riscaldamento tramite puzzolente stufa elettrica che dio solo sa cosa emana di nocivo appena la si accende, un odore nauseabondo che sa di metallo messo sul fornello con del raid antiscarafaggi spruzzato sopra, per dargli un gusto più saporito.

Ci vogliono 3-4 ore per riuscire a sentire ancora del calore arrivare alla caviglia, mentre io, disperato, pensavo già ad una vita senza arto inferiore sinistro.

Le 17:43, tempo di tornare a casa, fuori, ancora cascate di acqua dal cielo, stesso tragitto, stesse pozzanghere da evitare, ma con qualcosa di diverso.

Perchè finalmente capisco…tengo l’ombrello sempre con la destra ma più al centro.

Guardacaso, le scarpe adesso si bagnano allo stesso modo.

16° giorno – Ragni

Corro per cercare un rimedio alla dieta ipoquelcazzochemipare del weekend. Nell’ingresso della vicina, una tartaruga in ceramica e dipinta di verde e appena la vedo…un flash. Mi viene in mente una lampada da esterni…da muro. Era un ragno in ferro in cui l’addome era una calotta decorata in vetro…che si illuminava appunto.

Mi faceva paura da piccolo, credevo che si potesse muovere e che se gli fossi passato vicino mi avrebbe ghermito, per un bambino era un mostro.
Navigo tra i ricordi per trovare la casa in cui “viveva”, corro e cerco tra le vie del paese la tana, con il dubbio sempre più crescenteche forse era da tutt’altra parte, magari in sardegna.

Da dove arriva questo ricordo?

Mentre corro e penso, una mosca mi finisce nell’occhio. Incredibile come siano bravissime ad evitare una mano che gli arriva sul muso a duemila chilometri orari ma finiscono nel mio occhio che corro talmente lento a causa di questo ginocchio malconcio che sembro un filmato in stop-motion.

Ragni e mosche, mosche e ragni.

Ragni che sogno e vedo da giorni.

Si dice che sognare ragni sia indice di emozioni nascoste, di preoccupazioni attorno che ci spaventano, di voglia di rimanere infantili e nel proprio microcosmo, al sicuro nella ragnatella, senza i problemi del mondo vero.

L’ennesimo colpo gobbo del mio Io subcosciente, ti pareva…

15° giorno – Stanchezza

Chi scrive in realtà è la stanchezza perchè io non ne ho voglia. Spero solo di riuscire a dormire questa notte…mi serve; ma questa settimana…faccio tanta fatica a prender sonno…sembra che il mio letto non vada quasi più bene non so…è come quando cresci e ti accorgi che certe cose non fanno più per te. Un’inquietudine strana e molesta e di sicuro qualcosa c’entra il subconscio, che in questi miei stati psico-fisici ci mette sempre la zampa in un modo o nell’altro.

Spezzatino di mio padre, un pezzo di pane. E si che ero partito con l’idea di prendermi una pizza, chiamare due amici, vedermi un film invece, spia della riserva fissa, il motore gorgoglia e sei fermo in piena highway. Il neon che alimenta l’abbiocco post cena.

Sento un paio di colpi di tosse dall’altra stanza.

Sento il caldo che pian piano lascia la camera, bombardata dal sole tutto il giorno, arriva la sera.

Sento che forse questa notte…potrei dormire per davvero.

14° giorno – Ignavo

Alla fine non scegliendo ho fatto una scelta.

Il tempo scivola tu sei indeciso ed è il tempo che decide per te. Passo un paio di ore sul filo di quella insicurezza e un altro paio a maledirmi per avere sbagliato, forse. Tra il Gesu che se fosse in quest’epoca si vestirebbe moderno perché altrimenti sembrerebbe una parodia di se stesso e l’ Accertatore 529 che piazza 41 euro di multa sul parabrezza della macchina del mio compare, tutto per rispetto della teoria “se non pago il parcheggio in un posto in cui tutti di solito lo pagano nessuno controlla” mi sono anche distratto, ma poi, nonostante il vino, la compagnia, le risate, e il sole e una lunga e bella giornata accidenti…il pensiero cade puntualmente sul fatto che sono un coglione e che vorrei cambiare, ma forse non lo voglio abbastanza.

13° giorno – Ritardatario

Da piccolo essere in ritardo, perdere il pullman prima e il treno poi, quando andavo all’università, era una cattiva abitudine di cui quasi andavo fiero. Godevo e godo tuttora nel riservarmi minuti in pieno extra time, quando dovresti essere già fuori di casa e invece ti perdi via in mille stupidaggini, scelte stilistiche, news improbabili. Cosi esci, con tranquillità, perchè ormai sei già in ritardo e a quel punto meglio renderlo epico. Gli autobus, i treni, arrivano e partono senza di te, e rimani li in attesa di quello dopo e tutto sommato, lo fai perchè ti piace.
Autobus dopo autobus, treno dopo treno.

Però ogni tanto, quando ti guardi indietro e pensi a tutto quanto hai perso perchè non eri pronto o non hai fatto quello che dovevi fare, a tutti quei treni e autobus, veri o metaforici persi quasi per scelta, o paura o pura stupidità ti arriva quel fremito di rimpianto per un’occasione persa o per una scelta che andava fatta. Qualche domanda ti viene…

Magari molti di noi nascono per salire su quei treni e altri no. Magari quello in cui sono davvero bravo, è arrivare ad un soffio da quella porta in cui forse potrei anche entrare sforzandomi, facendo l’ultimo scatto ed invece rimango li. Le porte mi si chiudono davanti ed ho solo pochi istanti per vedere chi c’è dentro, dove sta andando, prima di sedermi ed aspettare e fantasticare come mio solito, su cosa sarebbe stato quel viaggio.

Chissà se è autosabotaggio o semplice ‘essere se stessi’.


“Quello bravo a perdere i treni” 
però, non suona cosi bene ad essere sinceri.