70° giorno – Parkour, tre mesi dopo…

Bello ricominciare a muoversi e saltare, riprovare il gusto di fare fatica ma continuare a correre anche se non ne hai più, anche se sai che ci sarà il rovescio della medaglia. Disteso sul letto, ogni singolo muscolo si lamenta e se ci fosse qualche sindacato indirebbero uno sciopero di almeno una settimana

“Lei da quel letto non si alza” dice il quadricipite.

Che ero stanco già alle quattro quando mi incastravo tra i rami di un albero, o alle cinque scavalcando panchine, o alle sei sopra una sbarra.

Ma oggi la fatica non era importante. Credo che stavolta la voglia di arrivare a dove giunge il mio desiderio sia troppa e anche se domani il risveglio sarà tragico, la prenderò solo come una sfida in più.

Non voglio più ascoltare le mie scuse.

69° giorno – On an empty space

Ho deciso di stare a casa stasera…a non fare nulla.

Scrivo il diario come temporaneo break alla mia consapevole scelta di buttare ore preziose di weekend in partenza.

Il mio fare nulla è davvero fare nulla.

Clicco di qua e di la senza combinare davvero qualcosa. Potrei e vorrei leggere ma non lo faccio. Ho un sacco di film da vedere ancora, ma non lofaccio. Studio, lavorare per me stesso, fare quel “book” di lavori, scrivere quel “book” di racconti, aprire quel “book” con la lista dei miglioramenti personali da perseguire…no, non lo faccio.

Fisso un punto indistinto, talmente indistinto che a volte devo correggere la vista perchè si appanna, con il pensiero che è così perso nel non pensare, che lascia senza opporre resistenza che gli occhi si offuschino, che il fuoco vada perso, che pure le pupille non facciano nulla.

Lasciate perdere, sono convinto che non sia del tutto inutile tutto ciò, spero di trovarci un significato, una motivazione in tutto questo, un giorno.

E a quel punto forse, dovrei davvero trovarmi qualcosa di serio da non fare.

Un nulla più inutile.

68° giorno – Momenti

Quando capisci che stai vivendo un bivio, che devi farti avanti a parlare, perché avverti che sono due esistenze che si incrociano in quel momento, in quell’istante anche se sembra strano, in un cinema e anche il momento sembra sbagliato, e il contesto e le comparse tutte attorno sono fuori luogo…ma tu non fai nulla, stai fermo e lasci che scorra, perché sei un idiota.

Odio quei momenti.

67° giorno – Ferite

Oggi, hanno bucato la strada che porta alla mia casa, anche lei piena di crepe ormai. C’è un solco, un fossato che passa vicino alla mia ringhiera. Lo tapperanno con della terra e credo che domani ci daranno una passata di nero. Però il segno si vedrà comunque e quello squarcio lungo 30 metri me lo ricorderò.

Strada, casa, cuore.

Il mio povero micromondo viene continuamente bersagliato.

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32° giorno – Donnie Darko

Le 14:00 e non sono a lavoro ma a casa, nella sala, buia perchè la pigrizia mi costringe a non alzarmi per manovrare le tapparelle. Provo con i comandi vocali, ma non funzionano perchè non li ho mai installati. Accendo la luce ambra, uno spreco visto il fantastico sole che misteriosamente ci ha fatto visita e mi svacco sulla poltrona, Italia1 e i Simpson che di colpo cominciano a parlare inglese per il 94,5% della puntata. Parla di futuro, visioni del futuro, come andrà il futuro come cambiare il futuro agendo nel passato al punto che sembra più Donnie Darko che altro e io li, alle 14:00, non al lavoro ma a casa al buio anzi non più, alla luce artificiale, con una puntata dei Simpsons in inglese, svaccato su una poltrona senza nemmeno aver mangiato che quasi mi sento “me stesso fra 30 anni se tutto va male”, visto che si parla di futuro….

Mi sembra tutta cosi strana e irreale questa situazione, che ora che sono le 14:21 mi chiedo se tuttoo questo sia davvero successo.

19° giorno – I’m thinking in the rain…

Mi chiedevo il perchè del piede sinistro cosi zuppo, mentre quello destro, nonostante l’alluvione aerea di cui siamo vittime, non se la passava cosi male. Durante i 5 minuti di viaggio di andata, verso il lavoro, sentivo il freddo crescere e il livello dell’acqua salire dentro la scarpa. Forse c’erano anche un paio di pesci.

In pausa pranzo controllo le scarpe: nessun foro, la pelle è la stessa dell’altra eppure, quella scarpa si bagna di più. Altro viaggio, di nuovo a lavoro per il pomeriggio, altro bagno ghiacciato per il mio povero piede, altra estrema procedura di riscaldamento tramite puzzolente stufa elettrica che dio solo sa cosa emana di nocivo appena la si accende, un odore nauseabondo che sa di metallo messo sul fornello con del raid antiscarafaggi spruzzato sopra, per dargli un gusto più saporito.

Ci vogliono 3-4 ore per riuscire a sentire ancora del calore arrivare alla caviglia, mentre io, disperato, pensavo già ad una vita senza arto inferiore sinistro.

Le 17:43, tempo di tornare a casa, fuori, ancora cascate di acqua dal cielo, stesso tragitto, stesse pozzanghere da evitare, ma con qualcosa di diverso.

Perchè finalmente capisco…tengo l’ombrello sempre con la destra ma più al centro.

Guardacaso, le scarpe adesso si bagnano allo stesso modo.

16° giorno – Ragni

Corro per cercare un rimedio alla dieta ipoquelcazzochemipare del weekend. Nell’ingresso della vicina, una tartaruga in ceramica e dipinta di verde e appena la vedo…un flash. Mi viene in mente una lampada da esterni…da muro. Era un ragno in ferro in cui l’addome era una calotta decorata in vetro…che si illuminava appunto.

Mi faceva paura da piccolo, credevo che si potesse muovere e che se gli fossi passato vicino mi avrebbe ghermito, per un bambino era un mostro.
Navigo tra i ricordi per trovare la casa in cui “viveva”, corro e cerco tra le vie del paese la tana, con il dubbio sempre più crescenteche forse era da tutt’altra parte, magari in sardegna.

Da dove arriva questo ricordo?

Mentre corro e penso, una mosca mi finisce nell’occhio. Incredibile come siano bravissime ad evitare una mano che gli arriva sul muso a duemila chilometri orari ma finiscono nel mio occhio che corro talmente lento a causa di questo ginocchio malconcio che sembro un filmato in stop-motion.

Ragni e mosche, mosche e ragni.

Ragni che sogno e vedo da giorni.

Si dice che sognare ragni sia indice di emozioni nascoste, di preoccupazioni attorno che ci spaventano, di voglia di rimanere infantili e nel proprio microcosmo, al sicuro nella ragnatella, senza i problemi del mondo vero.

L’ennesimo colpo gobbo del mio Io subcosciente, ti pareva…

15° giorno – Stanchezza

Chi scrive in realtà è la stanchezza perchè io non ne ho voglia. Spero solo di riuscire a dormire questa notte…mi serve; ma questa settimana…faccio tanta fatica a prender sonno…sembra che il mio letto non vada quasi più bene non so…è come quando cresci e ti accorgi che certe cose non fanno più per te. Un’inquietudine strana e molesta e di sicuro qualcosa c’entra il subconscio, che in questi miei stati psico-fisici ci mette sempre la zampa in un modo o nell’altro.

Spezzatino di mio padre, un pezzo di pane. E si che ero partito con l’idea di prendermi una pizza, chiamare due amici, vedermi un film invece, spia della riserva fissa, il motore gorgoglia e sei fermo in piena highway. Il neon che alimenta l’abbiocco post cena.

Sento un paio di colpi di tosse dall’altra stanza.

Sento il caldo che pian piano lascia la camera, bombardata dal sole tutto il giorno, arriva la sera.

Sento che forse questa notte…potrei dormire per davvero.

14° giorno – Ignavo

Alla fine non scegliendo ho fatto una scelta.

Il tempo scivola tu sei indeciso ed è il tempo che decide per te. Passo un paio di ore sul filo di quella insicurezza e un altro paio a maledirmi per avere sbagliato, forse. Tra il Gesu che se fosse in quest’epoca si vestirebbe moderno perché altrimenti sembrerebbe una parodia di se stesso e l’ Accertatore 529 che piazza 41 euro di multa sul parabrezza della macchina del mio compare, tutto per rispetto della teoria “se non pago il parcheggio in un posto in cui tutti di solito lo pagano nessuno controlla” mi sono anche distratto, ma poi, nonostante il vino, la compagnia, le risate, e il sole e una lunga e bella giornata accidenti…il pensiero cade puntualmente sul fatto che sono un coglione e che vorrei cambiare, ma forse non lo voglio abbastanza.

13° giorno – Ritardatario

Da piccolo essere in ritardo, perdere il pullman prima e il treno poi, quando andavo all’università, era una cattiva abitudine di cui quasi andavo fiero. Godevo e godo tuttora nel riservarmi minuti in pieno extra time, quando dovresti essere già fuori di casa e invece ti perdi via in mille stupidaggini, scelte stilistiche, news improbabili. Cosi esci, con tranquillità, perchè ormai sei già in ritardo e a quel punto meglio renderlo epico. Gli autobus, i treni, arrivano e partono senza di te, e rimani li in attesa di quello dopo e tutto sommato, lo fai perchè ti piace.
Autobus dopo autobus, treno dopo treno.

Però ogni tanto, quando ti guardi indietro e pensi a tutto quanto hai perso perchè non eri pronto o non hai fatto quello che dovevi fare, a tutti quei treni e autobus, veri o metaforici persi quasi per scelta, o paura o pura stupidità ti arriva quel fremito di rimpianto per un’occasione persa o per una scelta che andava fatta. Qualche domanda ti viene…

Magari molti di noi nascono per salire su quei treni e altri no. Magari quello in cui sono davvero bravo, è arrivare ad un soffio da quella porta in cui forse potrei anche entrare sforzandomi, facendo l’ultimo scatto ed invece rimango li. Le porte mi si chiudono davanti ed ho solo pochi istanti per vedere chi c’è dentro, dove sta andando, prima di sedermi ed aspettare e fantasticare come mio solito, su cosa sarebbe stato quel viaggio.

Chissà se è autosabotaggio o semplice ‘essere se stessi’.


“Quello bravo a perdere i treni” 
però, non suona cosi bene ad essere sinceri.