135° giorno – Man in the box

 

Mi approccio alla scatola timbratrice per chiudere il giorno lavorativo.

Mi approccio all’ennesima scatola che mi comanda e che mi dice cosa fare, quando farla e senza spiegarti il perchè, ne di risposta ne di quelli pieni e veri, che contengono tutta la mappa delle direzioni e dei bivi con avvisi sonori stile autovelox nel GPS, quando la faccenda si fa complicata e pericolosa.

Sono stufo delle scatole. Quelle in cui vivo, quelle in cui metto il cuore e i ricordi e che finiscono in soffitta, quelle rumorose o troppo silenziose, come candide stanze d’albergo insonorizzate, vetri doppi, porte doppie, letto doppio, whisky doppio dopo l’ennesima riunione tra me e lui, il mio doppio.

Le scatole hanno pareti quadre e grossi coperchi quadri, spigoli vivi in cui si accumula sporco che non riesci a non guardare perchè li ci finisce anche l’ombra e il nero diventa solo più nero. Le scatole sono figlie di logica e geometria, ogni cosa inserita in un suo spazio con i suoi limiti fisici di peso, con il cartone che si piega e si rompe e si rovina quindi mai esagerare, mai, con le scatole.

Mi ci sono intrappolato in una scatola.

Tutta la pazzia e tutta la follia che metterei nella mia vita, nell’amore, nelle parole che scrivo stanno dentro una scatola che non posso aprire perchè mi dicono che non si può anche se poi cambiano idea, mi dicono che posso ma io ho paura.

Paura di fare casino. Ho sempre paura da quando sto nella scatola.

Quando è giorno, i profili si illuminano come neon, il cartone sembra cosi sottile. Quando piove, il coperchio si piega e temo che l’acqua lo sfondi, che si riempa come una piscina, che muoia affogato.

Quando cerco la libertà invece, scopro che le scatole non hanno porte, non hanno appigli, non hanno scalette.

Stai li e speri, che qualcuno passi di la, si chieda “ma cosa c’è qua dentro” e tolga il coperchio.

 

 

129° giorno – 100 Hz

“Mi aiuti a togliere la tv dalla macchina, dopo il lavoro?” mi fa un amico
“Si” rispondo.

Esco da lavoro, 17:30, entro in macchina con lui e andiamo a casa sua.

Tutte le domande precedenti, del tipo “ma ha davvero bisogno di aiuto per una stupida televisione?” oppure “ma avrò capito male?” svaniscono dal cervello come macchie trattate con il Vanish. Si, era un messaggio sponsorizzato, comprate Vanish Oxi Action.

Svaniscono perchè quella che credevo fosse la testata del motore posteriore, appena entro nella sua ‘Saxo’, in realtà si rivela essere un tremendo ed enorme televisore Panasonic 36 pollici che occupa tutto il retro e assetta la macchina peggio di una enduro in impennata. E poi la ‘Saxo’ il motore ce l’ha davanti.

Arriviamo a casa del mio amico, che sta in affitto dal mio capo.
Ora, il mio capo è geniale, simpatico e bravo, ma è completamente pazzo e disorganizzato e questa sua casa rispecchia l’architettura della sua mente. Vedete, la televisione dobbiamo metterla al piano terra, dove c’è la camera da letto, solo che non c’è nessuna porta per entrarci. Infatti, bisogna andare al primo piano, dove c’è la cucina, aprire una porta, scendere delle scale a chiocciola mezze metallo e mezze plastica rubate sicuramente ad un ospedale croato ed infine accedere alla camera.

Una cazzata, se dovessimo spostare un moderno LCD, ma questo, è un CRT ricavato da un panzer della seconda guerra mondiale. Appena lo afferriamo dall’unico appiglio plausibile e lo tiriamo su dal portabagagli, le vene negli occhi tipo esplodono, la schiena urla pietà, gli avambracci si tirano a fionda e capisco subito perchè il mio amico voleva una mano.

E’ un fottuto macigno, e si che sono allenato.

Lo rimettiamo giù con terrore. Per arrivare al bordo della finestra, che è ovviamente altissimo, dobbiamo portarlo oltre l’altezza delle spalle e lì diventa culturismo, senza contare che dobbiamo fare rotazioni kung fu per riuscire a metterci in posizione.

Tentiamo un paio di volte ma quel robo ha la stabilità di un monociclo bucato guidato da una castoro ubriaco e che si è appena lasciato con la moglie e per qualche istante, la TV sembra voglia tentare il suicidio fracassandosi per terra, ondeggiando pericolosamente.

Di nuovo giù.

Dopo cinque minuti decidiamo di appoggiarlo almeno sul bordo, utilizzando la tecnica “incliniamolo, appoggiamolo e tiriamolo su”, cosa che ci costa tre avambracci e sei ernie ma dopo un paio di tentativi ecco che quel suo culone grigio di plastica si appoggia sul marmo.

Fatto.

Ora, scappo al primo piano di corsa per poter scendere in camera, mentre il mio amico tiene in sospeso quella follia sul davanzale. Quando arrivo, capisco che non sarà una cazzata neanche il passaggio dopo.

Sposto il divano che c’è sotto e prendo il lato destro del televisore cercando di metterci più forza possibile per alzarlo oltre la struttura della finestra. Appena la TV si appoggia con il suo peso sopra quei 3 millimetri di alluminio ecco che si sentono lamenti e sfrigolii come se un fulmine avesse appena centrato una vecchia in sedia a rotelle.

“Questa cosa non s’ha da fare”

Prendo i cuscini del divano. Con sforzi enormi, riusciamo a sollevare quei 36 pollici di terrore sul davanzale, utilizzando leve svantaggiosissime in cinque millimetri di spazio e a infilare due cuscini sotto, riuscendo a tirarla in dentro, con la speranza che le finestre si riescano a chiudere ancora e che gli infissi non siano da rifare.

Ora, è il mio amico che corre su per scendere giù, che tutta sta storia pare un livello di Super Mario, sapete no, quando entra nei tubi verdi.

Con le ultime energie in corpo, portiamo dentro il mostro e lo sbattiamo in un angolo.

Stremati e con il fiatone ci sdraiamo sul divano, in silenzio, per qualche minuto. Poi, da una mensola, il mio amico prende il manuale d’istruzioni della TV e inizia a cercare.

“Cosa cerchi?”
“Il peso…eccolo…”
“Sarà almeno 60 chili…”
“Pesa 82 chili…”
“Cosa?”
“82 chili…”
“Cazzo pesa quanto me…ma c’è dentro un nano morto per caso? Non ha senso!”

Rimaniamo in silenzio ancora un po’

“Però è bello, consuma come una puttana ma è a 100 Hz” mi dice
“Il mio vecchio era a 60 Hz” gli rispondo

Certo che 40 Hz in più pesano un sacco.

 

IMG_20130903_185323~01

95° giorno – Wallrun

Appena arrivato in paese mi son detto “hai un mese per allenarti come si deve, tutto il tempo che vuoi.”

Dopo due giorni l’inizio è promettente anche se le mani sono già spaccate, il tallone trema di paura e la pianta dei piedi è già piena di buchi.

Nel vagabondaggio per trovare le sfide dell’estate, perché una sfida ci vuole sempre, oggi sono tornato davanti ad un mio vecchio pallino dell’estate scorsa, il mio primo grosso obiettivo da traceur scarso, un wallrun.

Dovete sapere che io adoro i wallrun, perché mi esaltano come poche cose, perché sono grosso e lento e invece quelli mi fanno sentire come se ogni ostacolo fosse alla mia portata e mi spaventano almeno quanto li amo, perché mi ci sono fatto male al punto che piegare le dita dei piedi era un calvario, camminare una tortura.

Un wallrun in una piazzetta di Varese poi, è stato la mia prima conquista, il mio primo “cazzo sono migliorato”. Il giorno del mio primo allenamento non riuscivo a chiuderlo e non l’ho chiuso, una sconfitta. Ci avrò provato 50 volte ma il bordo rimaneva lontano e anche quando ci sono arrivato dopo due ore, con il mio passo lento, fuori forma, scoordinato, non avevo la forza per rimanere aggrappato. Figurarsi tirarsi su. Ma tre mesi dopo, nella stessa piazzetta, quel muro invalicabile era diventato un muretto, scavalcato senza sforzo. Una soddisfazione, davvero.

Ora che è chiaro il perché di questa mia predilezione, alla ricerca della sfida dell’estate, ho deciso di tornare alla mia bestia nera vi dicevo, che io chiamo il gioco della bottiglia.

La vedete quella Sprite lì in alto nella finestrella? Mi sono sempre chiesto cosa ci faccia li e chi cazzo ce l’abbia messa.

Ma non importa, l’importante è che per fine estate riesca a buttarla giù.

 

59615_10202122393846768_1527485332_n

77° giorno – Schiena

Ho un dolore nella schiena e lo sento soprattutto quando respiro.

Masochisticamente questa è una pratica che non riesco a smettere quindi ogni secondo, mentre il petto si alza per incamerare molecole di ossigeno, il dolore si fa pulsante e questo mi costringe inconsciamente a fare respiri più brevi e meno intensi. Mi è venuto mentre NON facevo parkour visto che stavo bevendo da una bottiglia d’acqua di quelle che mantengono la temperatura stile thermos, ma che hanno lo svantaggio di avere capienza pari ad un bicchiere e mezzo, un sorso e via. Sarà stato il collo troppo inclinato o una maledizione lanciata dagli altri che sudavano davvero, fatto sta che mi è partita questa fitta lancinante. Roba da vecchi. Non che gli abbia dato peso visto che mi sono allenato bene a parte una capocciata su un ramo grosso come un Anaconda ma che non ho visto sulla mia traiettoria. D’altronde i serpenti quelli grossi sì nascondono bene.

C’è di buono che oggi ho scoperto che mi bastava cambiare scarpe per alzare il mio livello a parkour e sbloccare un salto che da mesi non riuscivo a fare. Stavo li ore ma nulla, non ci riuscivo. Oggi al primo tentativo con un altro paio di scarpe “ecco fatto”.

D’altronde quelle che sto usando sono delle specie di hovercraft grigi con la forma di un blocchetto di cemento, con un design talmente pesante che sto cominciando a pensare che fossero troppo pesanti anche fisicamente…e a detta degli altri non avevano abbastanza “stile”…

Nel parkour a quanto pare, l’abito fa il monaco.

76° giorno – Okome

Torno dopo aver ingurgitato grosse quantità di pesce e riso. Avendoci bevuto sopra anche tredici bottiglie d’acqua mi sento un bidone e ringrazio di essere a letto. Dovrei essere a dieta, mi alleno tantissimo eppure mi vedo sempre più grosso come nei discorsi delle quindicenni anoressiche e non capisco mai se credere alla leggenda che sono i muscoli che spingono in fuori la ciccia o in realtà stia ingrassando, anche se non ha senso.

A parziale scusante, bevo come un cammello. Arrivo a casa, tiro fuori una bottiglia da due litri e la finisco subito, poi ne prendo un’altra e attacco pure con quella. Ma anche a lavoro bevo e la sera e quando mi sveglio di notte. Sempre.

Non è che ho sete, è che voglio bere acqua.

Certo che dovrei attenermi più ai piani non mangiare e bere a caso…rimettermi in equilibrio insomma.

Ma sembra proprio che l’equilibrio non sia roba per me. In niente di quello che faccio.

70° giorno – Parkour, tre mesi dopo…

Bello ricominciare a muoversi e saltare, riprovare il gusto di fare fatica ma continuare a correre anche se non ne hai più, anche se sai che ci sarà il rovescio della medaglia. Disteso sul letto, ogni singolo muscolo si lamenta e se ci fosse qualche sindacato indirebbero uno sciopero di almeno una settimana

“Lei da quel letto non si alza” dice il quadricipite.

Che ero stanco già alle quattro quando mi incastravo tra i rami di un albero, o alle cinque scavalcando panchine, o alle sei sopra una sbarra.

Ma oggi la fatica non era importante. Credo che stavolta la voglia di arrivare a dove giunge il mio desiderio sia troppa e anche se domani il risveglio sarà tragico, la prenderò solo come una sfida in più.

Non voglio più ascoltare le mie scuse.

16° giorno – Ragni

Corro per cercare un rimedio alla dieta ipoquelcazzochemipare del weekend. Nell’ingresso della vicina, una tartaruga in ceramica e dipinta di verde e appena la vedo…un flash. Mi viene in mente una lampada da esterni…da muro. Era un ragno in ferro in cui l’addome era una calotta decorata in vetro…che si illuminava appunto.

Mi faceva paura da piccolo, credevo che si potesse muovere e che se gli fossi passato vicino mi avrebbe ghermito, per un bambino era un mostro.
Navigo tra i ricordi per trovare la casa in cui “viveva”, corro e cerco tra le vie del paese la tana, con il dubbio sempre più crescenteche forse era da tutt’altra parte, magari in sardegna.

Da dove arriva questo ricordo?

Mentre corro e penso, una mosca mi finisce nell’occhio. Incredibile come siano bravissime ad evitare una mano che gli arriva sul muso a duemila chilometri orari ma finiscono nel mio occhio che corro talmente lento a causa di questo ginocchio malconcio che sembro un filmato in stop-motion.

Ragni e mosche, mosche e ragni.

Ragni che sogno e vedo da giorni.

Si dice che sognare ragni sia indice di emozioni nascoste, di preoccupazioni attorno che ci spaventano, di voglia di rimanere infantili e nel proprio microcosmo, al sicuro nella ragnatella, senza i problemi del mondo vero.

L’ennesimo colpo gobbo del mio Io subcosciente, ti pareva…

10° giorno – Le piccole cose

Il tempo non basta mai e il tempo corre. Oggi non sono riuscito a fare metà delle cose che volevo fare e a quest’ora, quando magari vorrei rilassarmi, rimangono ancora un paio di faccende odiose da sistemare. Sono giusto riuscito a ritagliarmi un’ora per fare un paio di salti e una mini-seduta di allenamento. Certo che il tempo scivola via veloce…fai sempre le stesse cose e ti accorgi che invece di essere ancora un bambino hai 30 anni, non hai un lavoro sicuro, non hai prospettive, non sai cosa fare dei tuoi sogni e non sai se poi qualcosa valgano davvero, non hai una donna ne un ideale di persona con cui puoi stare davvero bene, non hai la serenità di portare avanti i tuoi impegni, non sai cosa sarà di te fra tre mesi.

Però tutto sommato, in tutta questa riflessione negativa ma non troppo, mi sono accorto che c’è il sole e una leggera aria fresca,…e si sta bene. Ho nelle cuffie Quattro dei Calexico, ho una cena che mi aspetta a casa, mia sorella che mi proporrà di vederci una puntata di xfiles assieme, qualcuno mi chiederà di uscire, qualche altro amico vorrà discutere di un’idea folgorante, mio padre mi mostrerà la sua ultima creazione, avrò nuove canzoni da scoprire, curiosità da leggere, fotografie da guardare, dettagli e piccole cose, tutte attorno.

C’è forza anche nei dettagli, questa è forse la mia personale morale quotidiana.

Ci pensavo anche poco fa, mentre mi allenavo. Stavo scendendo da un muretto…una cosa banale e poco rischiosa. Saltando giù, ho toccato con la punta sul bordo e mi sono sbilanciato…per qualche attimo ho creduto di cadere con la faccia sull’asfalto ma all’ultimo secondo ho recuperato l’equilibrio e in qualche modo sono atterrato sulle mie gambe. Allora ho realizzato che se non stai attento alle piccole cose che ti circondano, senza fare tutto con la massima cura, con attenzione e concentrazione, rischi di cadere e farti male.

Nella vita non succede lo stesso?