234° giorno – Me la sono presa a Scart

A lasciare il foglio in bianco ci farei una figuraccia c’è da crederci, ma ho una specie di amnesia e son nervoso e tentato, che mentre trangugiavo spaghetti serali cosi lontani dal mio ideale di dieta, ancora una volta…ma guarda…mi figuravo IO nella medesima posizione in cui mi trovo adesso che trapanavo la tastiera con una storia appena creata in testa, tra un pomodorino e uno spaghetto al dente.

Però adesso niente, forse c’entrava con quel “addormentato in piedi come una carrozza” urlato dal Faraone a chissachi che mi ha fatto ridere a lavoro, forse col fatto che avrei visto Independence Day stasera, che uscire no che costa e c’è da tirare la cinghia e tanto la macchina non c’è, che quella dei miei sta all’ospedale delle auto e il Lupo è in doppio turno quindi.
Solo che Independence Day mica ce l’ho…cioè si, in Blu Ray, cosi che le robe trash si vedono in HD e ti commuovi con l’umanità buona e i clichè e i calcinculo agli alieni ma quello comporta andarmene nel mio regno da basso, con il plasma grosso e divanone. Ma il freddo ne ha preso possesso e non sloggia, lo schermo sta spento da secoli e a sto punto preferisco starmene in camera tranquillo, che la luce è più gialla e non ci sta la brina sui muri…

…Dio…

Il download è lento come pochi. Ci dovevo comunque provare ma qua mi spara un tre settimane e siamo allo 0.00Schifo% quindi spengo tutto e son nervoso, discuto con l’alto dei cieli di un paio di robe ma mi sa che c’è ancora la segreteria e quindi mi metto a scorrere la roba che ho sul server e piazzo un tristissimo “La vendetta dei Sith” che è il meno peggio dei nuovi Star Wars anche se i droidi parlano troppo, ci sono tutte quelle cazzo di vocine fastidiose che han poco senso in dei robot che tentano di ucciderti e farti precipitare con la tua astronave, vocine che dicono “Ahia”…e dicono “Grazie non c’è di che…” coi fucili spianati e che tirano i calcetti alle cose e fanno “Piripì” e “Parapà” e…

…Dio…

Spengo pure lo scatolozzo dei film cosi da togliermi da davanti quella porcata che tanto, comunque, c’è la SCART, acronimo di Stronzo di  un Cane di Attacco sul Retro Traballante, che da qualche sera continua a trasformare ogni film in un vedo-non vedo che a volte temo che qualcuno mi stia pigliando per il culo e che la TV stia attaccata all’intermittenza dell’albero in realtà.

Ora…l’unica cosa che mi tiene lontano dall’andarmene a dormire alle 22:00 è questa merda di portatile e il cellulare…e a pensarci è tutto di una tristezza imbarazzante visto che attorno al Phillips ’98 è pieno zeppo di libri molti nemmeno mai aperti, altri iniziati, altri che dovrei rileggere mentre qua, non c’è nessuno con cui parlare, nessuna donna da sbaciucchiare…e il cinema è morto, la playlist la so a memoria, la digestione è iniziata e forse, Dio nemmeno esiste.

233° giorno – C’è chi c’ha il pane ma…

Mattine che mi sveglio e mi sento il miglior scrittore del mondo, leggo cose in giro su carta-carta e carta-schermo e le trovo tutte zoppe, vecchie, malconce e dalla faccia ch’é un disastro, roba da oblio ad azione rapida. La cosa perdura fino al primo biscotto della colazione della depressione e l’animo si cheta un attimo, divento più lucido e penso che io non ho nemmeno una storia finita, manco una balena monca mezzo-bianca da far fiocinare dall’Achab di turno e so anche che il problema sta tutto nel fatto che ai finali non ci riesco mai a pensare decentemente.

Ero li…sul treno della gente stanca morta delle 19:36 Milano-Varese che abusavo di corrente 220v e mi metto a parlare col mio compare di penna e lui mi dice che c’è un sacco di gente che in giro mette in fila tre parole, due punti ed un verbo e caga fuori libri con copertina rigida illustrata, nome in stampatello e titolone ad effetto e io ho il neurone bibliotecario che va a scandagliare il cerebro-database e salta fuori il ricordo di una cosa o meglio, di una persona.

Ai tempi in cui ero un ciccio scacciafighe con la passione del fantasy, ci si dilettava ogni tanto a giocare a Dungeon&Dragons, caruccia invenzione in cui ti immagini un te stesso alto tre metri, tutto muscoli e spada che massacra mostri. La storia era compito del Master, una specie di direttore d’orchestra…e la persona qua di sopra era l’incaricato di farci divertire. Durò poco…tipo quattro sere, in cui passammo il tempo a parlare con gente che non parlava e che ci spediva da bosco a bosco, taverna a taverna, villaggio del cazzo a villaggio del cazzo.

“Chiedo a quest’elfo dei boschi cosa sta succedendo…”
“Quando arriverete lo saprai risponde l’elfo”
“Ancora? Ma è il quarto elfo del cazzo che risponde uguale…ma cos’è sta merda?”

C’era l’intenzione seria di ribaltare quel cazzo di tavolo. Capitò poi che mi ci misi pure io con la bacchetta da direttore e tutto il resto del porcaio e ricordo che la prima sera tipo furono tutti arrestati e poi evasero e uno per festeggiare andò in un bordello, scopò pure una baldraccona in un ripostiglio ma era un vampiro e si sa che in quelle occasioni uno si incazza che è come prendere l’HIV per cui diede fuoco a tutto e…non ricordo come finì, ma fu un cazzo di spasso mentre con l’altro passammo quattro giorni a bere birra Fantasy nei peggiori Bar delle nostre città Fantasy…Cristo…più palloso della vita reale.

Bhe si…insomma…tutto sto schifo di preambolo da Beautiful per dire che pure sto qua mho c’ha un libro in cu…rriculum, genere che manco ricordo che ho letto solo il primo capitolo e ancora ogni tanto tremo al pensiero. La chiave, é che tanto basta la storia insomma, pure scritta con pupù di cane ma che inizi da A e che da qualche parte arrivi pure strisciando a Z, e a vedere in giro la marea di scene-comi-scritto-ri pare pure facile ed io…che mi sveglio e mi sento un cazzo di genio con stile…cazzo…mi chiedo dove si trova quel cromosoma sbagliato nella mia ispirazione e quindi mi alzo, vado al banco della cola-depressione col tavolo pieno di pane e io….senza zanne.

232° giorno – Quando il bagnoschiuma mi sembra un grattacielo

Oggi mi sono svegliato e desideravo una lavagna, desiderio che mi porto dietro nella presunta realtà dall’unico frammento di sogno che mi ricordo di questa notte tormentata. Ci sono io, dentro il letto, che guardo me stesso in piedi con i vestiti da malato addosso mentre scrivo qualcosa su di una lastra appesa lì sul muro, bordo di legno e ardesia bella nera, e so per certo che quei segni sono una trama, ci sono i nomi e i pezzi di storia che non ho mai scritto tutti collegati da frecce bianco-gessetto e appunti e capisco che ho ragione quando ‘sento’ che mi serve un calendario con su scritte le cose da fare, appiccicato sul portone di casa in modo da vederlo ogni volta che esco per una nuova giornata…ed ho ragione quando penso che per certe cose…importanti – IN scadenza – INconcluse – che sento INfinite – per la mia IMpotenza ”cause I’M not just a man with these broken dreams” cantavano gli Hollywood Undead…dovrei rivestire ogni giacca di post-it gialli, arancioni, verdi, rossi, cobalto e cadmio e cosi via, un colore per ogni dannato giorno della settimana.

In mente, adesso, ho tutto il catalogo delle lavagnette più o meno utili che mi sono passate per le mani e pure quelle più o meno magiche…un quadrato di plastica bianca forato, due-trecento fori, ci si infilava questi funghetti di colore diversi per creare scritte e disegni…e quella con lo sfondo tipo carta carbone poi, aveva una penna di plastica agganciata con una cordicella e levetta che cancellava all’istante i capolavori che ci pasticciavo, orrendi segni grigio chiaro su grigio scuro…e la mia preferita, il classico mezzo sogno proibito da bimbo…sarà che stava appesa in alto nella cucina di mia zia…metallo pitturato di bianco, bordo rosso e ripiano con cancellino e indelebile nero che già da piccolo sapevo che da sniffare era gran roba e da usare per pasticciare oggetti bianchi ancor di più.

Ho un piano, ora, ma il computer personale sopra-scrivania ormai ci mette dai venti ai trenta minuti per diventare operativo, sembra sempre in dopo-sbronza ed è inutile starsene li seduto, che il freddo è come l’acqua e le radici delle piante, trova anfratti e interstizi e si infila nella finestra, poi nel cassone della tapparella, scende lungo il vetro gelido e si tuffa nel colletto della mia felpa, canottiera, pori della pelle IMpercettibilmente aperti, carne, sangue e crepe nelle ossa e allora sto in giro piuttosto, vestito di grigio con cappuccio e blu con striscia laterale viola che fa tanto profugo, ne approfitto per fare da infermiere a Madre, che la mia eredità del weekend è una bella dose di virus e germi e febbre e in qualche modo devo sdebitarmi, chiedo cosa serve e “Si! Preparo il Thé…” anche se poi la sto a chiamare mille volte che chissà dove si trovano limone, vassoio, tazza, bustine da infusione e quella medicina del cazzo di cui non ricordo mai il nome ma comunque preparo, accudisco, rimbocco coperte amorevolmente, cronometro minuti per i test di dilatazione del mercurio, lavo piatti e do una parvenza di sistemata anche se per un occhio esperto son sicuro che possa equivalere a buttare lo sporco sotto il tappeto ma accontentatevi, che alla fine “…I’M just a man…my will is so strong…when I’ve got plans…i close my eyes to the pain…” cantavano gli INXS.

Bacio della buonamattinata a Madre che tenta di dormire…un’ora è passata e ritorno ai miei piani rifugiandomi nel mondo virtuale alla ricerca di una lavagnetta, ufficialmente diventata la chiave del successo futuro della mia vita anche se SICURO che si riducerà all’ennesima porcata comprata per sprecare carta-banconota, accatastata in uno tra le centinaia di cassetti stipati delle cose non-utili della mia esistenza. Ora, di fronte lo schermo e a destra la finestra con il mio più recente animale domestico, una cazzo di mosca gigante intrappolata tra vetro e zanzariera…non so come sia entrata ma non ho intenzione di renderle facile la vita che tentare di farla scappare comporterebbe aprire la finestra e lasciare campo al gelo, staccare un lembo di rete e indirizzare in qualche modo la bestia nella breccia ma queste cose funzionano solo con i Persiani mentre in questo caso la legge di Murphy farebbe di tutto affinché la mosca si opponga, vada da altre parti o tenti di entrarmi in bocca e quindi che se ne stia in gabbia, per adesso temporeggio e cerco di non distrarmi ogni volta che uno strano puntino nero sfocato entra in conflitto con la mia visione periferica.

Vedo che onlINe c’è pure una mia amica…l’ho conosciuta dopo aver scoperto il nome con interrogatori e minacce a persone e cose causa un mezzo colpo di fulmine per la sorella sua…che dopo un anno ancora non sono riuscito a conoscere. Le chiedo se per caso è stata a Dubai anche se so benissimo che è stata a Dubai ma il giochetto della domanda del cazzo ti evita sempre tutto il discorso introduttivo in stile “Ho visto che sei stata a Dubai, raccontami un po’…” che è troppo lungo e formale quindi meglio ‘domande ovvie del cazzo’ e via. Lei ovviamente dice di si, e io chiedo un po’…se il Kalifa da quasi un chilometro l’ha visto e lei mi manda un po’ di foto di Dubai e mi racconta di Dubai e io mi ritrovo che voglio andarci a Dubai e come per magia, la storia della lavagnetta quasi non la ricordo più e quando mi infilo in doccia, per togliermi l’odore di chiuso e malattia per la sesta volta in due giorni, comincio a pensare ai viaggi da fare e sogni, infranti e non e a Dubai e manco fossi pieno di LSD fino al midollo, tutto si trasforma e la ceramica della vasca diventa sabbia e tutti i flaconi si trasformano in hotel e torri dal chilometro facile e finestre luci, acqua, isole artificiali e fontane, uomini ricchi e poveri, io in giro che faccio foto, strisce luminose dei fari rossi ed esposizione lunga, acquari dentro hotel, ristoranti e squali, limousine, povertà e ricchezza, cibi strani, lingue straniere, check-in, gate closed, valige, scoprire bar, specialità della casa, vestiti strani e turbanti, l’acqua diversamente salata, fusi orari, persone nuove, storie, sogni di qualcun’altro…che alla fine è cosi che son fatto, ad innescarmi l’immaginazione ci si mette pure troppo poco, due righe, due foto, due ipotesi e mi accendo…ci sto sempre un po’ stretto nella mia vita, la scappatoia per cambiare le carte in tavola la cerco sempre…e contateci che sarà la mia rovina…e la madre di tutte le mie insoddisfazioni…e di tutte le depressioni ma che ci posso fare…d’altronde “I’M just a man…and every night I shut my eyes…so I don’t have to see the light” cantavano i Faith No More.

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229° giorno – Non sono mica Superman

La giornata mi ha distrutto, facendo coppia con la serata alcolica di ieri. Ore 22.00 e sono a letto con un mal di qualsiasi cosa dal collo in su, ho mangiato parti di animali e di piante, preso un cocktail di antidolorifici, infilato a letto. Se pensate che vi racconti questa giornata infinita cascate male, sento mancare tutte quelle parti di cervello che trovano nessi, collegamenti e frasi ad effetto del cazzo. Ci penso ma…no, mi viene in mente solo ieri notte, Chiara che mi dice “non sei felice…si vede che non sei felice…sii positivo” e io non so perché ma penso a Lei e al tempo che sto perdendo e che probabilmente perderò e allora si, quando crollerà davvero tutto, allora si che sarò davvero non-felice e pur sapendolo mi convinco che sia giusto cosi, che tante e troppe volte ho semplicemente lasciato stare ma stavolta proprio non posso.

Puntello l’autostima e l’umore quando becco un amico all’una passata, non ci vedevamo da un bel po’, e chiacchieriamo davanti alla porta d’entrata.

“Poi comunque ti volevo dire che ti leggo” dice, e la cosa mi fa piacere anche se sembra sempre qualcosa da dire sottovoce, non troppo apertamente, chissà perché poi, come se si parlasse di robe sconce e immorali. Ho incontrato altri che mi dicono la stessa cosa…gente che non sta a esprimersi troppo a riguardo, apprezza in silenzio, come andrebbe fatto giustamente ma ormai l’avete capito, vado cercando fan festanti se possibile…puntelli su puntelli.

Poi, dopo tutto quello, a casa, dormo poco e male, a lavoro la mattina siamo tutti in qualche modo a mezzo servizio anche se poi scivola via e due bocconi a casa poi per poi uscire subito, fermata dell’autobus poi, con quella dedica strana e il simbolo di Superman in azzurro che poi, coincidenza che io stia proprio ascoltando una canzone che si chiama Superman e arriva pure il bus ora, e tutto il resto del ‘dopo’, di oggi, che nemmeno vi accenno, forse domani.

Starò meglio forse…anche se non lo so.

Non sono mica Superman.

228° giorno – Pessimo

La routine della pausa pranzo parte sempre dalle stesse azioni e parole, esco dall’auto e “Ci vediamo dopo” dice Teo e “A dopo” dico io, chiavi per cancello-portone-porta, quando entro butto la giacca sul divano lanciandola dalla porta della sala, accendo la TV su Italia 1 per un po’ di Studio Sport che mi faccia compagnia sonora anche se i servizi li odio…tentano di esaltare il pubblico, fanno tacere il giornalista per lasciare voce a telecronisti ultras che raccontano partite sbraitando, urlando soprannomi, ripetendo “GOOOL!” con pitch a frequenza rompighiaccio.

La cucina è tutta fatta di legno, piano bianco segnato dalla mia pigrizia che mai una volta che tiri fuori il tagliere per affettare le cose, credo sempre di potermi fermare qualche millimetro prima ed invece no, “Tac!” e solco. Saccheggio cose a caso dal frigorifero ormai vecchio e stanco…esploro ripiani e griglie alla ricerca di derivati del maiale, fette di qualcosa che per una delle sacre leggi dell’universo conosciuto, qualunque oggetto tra due pezzi di pane diventa un panino commestibile,fossero pure barre d’uranio, sempre. Malsana abitudine di mangiare poco e male, disordini alimentari e mal di pancia, finisco col riempire lo stomaco in qualche modo senza logica…un barbone che rovista nelle discariche e butta dentro un sacchetto di plastica…trangugio veloce come un’oca, bicchierone di qualsiasi liquido in giro e in 3 minuti il pranzo è finito, indigeribile.

Sulla poltrona ci sono ancora scatole, rimasugli, carta da imballaggio dei pendentipallinedecori dell’albero di Natale. Le sposto sul divano che il tavolo è ormai un laboratorio per creazioni da mercatini, regali, pacchetti, nastri, cianfrusaglie, UHU colla in stick, cartone, millerighe, velina, stoffa…non c’è più spazio. Finisco il trasloco e mi siedo. Ci metto qualche secondo a capire che sono nel silenzio assoluto, le bocche dei giornalisti si muovono ma non esce un suono.

“Ahhhhhhh” dico.

Mi sento. Ci sento…

…quindi il problema non sono io ma la scatola nera che mi sta a 45° gradi dalla faccia che come al solito, sto seduto storto per cui mi alzo e opero molto violentemente su tasti e prese Scart, cavi che non c’entrano nulla…provo anche con gli schiaffi sul fianco che so che non funzionano ma credo sia una pratica più esoterica che scientifica, con un suo perchè ma nulla…quindi passo alle combinazioni di tasti premuti che nella mia mente dovrebbero avere senso, tipo “SEARCH+VOL” o ancora “PROGRAM+MENU+MUTE”…niente di niente.

Comincio a pensare che la televisione sia stanca di vivere cosi, subire giorno dopo giorno solo TG e Studio-Stronzate e mai un film decente…quindi fa come il bambino che della scuola non ne vuole sapere, si inventa le malattie, sfrega il termometro a mercurio sulle coperte per tirare fuori poco ipotetici 39.5° di febbre. Ieri non ne voleva sapere di schiodarsi dall’uno, che noi i canali li chiamiamo per numeri, mai per nome. Due giorni fa non c’era verso di sintonizzarla su AV al punto che dopo trentasette diversi tentativi ho lasciato perdere del tutto, come adesso…che sto li a fissare impotente quelle facce silenziose…esperienza strana…perché mi credo tanto diverso ma appena qualcosa interrompe la mia vita fatta di microschemi e piccole abitudini mi ritrovo spaesato a chiedermi come il più puro dei ragionieri “Che cazzo faccio adesso?” che ho venti minuti di pausa davanti e non so mica cosa si possa fare in questi venti minuti non di tempo normale ma tempo di routine-di-pausa-pranzo e di ributtarmi sul cellulare a farmi i cazzi degli altri, infilarmi nel grigio altrui, non ne ho voglia…è una robaccia che mi sta rovinando la vita credo quindi, improvviso e prendo un libro di Charles e comincio a leggere cambiando pure poltrona, ora sto sul cesso.

C’è lui che viene richiamato da due morti dell’ufficio postale…hanno scoperto che scrive roba sconcia sulla rivista ‘Open Pussy’, dove campeggia un cazzo gigante con le gambe in copertina, e se ne sta li in un ufficio grigio, a subire critiche e domande da due impiegati statali del cazzo benvestiti e impostati, a cinquant’anni, vecchio, stanco, depravato, indifferente, sconfitto dalla vita e dal peso del mondo e non so perché, ma mi viene in mente mio padre…ieri..che mi chiama in sala e mi dice la sua idea per spingere le sue creazioni…in che canali cercare…e io che quasi stizzito, con la voce un po’ più alta come succede sempre quando sono nervoso, gli dico “Non può funzionare!” e “E’ molto complicato…difficile…impossibile…non si può fare…ma va”, tutte frasi spezza discorso-gambe-passione-speranza e ora che ci ripenso, mi chiedo perché tentare di distruggere un suo sogno per quanto piccolo…facendo il meschino senza diritto, come se volessi togliere ancora, raschiare il fondo dal barile di una vita votata al duro lavoro, al risparmio, al crescere una famiglia nella sicurezza, cibo in tavola,  tetto sulla testa…la mia testa.

Avrei dovuto ascoltare e discutere, impegnarmi anche per lui, provarci assieme, dare un cazzo di minimo sostegno cazzo…ed invece no.

A volte riesco ad essere davvero terribile.

227° giorno – Virus

Era un casino stamattina con l’invasione finlandese, che te l’immagini con macchine da rally, alito allo xilitolo, tre metri tutti biondi e squadrati e invece sfere di carne, pelati, ricci dai capelli neri e che si strafogano di Lindor dall’irresistibile scioglievolezza. Faraone e Capa sembrano felici il che significa che sta qua è gente che assume altra gente per contare gli zeri del conto in banca e spiega moltissimo-benissimo la tiratura a lucido del mondezzaio solito, che mi son trovato sorpreso a scoprire della gomma gialla sui tavoli da lavoro, di solito pieni di ogni robaccia metallico-plastica esistente…non l’avevo mai visto il ripiano.

“Tu?” faccio a Teo
“Qualche anno fa…” risponde

Macchine tutte accese e funzionanti, immagino le luci degli alberi di Natale del quartiere che vanno a mezzo servizio, ordine e pulizia, tutti che fanno finta di lavorare meglio del solito e pure io, anche se nel sottomarino poi ci sto ben poco, vado spesso su in ufficio a controllare l’ultima buffonata, una fiera virtuale a cui partecipiamo assieme a gente che a ste cose non sono avezzi per niente, vanno in giro con i loro pupazzi camminando all’indietro, ruotando su se stessi tra gli stand 3d ed è tutto orrendo e pittoresco, pare una raccolta di casi gravi di esorcismo, una baracconata dell’orrore. Attorno a me, la gente vera corre e sbraita, che la felicità e la tranquillità sono solo una facciata per il nobile stato della Finlandia ma in verità qua dentro è la solita guerra.

Quando ridiscendo in plancia, succede poi che qualcosa scatena la furia del Faraone, nonostante le mille macchine che i nordici ci comprano per la felicità di tutti. Pare che ci sia in giro un Virus. Comparso dal nulla sulle nuove macchine e subito parte la lotta all’infestazione software, le bestemmie volano mentre si forma il Gran Tribunale delle Colpe. Chiavette analizzate che ti senti come all’aeroporto di Baghdad ed è la sesta volta che i sensori suonano, speri che non sia la tua.

Io ne ho tre. Rischio.

Passo in consegna al softwerista, sudore freddo e intanto stai a pensare se sia possibile che si sia infilato qualche ospite e quando…magari quel giorno che ti serviva quel crack li, per quel programma illegale la…e stai a rimuginare per mille neuro-istanti quando poi, tempo venti secondi e il verdetto è servito.

“Sei pulito”

Sospiro di sollievo. Dieci minuti dopo, tra le tensioni della gente, che si guardano come ne ‘La Cosa’, salta fuori che un pc in mezzo alla ditta, denominato “la puttana” è un lebbrosaio e non ci si spiega come. Quando esco, che pomeriggio ho roba da fare, sta partendo il gioco più vecchio del mondo, lo ‘scaricabarile’.

Mi allaccio la giacca e penso a quanto andrà avanti questa spy story. Magari parte pure la rissa.

E domani c’è pure la cena aziendale…

226° giorno – Sessanta minuti

Fra un’ora il freddo, acqua sulla faccia, specchio, istanti a fissarmi, difetti, dialoghi solitari, aria calda ed occhi chiusi, vestiti gelidi, quattro mandate e l’aria dell’inverno, il borsellino nella tasca, chiavi a destra, la giacca che sembra gonfia, aria-spanna-vetro-quasi-bianco, primi metri a passo di lumaca, Lupo di tredici anni che non ama gli strappi a freddo, playlist diciassette tracce, equalizzatore “nessuno” poi repeat all, livellamento audio ON, cavo attorcigliato, volume livello ventuno, cellulare incastrato tra schienale e seduta, curve del Lupo ad alti G, cambi di marcia, rotonda…scala, rallenta, quarta traccia playlist, rewind, rallenta…metti la freccia, attendi il verde, piedi occupati, ora accelera, dai un’occhiata dietro, dopo il passaggio a livello a destra, piano…il muro è vicino, una piazza morta con mille cadaveri di acciaio, treni e rotaie, luci di semafori, luce rossa sulla portiera, asfalto, rumore di auto, strada umida di ghiaccio, sottopasso e graffiti, barboni, cibo per terra, neon rotti e gialli, piastrelle verdi e bianche, alberi secchi dentro cerchi di metallo, pietre rosse per terra, sguardi, sguardi severi, sguardi curiosi, porta di vetro, struttura in ferro nero, gradino di pietra, afa improvvisa, bancone, fretta, bicchieri…sbadiglio, testa pulsante, stanchezza, un drink, maledire l’insonnia, resto di quattro euro e cinquanta centesimi, due da uno, una da due, niente scontrino, “Vodka Lemon”, vetro ghiacciato come nel Lupo, playlist disco-dub-step dispersa tra le voci, gente come il traffico, in fila, attorno a rotonde di polimetilmetacrilato trasparente, in scatola, ansia collettiva, esistenze intrecciate, amori, tradimenti, playlist masterizzate su cd estivi, cuori disegnati con indelebili…lo odori e poi chiudi il tappo, lavori inutili mascherati da ambizioni e miserie, dubbi, malattie, malinconia, aspettative, “che cosa mi metto?” “mi ama?” “non so se dirglielo” “voglio un figlio” “cosa ci faccio qui..” che rimbalzano in quei crani, un sacco di confusione, che genera rumore, rumore, rumore, rumore, rumore.

Ma prima, almeno per un’ora…silenzio.

225° giorno – KIKO & Kicks

Quindi sto dentro questo cubicolo con un lato aperto dalle tinte blu che guardo smalti dalle cinquanta sfumature di rosa insieme a Sorella quando di fianco mi si para una bionda con tante forme, un po’ buone, un po’ sbagliate, inscatolata nel solito repertorio da freddolosa…maglioni, sciarpe e mezze tuniche. Inizia a riempire la mano di campioni di verde mentre il suo uomo, magro, largo la metà, faccia da criminale e sciarpa bianca, aria vagamente annoiata, deambula stanco…prima guarda nel reparto trucco, ora smanopola su boccette a prezzi discount per poi tornare da lei. Gli si mette proprio dietro, sembra quasi guardarle oltre la spalla, verso le tonalità di viola, tra i brillantinati e quelli ad asciugatura rapida a 1.99€.

“Pum”

L’uomo punta il suo affare in direzione chiappe di proprietà e simula un movimento pelvico rapido che cozza sul culone della bionda occhi verdi ma che sembra non dargli peso. Attorno, il solito stuolo di maniache di colori RGB apparentemente indistinguibili l’uno dall’altro…e commesse e uomini annoiati che non si accorgono di nulla.

“Pum-Pum-Pum” fa lui con il bacino, più deciso.

“Finiscila basta” risponde lei, in quel sottovoce che si sente benissimo. Ma non è un tipo convincente, lui la branca per i fianchi, la spinge quasi sull’espositore e…

“Pum-Pum-Pum-Pum”

…decisamente più forte e convinto, che io quasi mi chiedo se tra tutta quell’armatura di stoffa e lana non ci sia qualche breccia tattica e non si stiano davvero accoppiando causa terapia matrimoniale che punta a mettere pepe nel rapporto…”trasgredite…ravvivate il rapporto…piazzola autostradale? Fatelo! Recita di vostra figlia? Fatelo! Funerale di zio Mario? Dritti nel confessionale…missionario…ginocchia sbucciate quello che volete ma fatelo!” dice l’anal-ista.

Ora…io sto ancora qualche istante li per scegliere quale viola mi convince davvero mentre di fianco “Pum-Pum-Pum” che quasi vibra la mensola ma che non pare infastidire le commesse che sorridono in continuazione come fossero manichini con la gente attorno finta-ignara che litiga su rossi troppo carichi. Non che a me dia fastidio…non troppo…alla fine trovo piu sbagliato sprecare minuti di vita a scegliere liquami puzzolenti technicolor che simulare amplessi in un negozio…solo che mi stupisce sempre come la gente faccia finta che non stia succedendo nulla, indifferente.

Era notizia di qualche giorno fa…fuori dalla stazione centrale c’era sta ragazza di vent’anni, nuda, svenuta su una marea di cartoni…potevano averla stuprata in venti, o essere strafatta di eroina o chissà quale altra carognata infame tipica di questo mondo del cazzo non lo so, ma non uno che si sia fermato per capire, chiedere, accertarsi che fosse viva almeno…tutti preoccupati di essere presi per il cattivo del caso, presi a pugni da un magnaccio che sta solo punendo una sua puttana magari, presi in giro in diretta Tv con un cartello Candid Camera che spunta da dietro il vetro nero di un suv parcheggiato, presi in mezzo alla loro vita standard.

Li capisco perché spesso sono un cazzo di codardo pure io…i miei momenti con le palle di cencio me li ricordo ancora tutti…una volta che non difesi un amico da un panettiere pazzo da piccolo…o quando mi trovo una scena davanti e non riesco a tirare su la macchina fotografica e fare ‘click’…anche il solo parlare con un estraneo. Questo mondo ci mette addosso una paura boia, è un incubo, abbiamo il terrore di essere presi a calci nelle palle, ecco la verità.

Alla fine scelgo il viola più scuro…metto via il campione, prendo una boccetta nuova. In cassa, i soliti sorrisi smaglianti tiratissimi. Dietro di me, intanto…

“Pum-Pum-Pum”

223° giorno – “Che dici…allora?”

“Ehy ciao…tutto ok? Succede che sto tipo dalle tue zone settimana prossima…devo organizzarmi con un cliente e pure passare da un amico…e bho…pensavo che si poteva che ne so…tipo prendere un semplice caffè…fare due chiacchiere…parlare del più del meno…del diviso…equazioni di secondo grado…di quanto è bello il mare di sera e poi io ti saluto…tu mi saluti e magari scopriamo entrambi che tutto sommato è stato bello…non tempo buttato…due risate che si sa che ridere fa bene alla salute…mantiene giovani e tonici e in forma…poi comunque verrei senza scorta…senza fiori…senza promesse di matrimonio…io…la giacca che sicuramente farà freddo…arrivo dalla parte della stazione…ti vengo incontro…mezzo sorriso quasi imbarazzato e tu rompi il ghiaccio…mi dici “andiamo in un Cafe li all’angolo…ho voglia di cioccolata” e io “con panna?” e tu “con panna” e mentre camminiamo ti racconterò di quando ne ho assaggiata una alla banana o la prima volta che scoprii che esisteva pure quella bianca…ero in gita con la scuola…da piccolo…non ricordo dove ma ho in mente ancora la pioggia…quella piazza con muretti e alberi in mezzo…attorno case…atmosfera blu…portico e baretto…la mia amica che la prende bianca la cioccolata…con dentro un poco di peperoncino…io però non l’ho mai assaggiata bianca…forse la prenderò così in quel Cafe all’angolo…anche se le aspettative sono alte…e se poi non mi piace? Potrei rimanerci male…delusioni cosi tendo ad evitarle…ma lo sai che non rivedo più Mediterraneo da quindici anni perché ho paura che non mi piaccia come da bambino ad esempio…quando lo vidi in un campo da calcetto riadattato a cinema estivo…tralicci da muratore sporchi di cemento a tenere su un pannello bianco e io seduto sui gradini scomodi e poi…mentre tornavo a casa io pensavo che quello era il film piu bello del mondo e io amavo il cinema…e quel regista…e quel posto…e pure i gradoni scomodi…e la casa di mia nonna e ora non lo guardo per non scoprire magari che sono cresciuto per davvero e quel mondo è lontano con un sapore che non mi piace più come la cioccolata bianca magari…e a proposito…quindi…che dici…ti va? Hai tempo? Mi fai sapere? Un caffè…io e te…qualche minuto…forse pioggia fuori…rideremo…ci saluteremo…ne parleremo poi la sera…ti manderò un messaggio dal treno per dirti che mi sono divertito…sono stato bene…che sarebbe da rifare e pure te mi scrivi le stesse cose…solo un po’ più timida…che dici…allora?”

“Mi sono fidanzata…”

222° giorno – Ventuno neon illuminano i pensieri della sera

Mi sento poco producente in questa tranche pomeridiana, nonostante la mattinata intensa e quella della ISO 9001, beltà minuta mamma di due bimbi, sui quaranta, vocina graziosa, corpo da ventenne su cui tutti noi fantastichiamo e giudichiamo in fantasie estreme, battutacce, dialoghi sconci ipotetici. 

In questo stato di bradipismo auto-indotto mi agito sulla sedia con lo schienale ormai quasi orizzontale, che l’unico pensiero che rimbalza nel cranio è quello di aspettare che tutto finisca il prima possibile ma comunque seduto comodo. Dovrei impormi con Faraone e Capa, su ai piani alti…farmene comprare una nuova, di sedia…ne va della mia schiena, la salute, la postura che si traduce in camminare storto, sembrare paraplegico, emarginato dalla società, scarsamente attraente per donnine ISO 9001 cresciute, gobbo, con le anche disassate e poi, di conseguenza, triste, depresso, i vestiti che non ti stanno, poca voglia di uscire, bottiglie a domicilio di Whisky Four Roses da discount. 

Forse esagero…dev’essere tutto dettato dal sentirmi con la coscienza poco pulita visto che sto rubando lo stipendio e dovrei uscire dalla ditta per esser rispettabile, smetterla di fissare finestre che apro e chiudo senza leggere facendo click su pezzi di software bianchi senza bottoni, osservando spie luminose rosso acceso di stufette e compartimenti elettrici che diffondono radiazioni e calore con effetto soporifero. Faccio un passo verso una parvenza di vitalità, ma non di decenza, e scrivo ad una mia amica, anche se abbiamo già chiacchierato abbastanza ieri notte…e questa mattina…e nel primo pomeriggio e il giorno prima pure e quello prima ancora pure. Mi scrive che sta pranzando solo ora, che l’uni è pesante, che le tocca pure lavorare il pomeriggio nonostante sia una mezza giornata speciale e io le rispondo che tanto vorrei la pace nel mondo, cielo blu con veloci nuvole bianche e sole splendente, l’odore di fieno, appisolato sul giardino del vicino con l’erba più verde…eredità e pace alla sua buon’anima, un bastoncino conficcato per terra, un filo che si srotola da quella porzione di ramo di betulla fino al cielo, aquilone rosso, ogni tanto ombra, rumore d’acqua a sedici decibel. Poi, le dico di pranzare pure in tranquillità che io ora ho da lavorare duro da vero professionista serio con tabelle, scadenze, sottoposti a cui gridare ordini da una scrivania in cui io appoggio i piedi, sdraiato su una sedia dallo schienale quasi orizzontale ma non perché scassata ma grazie a servo-meccanismi elettrici costosi, progettati apposta per auto-modellare cuscini con il mio culo, la schiena storta, la nuca pelata, la brutta faccia, l’ambizione, l’ego che cerca spazio fra le costole, le bugie che tengo nascoste da qualche parte sui fianchi.

Infilo il telefono in tasca, apro un file, temporeggio, dò un’occhiata. Richiudo. Ci ho provato.

Spento. Mi passo la mano sulla nuca e sulla testa alla ricerca di residui di capelli più duri degli altri che mi diano illusione di potenziale ricrescita futura…risvegliarmi con un pezzo di chioma in più mi garberebbe, ma anche risvegliarmi in compagnia, in una casa comprata da me, con un gatto mio, elettrodomestici moderni anni ’50 e rovere…mi piace il rovere…il rovere è bello. Mi passo la mano sulla barba a due lunghezze, li sul collo dimentico di farla da una settimana, mentre osservo l’orologio digitale inchiodato da venti minuti sulla stessa ora, sensazione di quieto nervosismo e fastidioso far nulla e come al solito, finisce che la prostata pensa per me.

“Vai al cesso” mi dice, “hai un disperato bisogno di pisciare” insiste.

Mi alzo, scendo le scale, “cosi mi sveglio” mi dico. Entro nello spogliatoio e vado per fare quello che devo fare ma tanto è inutile, era solo una finzione subconscia e mi ritrovo infilato in un cubicolo con luce a lampadina a fissare il muro, puzza atroce nonostante sia stato pulito dall’impresa nel pomeriggio, come una di quelle persone belle fuori e infernali dentro. Mi lavo le mani perché è cosi che si fa, che tu pisci o non pisci, che ti tocchi il bigolo oppure no, polverina bianca che quando vai ad asciugartele ti accorgi che te ne sono rimaste delle chiazzette da qualche parte quindi ancora acqua e poi finalmente te le asciughi, unavoltaemezza di getto-aria calda anche se sto diventando bravo, quasi me ne basta una sola mandata. 

La gita al cesso non serve a nulla, continuo a sentirmi una scatola vuota in attesa della spedizione delle 19:30, i ragazzi tentano di parlarmi ma rinunciano, mi salutano e se ne vanno, i rumori quasi spariscono e mi sento come in un film americano, con l’avvocato che fa il figo da solo in ufficio di notte ma con scatole e macchina sullo sfondo invece dello skyline di Chicago. Manca poco ormai, il cervello è definitivamente in quasi-stand-by…dovrebbe esserci pure una spia da qualche parte, forse sul petto…come quella della mia TV che spengo dal letto e che per pigrizia non mi alzo ad uccidere per far terminare quello spreco di onde luminose…la lascio fissa a ciucciare Watt/ora e mi giro dall’altra parte nel letto e non la guardo più come a volte, faccio con le persone. 

Si parlava svogliatamente di una nostra amica cameriera prima…mi è venuto da pensare che sono tipo due mesi che non la sento…perchè poi, non lo so. Non è nemmeno per il classico gioco delle resistenze “non la cerco perchè lei non mi cerca”…oppure il “cazzo quanto odio quando non mi rispondono…sai che ti dico vaffanculo” no…sembra solo che lo spazio in memoria sia finito, me ne dimentico e non parlo solo di lei. Mi sento uno sceneggiatore di una serie che non sa più gestire i suoi attori e che fa confusione, tralascia particolare, crea buchi nella trama.

Da mezzo sdraiato mentre fisso i ventuno neon bianchi appesi a quattrometrietrentotto dal terreno, mi riprometto che “stasera sento un po’ come sta”.

Ma mento a me stesso, lo so benissimo.