78° giorno – “Sccciuuuuuurlllp!”

“Sccciuuuuuurlllp!”

Periodaccio questo, perché ho la tendenza a non sopportare le persone.

“Sccciuuuuuurlllp!”

Che mi infastidisce ogni cosa, dai gesti ai pensieri, alle ideologie. Le parole e l’abbigliamento, le acconciature. Quasi tutto.

“Sccciuuuuuurlllp!”

Però non reagisco violentemente, non faccio scenate, “serbo tutte queste cose nel mio cuore” come Maria che chissà perché sta cosa della Bibbia mi è rimasta. Se non sbaglio stava sempre alla fine del Vangelo, quando Gesù tipo diceva qualcosa di fico o montava un casino dei suoi e visto che al resto non prestavo attenzione, la frase finale era il segno che potevo svegliarmi. Ci sta che me la ricordi.

“Sccciuuuuuurlllp!”

C’era scritto anche qualcosa del tipo “ama il prossimo tuo come te stesso” ma ultimamente niente da fare, e questo continuo “Sccciuuuuuurlllp!” peggiora solo la situazione. D’altronde, perché fare casino mentre si mangia? Risucchiare roba come un’idrovora mentre il resto della gente non fa il minimo rumore consumando lo stesso piatto? Tutti tranquilli ed educati mentre te “Sccciuuuuuurlllp!”. Non ti guardo ma mi immagino un muso sporco di sugo e pezzi di animali sparsi in giro, particelle di cibo che svolazzano per inerzia dopo ogni “Sccciuuuuuurlllp!”.

Come faccio, Bontà Celeste, ad amare il prossimo mio se quello moltiplica la mia insofferenza più di pani e pesci? Che poi il mio auto-masochismo non fa altro che farmi concentrare su quel rumore, quell’ostentare gusto, come se fosse la sostituzione di un “complimenti al cuoco” ma fatto con degli “Sccciuuuuuurlllp!” più fastidiosi di un rutto.

“Sccciuuuuuurlllp!” 

Mi alzo e urlo con tutto me stesso: “basta con sti versi! Se mangi un brodo che fai, imiti una barca a motore?”. Sguardi sconcertati, forchette che cadono, finalmente silenzio di tomba…anzi, di sepolcro. Verrò cacciato, insultato, crocifisso. Parte la rissa e l’indignazione, sono la nuova pietra di scandalo della famiglia…

…mi piacerebbe, ma invece stringo solo ha forchetta più forte mentre serbo i miei film mentali dentro il cuore, tacendo pavidamente. Alla mia destra nessun meritato silenzio di sconcerto, solo…

“Sccciuuuuuurlllp!”

76° giorno – Okome

Torno dopo aver ingurgitato grosse quantità di pesce e riso. Avendoci bevuto sopra anche tredici bottiglie d’acqua mi sento un bidone e ringrazio di essere a letto. Dovrei essere a dieta, mi alleno tantissimo eppure mi vedo sempre più grosso come nei discorsi delle quindicenni anoressiche e non capisco mai se credere alla leggenda che sono i muscoli che spingono in fuori la ciccia o in realtà stia ingrassando, anche se non ha senso.

A parziale scusante, bevo come un cammello. Arrivo a casa, tiro fuori una bottiglia da due litri e la finisco subito, poi ne prendo un’altra e attacco pure con quella. Ma anche a lavoro bevo e la sera e quando mi sveglio di notte. Sempre.

Non è che ho sete, è che voglio bere acqua.

Certo che dovrei attenermi più ai piani non mangiare e bere a caso…rimettermi in equilibrio insomma.

Ma sembra proprio che l’equilibrio non sia roba per me. In niente di quello che faccio.

73° giorno – Prigioniero

Un mio grande amico mi ha regalato una foto di qualche anno fa. Ritrae un ciccione seduto su una panchina, la faccia tonda e sofferente, dietro una grata, un gusto nel vestire decisamente poco raffinato con maglione grigio e canotta in bella vista. La foto si chiama “prigioniero di se stesso” e il ciccione sono io. Un estraneo, vedendomi adesso, potrebbe pensare che tutto sia cambiato ma in realtà non è proprio così. Credo di essere ancora dentro la prigione della mia mente, una stupida penitenza auto-imposta che non mi fa rischiare, non mi fa sfidare il mondo e mi costringe a provare mille paure diverse, a parlare sottovoce. Ho paura di troppe cose anche se la battuta pronta e gli atteggiamenti mascherano tutto in qualche modo, fa sembrare come se ogni cosa mi scivolasse addosso mentre in realtà si incastrano nelle mille crepe della mia finta corazza.

Sempre più spesso però, sento una vocina che parla salendo da un punto dietro lo stomaco.
“So cosa hai fatto l’estate scorsa” mi dice tipo, con la voce da killer, accusatoria.
“Ero al mare, come ogni anno” gli rispondo facendo finta di nulla, ma so di cosa parla.

Intende tutti quegli anni sprecati ad attendere che fosse il mondo ad adattarsi.

No, non è mica così che vanno le cose, il mondo non si adatta a chi lo abita ma TU, se non vuoi essere quello che cambia, devi essere forte abbastanza da plasmarlo a martellate. Come lo vuoi te.

Sono in grado? Sono forte abbastanza? Devo darmi una risposta, devo uscire dalla cella il prima possibile.

E scoprirlo.

71° giorno – Sacro Graal

Wimbledon prende possesso della TV e tutte le volte che il giudice esclama “15-love” io capisco “fettina” e quell’erba che riempe lo schermo mi sembra un ottimo contorno di insalata.

Ho fame.

Strana sensazione essere malato con 45° gradi fuori. Io che poi nemmeno ricordavo più come ci si sentiva da ammalati. Un gran senso di fame dicevo, un gran sonno, che stanotte non ho mica dormito un granché. Avevo freddo, ma con il lenzuolo sopra avevo caldo quindi ho tenuto giusto mezzo lenzuolo rimanendo mezzo-scoperto con il risultato che il mio raffreddore è pure mezzo-peggiorato, io che non mi ammalo mai ma al massimo mi mezzo-ammalo.

Non dovevo fidarmi della finestra aperta, in questi due giorni in cui tempeste solari si alternano con nuvole e scrosci d’acqua mixando primavera e autunno alla faccia delle mezze-stagioni sparite. Ne sta arrivando uno adesso di temporale, che si fonde con i residui del giorno, la tipica luce dorata che noi fotografi amiamo, creando una sensazione malinconica.

Mi alzo con fatica, con il fisico di un paralitico dopo un incontro di box con Tyson dei tempi d’oro e vado in cucina, dove ascolto in silenzio se il frigorifero è vivo visto che sono tempi duri anche per lui. A volte cade in coma e c’è la forte preoccupazione che le interiora, ovvero il cibo che c’è dentro, vadano in decomposizione. Una cosa antipatica quando la spesa l’hai stata fatta il giorno prima ma per fortuna il ronzio sommesso mi rassicura un attimo, speriamo passi la notte. Dentro il vecchio frigo, un sacco di robe buone che per scelta non posso mangiare per cui comincio a guardare se in giro ci sia qualcosa di accettabile e io mi immagino che dall’esterno possa assomigliare ad un tecnico di CSI alla ricerca di prove.

“Grissom! Qua c’è una fetta di Bologna!”

Affettati, melone, frutta, coppa di cioccolato con dentro la panna, uova, burro, verdure…naaaa, sto quasi accettando il fatto di lasciare perdere e di ritornare sul letto davanti a quella brutta finale di tennis.

Poi, dietro un panetto di burro e una melanzana esageratamente gonfia, noto un dettaglio, qualcosa di estremamente familiare ed infatti, ecco il Sacro Graal dei miei pomeriggi, lo yogurt alla banana.

Sapete quelle scatole di yogurt attaccate le une con le altre, due gusti in fila. Ce ne sono due di albiccocca, due di fragola, due di banana e cosi via. Quello alla banana è il primo che finisco di solito ma ecco che Dio, o la Fortuna, o qualche divinità tentacolare che esiste in abissi mistici, per dimostrarmi la loro esistenza e benevolenza, si manifestano dentro il mio frigorifero puntualmente rifornendomi di uno yogurt alla banana che in teoria non dovrebbe esistere perchè li hai finiti tutti quattro giorni prima ed è impossibile che te ne sia sfuggito uno. Sacro Yogurt alla banana zen.

“Grazie divinità” penso mentre lo mangio

“Grazie per questo dono, ancora una volta!”

Certo, che se adesso queste divinità alzassero il tiro e materializzassero dentro il frigo anche un po’ di soldi o la donna della mia vita lo apprezzerei di più.

Sembra quando lo zio miliardario ti da 5 euro per comprarti il gelato.

Barbone.

70° giorno – Parkour, tre mesi dopo…

Bello ricominciare a muoversi e saltare, riprovare il gusto di fare fatica ma continuare a correre anche se non ne hai più, anche se sai che ci sarà il rovescio della medaglia. Disteso sul letto, ogni singolo muscolo si lamenta e se ci fosse qualche sindacato indirebbero uno sciopero di almeno una settimana

“Lei da quel letto non si alza” dice il quadricipite.

Che ero stanco già alle quattro quando mi incastravo tra i rami di un albero, o alle cinque scavalcando panchine, o alle sei sopra una sbarra.

Ma oggi la fatica non era importante. Credo che stavolta la voglia di arrivare a dove giunge il mio desiderio sia troppa e anche se domani il risveglio sarà tragico, la prenderò solo come una sfida in più.

Non voglio più ascoltare le mie scuse.

69° giorno – On an empty space

Ho deciso di stare a casa stasera…a non fare nulla.

Scrivo il diario come temporaneo break alla mia consapevole scelta di buttare ore preziose di weekend in partenza.

Il mio fare nulla è davvero fare nulla.

Clicco di qua e di la senza combinare davvero qualcosa. Potrei e vorrei leggere ma non lo faccio. Ho un sacco di film da vedere ancora, ma non lofaccio. Studio, lavorare per me stesso, fare quel “book” di lavori, scrivere quel “book” di racconti, aprire quel “book” con la lista dei miglioramenti personali da perseguire…no, non lo faccio.

Fisso un punto indistinto, talmente indistinto che a volte devo correggere la vista perchè si appanna, con il pensiero che è così perso nel non pensare, che lascia senza opporre resistenza che gli occhi si offuschino, che il fuoco vada perso, che pure le pupille non facciano nulla.

Lasciate perdere, sono convinto che non sia del tutto inutile tutto ciò, spero di trovarci un significato, una motivazione in tutto questo, un giorno.

E a quel punto forse, dovrei davvero trovarmi qualcosa di serio da non fare.

Un nulla più inutile.

68° giorno – Momenti

Quando capisci che stai vivendo un bivio, che devi farti avanti a parlare, perché avverti che sono due esistenze che si incrociano in quel momento, in quell’istante anche se sembra strano, in un cinema e anche il momento sembra sbagliato, e il contesto e le comparse tutte attorno sono fuori luogo…ma tu non fai nulla, stai fermo e lasci che scorra, perché sei un idiota.

Odio quei momenti.

67° giorno – Ferite

Oggi, hanno bucato la strada che porta alla mia casa, anche lei piena di crepe ormai. C’è un solco, un fossato che passa vicino alla mia ringhiera. Lo tapperanno con della terra e credo che domani ci daranno una passata di nero. Però il segno si vedrà comunque e quello squarcio lungo 30 metri me lo ricorderò.

Strada, casa, cuore.

Il mio povero micromondo viene continuamente bersagliato.

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14° giorno – Ignavo

Alla fine non scegliendo ho fatto una scelta.

Il tempo scivola tu sei indeciso ed è il tempo che decide per te. Passo un paio di ore sul filo di quella insicurezza e un altro paio a maledirmi per avere sbagliato, forse. Tra il Gesu che se fosse in quest’epoca si vestirebbe moderno perché altrimenti sembrerebbe una parodia di se stesso e l’ Accertatore 529 che piazza 41 euro di multa sul parabrezza della macchina del mio compare, tutto per rispetto della teoria “se non pago il parcheggio in un posto in cui tutti di solito lo pagano nessuno controlla” mi sono anche distratto, ma poi, nonostante il vino, la compagnia, le risate, e il sole e una lunga e bella giornata accidenti…il pensiero cade puntualmente sul fatto che sono un coglione e che vorrei cambiare, ma forse non lo voglio abbastanza.

10° giorno – Le piccole cose

Il tempo non basta mai e il tempo corre. Oggi non sono riuscito a fare metà delle cose che volevo fare e a quest’ora, quando magari vorrei rilassarmi, rimangono ancora un paio di faccende odiose da sistemare. Sono giusto riuscito a ritagliarmi un’ora per fare un paio di salti e una mini-seduta di allenamento. Certo che il tempo scivola via veloce…fai sempre le stesse cose e ti accorgi che invece di essere ancora un bambino hai 30 anni, non hai un lavoro sicuro, non hai prospettive, non sai cosa fare dei tuoi sogni e non sai se poi qualcosa valgano davvero, non hai una donna ne un ideale di persona con cui puoi stare davvero bene, non hai la serenità di portare avanti i tuoi impegni, non sai cosa sarà di te fra tre mesi.

Però tutto sommato, in tutta questa riflessione negativa ma non troppo, mi sono accorto che c’è il sole e una leggera aria fresca,…e si sta bene. Ho nelle cuffie Quattro dei Calexico, ho una cena che mi aspetta a casa, mia sorella che mi proporrà di vederci una puntata di xfiles assieme, qualcuno mi chiederà di uscire, qualche altro amico vorrà discutere di un’idea folgorante, mio padre mi mostrerà la sua ultima creazione, avrò nuove canzoni da scoprire, curiosità da leggere, fotografie da guardare, dettagli e piccole cose, tutte attorno.

C’è forza anche nei dettagli, questa è forse la mia personale morale quotidiana.

Ci pensavo anche poco fa, mentre mi allenavo. Stavo scendendo da un muretto…una cosa banale e poco rischiosa. Saltando giù, ho toccato con la punta sul bordo e mi sono sbilanciato…per qualche attimo ho creduto di cadere con la faccia sull’asfalto ma all’ultimo secondo ho recuperato l’equilibrio e in qualche modo sono atterrato sulle mie gambe. Allora ho realizzato che se non stai attento alle piccole cose che ti circondano, senza fare tutto con la massima cura, con attenzione e concentrazione, rischi di cadere e farti male.

Nella vita non succede lo stesso?