12° giorno – L’uomo del Linoleum

“Lei è l’uomo del linoleum?”

Ha una polo rossa e blu, cosi particolare che quasi mi convinco che lavori li, che sia la divisa di quel posto…

“Lei è l’uomo del linoleum?”

Rasato, occhi blu e un sorriso a 56 denti…avrà 45 anni, avvicinandomi noto uno stemma sportivo sulla polo, è un cliente, forse solo un po eccentrico. Emana sicurezza e giovialità che quasi vorresti essergli amico, e sembra più alto di quanto sia in realtà, eppure è circondato da pezzi di legno e ferro alti due, tre metri.

“Lei è l’uomo del linoleum?”

Non so…dopo una giornata passata a correre in mille posti, stanchissimo, sudato, intrattabile, ogni domanda diventa esistenziale. Chi sono? Dove sono? Sono l’uomo del linoleum? Che poi, come dice la mia segretaria Chiara, il Linoleum che fanno adesso è Figo con la F maiuscola, è di moda, è lucido e colorato non come quelle schifezze di una volta quando intristivano infinite aule scolastiche e corridoi ospedalieri.

“Lei è l’uomo del linoleum?”

Me lo immagino alto e imponente l’uomo del linoleum, un tipo importante che sa il fatto suo, con la gente che chiede appuntamenti ad ogni ora. Sua moglie gli fa anche da manager, ha lasciato il suo lavoro da modella, che tanto con il linoleum oggi su fanno i soldi perché è Figo con la F maiuscola ricordate? Tornato di moda come i jeans a vita bassa “il linoleum è il nuovo parquet” dice l’uomo del Linoleum dalla sua Mercedes cabrio “mica intristisce più le aule scolastiche e i corridoi ospedalieri come una volta”. Lo dice sorridendo appena prima di partire sgasando. Che ha fretta. Clienti, dice. Chi è? Dove sta andando? L’uomo del Linoleum queste domande in realtà non se le pone. L’uomo del linoleum arriva e basta. Sempre.

“Lei è l’uomo del linoleum?”

“No, mi dispiace, cerco delle cornici” rispondo al rasato eccentrico.

“Ah…” il sorriso sparisce, pure il neon che ci sovrasta sembra emettere meno luce.

Noto la delusione sul suo volto e anche io sono deluso mentre scendo nel seminterrato, per trovare delle cornici, in alluminio magari, che non sarà linoleum ma purtroppo mi devo accontentare.

Ma “Chissà!” penso tra me e me, un giorno potrei diventarlo…un uomo del linoleum.

Un giorno potrei incontrare un altro uomo dalla polo sportiva eccentrica, raggiungerlo, stringergli la mano con forza e rispondere:

“Si, sono io…l’uomo del linoleum.”

11° giorno – Panchine Zen

A volte basterebbe una panchina per cambiare una giornata. Spesso quello che vuoi in un dato istante, in quel preciso posto è poterti sedere, magari mentre attendi il bus e c’è il sole che scalda, musica, nessuno attorno. Ma qui una panchina non si trova, solo tubi arrugginiti e scomodi, superfici troppo basse o troppo sporche, bordi taglienti. Una panchina ispira fiducia, anche se magari è più lurida dell’asfalto stesso. Il pullman arriva e la voglia di sedermi comodo e rilassarmi non si placa su quei seggiolini di plastica arancioni, troppo stretti e che trasmettono tutte le vibrazioni del motore e dell’asfalto sulle ossa. Mi sento come incastrato, senza potermi muovere con fin troppo caldo per quei vetri che rendono quel posto una serra.

Fisioterapia.

Faccio le scale che mi portano allo studio, in anticipo di un buon quarto d’ora, nervoso per la mia voglia di panchina zen, che sta li nel momento e nel posto giusto, quando ti serve.
Entro nell’atrio, pareti colore pastello, musica in sottofondo e li, splendente e blu, una poltroncina. Mi siedo e mi rilasso e quasi non ci credo. “Finalmente” mi dico e l’umore un po’ migliora, pronto al Nirvana. Prendo un Dylan Dog e comincio a leggere, la storia è particolare e strana, onirica. Mi affascina. Continuo con la lettura, sempre più preso dalla sceneggiatura ma ecco, è il mio turno. A malincuore mi alzo e lascio il fumetto sul tavolino ma mi prometto di finire quella storia appena finisco, seduto comodo in quell’atrio.

Solo che oggi sono maledetto.

Finisce la seduta e devo uscire subito, per vedere una persona e il Dylan Dog rimane li, con quella storia a qui mancava solo un finale da scoprire e io scendo le scale e ci penso, apro il portone del palazzo e ci penso, mi incontro con quella persona e ci penso, riprendo il bus con quei seggiolini stavolta verdi e ci penso.

C’era tutto…atmosfera, un fumetto da leggere…e una sedia comoda. “Finalmente” mi ero detto, e invece…

Sempre più convinto che bisogna sedersi solo nei momenti e nei posti giusti, altrimenti sono solo incazzature inutili.

Solo panchine zen, se si sanno riconoscere.

10° giorno – Le piccole cose

Il tempo non basta mai e il tempo corre. Oggi non sono riuscito a fare metà delle cose che volevo fare e a quest’ora, quando magari vorrei rilassarmi, rimangono ancora un paio di faccende odiose da sistemare. Sono giusto riuscito a ritagliarmi un’ora per fare un paio di salti e una mini-seduta di allenamento. Certo che il tempo scivola via veloce…fai sempre le stesse cose e ti accorgi che invece di essere ancora un bambino hai 30 anni, non hai un lavoro sicuro, non hai prospettive, non sai cosa fare dei tuoi sogni e non sai se poi qualcosa valgano davvero, non hai una donna ne un ideale di persona con cui puoi stare davvero bene, non hai la serenità di portare avanti i tuoi impegni, non sai cosa sarà di te fra tre mesi.

Però tutto sommato, in tutta questa riflessione negativa ma non troppo, mi sono accorto che c’è il sole e una leggera aria fresca,…e si sta bene. Ho nelle cuffie Quattro dei Calexico, ho una cena che mi aspetta a casa, mia sorella che mi proporrà di vederci una puntata di xfiles assieme, qualcuno mi chiederà di uscire, qualche altro amico vorrà discutere di un’idea folgorante, mio padre mi mostrerà la sua ultima creazione, avrò nuove canzoni da scoprire, curiosità da leggere, fotografie da guardare, dettagli e piccole cose, tutte attorno.

C’è forza anche nei dettagli, questa è forse la mia personale morale quotidiana.

Ci pensavo anche poco fa, mentre mi allenavo. Stavo scendendo da un muretto…una cosa banale e poco rischiosa. Saltando giù, ho toccato con la punta sul bordo e mi sono sbilanciato…per qualche attimo ho creduto di cadere con la faccia sull’asfalto ma all’ultimo secondo ho recuperato l’equilibrio e in qualche modo sono atterrato sulle mie gambe. Allora ho realizzato che se non stai attento alle piccole cose che ti circondano, senza fare tutto con la massima cura, con attenzione e concentrazione, rischi di cadere e farti male.

Nella vita non succede lo stesso?

9° giorno – Vuoto

Oggi pensavo a tante persone, cose e fatti. Alcuni tristi o poco simpatici. Il tutto condito da un senso di nausea dovuto a fumi di plastica bruciata che a molti in ditta non danno grosso fastidio ma a me creano un malessere persistente, nonostante mascherine, aria fresca, precauzioni. Si trascina da ore.

Quindi vorrei lasciare spazio al vuoto questo nono giorno, solo per questa volta. Alla fine il vuoto di una mancanza, di una persona, di una pagina o riflessione, di un qualsiasi stato d’animo in cui la misura non è mai giusta spesso è anche fin troppo rumoroso e riempe testa e cuore. Il bianco sa parlare anche fin troppo bene.

8° giorno – Gelato

Cosa scrivere di una giornata passata mezzo addormentato a vagare tra una superficie comoda ad un’altra? Causa due lattine di redbull-clone sparate di fila alle due di notte non ho decisamente dormito bene sognando ragni salterini ed oggi lo sto accusando. Per infierire sul mio stato zombesco ho anche mangiato come un maiale causa ospiti a casa, il che ha significato aggiungere sonnolenza ad un morto. La MotoGP è stata il colpo di grazia.

Una cosa però, mi ha scosso oggi. Stavo giustamente comprando un gelato prima di pranzo che non si sa mai che si mangi poco, cono medio, tre gusti perché volevo provare il chou chou e il sorbetto al cioccolato extra fondente senza dover rinunciare al melone. La ‘gelataia’ sfoggia un sorriso e mi rassicura con un “Certo” che mi rasserena.
Le è chiaro il mio desiderio, anche perché scandisco bene gli ingredienti, “M E L O N E, S O R B E T T O E X T R A F O N D E N T E, C H O U C H O U”.

Inizia a prepararlo con dovizia di cura mentre chiacchiero con mia sorella. Mi giro, per prenderlo e nessuna traccia di cioccolato extrafondente….

Solo melone, chou chou e fottutissimo Fiordilatte…

Tendenzialmente sono uno che alla storia dello Yin, Yang, bianco o nero ci crede….

…speravo solo che non si intromettesse anche nei gelati che mangio, ecco.

7° giorno – Missione segreta

Il diario di oggi in realtà inzia ieri sera, quando nel mio piccolo universo privato, una specie di appartamentino di 30 metri, un amico mi chiede di venire in bagno un attimo. Nella vasca, entrato da chissà dove, un ragno nero di generose dimensioni…ma non uno di quelli con le zampe lunghissime e il corpo che manco si vede no, uno di quelli neri come la morte e grossi.

“Uno di quelli che salta” mi dice. Il mio amico, non il ragno.

Ora, in questi casi, la soluzione è solo una. Chiudere la porta e aspettare il giorno dopo, in modo da poter convincere con una scusa tua sorella ad entrare in bagno, chiuderla dentro e farla interagire con il ragnaccio. Cosi, per divertimento.

La mattina, vado giù per controllare come sta e chiedergli se volesse qualcosa da mangiare (al ragno, non a mia sorella) ma di lui nessuna traccia, nonostante la porta chiusa e sigillata. Stupidamente mi ero dimenticato della finestrella che dà sul corridoio, quindi è probabile che una di queste sere me lo ritroverò sul collo mentre mi guardo una serie tv. Mi morderà e qualche parte del corpo andrà in necrosi come al chitarrista degli Slayer, che guarda caso è morto ieri. Speriamo vada meglio.

Il resto della mattina è stata spesa a fare ‘la spesa’ il che di solito mi annoia a morte e ad essere sincero, forse non ne sono nemmeno capace. Se sulla lista ti scrivono “carne trita” e te ne trovi di bovino adulto, bovino cucciolo, medio, disoccupato, misto manzo\suino, dinosauro e cane quale devi prendere? Quanti grammi? Poi, odio le situazioni di imbarazzo. Torno da una ‘missione’, un modo simpatico per rendere divertente andare in giro per quel posto pieno di gente luci e aria climatizzata ma che in realtà è semplicemente raccattare due cazzate in poco tempo. Avevo preso quello che dovevo prendere e inizio a mettere tutto nel carrello ma ci metto due minuti a capire che quel tizio anziano sui 70 anni che mi guarda perplesso facendomi il gesto del “che cazzo stai facendo” sia il vero proprietario del carrello.

Va be, figura di merda, ma almeno la missione speciale, ovvero recuperare un pacchettino di 500gr precisi di fragole l’ho passata alla grande: cercavo cercavo e poi..in un angolo, sotto una scatola vuota ecco che intravedo qualcosa di rosso e scintillante. Mi avvicino…controllo che non sia una trappola e poi scatto. 5 metri di corsa per raggiungerle…e quasi non ci credo…sono proprio fragole, una vaschetta da 500gr.

Una mi sembra un po’ andata, ma non me ne frega nulla.

Missione completa.

6° giorno – Riunione tecnica

Nel sogno di stanotte, ero pieno di ferite sulle braccia, anzi…cicatrici. Odiavo vedermele sulla pelle ma ne ero affascinato. Spegnevo la luce e diventavano iridescenti tipo “pallida luce lunare” e solo allora notavo che erano disegni, simboli, messaggi. Avevo la certezza di essermeli fatti io, come quando da piccolo ti graffiavi o ti scrivevi a penna addosso, come se fossero ricordi riaffiorati dal passato. C’è una barca stilizzata, un’omino, delle scritte. “Cominciano a piacermi” penso, mentre mi sveglio.

La stanchezza di una serata troppo lunga si fa sentire la mattina. Lavoro, tra sonno e noia e poi mi sposto in un nuovo posto, che non conosco. Non so voi, ma il mio senso dell’orientamento a volte è pessimo; da piccolo per 2 volte nello stesso giorno mi sono perso nel supermercato con mio padre costretto all’umiliazione di andare al banco centrale per raccattarmi, come si fa con l’ultima delle raccomandate INPS. Se qualcuno mi chiede un’indicazione davanti a casa mia, io “non sono di qua”. Sempre. Odio quando dai indicazioni e dopo tre minuti vedi ripassarti davanti di nuovo la stessa macchina perchè “chissà dove mi ha mandato quell’idiota!”. Imbarazzante.

Trovo il posto…un assemblato di lamiere marroni che forma dei cubicoli, in ogni cubicolo un azienda, sembrano dei garage. Anzi, molti sono dei garage. Sono qua per una specie di lavoro, un probabile nuovo cliente. Mi accoglie proprio lui, un novello Steve Jobs, forse un po’ meno ambizioso, ma di estetica uguale anche se il maglioncino è azzurro e mi sento fuori posto con i miei jeans strappati, la maglietta con la scritta NIKE ATHLETIC e la borsa in pelle con il simbolo della Sardegna appiccicato sopra. Spero che non mi esca qualche “Cazzo” di troppo mentre parlo.

Ora…presente quando succede che si parte da un’idea…da un lavoro da fare e poi la cosa sfugge di mano? Doveva essere un progetto semplice, due cazzate intorno al tavolo per imbastire il primo progettino da fare assieme e invece…

…no.

Tempo 17 minuti mi trovo circondato da tutto il team di sviluppo che butta fuori problemi idee, cose urgentissime che ci sono da fare. Incredibilmente, arrivano anche due commesse proprio in quella mezz’ora in cui mi trovo io. Arriva pure Enrico il meccanico, a cui mancano gli incisivi superiori e il resto della bocca non è comunque un gran spettacolo…dannato tabacco. Pure lui ha da discutere e da proporre.

Passo un’ora a parlare di carrelli, infrasuoni, barre d’oro, ripiani di alluminio, vasche di acciaio, motori lineari, schermi a protezione totale dall’acqua, cablaggio intelligente, elementi meccanici, trasferte all’estero, la macchinetta del caffe che non lo fa buono come una volta e no grazie, non lo voglio, preferirei quel succo all’arancia rossa che ho visto li in giro.

Sempre che non fosse uno strano intruglio chimico.

Ma non lo chiedo. Non vorrei che intervenisse un qualche professore che passava di li per caso.

5° giorno – Segrete ambizioni

Potrei raccontarvi di come non sono andato a lavoro questo pomeriggio per seguire il mio programma condensato e preciso…uscire alle quattro, passare in banca, andare dal commercialista poi alla seduta di fisioterapia, tutto preciso al millesimo, con discorsi e dialoghi pre-immaginati e infilati in quella tabella di marcia. Potrei raccontarvi di come in banca mi dicono che la mia firma digitale sia da rifare e io che mi chiedo che valore possa avere firmare con un pennino anti ergonomico su un touch screen che alla terza lettera comincia a non capirsi nulla e tutta la scrittura tende ad andare storta con un angolo di 25° gradi verso il basso. Potrei raccontarvi dei 20 minuti passati ad attendere l’arrivo dell’impiegato mentre osservo un cinese vestito come un deficente che litiga al banco o di quando ho messo una nuova firma, peggio di quella di prima o ancora, potrei raccontarvi di quel supermercato vicino alla stazione, un misto ghetto e lazzaretto, con personaggi fumosi, storti, strani, interessanti, emarginati e quell’odore di fogna anche dentro il negozio dove compro l’ennesimo paio di auricolari sbagliati. Potrei raccontarvi degli esercizi per la mia spalla, della ragazza con cui dovevo vedermi alle 20 ma non sta bene, non può, di quando vado a prendere il pullman, che mi piace e lì, anche lui che lo aspetta, intravedo un amico che sta in Inghilterra da anni e che non vedo da una vita ma vado lungo, faccio finta perché non ho voglia, preferisco osservare quel vecchio sulla panchina, dall’unghia del mignolo lunghissima e mi chiedo perchè…
E invece no…quello sarebbe un diario normale, di quelli che iniziano con “Caro Diario…” e finiscono con cuoricini e la frase “Credo di essere innamorata!”.

Fanculo no.

No, vi racconto della sensazione di essere oltre quel posto e quelle persone, di ambire a tutt’altro..a qualcosa di più grande. Vi racconto del non riconoscermi in nessuna di quelle vite, esistenze e scelte che sento e osservo attorno a me, che giudico e vedo con distacco, quasi con superiorità e sbaglio lo so ma spesso, mi sembrano solo l’apice dell’accontentarsi.

E non capisco se quello che mi serve è un bagno di umiltà o la certezza di aver ragione.

4° giorno – Vacanze

Mentre ero nella doccia (i pensieri più profondi mi vengono sotto l’acqua) ragionavo sulla società dell’apparire attuale. vedete, sono rientrato dalla Sardegna qualche giorno fa e i miei compaesani notato il mio leggero rossore in netto contrasto con il colore pallido di chi non vede il sole da mesi come loro mi chiedono:

“Dov’eri?”

“In Sardegna qualche giorno…” gli rispondo

“Ah bhe, te sei ricco, sempre in vacanza, beato te, blablabla…”

Ovviamente è inutile stare a spiegare che non sono ricco, che ho la fortuna di poter vivere sull’isola senza spendere una fortuna, come è inutile spiegare che la ditta era chiusa e mi sono concesso lo sfizio, che per risparmiare prendo i pullman con le ali della Easyjet, e che se ci fosse una sedia legata con lo spago alle ali dell’aereo e si risparmiasse qualcosina prenotandola, forse lo farei.

No, io sono ricco perchè sono leggermente abbronzato.

Ora, per tutti quelli che in questa società dell’apparire ci sguazzano, ecco la mia proposta: andate a lavorare alla costruzione di un’autostrada in Costarica, o comunque dove fa molto caldo e lavorate 47 ore al giorno per un mese. Al ritorno, abbronzati e magri, alla domanda “Dov’eri?” voi rispondete “un mese in Costarica” e cercate di sorridere evitando di pensare al fatto che avete buttato un mese di vita a soffrire come un cane mentre spaccavate pietre e versavate bitume.

Vi diranno “Ah bhe, te sei ricco, sempre in vacanza, beato te…”

Sorridete di nuovo e rispondete “Si, sono un uomo molto fortunato”.

3° giorno – Il sogno

Sono a casa del mio migliore amico giapponese, seduto a capotavola ma girato verso il lato lungo, non so se si capisce…è semplice in realtà. C’è anche la madre del mio amico, seduta dal lato opposto del tavolo, anche lei girata come me, siamo paralleli. Non stiamo parlando, non ci diciamo una sola parola. La stanza attorno a me è beige, quasi crema ma non riesco ad osservarne i dettagli o vedere il resto dell’arredamento, è tutto come sfocato. Il tavolo è bianco, con grosse gambe nere smaltate. Mi alzo e vado alla porta, sono cosi vicino con il muso che vedo gli intarsi e le venature sul legno. Sono cosi vicino che non distinguo le figure . Ho lo sguardo inclinato verso sinistra e che punta in basso la mano destra su una maniglia di bronzo, sembra quasi una posa plastica da attore teatrale di serie B, proprio prima di una drammatica scena madre, recitata con troppa enfasi.

“Io vado signora…mi saluti…mi saluti…”

Silenzio.

“Mi saluti…saluti…”

Ancora silenzio, ancora più imbarazzante. Sento anche quel brivido di sudore freddo sulla schiena tipico delle situazioni in cui non vuoi essere.
“Shin” mi risponde la madre del mio unico migliore amico giapponese.
Un amico che non esiste. Il mio unico migliore amico inesistente si chiamava Shin e io non lo sapevo. Di colpo entra il padre….non so da dove visto che sono ancora alla porta ed è chiusa. Non so perchè, ma riconosco subito che si tratta del padre di Shin anche se io, la faccia di Shin, non so nemmeno com’è fatta .Accidenti, il mio unico inesistente migliore amico immaginario giapponese Shin per me non ha nemmeno un volto. Il padre è arrabbiato, discute con la madre…forse Shin ha combinato qualcosa? Il mio inesistente unico senzavolto migliore amico giapponese immaginario ha combinato qualcosa? Non mi sembra il tipo da combinare guai.

Mi sveglio, negli occhi la luce ombrosa di una tipica mattina di pioggia e vento, l’ennesima. Sento il suono della televisione in sala, mio padre sta guardando il telegiornale. Chissà se oggi la sua ditta avrà abbastanza lavoro da non andare in perdita. Guardo fuori dalla finestra e capisco che anche oggi sarà una giornata fredda con lo scaldotto incastrato in mezzo alle gambe a lavoro. L’ombrello da battaglia bianco con il marchio Shell e la mia giacca da 11° che credevo di aver messo via definitivamente saranno ancora una volta miei compagni di viaggio.

Se c’è un settore non in crisi e che lavora più dell’anno scorso è sicuramente quello dei vestiti invernali.